Elegante modestamente lo nacqui

Totò Elegante

2005-Elegante_lo_nacqu

Aveva conosciuto la miseria, quella vera. Ma era nobile dentro prima ancora che per casato: ecco Totò in un ricordo che ha per filo conduttore il suo guardaroba unico.

Continua a insegnarci il rispetto dei veri valori

«Signori si nasce e io lo nacqui, e io lo nacqui, modestamente». Così parlò Antonio de Curtis, principe. Prim’ancora che nobile, gran signore. Tanto in pubblico quanto in privato. Lui che conquistò la sua Napoli a braccetto con Eduardo De Filippo. Lui che sedusse le bellissime (Liliana Castagnola si suicidò quando si sentì abbandonata, Silvana Pampanini barcollò, Franca Faldini camminò al suo fianco per oltre un decennio), lui che conquistò l’ammirazione di Pier Paolo Pasolini e Oriana Fallaci. Lui che fu osteggiato da certa critica, ma eletto Santo per acclamazione popolare e sotto la benedizione di Federico Fellini. Sì, insomma, il grande Totò. Quello che concentrò in una battuta succo e polpa di una vita vissuta dalla polvere all’altare, dal Nadir allo Zenith. Condendo il piatto esistenziale con la nobile dignità di un miserabile (tale lo avrebbe descritto Victor Hugo se Antonio Clemente fosse vissuto in quella Parigi e non fosse invece spuntato dal ventre di Napoli) e la fame cattiva di chi è arrivato all’apice del successo ma non dimentica e, soprattutto, non rinnega il proprio passato.

2005 Elegante lo nacqui f3
A mettersi nei panni di Totò per il fotografo di «Monsieur» è chi ne ha pieno diritto: la figlia Liliana. Che ci ha introdotti nel faraonico guardaroba dell’attore: 160 abiti sartoriali, centinaia di cravatte e un’infinità di accessori, dalle scarpe al fazzoletti da taschino.

Lo spiegò proprio alla Fallaci, che aveva iniziato un’intervista complimentandosi con lui per il suo «volto bizantino». Totò rispose: «Sì, lo so, la mia faccia ricorda quella di certi mosaici di Ravenna. D’altra parte, signorina mia, non c’è da stupirsi, visto che da Bisanzio vengo. Lo dico senza boria poiché col titolo di Altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent'anni. Mi spiego?». In realtà, la frase era ancora più lunga. E si ritrova anche in un vecchio filmato Rai quando, rispondendo a Lello Bersani, diceva: «Dicono che ricordo i mosaici di Ravenna. Che vuole, sono di Bisanzio. Altezza Imperiale. Principe. Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Ufficiale della Corona Italiana, Cavaliere di Gran Croce di Sant’Agata e San Marino. Ma il più bel titolo è stato Totò». Per la precisione nel 1946, al termine di una lunga querelle giudiziaria, gli si riconobbe il diritto di fregiarsi dei nomi e dei titoli di Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, Conte di Cipro e di Epiro, Conte e Duca di Drivasto e Durazzo. Ma, soprattutto, Totò. Un signore, un gentleman, un Monsieur. Ecco chi era il principe de Curtis. Voglio confessare una cosa. La prima volta che ho acquistato questa rivista, sulla quale Franz Botré si ostina a farmi scrivere, fu proprio perché il mio sguardo rimase ipnotizzato dalla copertina dedicata a Totò. Un elegantone, un maestro di stile. Non propriamente un magister elegantiarum, perché lui non aveva la pretesa di insegnare niente a nessuno. O meglio, non ne aveva bisogno. Perché insegnava, e insegna ancora oggi, uno stile di vita, fatto di eleganza naturale e rispetto (valori oggi sempre più rari) a generazioni che anagraficamente non lo conoscono. Testimoniava, in buona sostanza, la differenza che corre tra essere «uomini o caporali».

2005 Elegante lo nacqui f2
Totò bacia la nipotina Diana il giorno del suo battesimo. «Il nonno andava di notte nei vicoli di Napoli e faceva scivolare biglietti da 10mila lire nelle fessure delle porte dei poveri», ricorda lei oggi. A destra, foto ufficiale per la stampa degli anni 40.

