Per centosettanta poveri cani la provvidenza si chiama Totò

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La patetica storia comincia con la tragica morte di una brava donna che aveva salvato dalla camera a gas una trentina di randagi; ora il generoso intervento del principe-attore ha risolto felicemente una situazione disperata.

Roma 24 dicembre, notte.

La storia dei centosettanta cani di Totò cominciò da un fatto di cronaca. Il 3 giugno 1960, alle sette di sera, la signora Mariolina Mariani, di cinquantadue anni, da Vignando, accese una candela nella sua abitazione del villaggio di San Francesco, a quindici chilometri da Roma, e cominciò a preparare in' una vecchia pentola la zuppa per i suoi « trovatelli ». Mariolina aveva raccolto e salvato dalla camera a gas del canile comunale una trentina di cani randagi e infermi, catturati fra Roma ed Ostia. Li teneva in casa; badava a curarli; a poco a poco ne aveva conosciuto gli umori, i caratteri, le bizzarrie. Diceva ai vicini che « erano le sue creature».

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Le vesti in fiamme

Mentre la zuppa era quasi pronta, la candela cadde a terra; appiccò il fuoco al leggero vestito che Mariolina portava. La poveretta si mi. se ad urlare e a chiamare aiuto. I cani, animosamente, cercarono di liberarla con i denti dai brandelli di stoffa ardente. Non ci riuscirono. Uìio degli animali, il più coraggioso, si produsse una brutta lesione ad un occhio.

Quando Mariolina Mariani arrivò all'ospedale, era tutta una piaga. Mori la sera stessa. Nella casetta del villaggio di San Francesco, sorto per dare alloggio ai senzatetto, rimase a piangere Angelo Riccardi, un manovale sessantenne, nato a Mestre, che per nove anni aveva vissuto con Mariolina. « Dove finiranno i nostri cani? — si chiedeva smarrito Riccardi. — Adesso che Mariolina non c’è più ed lo debbo andare a lavorare ogni mattina, chi preparerà loro la zuppa? ». I trenta bastardi lo guardavano con gli occhi smarriti, temendo di dover restare un’altra volta senza padrone.

Qualcuno parlò a Riccardi di Elide Brigada. Era un’infermiera cinquantenne, venuta a Roma da Stradella ventotto anni fa. Si era condannata a vivere in una casupola dalle parti del Forte Boccea, a tredici chilometri da Roma, per non dividersi da trentotto cani racooltl per la strada, quando la notte tornava dal suo servizio in ospedale. Elide era sola. Una volta, tanti anni prima, s’era innamorata di un medico romeno, che voleva sposarla. Quando il dottore, israelita, era stato costretto a fuggire da Roma per scampare alle leggi razziali, aveva affidato all'infermiera un volpino fulvo. Elide non se ne separò più, nemmeno quando progettò di sposarsi con un altro giovanotto, che morì combattendo in Jugoslavia.

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Quel cagnolino diventò per l’infermiera, che cominciava a mettere i capelli grigi, l’unico ricordo della giovinezza perduta. Cominciò a trascinarsi dietro cani infangati, scheletriti, azzoppati, quando tornava dall’ospedale. Nel giro di pochi mesi la sua casa di via Berengario fu traboccante di randagi. Gli inquilini del palazzo protestarono. « O via le bestie — dissero — o via l'infermiera ». Elide trovò un pezzo di terreno e una casetta sulla via di Forte Boccea, tra Roma e il mare. Pensò che i suoi cani sarebbero stati benissimo in campagna. Andò in banca; ritirò tutti i risparmi messi insieme durante tanti anni di lavoro; prese in affitto casa e terreno; vi trasferì i suoi randagi. Una notte che s’era addormentata con un braciere acceso, sarebbe morta asfissiata dall'acido carbonico, se «Jack», un mezzo spinone nero, non l’avesse trascinata all’aperto.

Angelo Riccardi andò a trovare Elide Brigada; le parlò del cani lasciati da Mariolina. Dopo tre giorni, i «trovatelli» della donna morta bruciata erano insieme agli altri in via di Forte Boccea. Successe che Elide, dato fondo ai risparmi, si trovò in estreme ristrettezze. Non sapeva come uscire da una situazione come quella in cui s’era cacciata, con tutti quei cani da sfamare. A poco a poco, i «trovatelli» eran divenuti quasi settanta.

Fu a questo punto che comparve una mattina, nel canile il principe Antonio de Curtis. Totò era accompagnato da Franca Fai dini. Si lasciò abbondantemente sporcare dalle zampe dei cani il bel vestito «principe di Galles»; accarezzò il muso del più petulanti; distribuì biscotti ai malati; udì la storia di Mariolina, morta bruciata da una candela, e di Elide Brigada. rimasta senza un soldo per amore del bastardi sottratti alla camera a gas. Alla fine disse: «A questi cani ci penso io».

