Liliana de Curtis: «Però non venne al mio matrimonio»

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Liliana De Curtis da Johannesburg dove gestisce un ristorante ricorda il padre.


«Eccezionale. É stato un padre eccezionale. Ho la casa piena di foto sue, il ristorante pieno». Al telefono, la voce chiara e decisa. interrotta ogni tanto dal sibilo della teleselezione, conserva un leggero accento romanesco. «E certo, ci sono nata e cresciuta, a Roma...». Eppure da Roma Liliana De Curtis, l'unica figlia di Totó, se n'è andata diciannove anni fa.

1951 Liliana de Curtis Matrimonio Liliana De Curtis 02 L«Mi ero separata dal mio primo marito, Buffardi, avevo un altro uomo e in un Paese moralista e ancora senza divorzio le cose non erano tanto semplici. Cosi ce ne siamo venuti qua...».

«Qua» sta per Johannesburg, Sud Africa. A tentare, insieme con Sergio Anticoli, prima il commercio nel campo dell’abbigliamento e poi, visto che le cose non quadravano, in quello della ristorazione,

- Lei, cioè, decise di mettersi a gestire un ristorante.

«Proprio. Pensai che, invece di piangere sul latte versato, tanto valeva darsi da fare con un lavoro che conoscevo bene...

- Chi le ha insegnato a cucinare?

«La nonna paterna, Anna Clemente, una vera buongustaia di 120 chili. Sono cresciuta con lei e da piccola restavo per ore a guardarla trafficare tra i fornelli. Così ho imparato i segreti della gastronomia centro-meridionale».

- Quando ha aperto il locale?

«Nell'agosto del '73. É stato un inizio piuttosto duro. Dovevo fare tutto da sola, cucinare e insegnare ai miei collaboratori di colore, ma "Il Rugantino" ha ottenuto presto un gran successo, soprattutto tra i componenti della comunità italiana. Poi, qualche anno fa, mi sono trasferita a Montecarlo».

- Perchè?

«Per cominciare a riavvicinarmi all’ Europa. Ho lasciato tutto in piedi a Johannesburg, mio marito ha fatto la spola tra l'Africa e la Costa Azzurra, ma è stata un'avventura molto complicata. Montecarlo è uno splendido paese di villeggiatura, ma lavorarci non è proprio l'ideale. Non si trova il personale, la vita è carissima... Insomma, alla fine siamo tornati al di qua dell'equatore e abbiamo aperto il "Meo Patacca", un nuovo locale nella zona rsidenziale, appena fuori città».

- Ha risentito io qualche modo della diffìcile situazione politica del Sud Africa?

*Be' giornali e televisione non ne fanno cenno e a noi problemi razziali non risultano. So, per la verità, che ci sono conflitti tra le tribù indigene ma da quando sono arrivata non ho mai toccato con mano situazioni "incandescenti". Sugli europei, posso dire che, in nessuna occasione, discriminano la gente di colore e che la comunità italiana non ha avuto difficoltà, almeno per ora. A me, i ragazzi della cucina mi chiamano addirittura mamma! Il dramma è che in Sud Africa sono in vigore leggi vecchissime, da modificare. Mi auguro che le cose si sistemino civilmente, come è giusto, per vivere e lavorare in pace».

- Signora, lei batte spesso sul tasto del lavoro. Eppure, alla morte di sdo padre, si era parlato di un' ingente eredità...

«Non era certo una cosa di miliardi. Vede, mio padre ha lavorato tutta la vita ma ha anche mantenuto tanta gente, compresa me. Dopo la sua scomparsa, chi ha voluto conservare un certo tenore di vita ha dovuto rimboccarsi le maniche. Io l’ho fatto. Ho cominciato a lavorare a 36 anni e non ho più smesso. Se esiste un aldilà, da questo punto di vista papà potrà essere soddisfatto di me: in fondo, ho cercato, di seguire il suo esempio».

- Quali sono i momenti «privati» del rapporto con suo padre che le tornano pià spesso alla mente?

«Tante cose, tanti gesti affettuosi. Come quando mi accompagnava alla porta di casa, la sera, e ogni volta mi raccomandava di coprirmi il collo, come se fossi una bambina. “Accumuogliete", diceva "che prendi freddo»

- Il suo primo matrimonio, invece, vi allontanò.

«Ah, si, lui non era affatto contento ma io, testarda, a 18 anni mi sposai lo stesso. Papà, per tutta risposta, non venne alle nozze e non mi rivolse la parola per mesi. Ne soffrii moltissimo, però tutto si risolse con la nascita del mio primo figlio. Allora ridiventò un genitore e un nonno adorabile».

- Vi vedevate spesso?

«Si. Fino a quando ha recitato in teatro, l'ho seguito spesso nei debutti. E negli ultimi dieci anni, nel periodo più acuto della malattia agli occhi che lo ha allontanato dalle tavole del palcoscenico, ho passato parte delle vacanze con lui e Franca Faldini».

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- Quanto ha inciso su di lei la separazione dei suoi genitori?

«Certo non è stata una cosa piacevole, ma devo dire che entrambi hanno fatto in modo che io non ne risentissi: non li ho mai sentiti litigare, non ho mai assistito ad una scenata e ho sempre mantenuto ottimi rapporti con entrambi Anche con Franca andavo d'accordo e devo riconoscere che per mio padre è stata una compagna perfetta».

- Vi siete più frequentate, dopo la morte di suo padre?

«Solo un paio di volte, poi ci siamo perse di vista».

- Si aspettava che Totò avrebbe avuto un successo così costante a vent'anni dalla scomparsa?

«Io si, e anche lui. Diceva sempre che solo dopo morto avrebbero riconosciuto in pieno il suo talento».

- Quali sono, secondo lei, i motivi che lo rendono ancora oggi tanto caro al pubblico?

«Se l'arte non si discute, era soprattutto il lato umano di Totò ad affascinare la gente. Papà era un trascinatore di folle, aveva un carisma straordinario che si avverte anche attraverso lo schermo. Per questo i giovani lo amano».

- Com’era l'uomo Totò?

«Chiuso, introverso e un po' timido. In mezzo alla gente non si sentiva a suo agio. Solo sul palcoscenico, rincuorato dal calore del pubblico, ritrovava se stesso, e per questo preferiva il teatro al cinema».

- E l'attore Totò?

«Aveva una comicità tragica che esaltava tutti gli aspetti della vita».

- Lei conserva le cassette dei film di suo padre?

«Ne ho una sessantina. Vorrei tanto trovare la "Mandragola" di Lattuada e “Le streghe" con la Mangano, ma qui non è semplice».

- Pensa mai di tornare in Italia?

«Intanto, da due anni a questa parte vengo ogni estate, anche se per poco. Ma lei forse vuol sapere se desidero finire i miei giorni a casa... Si, vorrei proprio morire in Italia».

Titta Fiore, «Il Mattino», 11 aprile 1987


Il Mattino Titta Fiore, «Il Mattino», 11 aprile 1987