Si può parlare in tanti modi del grande Totò. Attraverso le battute dei suoi film, che ancora oggi cadenzano la parlata quotidiana. Attraverso i ricordi di questa marionetta vivente, irrazionale. Di questo magnifico artista donato all’Italietta intera in anni di tanta miseria e poca nobiltà. Risate che Liliana, la figlia, ha sempre portato a prova di un ipotetico, ma necessario, processo di beatificazione del sommo giullare fino agli onori della Santità. E a pensarci bene ha ragione lei. Sì, ci vorrebbe proprio un San Totò, santo protettore degli innamorati...

Ad attendere Monsieur, quella mattina, c’erano donna Liliana, la figlia di Totò che va ripetendo «Siamo tutti figli di Totò». E Diana. La nipote del re della risata. Assente ingiustificato, invece, Antonello, l’altro figlio di donna Liliana che pure, a chiacchierata conclusa, fa capolino per salutare il vecchio amico. E sono proprio le due donne di casa de Curtis a guidare questa scoperta intima, partendo dal loro inesauribile scrigno di ricordi. A iniziare dal leggendario guardaroba del principe: 160 abiti, sartoriali, suddivisi per stagione e per colore. Il suo stile preferito era il principe di Galles. E nessuno dei completi era confezionato («Mio padre non indossava mai uno spezzato se non per andare sullo yacht Alcor», conferma Liliana, «lo ricordo col doppiopetto, il pantalone bianco e la scarpa bianca in crociera»). Un’altra ala dell’armadio era riservata agli altri elementi dell’abbigliamento. Camicie Old Bond Street. Tutte con le cifre e con lo stemma principesco.

Di seta per l’inverno e di lino per l’estate. Scelte personalmente da Totò, che trascorreva lunghe ore davanti alla mazzetta dei tessuti per controllare fin nei minimi dettagli le qualità della lavorazione. Era maniacale nella scelta. «Le camicie, tutte, potevano essere stirate esclusivamente da mamma», dice donna Liliana. Già, la moglie di Totò, una «tosca», come dice la nipote, che da lei ha preso il nome. Diana Bandini Rogliani veniva da Firenze. Totò l’aveva vista a teatro e se nera subito innamorato. Per poco quest’amore non gli fece passare brutti guai con la giustizia per una questione d’anagrafe, ma si sa: l’amore non ha età. E a lei il principe è restato legato per sempre.

2005 Elegante lo nacqui f3
La bombetta Scott of London è quella, inconfondibile, che portava il principe Antonio de Curtis quando, nei teatri o sui set cinematografici si trasformava nel personaggio Totò. Anche l’abito è suo, ed è quello di scena.

Aveva un sarto di riferimento in ogni città: da tutti esigeva sempre il massimo!

Anche se alla figlia ha dato il nome di Liliana, per ricordare la Castagnola. «L’unica che mi abbia veramente amato», disse un giorno il principe, anche se poi visse con l’affascinante Faldini. «Portava spesso il gilet», riprende il discorso Liliana. «Se non era del completo, poteva essere solo giallo scuro o bordeaux, mai a quadretti. E poi le cravatte. Quante cravatte. Centinaia di cravatte. Disposte rispettando cromatismi e disegni, messe tutte sul portacravatte e su un solo livello per poterle scegliere meglio. Voleva così, perché diceva: “Sennò si rovinano”».