La fine di Dick

Tornando a Roma, Totò parlò alla Faldini di « Dick ». Era un lupo impareggiabile che l’attore aveva avuto per dieci anni durante il periodo migliore della sua carriera artistica. « Dick » mori nel 1958, mentre Totò aveva gli occhi malati e si temeva per la sua vista. La Faldini gli tenne nascosta per molti giorni la fine del cane. Quando Totò seppe che il suo « Dick » l’aveva lasciato, si chiuse in un silenzio pieno di malinconia, Qualche volta Franca lo sorprese mentre recitava a bassa voce la poesia patetica che ai bei tempi aveva composto per il suo lupo. Quando entrò in casa « Peppe » un barboncino nano della Faldini, Totò, se lo incontrava, faceva finta di non vederlo. Pensava che avesse rubato il posto del suo « Dick ». Una sera « Peppe », colpito da cimurro nervoso, fu sul punto di morire. Totò entrò per caso nella stanza in cui il barbone agonizzava. « Peppe » ritrovò le ultime forze; si rizzò faticosamente in piedi sulle zampe vacillanti; sembrò che volesse salutare con un addio definitivo il padrone, che non l’aveva mai accarezzato. Totò si chinò sulla cuccia; battè con la mano sulla testa di «Peppe»; gli disse sottovoce: «Fai li bravo, Peppe chè guarirai». Infatti, miracolosamente, il barboncino si salvò.

Dal giorno della visita alla casetta di Forte Boccea, i cani di Totò, come tutti li chiamano, sono diventati centosettanta. Li assistono la Brigada, Riccardi, l’antico compagno di Mariolina, e un giovanotto di ventisette anni, Fiorenzo Spinetta, veronese, che imparò ad amare le bestie nel circo equestre di suo padre. Ogni mattina il veterinario Vincenzo Mascia va a curare i cani che «marcano visita » o che stan facendo cure per rimettersi in gamba. Ogni tanto, qualche signora in vena di cinofilia va al canile comunale, libera una decina di randagi sul punto di essere soppressi; li porta nel canile di Totò; non si fa più vedere. Così i «trovatelli» dell’attore crescono di numero.

C’è Jimmy, che l’altro giorno è stato adottato dalla contessa Mimi Queirolo, figlia del medico che per tanti anni curò la famiglia reale. Jimmy un giorno, senza una ragione plausibile. fu cacciato di casa dai padroni; tornò dieci volte da loro; altrettante fu accolto da una scarica di bastonate; stette tre mesi senza abbaiare; Totò credette che qualche malvagio gli avesse stroncato le corde vocali; invece Jimmy stava zitto per timore di essere ancora messo sulla strada. Riabbaiò un giorno in cui il veterinario gli fece un po' male pulendogli le orecchie con un batuffolo di bambagia.

«Aiutate i trovatelli»

Leone, invece, scampò tre volte alla camera a gas. Nascondeva il muso fra il pelo dei compagni morenti; cercava di respirare il meno possibile; lo ritrovavano sempre vivo e stordito in mezzo al mucchio del morti. Gli stessi guardiani del canile finirono per fargli la grazia. Romoletto, un cucciolo bianco e nero, trovato dietro una siepe, è stato allevato da una lupa, cui hanno messo il nome di Roma. C’è un pastore tedesco che appartenne ad un signore anziano il quale lo aveva addestrato a far la guardia all'automobile, quando il padrone si allontanava. Il signore morì. Gli eredi regalarono alla svelta la bestia ad un valentuomo; questi mise il cane nella propria vettura; giunto dinanzi al primo tabaccaio, scese per comperare le sigarette; non potette più ripartire; il pastore non lo conosceva; non voleva farlo salire; si regolava come al tempo in cui era vivo il padrone. Buscò tante bastonate che rimase cieco. Prelevato dal canile comunale, dove finì, solo adesso comincia a percepire qualche barlume di luce.

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Totò passa tutte le ore libere fra i suoi centosettanta cani. Li conosce ad uno ad uno; sorveglia gli ultimi lavori per la tinteggiatura in celeste dei canili di legno; bada che le cucine per la confezione del rancio, che ha fatto costruire, siano sempre pulite; quando il lavoro di attore glielo permette, assiste alla visita medica. I suoi protetti han finito per consolarlo della perdita di « Dick ». Oggi, in via dei Monti Parioli 4, dove abitano l’attore e la Faldini, si è ufficialmente costituita la «Società dei cani di Totò ». Un quaderno, rilegato in pelle, si è coperto di firme seguite dalle cifre delle offerte. «Aiutate i miei trovatelli — ha detto il principe agli amici — se lo meritano. Sono brave persone e non danno disinganni ». Poi è corso a via di Forte Bocoea dove aveva da far conoscenza con un nuovo ospite, zoppo e spelacchiato, che due ore prima era stato sottratto alla camera a gas.

Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 25 dicembre 1960


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Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 25 dicembre 1960