Che cosa dice Napoli del suo «Oro»?

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Contrari al film di De Sica il sindaco e la Giunta. Favorevoli il senatore Porzio, i giornalisti, i dirigenti del turismo e l’aristocrazia.

Napoli, febbraio

Il comandante Achille Lauro non è andato a vedere L’oro di Napoli. Non ne ha avuto il tempo, impegnato com’è tra gli affari del Municipio e quelli della sua flotta. Ma, anche se avesse trovato un paio d’ore di respiro, si dice al palazzo comunale, il sindaco si sarebbe comunque astenuto dall’assistere al film. Questa precisazione è sufficiente a far capire quale sia lo stato d’animo del primo cittadino di Napoli nei confronti della pellicola realizzata da Vittorio De Sica. Il comandante Lauro condanna L'oro di Napoli senza remissione. Non concede attenuanti. E il suo atteggiamento è pienamente approvato e condiviso dalla Giunta e dalla maggioranza consiliare. Il pensiero medio che circola al palazzo comunale è questo: la pellicola è assolutamente negativa per la città: contribuisce a consolidare su Napoli una ingiusta, riprovevole nube diffamatoria. Si esclude che il film sia un’opera d’arte, per quanto non venga discusso dal punto di vista tecnico; si afferma che, ancora una volta, il colore di Napoli è servito da pretesto per una impresa commerciale.

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Non soltanto esprimendo i propri sentimenti, ma quasi echeggiando quelli del sindaco e dei suoi colleghi della Giunta, l’assessore Antonio Limoncelli, presidente del Comitato feste di Napoli e del «San Carlo» ha fatto sul film una categorica e polemica dichiarazione. Dopo aver detto che proprio lui, per delega del comandante Lauro, ha concesso a Vittorio De Sica le necessarie autorizzazioni per le riprese in città, l'on. Limoncelli ha dichiarato: «Il film è stato una delusione. Non ha affatto corrisposto alle promesse e alle premesse di De Sica.

L’oro di Napoli è diffamatorio per la nostra città. Programmato all’estero, non potrà che farci del male. Sostengo che non sia lecito sfruttare il nome d'una grande metropoli, per attribuirle episodi comunissimi, di gusto discutibile, che possono verificarsi in qualsiasi parte del mondo. Non è concepibile che il tentativo di valorizzare artisticamente elementi di bassa cronaca debba essere in prevalenza effettuato nel clima di Napoli. Dalla Pelle a Spaccanapoli e da Speranzella a Napoli milionaria fino a quest’ultima pellicola di De Sica, tutti hanno speculato per motivi esclusivamente commerciali su un folclore di maniera. Nessuno ha voluto tener conto della grandiosa rinascita della nostra città. Una rinascita attraverso la quale Napoli sembra voler reagire alle diffamazioni e alle volgarità di cui, purtroppo, hanno abusato i nostri migliori artisti. D'ora in avanti, ad ogni modo, non autorizzeremo più le riprese in esterni». Quasi per dare maggior vigore al discorso, l’on. Limoncelli ha concluso: «Se De Sica dovesse tornare qui con la macchina da presa, lo faremmo riaccompagnare alle porte di Napoli dalla polizia...».

La massiccia, compatta ostilità verso L’oro di Napoli da parte degli amministratori, non corrisponde, tuttavia, ad altrettanta ostilità da parte degli amministrati. La Napoli ufficiale, quella del Municipio, appare, anzi, pressocché isolata nel suo atteggiamento di condanna. La maggioranza dei napoletani ha considerato il film esclusivamente dal punto di vista spettacolare. Negli uffici, nei negozi, in galleria si raccolgono giudizi più o meno entusiastici. Chi dice di aver visto il film due volte, chi assicura che tornerà a vederlo, perché «è troppo divertente». Tra gli spettatori medi, la gamma degli aggettivi va dal «meraviglioso» al «piacevole». Soltanto una minoranza del pubblico si limita ad affermare: «È un film come gli altri: normale, insomma». Tranne rare eccezioni, comunque, nessuno rileva nella pellicola un carattere diffamatorio per la città.

