Totò non rideva mai

Totò

1987 04 11 Il Mattino intro3

Totò lontano dalla scena e dal set era un uomo molto riservato Forse era l’impegno intellettuale che spendeva sul lavoro a renderlo per i familiari e gli amici una persona misurata e laconica.


In privato, e cioè nella vita di ogni giorno, nessuno può vantarsi di averlo visto mai ridere, e forse neppure sorridere. Vero è che un più o meno accentuato atteggiamento di tristezza accompagna, sempre, la personalità interiore di chiunque abbia fatto della comicità o dell’umorismo la propria professione, ma è altrettanto vero che Totò, al di fuori della scena o lontano dal set era un uomo talmente riservato o, nella migliore delle ipotesi, talmente compassato, da far pensare che chissà quale tormento lo assillasse. È accertato, storicamente vorrei dire, che la maggior parte di quelle esilaranti battute che fecero la fortuna dei suoi film, furono ideate e anzi improvvisate da lui, e non dagli sceneggiatori; ma forse era proprio l’ impegno intellettuale che spendeva nella creazione di quelle battute a ridurlo, per se stesso, per i familiari e per gli amici, estremamente misurato e magari anche laconico.

1965 Antonio De Curtis 022 LNon parlava mai del suo lavoro, nei rapporti quotidiani con la gente. E sappiamo quanto gli uomini di spettacolo siano, in genere, egocentrici e come, nelle conversazioni private, si abbandonino volentieri alle elencazioni dei propri successi passati e dei propri impegni futuri. A differenza della maggior parte degli altri attori, insomma, Totò una volta completata la giornata di lavoro voleva essere il signor De Curtis. Anzi, il principe De Curtis. E se qualcuno, magari per cortesia, incontrandolo gli diceva: «Ieri l’ho vista in un film», oppure «L’ho vista al, teatro», lui tagliava corto e si allontanava in fretta.

Con rammarico, quasi con disperazione, non esitò a raccontare un emblematico episodio di cui fu protagonista per non dire vittima. «Abitavo in una bella casa di viale Parioli dove, tra gli inquilini, c’erano un cardinale e un ambasciatore. Ogni volta che mi incontrava, il portiere mi salutava con tanto di “eccellenza”, facendomi profondissimi inchini. Poi una sera si fece coraggio. “So che voi” mi disse “siete un attore molto applaudito. Mi piacerebbe sentirvi, una volta”. Gli procurai due posti per quella sera stessa. Il giorno dopo, incontrandomi, non solo non mi salutò, ma mi rise in faccia. Da allora non fui più per lui una persona rispettabile, ma un saltimbanco».

Quella della nobiltà, tutto sommato, era l’unica mania di Totò e su di essa si è molto scherzato; fin troppo, anzi, e talvolta anche ingenerosamente. Le ricerche araldiche che Totò fece compiere negli archivi di mezza Europa e i giudizi che sollecitò a vari tribunali italiani per farsi riconoscere una dozzina e più di titoli nobiliari, nonché la discendenza dagli imperatori di Bisanzio, costituivano, a ben guardare, una sorta di compensazione a quella che era stata la modestia, sicuramente mortificante dei suoi natali.

I tempi oggi sono cambiati. L’espressione «figlio di NN» oggi non compare più su nessun documento anagrafico. La figura della «madre nubile» oggi è pressoché scomparsa, e comunque le «ragazze madri» di oggi godono, anche sul posto di lavoro, di diritti pari a quelli delle madri «sposate», e, infine, nessuno si sogna di additarle come immonde peccatrici. Ma nel 1898, quando Totò nacque (era il 15 febbraio, e al numero 109 di via Santa Maria Antesaecula fu notato solo l’arrivo trafelato di una «mammana»), certe cose avevano la loro importanza. Dal certificato di nascita risultò che era nato un Antonio Clemente, di Anna Clemente e di «NN». Un «figlio della colpa», secondo la mentalità dell’epoca. Solo nel 1911 la signora Anna Clemente venne regolarmente sposata dal principe (decaduto) Giuseppe De Curtis e solo allora, quindi, Totò potè chiamarsi De Curtis e non Clemente. Ma il ricordo dell’incertezza anagrafica che circondava la sua nascita gli pesò a lungo; anzi gli pesò per sempre. Nel 1933 riuscì a farsi adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Che gli trasmise, dunque, anche i suoi titoli nobiliari. Negli anni successivi, fin quasi alla morte, si battè per farsene riconoscere altri. Una volta messo in chiaro queste cose, credo che ci sia poco da ridere sulla piccola mania nobiliare di Totò.

Lui semmai, lui sì che aveva il diritto di ironizzare su questa mania. E lo fece. Non tanto, forse, quando sostenne che sua moglie (la prima moglie, Diana Rogliani, sposata nel 1931 e che gli darà una figlia, Liliana) vantava il predicato nobiliare di «Santa Croce), ma quando conferì, e sempre senza sorridere (lui che sarà definito «il principe del sorriso») il titolo di barone al suo cane lupo e quello di visconte al suo pappagallo.

