Dolori da principe, gioie da Totò

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Ciascuno di noi deve avere con la vita una specie di misterioso conto corrente, voti partita doppia perennemente aperta, su cui un ragioniere invisibile viene via via registrando gli incassi e le uscite, i depositi e i prelievi.
Se il personaggio ha due vite, la solerzia del ragioniere invisibile è duplicata, il «movimento» del dare e dell'avere è raddoppiato, ognuno dei due «io» paga il suo Scotto in proporzione di ciò che riceve senza che l'altro ne tragga conforto ho respiro. Conosco uno di questi personaggi, fortunatamente per loro, quanto mai rari, che vivono in bilico tra due destini, pagando e ricevendo tributi di ogni sorta ora per l'uno ora per l'altro.
Il mio personaggio è il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio, Marchese e Cavaliere del Sacro Romano Impero, ormai legittimamente riconosciuto come tale è sulla cui discendenza dall'imperatore Niceforo II Focas di Bisanzio più nessuno ha il diritto di avanzare dubbi.

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L'altro «io» che vive in lui, anzi, che convive con lui, è quello dell'attore, canzoniere, poeta Totò, il più personale dei «mimi» del varietà italiano, il più popolare dei suoi attori comici, in campo cinematografico.

L'intreccio fra i due personaggi coabitanti nel medesimo individuo è così fitto che riesce difficile a prima vista scindere l'uno dall'altro. Infatti ogni volta che mi sono trovata a conversare di argomenti svariati col principe De Curtis, essendo ospite a cena nella sua casa davvero principesca, è accaduto a lui di piangere e a me di ridere. per solito ciò che riusciva a commuovere il principe De Curtis una storia a sfondo regale, qualche vicenda legate a personaggi del nostro tempo, italiani o no, cui il destino aveva riservato amare sorprese e che appassionavano per puro interesse umano il principe De Curtis.

La sua ingenua solidarietà, la sua calda partecipazione a quegli eventi che non potevano avere nessun riflesso sulla sua vita è che io gli venivo raccontando con il distacco di chi indirettamente li aveva vissuti, con la doverosa imparzialità del cronista, avevano il potere di commuovere lo sino alle lacrime. Naturalmente era il principe a commuoversi così, ma il principe piangeva con il volto del clown estroso che è in lui è che non lo abbandona mai, sì che le nostre Diverse emozioni crescevano di pari passo e io finivo per essere Travolta, mio malgrado, da una smania di riso, da quel fenomeno di osmosi di sentimenti che passano da uno all'altro personaggio mutavano quasi tono e colore.

Accadeva insomma che il destino dell'attore si sovrappone a quello del principe, così come di continuo avveniva nella vita dell'uomo che restava pur sempre uno solo, con un'anima pronta a soffrire per due.

Strana sorte davvero quella di Totò, personaggio inconsueto, umanamente valido come pochi altri. occorreva che una Sventura così grave come quella della cecità hanno minacciasse, perché il principe che lui trovasse quel pieno rispetto che nessuno ha mai negato all'attore, perché le sue vicende si colori stessero di una luce nuova e ogni cosa della sua pur travagliata Rita andasse a posto, perché di quella bontà di cui egli ha sempre dato prove tangibili si riverbera asse anche sopra di lui un caldo riflesso.

1959 Antonio De Curtis 008 LSono venti anni che Totò recita con un occhio solo, sapendo l'altro minacciato e sono altrettanti anni che gli evita con cura di far pesare sugli altri questa sua pur considerevole malasorte. L'attore è minacciato? Il principe tace. Ma ecco l'ora buia, l'ora del pericolo che si delinea più grave: medici insigni attorniano il malato, la gente si passa la notizia di bocca in bocca con malinconia, qualcuno, un compagno di lavoro dell'attore, si fa avanti ad offrire anche al principe minacciato uno dei propri occhi: Tino Scotti.

L'offerta è senza dubbio grandiosa, il principe De Curtis è l'attore Totò ne godranno insieme, anche se, ci auguriamo non ci sarà nessun bisogno di accettarla. L'attore si ricorda che il principe ha molto pianto, il principe ricorda che l'attore ha molto patito. insieme, di pari passo, combattendo uno per l'altro, hanno vissuto e sofferto, ognuno per proprio conto, ognuno pagando per sé e per tutti e due.

La ricchezza. La gloria, magari, se si può chiamare gloria quel fugacissimo svolgersi di immagini su di uno schermo bianco in una sala oscura, ogni immagine affidata a un dipanarsi senza domani, già sopraffatta dal futuro appena appena uscita dal segreto della bobina, pronta a farsi divorare da un cerino, ad annientare da una critica.

Cinema o palcoscenico, fa lo stesso. la gloria affidata al successo di un'ora non è che l'ombra di un'ombra. per questo il principe De Curtis cedeva continuamente il passo a , al Mimmo che era e lui, affamato di rinascite continue, di ritrovarsi come alle origini del proprio avventuroso cammino di uomo sul palcoscenico o sul set, di recitare fino in fondo, più per vincere l'intima solitudine umana (gli attori I principi dividono lo stesso destino di solitudine) che per Brama di nuove ricchezze: l'attore Totò aveva dato al principe De Curtis tutto ciò di cui egli aveva bisogno per sorreggere i tanto contestato i blasoni con la saldità del censo.

Questa solitudine parrà una invenzione più o meno poetica, più o meno arbitraria, ma sia i principi che gli attori, Uni fuori dalle loro sale dorate, gli altri fuori dal palcoscenico sono sempre soli ben che molta gente lì attorni, gli faccia compagnia. Nel caso poi di Totò, le faccende stanno in modo tutto particolare e per capire la cosa bisogna risalire sino in fondo alle origini dell'uomo uno, e due, sceverare le entrate e le uscite dei loro rispettivi bilanci e vedere se, alla resa dei conti, il totale torni.