Giudizi diametralmente opposti a quelli del sindaco e della maggioranza consiliare sono anche espressi da una gran parte, dalla Napoli intellettuale, aristocratica, mondana. Il punto di vista sul film della città tradizionale, quella che si considera l’autentica Napoli, lo ha riassunto il senatore Giovanni Porzio, un «protettore» della città che, nella considerazione del popolo, viene subito dopo San Gennaro. Porzio dice di non amare le interviste e di non gradire le polemiche. Ha però fatto una eccezione per L’oro di Napoli. Ha premesso infatti: «Non ho il piacere di conoscere di persona Giuseppe Marotta, ma ho per lui una viva ammirazione, un grato ricordo. Mi ha incluso con molta benevolenza nel suo così espressivo San Gennaro non dice mai no, ed io, che sono un protetto del grande Patrono, non posso dire di no a voi». Sulla pellicola ha dichiarato: «L’oro di Napoli. Sta bene. L’oro di Napoli o il destino di Napoli? Ecco il dilemma pungente che l’annunzio del film mi pose. E benché io non sia un habitué del cinema, punto dal dilemma andai a vederlo. Certo, in tutte le città del mondo vi sono vicoli luridi, case buie, schiamazzi, cenci appesi a finestre sconnesse.

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Ma quando si tratta d Napoli, pare venga data a questa squallida miseria una prevalenza che lascia sospettare un sadico compiacimento. Con questa prevenzione, quasi con ostilità, andai al cinema. Debbo confessare però che i miei preconcetti caddero. La mia ostilità si spuntò. La sensibilità dell’artista aveva colto l’episodio, il caratteristico, l’ambiente della realtà. E pareva che echeggiasse in sordina un sentimento benevolo, una emozione sentita che toglievano alla rappresentazione ogni proposito denigratorio». Secondo il senatore Giovanni Porzio, il film è un’opera artistica niente affatto negativa per Napoli, anche se, come egli ha soggiunto, molte altre fonti d’oro possono essere scoperte nella città. Compreso l’autentico segreto dei napoletani, «di questi filosofi provati da troppe ingiustizie, da troppi abbandoni, che si consolano con una giornata 'e sole».

Dello stesso parere di Giovanni Porzio si è manifestato lo scrittore e giornalista Carlo Nazzaro, condirettore del Mattino (i direttori del Mattino e del Roma non sono napoletani), il quale ha dichiarato: «Un giorno, Volfango Goethe prese contatto, come oggi si direbbe, col popolo e col vicolo di Napoli; popolo e vicolo che sono ancora tutt’uno, una entità inscindibile. Da questa presa di contatto, il poeta scrisse ad un amico di Germania: ”È interessante e fa così bene aggirarsi tra una folla innumerevole e irrequieta come questa. Tutti si rimescolano come le onde di un torrente, eppure ognuno trova la sua via e arriva alla sua meta. Solo in mezzo a tanta folla e fra tanta irrequietezza io mi sento veramente tranquillo e solo; più le vie rumoreggiano e più mi sento calmo”. Diciamo la verità, quanti altri viaggiatori. inviati speciali e registi, accostandosi a questi stessi vicoli irrequieti e rumoreggianti hanno sentito altrettanto e non hanno scambiato invece fischi per fiaschi? Quanti inviati nostrani e stranieri e quanti registi hanno rappresentato lo spettacolo che rasserenava Goethe non diversamente da una "fantasia” libica, con sfondo di carabinieri e con avvertenza di guaniarsi le tasche? Molti, moltissimi sono costoro, e non bisogna far torto ai napoletani se ora guardano con prevenzione a certe "carrellate” cinematografiche, se iniziano con diffidenza la lettura di certe corrispondenze da Napoli. Questo è il punto dolente della sensibilità napoletana.

