Tutte le mattine sotto casa di Totò una fila di poveri

Totò animali

1992-04-15-Il_Mattino

La proverbiale bontà dell’attore ispirò Zavattini e De Sica. Non sapeva iniziare la giornata senza fare un’opera di bene come pagare l’abbonamento in trattoria a una vecchietta o finanziare la costruzione di un moderno canile. Ma tanta generosità a volte fu ricompensata con tradimenti.


Fra i giornalisti, gli scrittori e gli uomini di cultura, il primo ad interessarsi di lui fu Cesare Zavattini. Ciò accadde nella prima metà degli anni Trenta, quando Totò capeggiava una compagnia di avanspettacolo. E fu proprio dall’intellettuale Zavattini che ottenne le prime recensioni, tutte entusiastiche, peraltro. Ma non è tutto. Cesare Zavattini, approfondendo la psicologia del personaggio, anzi della persona, scorsi in essa una tale straordinaria carica di bontà da prenderne lo shunto per un romanzo. Fu pensando al napoletano Antonio De Curtis che Cesare Zavattini scrisse quel romanzo che intitolò, appunto, «Totò il buono», dal quale Vittorio De Sica ricaverà il film «Miracolo a Milano».

1961 Toto 031 Canile LEcco un aspetto poco noto, o poco sottolineato di Totò. In genere gli attori, anche se non tutti, sono caratterizzati da parsimonia, pienamente spiegabile del resto in chi non può contare su introiti sicuri. Parsimoniosissimo per se stesso Totò, invece, quando si trattava di aiutare il prossimo, firmava assegni con la stessa facilità con cui firmava autografi. Le opere di bontà compiute da Totò sono innumerevoli e, a Roma, divennero quasi leggendarie. Ogni mattina, appena usciva di casa, Totò distribuiva ai poveri, per abitudine, diecimila lire in biglietti da mille ciascuno: e non si dimentichi che ci riferiamo a trenta, quarantanni fa, quando il potere di acquisto della moneta era ben superiore a quello di oggi. Sparsasi, nel quartiere, la voce di questa consuetudine dell’attore, i mendicanti, ora pratici dei suoi orari, arrivavano molto per tempo nella speranza di essere i primi della coda, sotto il portone di Viale Parioli: spesso Totò, nascosto dietro una persiana, si sganasciava in matte risate assistendo ai patteggiamenti degli accattoni per un’equa spartizione della somma, o alle loro dispute per la conquista di un posto in fila. Andò malauguratamente a finire che, in una seduta di condominio, gli inquilini del caseggiato, scocciati dal vocìo dei postulanti, aggiungessero un nuovo articolo al regolamento: era fatto obbligo al custode di tener lontani dal palazzo tutti gli importuni. II giorno in cui la clausola entrò in vigore, Totò porse diecimila lire al suo autista: «Prendile tu, io non so iniziare la giornata prima di aver regalato qualche cosa».

Sparito dunque il capannello dei poveri, Totò ogni mattina, prima di uscire per il lavoro, volle dedicare un’oretta alla compilazione dei vari moduli di conto corrente che gli pervenivano da orfanotrofi, istituti religiosi, ospedali. Inoltre, non negava mai un piccolo vaglia a quei suoi ammiratori che gli scrivevano enumerandogli le loro traversie. Scorse una volta, in quartiere Prati, una vecchietta la quale, sull’uscio di una caserma, attendeva che le gettassero un po’ dei residui del rancio in un barattolo di stagnola. Si commosse, Totò; portò con sé la vecchietta in un ristorante, le fece scegliere cibi prelibati, quindi stipulò un regolare contratto con il proprietario della trattoria: l’anziana donna sarebbe andata lì, ogni giorno, a consumare i pasti. Lui Sarebbe passato, una volta al mese, per saldare il conto. A parte gli atti quotidiani di bontà, l’attore nel 1960 si appassionò ad un’opera per l’assistenza ai cani randagi. Aiutato da un veterinario, e spendendo 45 milioni di lire, fece costruire un attrezzatissimo canile che chiamò «Ospizio dei trovatelli»: esattamente 245 cani vennero amorevolmente curati.

Purtroppo, Totò fu ripagato spesso in malo modo dalle persone che soccorreva. Nel 1955 Totò si soffermò su una notizia comparsa su un giornale: un uomo, còlto in flagrante ed arrestato mentre rubava un pollo, agli agenti aveva dichiarato di aver commesso il furto per somministrare un brodino al figliuolo, ammalato di tubercolosi. Profondamente commosso, l’attore telefonò al suo avvocato di fiducia, Eugenio De Simone, dandogli mandato di assistere il poveretto. La sera stessa in cui riconquistò la libertà, il ladro di polli rubò la valigia dell’avvocato De Simone.

Un’altra delusione l’ebbe da un amico giornalista il quale, versando in stato di disoccupazione, veniva spesso a casa sua a mangiare. «Totò, mi hanno commissionato un articolo. Ma non ho la macchina per scrivere. Mi presti la tua?» gli chiese un giorno il cronista. Con la stessa Olivetti, nuova fiammante, ricevuta non in prestito ma in dono, quel giornalista scrisse un feroce articolo contro Totò. Contro Totò il buono.

Vittorio Paliotti


Il Mattino  Vittorio Paliotti, «Il Mattino», mercoledi 15 aprile 1992