Aveva un sogno Totò. Voleva un figlio maschio. Gli capitò Liliana, un fiore. La amò intensamente. Poi, quando diventò nonno di un pargolo, Antonello, sbottò: «’Mbé, era l’ora». Voleva un maschio perché sognava di trasmettergli tutto il suo sapere di vita e stile, abbigliamento, qualità dei tessuti, eleganza. A iniziare proprio dalla collezione di cravatte. E dalle scarpe che si faceva fare da un calzolaio napoletano, ma anche da uno milanese (nessuna griffe, sia chiaro). Da quanto ci teneva a quelle scarpe, se le lucidava da solo. Un’altra mania erano le bretelle, che si faceva spedire dall’Inghilterra. «E poi i fazzoletti da taschino», continua Liliana. «L’ascot, che usava solo in barca, quando vestiva con pan-talone bianco e giacca blu scuro. Poi aveva un cassetto solo per i calzini, tutti col reggicalze. I boxer, antesignani, invece degli orribili mutandoni dell’epoca. E le scarpe, fatte su misura da un calzolaio che aveva la forma del suo piede. Potevano essere un mocassino rigido marrone o nero. O scarpe con i lacci, quelle più eleganti. Solo in estate, a Capri, ne usava alcune di corda e tela, una sorta di espadrillas. Aveva pochi pullover, non li amava. Meglio qualche cardigan più sobrio e con tonalità tenui. Una decina di dolcevita, blu o bianco. E la collezione di cappelli, perché usciva sempre col cappello: Borsalino di feltro a tesa larga in inverno o Panama color panna in estate. Aveva anche la tuba. E sulla scena portava la bombetta Scotts of London. Ma non teneva niente degli spettacoli nel guardaroba privato. E poi aveva un’altra esigenza: la cura maniacale per l’aspetto lo aveva spinto a tenere un sarto di riferimento in ogni città. Magari comprava l’abito a Roma, da Caraceni. Poi però aveva il suo sarto napoletano, il sarto fiorentino. I nomi? Chi li ricorda... Erano tanti».

E poi vuoi che contasse l’etichetta? Per uno come Totò non contava certo il brand. Lui voleva, meglio esigeva, la vera qualità, il fatto a mano. Nessuno poteva prendersi gioco del suo stile. «Ricordo il suo guardaroba nell’appartamento di viale Buozzi, angolo con via Monte Parioli», spiega la figlia. «Una parete intera. Abiti, paltò con revers di pelliccia pregiata, le scarpe tutte in ordine e lucidate. E poi le camicie. Non voleva che nessuno le toccasse. Le cambiava, anche tre volte al giorno. E sceglieva sempre i gemelli da abbinare: ori e argenti, disegni smaltati». «Ho una foto sua bellissima», dice la nipote Diana. «C’è lui dietro tutti i suoi armadi. La porterò a Firenze, al prossimo Pitti Uomo, nello stand di Monsieur». Perché questa cura maniacale del guardaroba? «Perché prima di diventare Totò», ribatte Liliana, «aveva le pezze al culo. Proprio così: le pezze al culo. Ed è chiaro che quando le vicende andarono meglio volle circondarsi subito di cose belle e di valore». Dopo una breve pausa, Liliana rivela un dialogo tra il principe e la moglie Diana. «Totò, non ti sembra di esagerare?», gli chiese un giorno la moglie proprio davanti al guardaroba. «Mia cara, io amo le cose e lavoro come un negro proprio per procurarmele. La vita senza questi sfizi sarebbe un mortorio. E poi non ti sei mai accorta? Io sono un civettone».

E la sua vera eleganza qual è? «Lui stesso. La sua bellezza», continua donna Liliana. «Anche quando non indossava un abito era elegante, come fisico e come portamento. Un uomo nudo può essere terrificante, lui no». «Senza considerare», duetta Diana, innamorata persa del nonno, «che lui aveva un’eleganza innata. Era un principe di Bisanzio, lo era di lignaggio. Ma prima di tutto lo era umanamente, dimostrando così che ogni tanto i nobili sanno pure fare i nobili». Ecco uno spunto per cercare di essere il meno banali possibili. Sì, perché quando si parla di una figura così importante, di un patrimonio dell’umanità, il rischio che corre chi scrive è di scivolare nella retorica, nell'ovvietà, nel voler far sfoggio di una conoscenza eccessiva, narcisistica, che disturba il lettore.