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L'oro di Napoli, non dirò che è sul piano dell'olimpico Goethe, ma non è assolutamente su quello dei detrattori della città. Tratto dal libro d'uno scrittore che è nato da quel poetico rimescolio di cui parlava il grande Volfango; realizzato da un altro napoletano che in queste onde ha trovato la sua via. L’oro di Napoli segna una tappa, se non ancora una meta, per una sempre maggior comprensione di questa città, difficile città che tutti amano; ma non tutti, spesso, comprendono».

Poiché nelle polemiche sorte attorno al film di De Sica si è accennato anche alle «dannose ripercussioni» dell’Oro di Napoli sul piano turistico nella rapida inchiesta condotta a Napoli ha interloquito il giornalista-poeta Augusto Cesareo, direttore dell'Ente del turismo. «Io ritengo», egli ha detto, «che il film non sia controproducente (per usare una brutta parola di moda) agli effetti turistici. Né ritengo che il caro collega Marotta e Vittorio De Sica siano venuti meno al loro assunto di voler fare di questo film un atto d’amore per Napoli. Senza dubbio, ogni spettatore avveduto si rende conto che la pellicola rappresenta solo aspetti particolari di una umanità tanto complessa. Un documentario che consideri soltanto aspetti risplendenti, positivi ha senza dubbio un valore di propaganda. Ma un film d’arte che conquista le masse, le diverte, le commuove, ha un’efficacia ancor più umana e profonda. L’oro di Napoli è un’opera d’arte: come tale va giudicato. Non può quindi esser definito diffamatorio ed offensivo È un bel film, insomma, nel quale, tra l’altro, con vera sapienza di regia, non si è ricorsi al facile incanto di sequenze svolte sullo sfondo del Golfo».

Nell’aristocrazia napoletana, come s’è detto i giudizi sulla pellicola sono tutti, più o meno, nettamente favorevoli. Don Gennaro Carafa Canteiino, principe della Rocceila, presidente del più scapigliato circolo di canottieri. l’«Italia», si è dichiarato entusiasta sia personalmente, sia per quel che ne ha sentito dire da amici. «Nell’Oro di Napoli c’è qualcosa di più che un semplice impegno d’arte. È ridicolo definirlo denigratorio. Napoli è quella che è ed il film ne mostra alcuni aspetti autentici. Forse è un po’ esagerato l’episodio del commerciante che sposa la prostituta. E, poi, è un episodio che poteva essere ambientato in qualunque altra città. L’unica vera riserva che posso avanzare, comunque, riguarda ”il pernacchio”. Quello del film ha poco o nulla a che vedere con l’autentico ”pernacchio” napoletano. Ma forse, su questo punto, è bene sentire quel che ne pensa Michele Conforti, uno dei quattro (e non tre come dice De Filippo nella pellicola) maestri ”pernacchisti” della città...». Mentre il principe della Rocceila concludeva in questo modo la sua breve dichiarazione Michele Conforti, qualche metro più in là, stava dando l’ennesima dimostrazione della sua «cinquantennale» abilità. Quasi proseguendo il discorso del presidente del Circolo, «don Michele» svolse una minuziosa critica all’episodio che più lo aveva interessato. «L'unico neo della pellicola è quel pernacchio sbagliato... Io, per esempio, l’avrei fatto più breve più attonato. Soprattutto senza mani...».

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Sempre nell’ambito della società napoletana, alla schiera degli entusiasti, si è unito l’industriale Mario Gazzoni, considerato «napoletano» onorario perché vive gran parte dell’anno nella città. «Ho visto il film con entusiasmo», egli ha detto; «sono uscito dal cinema divertitissimo. Non ritengo che la pellicola calunni Napoli: la città e i napoletani esercitano un tale fascino ed hanno tali risorse che anche quelli che potrebbero esser "nei” in altri paesi, qui diventano qualità...». La principessa Caracciolo Carafa, spagnola di nascita ma da quindici anni residente a Napoli, ha dichiarato dal canto suo «Quelle stradine, quelle piazze, quei vicoli in cui si svolgono le vicende del film io li conosco bene; così come conosco da vicino i sentimenti dei personaggi
di Marotta che De Sica ha portato sullo schermo. È un bel film, che è piaciuto a me e che piacerà a molti. Gioverà, quindi, alla nostra città. E non fa nulla che la macchina da presa abbia indugiato, forse un po' troppo, fra i nostri vicoli.

