Principi dappertutto, anche al cinema

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Basta aprire un giornale e soffermarsi sulla cronaca mondana per leggere un'infinità di nomi preceduti da titoli che vanno da quello di barone a quello di principe. C’è da credere che la maggioranza di noi sia composta da aristocratici di sangue blu. In realtà non è così perchè i nobili veri — e non quelli che corona e titolo se lo sono dati da soli — sono pochissimi. In Italia, per esempio, soltanto gli appartenenti a ottomila famiglie. Tra questi ce n'è uno al quale spetta nientemeno che il titolo di Altezza Imperiale, e che è indicato sul libro d’oro della nobiltà italiana come Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio, di Giuseppe, di Luigi (Napol.) Principe, Conte Palatino, Cavaliere del S.R.I., Nobile, Altezza Imperiale.

Quell’Altezza Imperiale appartiene a un attore noto ormai a più di una generazione, che sulla scena e sullo schermo risponde al nome di Totò. Un attore che riesce a far ridere, ma anche piangere, con la sua maschera efficacissima, vestito di poveri abiti se non addirittura di miseri stracci.

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Poi, quando le luci dei riflettori si spengono e Totò si ritira in camerino, avviene il. miracolo. E’ come se struccandosi egli si liberasse completamente del personaggio che ha vissuto pochi minuti prima, come se togliendosi il cerone e i costumi rinunciasse alla parte che non è la sua per interpretarne un’altra, quella di un signore distinto, serissimo, dal carattere chiuso e un po' amaro, come è spesso chi rton ha avuto una vita facile.

Chi ha visto Totò sulla scena difficilmente può immaginare il Principe de Curtis. Se ci sono due personaggi differenti, sono proprio questi. In comune hanno soltanto la mobilità di espressione e il gusto per la battuta pronta, spiritosa, acuta.

Avere interpretato novanta film è indubbiamente un record, specialmente in Italia. Eppure di tutto questo lavoro svolto nei teatri di posa, al Principe de Curtis, quando entra in casa, non rimane attaccato neanche il ricordo. L'attore rimane fuori della porta, ed è quasi impossibile sentir parlare il Principe de Curtis di cinema, di soggetti, di sceneggiature.

Se gli si dovesse costruire intorno un ambiente ideale, si dovrebbe ricorrere a sfondi e personaggi di un passato non troppo remoto, quando ancora ci si cambiava per il pranzo, si aveva il gusto della conversazione raffinata e brillante, si indossava il frak con disinvoltura, senza apparire ridicoli o troppo inamidati, e lo stile liberty imperava nell'arredamento e nella moda.

Al twist, preferisce le canzoni sentimentali, anche se nel film che ha appena finito di girare una delle scene più divertenti è proprio quella in cui balla un twist. Il suo mezzo di trasporto preferito è il treno, seguito dall’automobile, purché non corra troppo. Nessun produttore è ancora riuscito a fargli prendere l'aereo. «Per quanto riguarda le persone che volano, io sono rimasto a Icaro — confessa. — Per me, da allora, non hanno inventato più niente». Le sue amicizie sono pochissime, e sempre le stesse da anni. Se capita di incontrarlo sulla Costa Azzurra, mentre conversa, in un francese del tutto personale, con conoscenze fatte cinque minuti prima non c’è da ingannarsi. Il Principe de Curtis ha il gusto dell’osservazione e coglie dal contatto diretto con i suoi simili quegli spunti che Totò fa rivivere nei suoi personaggi.

Recitare, per lui, è come respirare. Quando, alcuni anni fa, fu colpito da una grave malattia alla vista alcuni medici pensarono di prescrivergli il riposo assoluto. Ma poi si accorsero che quel riposo era per lui più dannoso che salutare, e gli permisero di tornare al lavoro. Subito Totò incominciò a riprendersi, e da allora lascia il set soltanto venti giorni l’anno, per le vacanze d’estate.

Chi come lui ha l’arte nel sangue e un sangue blu, è il regista Luchino Visconti, appartenente a quella che viene definita, nel mondo dello spettacolo, «La Grande Famiglia» da quando anche i nipoti, Marco prima e Eriprando poi, si sono dedicati alla regìa.


Sempre nell’Elenco Storico della Nobiltà Italiana, sta scritto: Visconti di Modrone Luchino, di Giuseppe, di Giulio, Lombardo, nobile dei Duchi di Grazzano, nobile dei Duchi, Conte di Lonate Pozzolo, Signore di Corgeno, Consignore di Somma, Consignore di Cren, Consignore di Agnadello, Patrizio Milanese, Don.

Dotato di un gusto raffinatissimo e di una cultura eccezionale, Luchino riesce a fare di ogni commedia e di ogni film una sua creazione. C’è chi gli rimprovera la sua smania di perfezione; ma è una critica, questa, che rivela una punta di invidia. Visconti affronta il proprio lavoro con una serietà che rasenta la religione. Logico, quindi, che pretenda il massimo impegno non solo dagli attori, ma da tutti i collaboratori, operai compresi.

