Totò contro l'onorevole napoletano

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1987-04-11-Il_Mattino

Il dileggio che il teatro della rivista rivolge agli “onorevoli” ha dato origine a una nuovissima sfida. Ma i rivali, accortisi d’essere entrambi napoletani, fraternizzarono.

Roma, giugno


Tra le quinte, proprio quelle dei palcoscenici, nascono le voci più strane, e giorni fa s’era diffusa quella di una quasi certa interpellanza alla Camera contro il teatro di varietà. Si precisava inoltre che interpellante sarebbe stato l’on. Crescenzo Mazza, deputato democristiano. A questo punto saltò fuori Totò che attualmente recita con la sua compagnia a Roma. Totò intervenne non soltanto perché, essendo ”il principe" dei comici, si sente in dovere di tutelare la sua professione, ma anche per un'altra questione poco nota.

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Durante una delle sue ultime recite al Nuovo di Milano gli fu annunziato che uno spettatore d’eccezione, un giovane membro del governo assai vicino alla Presidenza e, nello stesso tempo, un’autorità nell’ambiente cinematografico, sarebbe andato a congratularlo in camerino, ove il principe De Curtis è abituato a ricevere i complimenti delle più varie personalità. Ma quella volta Totò ebbe un bell'attendere durante quello e il successivo intervallo: l’annunziato visitatore non si fece più vedere; forse ci aveva ripensato su; e motivi che sfuggono gli avevano fatto cambiare idea. Comunque Totò non fu avvertito e "prese cappello".

«Poi, sa, con questi democristiani...» e, facendo gli occhioni, Totò completò silenziosamente la frase. S’era rivolto ai giornalisti della redazione romana di Tempo per avere informazioni su questa storia della interpellanza. E c’era del vero: Don Crescenzo (come i giornalisti montecitoriani chiamano l‘on. Mazza) si era infatti lamentato per le gratuite ingiurie che da molti palcoscenici «certi guitti, più che artisti» sogliono lanciare contro gli uomini del Parlamento. «Da anni ormai, per farsi applaudire, non sanno far altro che ricorrere alla trita boutade politica che denigra gli uomini che rappresentano il Paese. E dimenticano che c’è una grande differenza tra la satira, la quale sferzando corregge i costumi, e il vilipendio delle istituzioni e dei rappresentanti del popolo». Uno dì questi comici, ultimamente, aveva detto: «Se dovessi smettere il mio mestiere non saprei e non potrei fare altro che il deputato». Bene, si era proposto l’on. Mazza, io salirò sul palcoscenico e cercherò di far ridere il pubblico; ma un artista, però, dovrà farsi prendere sul serio tenendo un comizio, a Piazza Venezia.

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Era una vera e propria sfida e Totò, quando l’apprese, si fregò allegramente le mani: accettava senz’altro. E incaricò il giornalista di combinare un colloquio con il deputato democristiano per definire le modalità del nuovissimo duello Quando venerdì scorso, alle ore 20. l’on. Crescenzo Mazza, abbandonando al suo destino Montecitorio e la discussione sulla politica estera, penetrò insieme a due giornalisti nella saletta riservata del bar degli artisti in via Gioacchino Belli, Totò con Elena Giusti e Isa Barzizza era già lì aspettarlo. Tra i due avversari i rispettivi padrini ci ponemmo noi, eletti giudici dello scontro. L’atmosfera era tesa, e le parti si accingevano alle presentazione senza abbozzare neppure il [...] di prammatica.