L’oro di Napoli, cioè la saggezza. la pazienza, la filosofia dei napoletani, sta più lì che altrove». Un motivo, questo, riecheggiato da Mimi Tito Manlio autore di «Anema e core».

«La filosofia ed il cuore di Napoli son cose che non si vedono, ma che però si sentono; ecco perché L’oro di Napoli è un film che in diversi punti è lo specchio fedele della povera gente verso cui il destino è stato meno generoso. Noi sappiamo che il buonumore è una ricchezza; e Napoli, di questa ricchezza, ne ha anche troppa; poiché il buonumore sboccia dal seme della sofferenza, il film è la fotografia fedele di alcuni scherzi del destino...».

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Una risposta «diplomatica», che ha cioè evitato di prender comunque posizione, è quella del duca Lucio Caracciolo d’Aquara, scrittore e poeta, in casa del quale De Sica ha «girato» un episodio del film. «Avrei preferito», ha detto d'Aquara, «che Vittorio De Sica mi avesse offerto il privilegio di ospitarlo nel "quartino" della portineria. Nei panni dell’ottocentesco conte. De Sica ha descritto in casa mia una sapida e squallida scenetta nobiliare, mentre, giocando l’ormai famosa partita a scopa nel ”quartinetto” del portiere, ha dato modo ad un nostro ineffabile scugnizzo di mostrare al mondo la sottile sopportazione, l’olimpica saggezza, l’antica prestante cortesia con le quali Napoli gioca la sua grossa partita con gli scrittori, con gli artisti, con i produttori, con quanti cercano, insomma, di trarre da questo favoloso re Mida, ch’è il suo suolo, l’oro necessario alla loro bisogna».

Riserve aperte, viceversa, le hanno avanzate Salvatore Caetani, duca di Castelmola, e la baronessa Licia Compagna presidentessa della Lega navale di Napoli. Il duca di Castelmola ha detto: «Il colore locale, nelle varie espressioni dell'arte, assume valore e realtà poetica solo se rappresenta sentimenti, ricordi, tradizioni di affetto. Nelle realizzazioni cinematografiche spesso, anzi troppo spesso, si muta, per esigenze d’indole varia, in un pittoresco spicciolo, a volte caricato, quindi falso e convenzionale. Perciò, nonostante i suoi pregi, non prediligo L’oro di Napoli». La baronessa Compagna non discute se il film sia o meno «diffamatorio» per la città. Si limita ad osservare: «De Sica è mancato all’appuntamento. Abbiamo ritrovato la solita Napoli dispensatrice di saggezza, di allegria, di sberleffi e di pizze; una Napoli di maniera che, ahimè!, conosciamo da tempo. Da un De Sica che nell’Oro di Napoli si fa riconoscere con quel bambino che ci ricorda altri suoi bambini, aspettiamo ancora una Napoli, magari più sbiadita, ma certamente più vera...».

La situazione, ed il senso delle proporzioni, sono stati resi con due battute da Angelo, il barman d’un grande albergo della Riviera; abituato ad ascoltare mille voci e a non entrare mai in polemica. «Ho sentito parlare molto del lavoro di De Sica e, per lo più, bene», ha detto. «Comunque, si scrivano o si proiettino cose belle o brutte su Napoli la gente ne è sempre più innamorata».

Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno XI, n.6, 6 febbraio 1955


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Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno XI, n.6, 6 febbraio 1955