La malattia agli occhi: lo spirito di Pulcinella rivive nell'arte di Totò

Totò Malattia

1957-05-08-Il_Paese-Malattia

Il pubblico commosso per la malattia di uno dei suoi attori preferiti. Il cafè-chantant fu la scuola del comico napoletano - Dall’armadio dei nonno provengono il tight ed il tubino di Totò - Una camera d’affitto piena di fiori per l’"addio" di Nanda Primavera.


Il telefono aveva suonato con insistenza, in casa della signora Liana Buffardi, con la ritmica insistenza delle telefonate interurbane. All’altro capo del filo la signora Buffardi udì una voce sconosciuta, quella dell'amministratore della rivista «A prescindere», un uomo di fiducia di Remigio Paone, che l'avvertiva che suo padre il comico Totò, si era aggravato improvvisamente: da un'occhio era diventato quasi del tutto cieco, dall'altro vedeva pochissimo, appena delie immagini informi. Il morale del principe era alto, ma desiderava vederla subito.

1956 A prescindere 006 15 LCosa era accaduto la sera prima nel grande Politeama Garibaldi di Palermo? All'improvviso Totò, nel bel mezzo di una scena, aveva sentito come un giramento di testa poi, lentamente, il buio si era fatto intorno a lui. Come quando i macchinisti abbassano le «forbici» degli interruttori ed i riflettori si spengono lentamente, lasciando sulla nostra retina, ancora per un poco, una immagine vivida di luce. Lo spettacolo era stato portato a termine, ma la sera dopo la rappresentazione di «A prescindere» non avrebbe avuto luogo, la compagnia sarebbe stata sciolta.

«A prescindere» avrebbe dovuto andare in scena a Napoli il 21 di maggio. Ora, purtroppo. il pubblico partenopeo non vedrà il suo beniamino sotto la luce dei riflettori.

Totò por Napoli è qualcosa di diverso da quello che è per le altre città di Italia, diverso da quello che abitualmente è per tutti gli ammiratori che può vantare nel mondo, almeno in quelle parti di esso dove è giunto un suo film o la nota di una sua canzone. Per Napoli, Totò è il protrarsi delia tradizione del comico popolare, è un pezzettino di spirito napoletano in giro tra le gente più lontana.

Appunto a Napoli è nato Totò il 15 febbraio del 1901 (1) e se leggete la sua biografia in una delle mille Cine-Agende che servono a decantare le virtù degli attori ai produttori in cerca di divi, troverete questa descrizione: altezza 1 metro e 67; peso 63 chilogrammi; capelli castano scuri; diploma di maturità classica; lingue straniere conosciute: francese; sport praticati: ciclismo e nuoto. Ma cosa ci dice questo di Totò? Come si può misurare in chilogrammi o centimetri di altezza la sua arte: come si può valutare sulla base del ciclismo o del nuoto, il magico potere di far ridere la gente, di farla commuovere, di mettere in luce, di fronte a tutti, un «pizzico» sconosciuto della realtà nella quale viviamo, perdendone ogni giorno, forse, il lato migliore?

Vertenze araldiche

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Ci balza invece vivo ed attuale davanti, il Totò uomo ed attore in questa descrizione che ne fece Eugenio Ferdinando Palmieri nel 1941, nella galleria de "La frusta Cinematografica". «Penso a Totò, scriveva Palmieri, come ad uno di quei giovani nobili, ingordi e tremuli, ai quali gli austeri genitori, nelle farse di Scarpetta, proibiscono i dolci e le donne. I vent'anni di Totò sognano indigestioni, sciantose, carrozze, palchi di prima fila e pizzichi alla serva. E' cresciuto cosi, Totò: avido e sbigottito, con quel collo che si allunga, si sgonfia, sparisce, ritorna, per un segreto che non capirò mai. Ed adesso che ha moglie e figlia — come in San Giovanni Decollato, — e ancora li, Totò, che non osa, che non può goffo, pavido, scemo, inguaiato. Ha moglie e figlia, ma della vita non sa nulla. E parla come Pulcinella delle "Nuove Declamazioni di Don Anselmo Tartaglia"... Ma cosa ha da dire sullo schermo, Totò? E' una «pazziata». Il nostro attore, una tarantella; e i suoi film dovrebbero correre, precipitare, rimbalzare, fuggire; disumani e vorticosi, sventati e tremebondi, magici e stolti Totò ripete Pulcinella; davanti alla macchina da presa o registi, c'è Pulcinella: con quel mento a tubo. Questo ha a dire, Totò, sullo schermo una fragorosa pulcinellata».

Totò, se cosi si può dire, era di «buona famiglia» una famiglia che vantava lontane origini principesche. Si diceva addirittura che il pio antico progenitore, il seme del suo albero genealogico, fosse lo stesso imperatore Costantino, noto perfino ai bambini delle elementari per essere stato il primo imperatore cristiano. La cosa, tuttavia, ha creato sempre numerose complicazioni a Totò e nessuno ha ancora dimenticato la vertenza giudiziaria che, cinque anni or sono, alimentò le cronache del giornali e diede da fare agli archivisti del Palazzo di Giustizia e più ancora a quelli degli uffici araldici. La vertenza avrebbe dovuto, una volta per tutte garantire ad Antonio De Curtis-Gagliardi l'uso legale di una svariata serie di nomi, tra cu quelli di Angelo Flavio Comneno Dukas Focas. Naturalmente le cose non andarono liscie per l’opposizione di Marziano II Lavarello Lascaris Basileus, custode della corona di Bisanzio. Anzi, la vertenza cominciò con una specie di dichiarazione di guerra da parte del conte Guido Jurgens, consulente araldico della «Imperiale Casa» bizantina, il quale ebbe a dire: «Niceforo Focas, l'usurpatore del trono di Bisanzio, chiuse la sua imperlale avventura assassinato per una congiura di Palazzo. Oggi tal sistemi non si usano più, ma stia attento Totò, chè, per i Focas di oggi, esiste sempre la giuria del palazzo di giustizia Qualunque, insomma, fosse il capostipite, imperatore autentico o usurpatore, fatto sta che, si può ben dire, Totò nacque da buona famiglia.

