Totò, genio puro come Keaton e Charlot

Toto-Arbore

1992-04-15-Il_Mattino

In quel ghigno tragicomico si specchia la doppia anima di una città nobilissima.


Difficile per me dire qualcosa di nuovo su Totò. Totò è sempre stato uno dei miei punti di riferimento, soprattutto per quanto riguarda quella piccola fetta di umorismo che mi sono portato dietro dai tempi della radio fino a oggi. In tempi non sospetti ho confessato di essere innamorato della doppia maschera di Totò: la sua eccezionale vis comica conviveva, anzi, coincideva con la sua vis tragica. Facendo arrabbiare qualche critico togato mi sono azzardato a dire che forse il principe Antonio de Curtis è stato il più grande attore che abbiamo avuto in Italia. Attore nel senso completo della parola, non solo comico: anche nelle commedie, anzi soprattutto nelle commedie - non c’è quindi bisogno di tirare in ballo il Totò serio di «Uccellacci e uccellini» -Totò sapeva essere insieme comico e tragico. Prendiamo ad esempio «Miseria e nobiltà» o «Arrangiatevi!», in cui Totò sa inventarsi indimenticabili performance a metà strada tra la comicità più irresistibile e i toni tragici.

1928 Antonio De Curtis 071 LDovendo sintetizzare, potrei dire che Totò è la Napoli che piace a me. Napoli, si sa, è una città discussa. II neocittadino napoletano Renzo Arbore è da sempre uno strenuo difensore di una Napoli classica, nobile e nello stesso tempo popolare, di una Napoli ridanciana ma anche seria, di una Napoli rispettosa delle tradizioni ma contemporaneamente proiettata nel futuro.

Totò incarna quest’anima di Napoli, probabilmente meglio e con maggiore completezza di tutti gli altri grandi artisti partenopei. In Totò, anche quando fa lo scarpa-riello in «San Giovanni decollato», compare sempre la straordinaria dignità del popolo napoletano.

La sua è la maschera più guitta che mai sia uscita da Napoli, la maschera di un signore con una bombetta, i pantaloni a «zumpafùosso» e il collo storto, la maschera di un poveraccio che non perde mai la sua grande dignità. È per questo che, in qualsiasi momento della sua produzione, Totò riassume la Napoli che mi è cara.

Si pensi al suo approccio con i potenti, a partire dalla semplice genialità di una frase come «siamo uomini o caporali?»: poche ed efficaci parole che valgono un lungo discorso. E ai numerosi episodi in cui si confrontava con l’autorità costituita: gli bastava guardare con occhio vagamente sfottente gli arroganti in divisa per dipingerne la vacuità, la stupidità. Non è una capacità tipica del napoletano, questa?

Prendiamo poi il rapporto di Totò con le donne: nei suoi film, tranne rarissimi casi, mostra sempre una grandissima ammirazione, ma anche un grande rispetto, per le donne, perché ogni donna rimane pur sempre una mamma. E la mamma, a Napoli, è sacra.

La Napoli che piace a me emerge anche nei magnifici gag tra Totò e Peppino, in quella strana relazione tra padrone e subordinato: un rapporto di sfottò, è vero, ma di sfottò affettuoso, che trabocca amore sempre, anche quando Totò si diverte alle spalle di Peppino nella maniera più feroce, schiacciandogli, per esempio, le dita tra due sedie a dondolo.

Mi piace la concezione che Totò aveva della nobiltà. Proprio lui che dava tanta importanza ai titoli nobiliari e aveva ricercato a lungo quello di principe, ha saputo dipingere con lucidità le due facce della nobiltà, amandola quando significava tradizione e buone maniere, ironizzandoci sopra quando rappresentava grettezza, reazione e avarizia. Chi non ricorda le scene tra Peppino fratello nobile, ricco e tirchio e Totò nobile decaduto?

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui Totò è cosi amato: ha rappresentato l’anima più nobile di Napoli, città che può essere pagliaccia quando vuole ma, nel momento giusto, sa essere seria, dignitosa e generosa, proprio come Totò è sempre stato. Sul set come nella vita.

Renzo Arbore


Il Mattino  Renzo Arbore, «Il Mattino», mercoledi 15 aprile 1992