La storia incomincia gli inizi del secolo, in una Napoli più chiassosa, più povera, forse più pittoresca di quella di oggi. I registri dell'anagrafe si sono arricchiti di un cittadino in più: «l’infante di sesso maschile Antonio, figlio di Anna Clemente e di padre non nominato». nominate lo o no, ma il padre c'è. Ed è il Cavaliere del Sacro Romano Impero Marchese Giuseppe De Curtis. Anna Clemente una popolana, bella quanto vi pare, ma popolana. e le popolane di Allora non godevano di nessuno dei possibili vantaggi offerte alle belle popolane di oggi per adire fino a giuste nozze con Marchesi e principi per mezzo dei concorsi di Miss o per mezzo del cinema.

Restavano quasi sempre belle popolane e madri nubili. Ma il marchese Giuseppe De Curtis non era un uomo da reggere all'infinito di fronte a certi argomenti: Anna era bella, il figlio era suo punto questa duplice realtà lo turbava sempre più profondamente, tanto più che in attesa del risveglio della sua coscienza di uomo, Anna Clemente si era messa a decifrare i misteri dell'alfabeto che le erano rimasti sconosciuti fino ad allora e non per sua colpa soprattutto a far studiare il figlio.« bello non sei, mi diceva, ma avrai da crescere bravo e diventare degno di tuo padre».

Quando Anna Clemente fu in grado di scrivere e leggere in modo più che egregio e il figlio di capire la ragione di molte cose, il marchese de Curtis rifarò e propri torti, sposando l'una e riconoscendola l'altro. Ma questa è una storia che bisogna sentire raccontare dal principe De Curtis o dall'attore Totò per avere un'idea esatta di quanto sia poetica.

Quando si scoperse Marchese per Totò era troppo tardi: l'attore era già nato. la miseria del primo aveva precluso la via al secondo. Per molti anni l'attore il marchese vegetarono insieme, non avendo il secondo ereditato nulla che potesse avvantaggiare il primo, oltre alla legittima popolarità di un nome gentilizio, si che l'uno non si vergogna di dar manforte all'altro, né ebbero cuore di rinnegarsi a vicenda. Quel che premeva ad entrambi era una cosa sola: rendere omaggio al sacrificio materno, a quelle lunghe estenuanti veglie sui quaderni di scuola compiute dalla popolana che non aveva mai cessato di coltivare l'illusione di diventare un giorno moglie del marchese. Una storia d'altri tempi, edulcorata e tenera, imbastita da quello straordinario regista che ha nome vita.

Fu solo più tardi, consultando dei documenti di famiglia che il marchese Antonio de Curtis scoperse di discendere per i rami e senza possibilità di equivoco da Niceforo II Focas imperatore di Bisanzio. Il fatto che Niceforo Focas fosse deforme non lo esimeva dall'essere il capostipite della sua stirpe, come la deformità non lo aveva esentato dal divenire principe consorte della bella Teofano che era allora reggente del Sacro Romano Impero.

Scoperto il filone, Totò si immerse in studi araldici con tanta foga che oggi lo si può considerare uno dei maggiori esperti in materia e si può senz'altro presumere che oltre alle luci della ribalta, abbia gravemente nociuto e i suoi occhi col suo sprofondarsi quasi fanatico nella lettura dei «sacri testi» di araldica in tutti i possibili documenti del genere.

Ma quante lacrime anche per questo, quante notti insonni, quante tribolazioni, quanti ingenui patemi per poter liberamente far dipingere sullo scudo dei De Curtis uno stemma di quattro quarti genuini: uno inquartato di rosso, con una fenice coronata d'oro guardante Il sole radioso, l'altro d'azzurro, con tre stelle di otto raggi, il terzo con tre colonne d'argento, il quarto con tre sbarre d'oro, Il tutto dominato da un cavaliere armato che si precipita in una voragine di fiamme.

Ma da uno che potrebbe, se lo volesse, rivendicare diritti sulla colonna dei Focas al Foro Romano, o sull'arco di Costantino, si può pretendere di meno? Né Totò, né Antonio de Curtis hanno mai abusato della raggiunta legittimazione dei loro titoli nobiliari: all'uno e all'altro basta verde raggiunti, ridorati, restaurati. Il principe spende in beneficenza molti dei milioni guadagnati dall'attore ed entrambi si compiacciono di questa specie di riscatto supremo che si sono trovati a poter offrire una ad una donna da entrambi amata e stimata: Anna Clemente.

Al principe De Curtis è stata a suo tempo avvelenata la gioia (negatagli poi dalla sorte al momento stesso della nascita) di poter avere un figlio maschio a cui trasmettere il dono così faticosamente conquistato. anche in quella circostanza il principe l'attore confusero le loro lacrime, per Sandro insieme sul piccolo corpo inerte del principino morto appena nato che ora riposa in una tomba Monumentale di Napoli, ultimo discendente degli imperatori di Bisanzio, piccolo è solo senza domani e senza passato.

Patetica storia, quella del principe attore. Una storia tutta napoletana, condita di tutti gli ingredienti che possono servire a renderla di volta in volta gaia e gentile, sorridente e triste. Un incontro con la vita che ha per protagonista un attore comico con un destino da principe. Imparzialmente all'attore e al principe noi auguriamo una pronta guarigione.

Flora Antonioni


Il-Messaggero  Flora Antonioni, «Il Messaggero», 10 maggio 1957