Ma Napoli si sa com'è città fatta, di voci e di incontri i più impensati ed i più strani, in una cornice dove anche gli estranei si sentono «paisà». Fu così che il giovinetto Totò conobbe una famiglia di comici, di quelli che continuano ancor oggi la tradizione della Commedia dell'Arte, non certo quella che vien messa in scena ad opera di validi riesumatori, nelle piazzette di Venezia o sul sagrato di qualche chiesa in un turistico paesello, ma di quel teatro dell'arte che vive ancora nella quotidiana esistenza della nostra gente.

Con quella famiglia Totò fece le sue prime esperienze di palcoscenico, interpretando la parte di Pulcinella, poi passò al Cafè-Chantant. Le cose, nel primi tempi, come sempre accade, non andavano troppo bene e del nostro Totò non si può dire che fosse, per esemplo, elegante. Il suo vestito era infatti liso liso ed era sempre lo stesso, tanto quando si presentava al pubblico, che quando andava in giro per la strada o nelle locali pizzerie per la cena quotidiana. La cosa non poteva continuare ed a tagliare la testa al toro, giunse una sera il direttore del locale: «Caro mio, disse, qui bisogna cambiare. Ci vuole qualche cosa di nuovo, specialmente il vestito dev'essere diverso».

Fu allora che Totò andò a rovistare nell’armadio del nonno, da cui saltò fuori un tight di taglio antiquato, un tubino nero, stretto e stinto. I calzoni gli stavano corti e nonostante portasse gli stivaletti alti, gli si vedevano i calzini a righe. Ma i particolari di quel vestito tutti lo conoscono, perchè Totò ne ha fatto la sua famosissima divisa.

Intanto nei Cafè-Chantant la gente cominciava a parlare di lui, sì faceva il nome di Gustavo Di Marco come quello di uno dei suoi maestri. Di Marco, - il «comico-zumpo» - era stato uno dei più applauditi del Cafè-Chantant napoletano. Da quel nome, a cui si rifanno sia Totò che Taranto, coniando però due figure completamente diverse nella loro caratteristica originalità, il passo fino al varietà non è poi molto lungo. Totò vi arriva così per poi passare alle compagnie di operette, dove debutta con successo nel 1928, in qualità di comico-grottesco sotto la direzione di Achille Maresca

Serata all'«Apollo»

Il terzo tempo, quello che segna il passaggio dall'operetta, all'avanspettacolo e al varietà — con la decadenza della prima ed con il nascere di questo — è una storia un po’ più lunga che può essere scandita in dieci anni di lavoro, di successi e di insuccessi. Fu l'Apollo di Roma — oggi al suo posto vi è un rispettabile e modernissimo «ridotto» teatrale — quello che decise il successo di Totò allora nella compagnia di Nanda Primavera. Durante quella tournée Totò andò ad abitare in una stanza d'affitto al 164 di via dei Serpenti. La finestra della sua stanza dava proprio su Piazza della Madonna de' Monti, una vecchia piazza romana con la grande fontana ed i ra gazzi che giocano a palla. «Era una persona simpatica, ci dice la signora Argentieri proprietaria dell'appartamento, che allora conobbe Totò. Era molto cordiale e mi ricordo sempre la serata d'addio che dette con Nanda Primavera. Qui in casa non si passava più per i fiori. Ma è stato con noi soltanto quindici giorni, poi è partito e a allora l'ho rivisto solo cinema».

1929 Il Paradiso delle donne 00 L

Nanda Primavera, l'Apollo, e la piccola stanza all'ultimo piano di una vecchia strada di Roma, rimangono così i ricordi legati ad un Totò che ancora combatteva la sua battaglia per affermarsi. Poi venne il successo, la rivista, specie nel dopoguerra, le sue famose, meravigliose soubrette, i suoi quaranta film.

Il primo film di Totò risale al 1936 (2) ed il suo titolo era: «Fermo con le mani». L'ultimo, per il quale aveva da poco stipulato il contratto, doveva essere girato insieme a Femandel ed il titolo era: «La legge è Ia legge». Ora gli occhi di Totò vedono soltanto ombre. I riflettori del palcoscenico e quelli dei teatri di posa hanno colpito a fondo la sua vista. Totò non si è mai risparmiato, ha dato al lavoro tutto se stesso. Ed ora egli desidera guarire per poter tornare al suo lavoro.

Forse più dei sulfamidici o delle altre mille medicine che saranno messe a sua disposizione, servirà a guarirlo il desiderio di rivedere i colori della sua Napoli ed il volto della sua gente. Qualcuno andrà a cantargli sotto la finestra i versi di «Malafemmena» o di «Dincello mamma mia» o di «Pe' vint'anne» o «Casa mia», le canzoni che principe De Curtis ha dedicato alla sua Napoli

Ivano Cipriani



NOTE

  • (1) Antonio de Curtis nacque a Napoli il 15 febbraio 1898, come si evince dall'atto di nascita.
  • (2) Il film "Fermo con le mani!" fu distribuito nel gennaio del 1937.

Il-Paese  Ivano Cipriani, «Il Paese», 8 maggio 1957