Anche se, confesso, nei confronti di Totò provo una venerazione mistica, con l’occhio della memoria che mi proietta indietro nel tempo nelle giornate assolate di una casa di mare, quando il sole delle due del pomeriggio «faceva male», incollato davanti alle immagini in bianco e nero di un televisore che colorava l’anima e segnava l’umore. Ecco perché considero un privilegio trovarmi in un attico sulla Cassia a gustarmi la tazzulella e’ caffè che donna Liliana ha voluto prepararmi. Ognuno di noi ha una sua memoria di Totò. La lettera di Totò, Peppino e la Malafemmena (Malafemmena, la canzone che lui stesso scrisse, così come fece con le poesie e con l’incommensurabile 'A livella). Oppure San Giovanni decollato, dove una parte la recitò anche Liliana. O ancora Napoli milionaria con Eduardo De Filippo, che divise la propria parte pur di averlo al suo fianco. E l’elenco corre veloce tra Guardie e ladri di Mario Monicelli e L'oro di Napoli di Vittorio De Sica. Tra la scena dell’onorevole Trombetta e i duetti con le donne più fascinose della memoria: le risate di gioia di Anna Magnani e quelle imbarazzate di Mina.

Ed ecco perché rivolgo a Liliana e Diana la domanda più scontata che mi venga a mente: com’è nata l’idea di portare il guardaroba di Totò in giro per il mondo, in una mostra itinerante che contagia Stati Uniti, Francia e Turchia e che presto sbarcherà anche in Cina? «L’idea della mostra», rivela Diana, che ne è la curatrice, «è nata dalle richieste della gente. E allora ti trovi lì centinaia di persone che si fermano davanti alle teche in cui custodiamo il suo smoking di Caraceni, le federe e le lenzuola, tutte con le iniziali ricamate, il cappello del bel Ciccillo, il servizio d’argento da toilette che gli regalò Liliana Castagnola, la macchina fotografica e il binocolo, il porto d’armi e l’araldica. Ma vuoi sapere dove rimango sconvolta? Davanti al suo abito di scena. Perché non è coperto, non è protetto». «Sta lì, sul manichino», s’inserisce Liliana. «La gente lo guarda, lo venera. Non osa toccarlo. Incute amore e rispetto. Più di ogni altro oggetto, più dell’orologio e delle sue lettere autografe».

2005 Elegante lo nacqui f4
Antonio de Curtis dà un tenero bacio in fronte a Diana Bandini Rogliani (qui sopra) (1). L’attore l'aveva vista a teatro quando era ancora giovanissima e se n era subito innamorato: da lei ha avuto la figlia Liliana (l’immagine appartiene all’archivio Giuseppe Palmas).
2005 Elegante lo nacqui f5
Totò in un momento di relax. L’immagine è tratta dal libro «Un principe chiamato Totò - Immagini di vita, quisquilie e pinzillacchere» (Rizzoli, 2004, 144 pagine, 25 euro) e che è stato curato dalla nipote del grande attore napoletano, Diana de Curtis. 

Immagino il guardaroba e obietto che qualcosa mi sfugge. Il mito nasce nei bassifondi di Napoli, in via Antasaecula, al 107, nel quartiere Stella, rione Sanità di Napoli. L’indirizzo della fame, dove ancora oggi i panni si asciugano per strada. Qui rimane fino ai vent’anni. Poi s’inventa artista, lui che viene non dalla commedia dell’arte, ma dall’arte dell’arrangiarsi della napolitanità verace, sopravvive, vivacchia e vive ascendendo fino all’Olimpo. Non frequenta una scuola di buone maniere. Anzi. Appena può scappa pure da scuola per andare a studiarsi la gente in mezzo alle strade. «In gioventù è umiliato e vilipeso dai coetanei, che lo additano come figlio di NN», commenta Liliana.