Quand’ecco, prima ancora sedersi, scambiate alcune framozze, vediamo i due avvicinarsi con effusione e stringersi affettuosamente le mani sotto i nostri sguardi delusi. «Onorevole bello! — esclamava ripetutamente Totò — io lo sapevo: e come si fa a sbagliare con quelle idee che tiene per la capa! Lei non poteva essere altro che napoletano!». E l’on. Mazza, facendosi le matte risate: «È proprio vero: nella sua arte, caro principe, c’è tutta l’anima di Napoli». E via su questo tono. Erano napoletani tutt’e due! Qualcuno, e precisamente Elena Giusti, tentò di proporre il tema dell’incontro: «Ci dice, onorevole, perché mai vuole fare una interpellanza contro gli attori della rivista?». «Sicuro — aggiunse Totò divenuto improvvisamente serissimo — perché mai? Forse lei è parente di Carlo, on. Mazza?». Ormai l’atmosfera della sfida era rotta, ogni possibilità di concludere quel sensazionale duello svanita. La cosa si limitò ad una garbata e spesso ridente tenzone dialettica tra questi due concittadini; e noi invitati a giudicare il vincente della disputa verbale.

«Una sera — cominciò l’onorevole — ho assistito ad uno spettacolo in cui un’attrice cantarellava all'incirca cosi: "Leggo sui giornali che ogni giorno si uccidono quattro o cinque persone; come mai i deputati non seguono l’esempio?"». Don Crescenzo puntò il dito su Totò: «Mi dica, principe, le pare giusto che ad un padre di famiglia gli si debba augurare la morte?». Tutti fecero cenno di no. L’onorevole soddisfatto continuò: «Un’altra volta da un suo collega, di certo inferiore a lei, principe, ho ascoltato una variazione della canzonetta I Pompieri di Viggiù basata sul rubar qua rubar là del deputato. Ebbene, le sembra offesa da poco?». Totò, compreso, rispose prontamente:  «Come offesa è assai grave. E non è neanche molto originale. Ai tempi nostri... Sorvoliamo, sorvoliamo, — soggiunse impadronendosi del braccio dell'avversario — noi siamo uomini di mondo...». E strizzò l’occhio. Ma poiché il deputato stava risentendosi, il principe De Curtis, premettendo che essi erano ambedue di Napoli, concluse seriamente cosi: «Sono perfettamente d’accordo con lei anche perché non so che cosa possa rubare un deputato. Se fosse ministro, allora forse si; ma deputato no».

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Totò rimproverò gravemente le zuffe di Montecitorio: «E le pare bello tutto questo, onorevole mio? Siete i primi voi a disonorevolarvi! Guardate a me invece avrebbe aggiunto sottovoce l’artista: — Io personalmente rendo parecchi milioni di lire all’anno all’Erario. E faccio divertire la gente, caro collega...». «Come caro collega?» interruppe sconcertato Don Crescenzo. «Ma si, ma si: siamo colleghi. Montecitoriano mio, siamo colleghi. Ché forse non recitiamo tutti e due? Con la differenza che noi, comici, in buona fede lo annunziamo sul cartellone e ci pittiamo la faccia».

L’onorevole contrappose una lunga serie di abili contestazioni e cercò di spiegare «perché succedono certe cose»; ma Totò, che da giovane deve aver studiato strategia polemica, arginò la dialettica del parlamentare non lasciandolo finire. «Adesso che lei è qui mi spieghi come mai sui treni debbano rimanere liberi degli scompartimenti in attesa di deputati che probabilmente saliranno da una probabile stazione lungo il percorso. Perché accade questo?». L'on. Mazza imbarazzato si dimenò sulla sedia e affrontò le domande da un punto di vista personale. Spiegò che, appunto per non sentire i non del tutto giustificati brontolìi dei passeggeri, egli preferiva viaggiare negli scompartimenti non riservati. Aveva appena finito di parlare che Totò scattò: «Male, molto male, onorevole bello! Lei, cosi, ci frega due volte, una prima lasciandoci in piedi vicino ad un posto che è libero per lei, ma che non occupa, la seconda sedendosi in un posto destinato a noi, ma che non possiamo occupare perché c’è seduto lei...».

Con questa boutade l’incontro si chiuse. Isa Barzizza ed Elena Giusti ritennero che il comico avesse vinto: lo stesso pensarono dell’onorevole i due giornalisti. Noi, come giudici dello scontro, riteniamo che abbia vinto la rivista.

Benny Lai


Tempo  Benny Lai, «Tempo», anno XI, n.24, 11-18 giugno 1949