Ieri, oggi e domani è sempre Totò

Totò Malattia

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A oltre vent’anni dalla morte, il grandissimo comico napoletano continua ad affascinare il pubblico di ogni età: così, ogni volta che se ne celebra il ricordo con una rassegna di film, milioni di spettatori vi assistono entusiasti. Per loro, è in uscita un disco, l’antologia storica delle canzoni di Totò corredata da foto e disegni per lo più inediti. E infine un regalo ai tanti ammiratori dell’attore: un articolo, scritto di suo pugno 40 anni fa, dove racconta una serie di aneddoti legati alla sua vita privata e artistica.

«Si lasci servire, ho fatto tre anni di militare a Cuneo!»: è una delle più famose frasi pronunciate da Totò, esattamente nella celeberrima scenetta del vagone letto.«Si lasci servire, ho fatto tre anni di militare a Cuneo!»: è una delle più famose frasi pronunciate da Totò, esattamente nella celeberrima scenetta del vagone letto. Ebbene, sono ormai tanti anni che ci «lasciamo servire» da Totò e non possiamo lamentarci, anzi. Ogni volta che ci accostiamo a un suo film — il che accade spesso, fortunatamente — il grande attore ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo fatto di una comicità unica, irresistibile e irripetibile. E, quando ci lascia, siamo sempre più allegri.

Ma l’allegria non è solo nostra, se è vero che il ciclo attualmente in programmazione su Italia 1 l’ennesimo dedicato al principe della risata, è seguito da una media di 3.500.000 spettatori: un successo, se si pensa che si tratta di film «passati» molte volte sul piccolo schermo e che il mercoledì è il giorno deputato agli incontri di calcio che hanno un ascolto altissimo.

Un successo, lo speriamo, sarà forse l'antologia storica delle canzoni di Totò curata da Vincenzo Mollica, giornalista del Tg1 e profondo conoscitore dell’argomento: Totò non è stato solamente l’autore di «Malafemmena», ma anche di meno celebri — ma non per questo meno belle — canzoni. L’album, inoltre, contiene tutti i testi, fotografie e tanti disegni, alcuni dei quali corredano questo servizio. Un'opera sicuramente preziosa. Ogni volta che si parìa di Totò si rischia di ripetersi, di cadere nel banale, può essere pericoloso. Ma è impossibile agire diversamente. Lasciatevi servire...

Vittorio Mentana, «Sorrisi e Canzoni TV», n.50, 11-17 dicembre 1988


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Un’avventura della mia vita? È una parola! Io non ho fatto niente, io non aggi' avuto niente! Non ho vissuto molto, non ho mai avuto nemici, non ho avuto una carriera troppo difficile, non mi è mai capitato nulla... però, adesso che ci penso... Ma no, è una cosa troppo seria; ne parlarono pure i giornali, a quei tempi. La Castagnola, poveretta, era innamorata di me: una passione di quelle! Roba e’ pazzi, vi dico. Faceva la ballerina e si lavorava insieme; una sera — chissà perché — ero di cattivo umore e, come dire, non sono stato proprio gentile con lei; ma niente di straordinario, eh, le ho detto solo che mi lasciasse in pace e che non ne avevo voglia. E mi ha lasciato in pace sul serio, anche troppo! Un tubetto di Veronal: morta. E chi l’avrebbe immaginato? Manco p’a capa!...

Uh, questo è carino, così vi faccio stare allegri. Dimentichiamo le malinconie e facciamo un po’ di strada all'indietro: ero giovane allora e soldato semplice, semplicissimo. Mi avevano assegnato al ventiduesimo di Pisa e, quindi, distaccato a Pescia con un reparto della Croce Rossa. Il rancio lo ricordo ancora: brodo che sembrava acqua, pasta che sembrava colla per attaccare gli avvisi e carne che faceva concorrenza alle suole dei nostri scarponi. Allora, un giorno, sapete cosa faccio? Giuoco sull'equivoco! A Pescia, dico, chi mi conosce? Vado dal barbiere, mi faccio fare la tonsura come un seminarista e corro subito in trattoria. Là ci stava un amico mio al quale avevo già raccontato tutto. «Buonasera, reverendo — mi dice — si accomodi, si accomodi. Vedrà che qui si trova bene; ho già pensato io a raccomandarla al padrone». Quello, intanto, vede le mostrine rosse e mi piglia sul serio per un prete. «Quale onore, reverendo!», e mi prepara uno di quei pranzi!

Con lo sconto pure, per un riguardo al pastore di anime. Tutto era andato bene, capite?, e perché non dovevo seguitare ad approfittarne? Tirai avanti così per un pezzo, qualche volta pagando, qualche volta accettando con molto sussiego gli inviti che mi venivano fatti. Finché un giorno scoppiò la tragedia. Mi ricordo ancora che stavo mangiando una cotoletta (le cotolette, infatti, erano la specialità della trattoria) quando entrò un ometto vestito in grigioverde. Sul taschino sinistro portava una croce rossa. Un cappellano militare! E, neanche a farlo apposta, mi viene incontro; gli hanno detto che c’è un sacerdote e, naturalmente, lo vuole conoscere.

La cotoletta non mi va né su, né giù; vorrei giustificarmi, ma non riesco a spiaccicare due parole. Il reverendo, forse, ha capito tutto; ma, intanto, la voce arriva al comando di reggimento. Il resto ve lo lascio immaginare!

Capitolo secondo: trasferimento da Pisa a Genova. Viaggiavo in uno scompartimento riservato alla truppa, alla bassa forza, per intenderci; a un certo momento mi viene il ghiribizzo di passare nello scompartimento vicino. Madonna santissima! Che figurina e... che gambe! Le teneva belle distese sul sedile di fronte: le calze di seta e le scarpe che parevano appena uscite dal calzaturifìcio. Era bella? Mistero. Una sciarpa le copriva il viso.

Ditemi che cosa avreste fatto al mio posto. Facendo finta di niente ho cominciato ad accarezzarle le gambe; e quella ci stava, capite?, uh, come ci stava! Ormai ero lanciato: non ricordavo più di indossare una divisa e di pascolare abusivamente in un territorio che il sergente maggiore ci aveva particolarmente proibito. Ero già entrato, direbbe Carolina Invernizio, nel vortice dell'avventura. «Come faccio — pensavo — quando arriviamo a Genova? Le darò un appuntamento». Intanto cercavo di realizzare il più possibile perché non c’era tempo da perdere; l’alba si annunciava dal finestrino e Genova non doveva essere più troppo distante. San Gennaro mio! Non sapevo più cosa pensare: quella, ormai, si era lasciata accarezzare tutta, e cosa aspettava a togliere la sciarpa?

Adesso, a tanti anni di distanza (ma lo ricordo ancora come se fosse stato ieri) penso che se non l’avesse più levata avrei potuto conservare un’illusione: racchia, racchia in una maniera spaventosa! Aveva i baffi e il naso a uncino: Dio, che spavento! Mai più avrei immaginato una cosa simile. Anche questa volta non c’era che un sistema: tagliare ingloriosamente la corda. Tanto più, capite?, che quella ci aveva preso gusto ed era diventata aggressiva. Mi fanno ridere i romanzieri, quando parlano delle avventure di viaggio!

Totò, 1940


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Vittorio Mentana, «Sorrisi e Canzoni TV», n.50, 11-17 dicembre 1988