Carlo Ludovico Bragaglia: «Totò, una marionetta che ignorava la sua grandezza»

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1992-04-15-Il_Mattino

Il ricordo di Carlo Ludovico Bragaglia che lo diresse in sei film: da «Animali pazzi» a «47 morto che parla». Dice il regista: «Era un magnifico talento naturale, un gran signore, un galantuomo» La mania della nobiltà, il rapporto con i colleghi e con le donne, la malinconia.


Totò non è un attore. Non è una maschera. È una splendida marionetta», dice con voce sicura Carlo Ludovico Bragaglia, classe 1894, regista di sei film di Totò. Lui, il principe de Curtis lo conosceva bene. Anzi fu uno dei primi a intuirne lo straordinario talento, a volerlo protagonista nel mondo del cinema. «Animali pazzi», la seconda prova cinematografica di Totò, porta infatti la firma di Bragaglia ed è datato 1939.

- Come nacque, Bragaglia, il vostro sodalizio artistico?

«Dalla grande ammirazione che tanto io che il mio illustre fratello Anton Giulio nutrivamo nei suoi confronti. Vedendolo recitare sui palcoscenici dell’avanspettacolo ci venne l’idea di utilizzare e valorizzare la sua vis comica in occasioni più importanti».

1950 Carlo Ludovico Bragaglia 100 L- E arrivò «Animali pazzi»...

«Sì, e poi vennero , in ordine sparso, “Totò cerca moglie”, “Figaro qua, Figaro là”, “ Le sei mogli di Barbablù”, “Totò le Mokò”, che parodiava il celebre film con Jean Gabin, e “47 morto che parla”, dall’omonima commedia di Ettore Petrolini. Insieme con “Animali pazzi”, realizzato su un soggetto di Achille Campanile, ritengo questi ultimi due i miei lavori più riusciti».

- E tra i film di Totò che non sono stati girati da lei, quali preferisce?

«Per esempio “Yvonne la nuit”, “Guardie e ladri”, “Totò cerca casa”: in poche parole, quei titoli che nell’esilità della trama introducono un elemento sentimentale, o drammatico. Alla Charlot. La grandezza di Charlie Chaplin, infatti, sta proprio nell’aver saputo utilizzare al meglio la miscela di comico e patetico. Ecco, mi viene in mente “La febbre dell’oro”, dove dietro l’umorismo del protagonista che addenta una scarpa spunta il dramma della fame».

- Esistono più affinità o più differenze tra la comicità di Totò e quella di Charlot?

«Chaplin ha realizzato pochi film, attribuendo però a ciascuno di essi il giusto valore. Totò, viceversa, accettava di tutto con facilità, riteneva che bastasse la sua presenza ad assicurare il successo. E aveva ragione: il pubblico era entusiasta e riempiva le sale. Ma il consenso troppe volte andava a discapito della qualità. Se Totò ha commesso un errore, è stato quello di farsi influenzare da una pletora di piccoli produttori che vedevano nella sua
arte solo la certezza del guadagno».

- Invece...

«Invece, se avesse avuto più fiducia nella propria grandezza, Totò avrebbe dovuto senz’altro rifiutare quei film “indegni” di lui. Questo non significa, naturalmente, che la sua meravigliosa bravura non sia stata capace di emergere anche dalla mediocrità in cui lo hanno coinvolto gli affaristi del cinema di quei tempi e i cattivi consiglieri».

- L’uomo Totò: com’era?

«Un gran signore. Gentile, affabile, di modi e di sentimenti raffinati. Si comportava come il principe che con tanta tenacia aveva rivendicato di essere».

- Gli costò molte ricerche quel titolo nobiliare...

«... E tante di quelle cause! Teneva moltissimo alle sue origini altolocate. Ne era quasi maniaco. Ricordo quanto tempo impiegò, con l’aiuto del conte Saraddani, per trovare il ritratto di un suo avo...».

- Totò e le donne.

«Un galantuomo anche in questo campo. Corretto, amabile, in certi casi perfino timido...».

- Ma se aveva fama di essere un gran «tombeur de femmes»...

«Certo non era insensibile al fascino femminile. E del resto, chi avrebbe potuto resistere, tanto per citarne una, alla bellezza prorompente di un’attrice come Silvana Pampanini? Però “Malafemmena” non era dedicata a lei, come comunemente si crede. Totò scrisse quella canzone per la moglie Diana, una donna di bellezza straordinaria, incantevole ancora oggi che ha superato i settant’anni».

- Ci sono tanti aneddoti sulle abitudini professionali di Totò: si sa che aveva conservato gli orari del teatro e che si rifiutava di girare prima delle due del pomeriggio...

«È vero, arrivava tardi, ma era disciplinatissimo. Non leggeva mai il copione. Chiedeva: "c’aggio ’a fa’?" Che devo fare? Io gli dicevo le battute della scena e subito dopo giravamo. In genere il primo ciak era quello buono. Totò era abituato al palcoscenico, dava il meglio di sè quand’era stimolato dall’applauso del pubblico. Ed anche sul set le risate dei macchinisti e della troupe lo galvanizzavano. Non gliele facevamo mai mancare».

- E la famosa spontaneità di Totò, la sua arte dell’improvvisazione?

«Vera anche quella. Antonio non eseguiva mai a puntino le indicazioni del regista: cambiava di posto, modificava le battute, seguiva l'estro del momento. Poi, durante le pause, si chiudeva nel suo camerino. Diffide strappargli un commento, una battuta: nella vita privata, senza la maschera del comico, Totò era l’uomo più triste che abbia mai conosciuto».

- Come definirebbe, in una parola, il talento di Totò?

«Dico subito come non lo definirei: Totò non è un attore in senso tradizionale perché non trasforma se stesso fino ad annullarsi nel personaggio; non è una maschera, se intendiamo quest’ultima come un “tipo” ben definito: Pulcinella, Arlecchino, Pantalone e cosi via. E piuttosto una sublime marionetta che punta molte delle sue carte su gesti snodati, occhiate irresistibili, movenze ritmate, come se fosse trascinato da un filo invisibile».

- Chi sono, a suo parere, gli eredi artistici di Antonio de Curtis?

«Non ce ne sono. Il grande attore comico rappresenta un unicum. La sua arte è irripetibile. Govi è Govi. Keaton è Keaton. Chaplin è Chaplin. E Totò è Totò. Sempre e comunque. A prescindere». 

Titta Fiore


Il Mattino  Titta Fiore, «Il Mattino», mercoledi 15 aprile 1992