Burt Lancaster, interrogato da alcuni giornalisti durante la lavorazione del film «Il Gattopardo», a chi gli domandava un suo parere su Visconti, ha risposto: «E’ molto meticoloso, gira lentamente, si perde in dettagli». Ma forse Lancaster, come tutti gli attori americani che vengono a lavorare da noi, era venuto in Italia con l’idea di girare un film all'italiana. I registi italiani hanno fama di persone geniali e tolleranti, che non pretendono dagli attori la ferrea disciplina vigente negli studi hollywoodiani. Questo lo sanno tutti. Solo che Visconti è diverso. Per Visconti dirigere un film significa creare qualcosa in cui ognuno sia ima voce del coro. Che poi l’attore sia un umile pescatore, come accadde ne «La terra trema», o un grosso nome come Lancaster, premiato con l’Oscar e con la coppa Volpi, come accade per «Il Gattopardo», è la stessa cosa. E se reputa che per ottenere una certa atmosfera occorra provare e riprovare, arrivando a girare un mese intero, nello stesso salone, la medesima scena, come ha fatto per la sequenza del ballo de «Il Gattopardo», non c’è nessuno che riesca a fargli cambiare idea.

Ma quando un film di Visconti esce, il dettaglio da lui creato con tanta meticolosità si fonde talmente bene con il resto che l’orchestrazione è perfetta ed è impossibile trovarvi una stonatura.

Abituato a vivere in un ambiente elegante e raffinato, dove si respira cultura ed eleganza da sempre, sarebbe assurdo pretendere da lui la improvvisazione (che il più delle volte è solo sciatteria o freddo mestiere), o il cattivo gusto (che molti sono portati a confondere con l’estrosità). E non vuol dire se i suoi personaggi si muovono negli stupendi saloni di «Boccaccio 70» o negli scantinati di «Rocco e i suoi fratelli». La sua firma c’è sempre, inconfondibile.

Si racconta che i produttori siano ricorsi, ultimamente, a un piccolo trucco. Convinti che la scelta di Visconti cada per partito preso sugli oggetti e le cose che costano di più, avrebbero ordinato di cambiare i prezzi sui campionari che gli vengono sottoposti prima della costruzione di una scena. Un esempio. Si devono ricoprire alcune poltrone. Vengono inviati a Visconti campioni di tessuti di qualità scadente ma col prezzo segnato maggiorato. Ma è una storiella che convince solo chi non lo conosce. Perchè la verità è die Luchino ha una tale esperienza, anche in questo campo, da riconoscere un tessuto al buio, semplicemente toccandolo.

Sulla prestigiosa strada di Luchino vorrebbe avviarsi suo nipote Eriprando, per gli amici Pràndino, anche lui regolarmente compreso tra i nobili dell'Elenco Storico. Giovane, alto, bello, dal profilo tipico dei Visconti, Prandino ha sempre avuto una enorme fortuna con le donne, per molte delle quati — attrici, dame dell'aristocrazia, straniere — vederlo e innamorarsi di lui è stato tutt'uno.

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La sua recente prova, a Venezia, come regista, ha avuto un certo successo. C'è chi l’ha addirittura salutato come «uno Stendhal della macchina da presa», tanto è rimasto colpito dalla sua «Storia milanese», un film in cui Prandino ha trasferito molte delle sue esperienze di ragazzo «bene», le sue sensazioni, la sua maniera di amare e di sentire.

Seguendo l’esempio di Luchino, si è servito di una arredatrice eccezionale: la contessa Castelbarco, una di quelle donne che fanno notizia per la raffinatezza, oltre naturalmente che per il nome e le ricchezze. Luchino, nel suo «Gattopardo», ha affidato lo stesso incarico alla Principessa Domietta Hercolani, una delle signore più belle e più chic della società internazionale.

Abbiamo parlato di un attore e di un regista, entrambi celebri, che hanno il proprio nome sull'albo d'oro della nobiltà italiana. Proseguendo la ricerca sull'albo della nobiltà francese troviamo Jean Sorel, che in realtà si chiama Jean de Combaud de Roquebrune, nobile di Marsiglia. Aveva 21 anni, un fisico d'atleta, un viso simpatico, aperto e pulito, quando fu costretto a cambiare nome per entrare nel cinema senza dispiacere troppo ai suoi, che avrebbero voluto farne un diplomatico, secondo una antica tradizione di famiglia. Oggi ha 27 anni, ed è così noto nel cinema che sono in molti a conoscerlo solo come Sorel. A parlare al pubblico di de Combaud si rischierebbe di sentirsi chiedere: «Ma chi è?».

