Franca Faldini: «Totò si diventa, signori si nasce»

Totò Franca

1987-04-11-Il_Mattino

«Mi vide per la prima volta sulla copertina di un settimanale. Nonostante i trentatrè anni che ci dividevano, sono stata felicissima accanto a lui. Era un solitario, un introverso. Non amava il mondo del cinema, e detestava il suo personaggio»: l’uomo De Curtis, nel ricordo di Franca Faldini, sua compagna per 15 anni.


Dell’ultimo giorno di Antonio, il giorno dei suoi funerali, mi è rimasto il ricordo di una grande folla, il rumore di un applauso assordante nella chiesa del Carmine, a Napoli, e un senso di grande amarezza. Certo, oggi le emozioni sono meno violente, ma allora quel rito mi colpì molto: produttori, attori, registi e letterati che in vita lo avevano snobbato, lo riscoprivano di botto grande amico e grande attore, una perdita incolmabile... che disgusto. Fu una cerimonia molto all’italiana e "cinematografica”, come un film di gangster degli anni Venti, con le corone listate a lutto, il corteo, il compianto pubblico. Uno spettacolo pirandelliano.

1955 Franca Faldini 000 Alcor L«Sono andata solo due volte sulla sua tomba. Non credo alla sacralità dei cimiteri. Anche nella cappella di famiglia, a Roma non vado mai. Non ce n’é bisogno. Le persone che ci sono state care, credo, non ci abbandonano del tutto, in qualche modo ci restano sempre intorno e allora a che vale la visita più o meno rituale ad una tomba? Ma da Antonio non sono più andata soprattutto perché, alla mia seconda visita, il custode mi comunicò che i familiari avevano cambiato la serratura. La stessa cosa capitò a Edoardo Clemente, il cugino di Antonio una persona straordinaria che gli aveva fatto da segretario e consigliere e che lì al Pianto, aveva sepolto suo padre... Poi, un giorno mi chiama l’allora sindaco di Napoli, Valenzi, per dirmi che la cappella De Curtis stava andando in pezzi e bisognava prendere un provvedimento. Ma io, che cosa potevo fare? Ora ho saputo che la tomba è la più fiorita tra quelle degli «uomini illustri» del vecchio cimitero, curata da mani anonime e amorevoli come lo furono le sepolture di Di Giacomo, Caruso... Mi fa piacere e non mi meraviglia. Totò è sempre stato un beniamino del pubblico, un benefattore della risata e la gente gli è grata per le ore di serenità, per i distillati di buon senso che dispensava attraverso le sue storie grottesche. Totò è un personaggio mitico, una favola.

«In realtà Antonio era un uomo triste e molto umano, si portava dietro i ricordi di un’infanzia difficile, da figlio illegittimo e senza mezzi, l’odore del cavolo in mezzo alle scale e l’umido alle pareti di case vecchie, il chiacchiericcio pettegolo delle vicine sul ballatoio stretto e lungo e i giochi con i compagni scugnizzi giù in strada. Per questo il suo rapporto con la vita era così reale.

«Solitario, introverso, di modi cortesi e di poche parole. Così era Antonio. Non si rideva mai, in casa, altro che comicità. Qualche battuta gli scappava guardando la tv, la sera, e questo era tutto. Le nostre giornate a Roma erano molto «borghesi». Lui aveva conservato i ritmi e i tempi del teatro: si alzava di solito a mezzogiorno e girava per casa istupidito come se fosse l’alba. Se non lavorava, riprendeva vigore verso le cinque del pomeriggio; se lavorava, pretendeva per contratto di cominciare alle due. Da quell’ora fino alle otto era capace di recuperare la mezza giornata persa e produrre come e più di un attore abituato a stare sul set dalle prime ore del mattino. Non lo accompagnavo quasi mai al lavoro, mi sembrava un’abitudine un po’ ridicola e lui era d’accordo. Al momento della cena ci ritrovavamo a casa, insieme. Guardavamo qualcosa in televisione, specialmente i «gialli», i suoi preferiti, e poi gli leggevo i giornali. Antonio non amava la narrativa ma era un appassionato lettere di quotidiani. Gli piaceva la cronaca e diceva che se non avesse fatto l’attore sarebbe stato un buon poliziotto, curioso della gente ed impiccione com’era. Qualche volta, dopo cena, veniva a trovarci un raro amico. Mai personaggi del cinema, però. Antonio non amava quel mondo così come detestava Totò. ”Il principe De Curtis è il magnaccia del burattino” diceva. ”Ma, senza l’attore il principe non potrebbe farsi nemmeno un uovo al tegamino”. Così ogni volta lasciava gli abiti di scena, il ”fracchescissè e la trombetta da bersagliere, in camerino e rivestiva i panni del nobiluomo. Logico che nella vita ”vera” i "cinematografari” non ce li volesse. Casa nostra era frequentata da pochissimi amici: il conte Gaetani di Torre del Greco, il conte Fabrizio Sarazani di Roma e l’avvocato Eugenio De Simone.