Queste, forse, furono le uniche concessioni che Totò fece a quello che potremmo definire il suo umorismo privato. Per tutto il resto, visse in maniera esemplarmente appartata. In casa, Totò parlava sempre a voce bassa. Lui che era così esplosivo sulla scena, esigeva che i familiari non pronunciassero mai parole spinte, lui che dallo schermo ne diceva di tutti i colori, si comportava in maniera estremamente compita con i domestici; il campanello elettrico, in capo al letto, lo teneva solo per bellezza, ma in realtà non lo adoperava mai, nè permise mai che qualcuno gli pulisse le scarpe. Iniziava la giornata segnandosi devotamente e la concludeva, recitando le preghiere; andava a messa quasi ogni domenica e, ogni volta che ne avvertiva il bisogno, si confessava è si comunicava.

Vizi? Soltanto quello del fumo: ottanta é anche novanta «Turmac» al giorno. La gola? Mangiava al massimo una minestrina, e il colmo della buona tavola era rappresentato, per lui, da un piatto di pasta e fagioli. I passatempi? Lo studio dei neologismi venuti ad arricchire la lingua italiana nei primi vent’anni di questo secolo e la lettura della cronaca nera dei quotidiani. Al cinema non andava mai e non perchè volesse snobbare i suoi colleghi, ma per paura di sorprendersi poi, involontariamente, ad imitarne qualcuno dei più bravi. Spendeva pochissimo, insomma, per sè; e se mai sborsò del danaro fu per curare l’arredamento della casa, che arricchiva di mobili francesi e veneziani, di quadri 'dell’Ottocento e di ceramiche cinesi, giapponesi e di Capodimonte.

L’uomo che per se stesso era parsimoniosissimo, quando invece doveva favorire il prossimo firmava assegni bancari con la stessa facilità con cui rilasciava autografi. Le opere di bontà compiute da Totò sono in effetti innumerevoli e divennero quasi leggendarie, a Roma. Basterà ricordare che ogni mattina, appena usciva di casa, distribuiva ai poveri diecimila lire in biglietti da mille ciascuno; e ciò avveniva negli anni Cinquanta e Sessanta, quando, cioè, diecimila lire erano davvero una somma considerevole. Ma a parte gli atti quotidiani di bontà, Totò nel 1960 si appassionò a un’ opera per l’assistenza ai cani randagi. Aiutato da un veterinario le spendendo 45 milioni fece costruire un moderno e attrezzatissimo canile, tutto dipinto di celeste, che chiamò «Ospizio dei trovatelli» e in cui vennero curati esattamente 245 carni.

L’incontro con Franca Faldini, avvenuto nel 1952, quando lei ;aveva appena vent’anni, rappresentò un autentico motivo di vita per Totò, ormai da tempo separato da Diana Rogliani. Malgrado fra loro corresse una differenza di trentatrè anni, l’amore divampò fortissimo; in Franca, Totò aveva trovato - quello che cercava in una donna: un carattere e delle abitudini, cioè, del tutto opposte alle sue, ma una totale disponibilità a cambiare e a modellarsi su di lui. A Totò piaceva stare in casa, la sera, mentre lei avrebbe preferito andare a ballare; tuttavia, per amore di lui, stava in casa.

Così per i viaggi: un sedentario Totò, una potenziale globetrotter lei, ma lei, per amore, accettava di non muoversi da Roma. Per farla contenta, Totò comprò uno yacht ma siccome non aveva molta dimestichezza col mare, lasciava che in navigazione vi fosse solo l’equipaggio; lui, poi, in compagnia di Franca, raggiungeva lo yacht nei vari porticciuoli, in treno o in macchina.

«Ho paura, devi capirmi», si giustificava; e anche i viaggi terrestri aveva in sospetto: montava sui treni tenendo a portata di mano, in una valigia, la maschera antigas, e Franca paziente, fingeva di paventare anche lei l’asfissia. Viaggi in aereo Totò in vita sua non ne fece mai e Franca, solidale, rinunciò all’ebbrezza del volo. Il 12 ottobre 1954, in una clinica di Roma, Franca diede alla luce un bimbo, Massenzio. Purtroppo, poche ore dopo il bimbo morì. Per giorni e giorni Totò rimase immobile in casa. Fu un dolore immenso, per lui. Ma i giorni difficili non erano finiti. Nel 1957 Totò fu colpito da una malattia a un occhio. Si riprese, dopo lunghe cure e l’anno seguente potè tornare perfino al lavoro cinematografico. Ma si muoveva, ormai, con difficoltà.

Come aveva desiderato, con tutte le sue forze, una «patente» di nobiltà, ora ne desiderava una culturale. Apprezzati da milioni di spettatori, i film di Totò erano snobbati dalla critica; gli intellettuali (con rare eccezioni, fra cui Cesare Zavattini) non erano mai riusciti a rendersi conto dell’immenso talento di quel napoletano dalla «mascella deragliata»; e ora Totò voleva che finalmente la cultura si accorgesse di lui. Fu per questo motivo che, nel 1966, accettò la proposta di Pier Paolo Pasolini: un ruolo per lui assolutamente inconsueto, in «Uccellacci e uccellini». Per Totò, fino a quel momento, la cultura era identificabile in canzoni, come «Malafemmina», o in poesie, come «’A Livella». Con l’aiuto di Pasolini, si sentì in pace anche con l’Arte.

Ma quella già stava là. Dissipata, sciupata, sminuzzata in cento film diretti, molto spesso, da registi non in grado di afferrare quale fosse la tempra del loro protagonista. Eppure, proprio attraverso quei film, l’Arte di Totò sopravvive. Così come è entrata nel mito la figura umana di Antonio De Curtis, napoletano di vecchio stampo.

Vittorio Paliotti


Il Mattino Vittorio Paliotti, «Il Mattino», 11 aprile 1987