Da dove trae, quindi, questa sua signorilità che non si trova sotto un cavolo e non si compra certo al mercato? Possibile che il sangue nobile che fluisce nelle vene, strapazzato nel frullatore di quella marionetta slogata che lui trasforma in Totò, lo abbia trasmutato in un maestro di vita? «Sì», ribatte Diana. «La sua eleganza, per me che sono la nipote, è nel modo stesso col quale ci ha tramandato l’educazione, sia quella formale sia quella naturale. Non è il buongiorno e buonasera di facciata. Parlo del rispetto dell’altro. Sempre e comunque. Parlo dell’amore per gli animali. Ricordi? Manteneva un canile dove erano rinchiusi 250 animali. Andava di notte nei vicoli di Napoli e faceva scivolare biglietti da diecimila lire, stirati e profumati, nelle fessure delle porte dei poveri. Non ha mai dimenticato le sue origini. Quelle della vita reale e quelle dell’araldica». Guardo Liliana e per un istante vedo Totò. Liliana è bella. Da giovane era bellissima, come testimoniano le foto inedite che dispiega sul tavolo del salotto. Ascolta, le chiedo, mi sveli qualcosa di intimistico su di lui? Come iniziava la giornata lontano dai riflettori e dai paparazzi? «Ogni mattina stava due ore in bagno. Più che altro a pettinarsi, a lisciarsi i capelli. Li impomatava così tanto che non si sarebbero più mossi per tutto il resto della giornata. Metteva il profumo Tabablon. Voleva starsene da solo. Si specchiava, si studiava, davanti, di fianco, dietro. Solo quando si sentiva a posto andava davanti al suo guardaroba, svestiva la vestaglia e decideva cosa mettersi. Era un rito irrinunciabile. Decideva da solo». Quindi non vale il detto che la cravatta la sceglie la donna... «Ma sei pazzo», sbotta Liliana. «Era come per i regali. Non li accettava mai, voleva solo farli. Non voleva assolutamente essere toccato da nessuno che non fosse di famiglia. Si concedeva solo al manicure, al pedicure Allegretti, quello del Papa, che quando entrava in casa ci stava otto ore perché poi doveva mettere a posto tutta la famiglia. E anche

il barbiere doveva venire a casa». Erano questi i segreti del suo fascino? Era l’ostinazione di una vita fatta su misura a renderlo così unico? «Macché. Nonna me lo ha spiegato sempre», dice Diana. «Era bambino, ma era anche molto uomo. Per questo piaceva alle donne».

2005 Elegante lo nacqui f6
Liliana e Diana de Curtis posano con l’inconfondibile abito di Totò (in alto). Che, insieme al guardaroba dell’attore, a moltissime fotografie inedite e ad altri ricordi, anima una mostra itinerante che toccherà, oltre all’Italia, Stati Uniti, Francia e Turchia.

«Per me e mio fratello Antonello era nonno. Era presentissimo. Decideva su tutto. Sceglieva lui la scuola, il collegio, le governanti. Ci comprava gli abiti, da Zingona alla Maddalena. Viveva molto tra Lugano e Montecarlo e, quando veniva a trovarci, portava un baule pieno di quello che oggi si chiama underwear. Mi fece fare anche la sottoveste dalla sarta. Voleva che portassi il cappello e m’insegnava a fare l’inchino». L’inchino. Parlo con Diana e penso a com’è cambiato lo stile di vita dei giovani d’oggi. Non che il mondo debba incagliarsi e rifiutare la modernità. Ma certi atteggiamenti cui assistiamo ogni giorno per le vie delle città tradiscono un processo irreversibile di vita, dove i valori stanno evaporando. Penso questo e Diana, quasi leggendomi nella mente, dice: «Oggi manca tutto. Manca il buongusto. Mi domando perché la gente non usi gli specchi che ha in casa. Certe figure... Non è solo questione di look. E anche il porgersi in modo cortese. Non stucchevole. Ma cortese. Il saper ascoltare. Invece oggi tutti vogliono solo parlare». Qual è l’elemento del suo guardaroba che più senti tuo? «La vestaglia mi commuove», dice Diana, «perché lui in casa stava in vestaglia. Con i revers di raso nero, le impuntunature e quel color rosso amaranto... Sì, credo che la vestaglia sia ciò a cui tengo di più».

Adorava scrivere la notte. E pensare. Da solo.