«Nobili, nobiltà. Quanto gliene hanno dette, pover’uomo. Ma lui prendeva seriamente il nome ottenuto con tanta fatica e solo quando era bell’e adulto. Del resto, principe lo era davvero, discendente dalla famiglia Griffo Focas Commeno di Bisanzio, come è scritto nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana. Antonio era orgoglioso del suo titolo e lo portava con maggiore dignità di tanti nobili di nascita. Ma è falso dire che sbadierasse il blasone e tenesse a distanza il prossimo; pacato, introverso, ironico com’era incuteva piuttosto una specie di naturale soggezione.

«In vacanza andavamo sempre a Saint Tropez perché i francesi non lo assillavano per troppo amore e ognuno, si sa, ha piacere a coltivare la sua privacy. Passavamo il nostro tempo in barca, un Cris Craft battezzato Alcor come la costellazione, ci portavamo da mangiare, gettavamo l’ancora in una caletta e restavamo a sentire il gracchiare delle cicale, a fare i bagni e a prendere il sole. E parlavamo. Molto, di tutto. Avevamo un bellissimo rapporto paritario, pieno, completo. Io malgrado i 33 anni di differenza che ci dividevano, sono stata felicissima accanto ad Antonio.

«Quando ci siamo conosciuti avevo vent’anni ma ero molto più matura della mia età. Convivere con un padre ebreo ai tempi dell’occupazione tedesca mi aveva fatto crescere in fretta, e non in modo spensierato. Insomma, ero giovane e vantavo già un ”vissuto”. Antonio mi vide per la prima volta sulla copertina di ”Oggi”, in una foto scattata al ritorno df tin viaggio negli Stati Uniti. C’ero andata per dimenticare un amore infelice, come si usava allora nelle buone famiglie. Amica di Errol Flynn e di sua moglie Patricia Wymore, (li avevo conosciuti in Francia ed ero stata damigella d’onore al loro matrimonio) visitai gli stabilimenti della Paramount e divenni attrice per. caso, scritturata da un produttore colpito dal mio fascino ”esotico”. Accettai la sua offerta solo perché mi permetteva di restare ancora lontana dall’Italia. Ma del cinema non me ne importava niente. Quando abitavo a Roma, vicino a via Veneto, me lo avevano proposto anche Zampa e De Sica e avevo risposto picche. Ero ben consapevole di abbaiare sullo schermo.

«Abbiamo avuto dei momenti belli, tristi e anche tragici, come ogni coppia. Spesso la gente pensa che vivere con un attore significhi stare sotto una campana di vetro. Macché. Io ero una donna, una compagna vera, non un soprammobile in casa De Curtis. Stargli accanto non è stato facile, ma il ménage non è stato piatto, banale, di quelli che avviliscono. Sposarci no, io non l’ho mai voluto sposare. Antonio me lo ha chiesto tante volte, anche poche ore prima di morire. Ma la cosa più logica era andare avanti così, giorno per giorno. Ci dividevano 33 anni, il nostro rapporto poteva finire da un momento all’altro e non sarebbe stato un pezzo di carta a renderlo più saldo. Io conoscevo il suo carattere sospettoso, la sua innata paura del ridicolo, lui conosceva la mia voglia di libertà. La nostra storia è andata avanti serena proprio perché vissuta neH’improvvisazione, nel timore reciproco di poterci perdere, nel desiderio, e non nell’obbligo, di stare insieme.

«Morto Antonio ho consegnato alla famiglia tutte le sue cose, i mobili, i soldi, i gioielli della moglie e mi sono cercata un lavoro. Ho cominciato a fare traduzioni dall’inglese per il cinema ma non è stato facile. Chi prima bivaccava a casa nostra, come Carlo Ponti, tanto per fare un nome, a poco a poco prese le distanze da me e da quello che rappresentavo. Poi Vittorio Caprioli mi presentò ai funzionari della Longanesi, feci un esame e mi inserii nel mondo dell’editoria a pieno ritmo. Dopo sono venuti gli articoli per riviste e settimanali e un po’ di radio. Da qualche anno ho lasciato le traduzioni, anche perché scrivere i libri sul cinema italiano con Goffredo Fofi, fare centinaia di interviste, mi ha preso moltissimo tempo.

«Oggi sono sposata con un uomo della mia stessa età, Niccolò Borghese, un nobile che lavora, si dà da fare ed è perfettamente inserito nel suo tempo. Una persona molto in gamba. Lo dimostra il fatto che mi lacia parlare a ruota libera di un compagno della mia vita di venti anni fa».

Franca Faldini, scrittrice, giornalista, per 15 anni compagna di Antonio De Curtis, in arte Totò.

Titta Fiore


Il Mattino Titta Fiore, «Il Mattino», 11 aprile 1987