Sorel vive talmente per il cinema che anche la moglie se l’è scelta in quell'ambiente. Lui e Anna Maria Ferrerò formano una delle coppie più simpatiche dello schermo. Hanno una casa a Roma e una a Parigi, si amano molto e non si perdono mai di vista. Anna Maria non ha esitato a lasciare Cinecittà e a rinunciare a molte offerte in teatro — Garinei e Giovannini, per esempio, l'avrebbero voluta nella loro nuova rivista «Rugantino» — per seguire il marito in Francia, a Napoli, a Madrid, dove lui è continuamente impegnato a interpretare le sue parti di ragazzone sorridente, giovane, bello.

Meno giovane, meno bello, anche se sempre sorridente, un altro nobile ha cercato un po’ di notorietà nel cinema. Ma, al contrario di Sorel, lo ha fatto sfruttando unicamente il proprio nome. Si tratta questa volta di uno spagnolo, don Jaime de Mora y Àragon, ribattezzato in Italia «Fabiolo». C'è chi lo definisce «imbarazzante» per la sua famiglia, chi ne fa invece un martire del nome che porta. In realtà è un uomo dotato di una certa vena ironica, anche se della sua ironia non fa il migliore degli usi.

Potrebbe sembrare una favola di altri tempi o la storia di un film. Una principessa è costretta a fuggire dal proprio paese perchè guerra e cambiamenti di governo la spingono a cercare altrove pace e tranquillità. Per sette anni moglie di uno dei più nobili della sua terra, prima di partire, divorzia perchè ha bisogno di vivere la propria vita. In un altro paese qualcuno la vede — bella, giovanissima, intelligente, parla perfettamente sei lingue — e le offre di fare il teatro. E in quel momento nasce la stella Nadia Gray, che dal mondo ovattato della nobiltà passa alle scene e agli schermi italiani, francesi, tedeschi e inglesi.

Era giovanissima quando, in seconde nozze, sposò il Principe Cantacuzeno, uno. dei più bei nomi della Romania. Fuggita in Francia nel '46, si trovava da Balmain per scegliere un vestito, quando entrò Noel Coward, il commediografo inglese, che ricercava l'interprete francese per una sua produzione che stava mettendo in scena. Vedere la rumena e decidere di sceglierla come protagonista, fu questione di un attimo.

Al teatro seguì il cinema, anche in Italia. Fu Camerini a volere Nadia nel suo «Moglie per una notte», con Gina Lollobrigida e Gino Cervi. Fellini, poi, le affidò una parte ne «La Dolce Vita»: la signora dello spogliarello. Nadia è una donna ricca di charme. In lei si fondono intelligenza, cultura e soprattutto educazione. Forse anche per questo non è riuscita a imporsi come avrebbe potuto. Alle amicizie di pretta marca filmistica, infatti, preferisce quelle degli intellettuali. Non che sia una snob, però. E' soltanto una donna abituata a un certo ambiente, dal quale non è riuscita a staccarsi del tutto. Un ambiente, del resto, in cui alcune attrici sono entrate volentieri, dimenticando la macchina da presa.

Il caso più clamoroso è quello di Grace Kelly. Oggi Grace è più principessa delle principesse nate. Diligente, scrupolosa, posata, svolge il suo ruolo con l'impegno che la distingueva quando interpretava i films di Hitchcock. Una leggera nostalgia per Hollywood ha avuto vita breve. I doveri del suo rango Iranno richiamata immediatamente all'ordine, e quello che avrebbe dovuto essere un ritorno all’arte è stato soltanto un divertente motivo di chiacchiere e di pettegolezzi, in una corte che ha tutta l’aria di essere terribilmente noiosa, ma dove lei si inquadra a perfezione...

Meno compresa del proprio ruolo, anche perchè in compagnia dei grandi nomi dell’aristocrazia si annoiava irrimediabilmente, Rita Hayworth non riuscì invéce a essere all'«altezza di un'altezza», perdendo così l'amore del suo terzo marito, quel favoloso principe Alì Khan, che doveva in seguito perire tragicamente e che non fece niente per nascondere la delusione, quando si accorse che l'«atomica» Rita era una donna alquanto noiosa. Rita, del resto, ha avuto fortuna breve anche nel cinema.

Perchè se nel cinema è facile, a volte, farsi un nome, difficile diventa mantenersi all'altezza della propria fama. Quelli che ci riescono sono i veri attori, ai quali può capitare non solo di riscuotere l'ammirazione dei critici e del pùbblico, ma addirittura di ricevere per la loro arte un attestato di nobiltà, come è accaduto a Laurence Olivier e a Alee Guiness, nominati baronetti dalla Regina d'Inghilterra.

Vanna Riccardi


Sogno  Vanna Riccardi, «Sogno», n.11, 11 ottobre 1962