La malattia agli occhi: Tino Scotti offre un occhio per salvare la vista a Totò

Totò Malattia

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Il principe è giunto a Roma per sottoporsi a nuovi esami. Il comico milanese ha fatto sapere, tramite il direttore delia clinica oculistica di Napoli, di essere disposto a sottoporsi all'intervento. Totò sbarcando stamane nella sua città e prima di proseguire per la capitale, era commosso e, singhiozzando, ha esclamato: "Voglio, devo guarire, Santa Lucia mi aiuterà..."


Napoli, mercoledì sera.

Stamane a bordo della motonave "Calabria", partita ieri alle 19:15 da Palermo, è giunto Totò, che era insieme alla moglie Franca Faldini, alla figliola Liliana e al genero Gianni Buffardi. Subito dopo l'attracco del piroscafo alla banchina del Molo Angioino, un folto gruppo di amici e giornalisti, fra cui numerosi fotoreporter, è salito sulla nave dirigendosi al salone di prima classe ove il Principe Antonio de Curtis attendeva per sbarcare.

In piedi, pallido, con gli occhiali neri, l'artista aveva il viso rivolto verso l'oblò da cui sentiva entrare con il calore del sole il primo rumore della città al suo svegliarsi. Sul suo viso, per quanto egli con un grande sforzo tentasse di dominarsi, appariva nel tremito delle mascelle e nel mobilissimo riflesso dei muscoli , una profonda commozione: per la prima volta Totò, che adora la città dove è nato, vi ritornava senza poterne vedere il volto dolcissimo che essa mostra a chi vi giunge dal mare. E quel bisogno è trasparso in una domanda sola, mormorata a fior di labbra, alla figliola: «Dov'è il piroscafo, dov'è?», cioè: in quale punto del vasto porto è stata gettata l'ancora?

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Perché chi napoletano è, sa benissimo che, così dicendo, Totò, pur se la terribile fascia nera vela ormai le sue pupille, voleva in un certo senso «vedere». Il panorama di Napoli non gli appariva più con le colline verdi del Vomero e la candida Mole Merlata di «San Martino» ma, sapendo dove il "Calabria" aveva gettato l’ancora, ecco, egli poteva lo stesso «vedere» la sua città. Poi, avanzando piano, sotto il braccio di un amico, si è seduto in un angolo. I fotografi, per evitargli il crudele lampo del flash, si astenevano dal puntarli contro gli obiettivi, come fargli intendere la comune pena per il terribile colpo caduto sulla vita di un uomo il cui sorriso per tanti anni ha dato momenti di letizia alla folla delle platee; piano, sorridendo anche, a fior di labbra, in un angosciato silenzio, l'artista ha narrato.

«Ero al nuovo, a Milano, voi lo sapete com'è quel palcoscenico, freddo: sembra una miniera». Quindi la storia della polmonite, il sentimento del dovere verso il pubblico, verso l'impresario, la passione per il lavoro, la necessità di usare e abusare degli antibiotici per un lungo periodo a dosi altissime, l'emorragia retinica, l'abbaglio accecante dei riflettori.
«Il resto è noto», ha sussurrato con un sospiro e ha fatto un gesto sconsolato con la mano mentre, Chi era di lato, li vedeva assoldare sotto il cristallo nero delle lenti Il globo oculare nel movimento che fanno i ciechi. Vicino, col viso fra le mani, la moglie ascoltava.

Tino Scotti«Adesso ho bisogno di riposo». Poi si è detto commosso dalle voci di solidarietà e simpatia giunte gli è l'accento delle sue parole e rivelava che quella non era una semplice frase. In particolar modo lo ha toccato l'offerta di un occhio - fatto gli tramite il professor Girolamo Lo Cascio , direttore della clinica oculistica dell'università di Napoli - da parte di un vecchio amico, Tino Scotti, che ha telegrafato da Milano. Quindi ha spiegato che, pur riservandosi di ritornare a Napoli appena il professor Lo Cascio sarà libero dagli attuali urgentissimi impegni, si reca ora subito a Roma per farsi visitare da un altro clinico, il professor Speciale Piccichè.

«Non dubiti, Principe - ha detto allora qualcuno - lei guarirà». E a questo punto l'artista che, fino ad allora si era controllato, ha esclamato con un singhiozzo: «Voglio, devo guarire». E ha soggiunto: «Perché io amo il mio lavoro e poi, oltre alla scienza degli uomini, c'è la bontà di Dio. Santa Lucia mi aiuterà».

E quando il coro di auguri, schietti, lo ha sommerso, allora come rianimatore da quella calda corrente di affetto, ha detto con voce ritornata Serena: «Stavo facendo un film, "Totò, Peppino e i mariti imbroglioni"». «Principe - gli hanno domandato - ma canzoni non ne scrivete più?»
«Oh, certo - ha risposto - ma sapete, siccome fanno un po' di camorra (ed alludeva alle recenti beghe e polemiche per il Festival) allora io le canzoni le faccio solo per me. L'ultima si chiama "Chitarra mia", volete sentirla?»
Ed ha recitato qualche verso:

Chitarra mia t'aggio voluta bene - e sulo tu conusse chist’ammore - in coppa a ‘sti ccorde quanta e quanta pene - venevo a ‘cunta’ a te povero core - e mo ch’essa a’ pigliata ‘n ata via - che t’aggio cunta’ cchiù, chitarra mia...

Quando l'artista scende, un portabagagli, Luciano Salvatore, della compagnia «Carlo Pisacane», gli si accosta e, a nome di tutti i lavoratori portuali, gli porge un saluto.

Pian piano, un passo dopo l'altro, tastando in legno con il piede, egli percorrere la passerella, tocca il selciato del pontile, leva ancora la mano a ringraziare, mentre intorno la folla - autisti, guardie, vetturini - applaude. Poi sparisce nella «Alfa» color vinaccia: un rombo è l'auto parte, velocissima, per Roma.

Crescenzo Guarino


Stampa Sera Crescenzo Guarino, «Stampa Sera», mercoledi 8 - giovedi 9 maggio 1957