È un po' come nei ricordi di nonna che ce lo facevano vivere, quando eravamo piccoli, come in un bel film. In vestaglia stava anche in camerino». «E nelle pensioni con mia madre», s’insinua Liliana, «che visse con lui i momenti più belli della carriera di Totò. Non l’Excelsior, ma la pensioncina». «Mio nonno era bello anche per questo», rilancia Diana. «Anzi, è bello. Perché in realtà non è morto. Vive con noi. Vive con i giovani d’oggi». «Era se stesso in ogni situazione», sottolinea Liliana. «Quando indossava il doppiopetto, lui che non era alto e lo sapeva portare. Quando mangiava pane e mortadella o il suo piatto preferito: pasta e fagioli. O quando indossava il suo smoking, bello, semplice e lineare. Fatto dal sarto». C’è però un abito, in particolare, che esprime al più alto livello l’eleganza innata di Totò. Lo scelsi, una decina d’anni fa, per una mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, dove esponemmo foto storiche di grandi divi del cinema di Hollywood e Cinecittà e dove scelsi come simboli del vero stile Charlie Chaplin e Totò nei loro panni di scena. Ed è a quell’abito che torna la memoria.

«Pantaloni a righe un po’ corti, di lana. Camicia bianca di cotone. Fracsciass, come si dice a Napoli: sarebbe un tight, con le code. E la bombetta lisa dall’uso, che profuma ancora di lui», annuisce donna Liliana. La osservo mentre il fotografo la «tortura» per le immagini che andranno a corredo di questo pezzo. La osservo e l’amo per il privilegio che ci ha concesso in quest’ora antimeridiana. La scruto e scopro la tenerezza dei suoi occhi che tutto hanno visto, ai quali invidio il dialogo profondo con quelli di Antonio de Curtis. Diana, intanto, riprende il dialogo. «Aveva un modo di imporre le mani... Intimissimo. Riusciva a farlo senza essere invadente. Era protettivo, ecco... Come in questa foto in cui dà un bacio in fronte a mamma». E mentre parla mi indica uno scatto dell’archivio Giuseppe Palmas. C’è un frame che reputi insostituibile?, le chiedo. Voglio dire: in un film, o nella tua infanzia. C’è un Totò più Totò per te? «Ce n’è uno. A prescindere. Quando sono stanca, stressata, quando sono giù o mi girano m’infilo un bel 30 minuti di Miseria e nobiltà ed è meglio di un Valium. Pensa alla straordinarietà dell’artista. All’Ospedale Per-tini fanno la Totò-terapia per i bambini. E i piccoli ridono e stanno meglio. Credono che Totò sia ancora qui. E in fin dei conti lo è».

Non c’è bisogno di celebrarlo, rifletto. La grandezza del suo messaggio, della sua mimica facciale, delle movenze burattinesche, l’elogio dello sberleffo, la forza della fame lo hanno già immortalato. «Sulla sua tomba lasciano i biglietti da innamorati, i disegni, le preghiere», commenta Liliana. «E un qualcosa di straordinario che qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare». E tu, chiedo alla figlia del Grande, hai un’immagine che vale più delle altre? «Anche se lei non è d’accordo», dice rivolgendosi alla propria figlia, «è estremamente elegante quando spiega la miseria in Guardie e ladri. E la sua dignità a essere elegante. E il dire le cose senza rabbia. C’è tutto lui in quell’immagine. C’è Totò mio padre che ama la notte e il buio perché il giorno, con i suoi rumori, è volgare. Era davvero così. Adorava la notte. Adorava mettersi a scrivere di notte. E pensare. Da solo». Liliana, chiedo, che ricordi hai del suo stile comportamentale? Come si muoveva in casa o con gli amici? Manteneva sempre questo suo modo di fare? «Si capisce», dice donna Liliana. «Quando si sedeva, per esempio, tirava sempre un po’ in su i pantaloni prendendoli con le mani all’altezza della coscia per rispettare la piega. E considerava una maleducazione accavallare le gambe. Era il suo stile, era il suo modo di vivere. Lo ricordo all’ingresso del Sistina, elegantissimo. Mi teneva sotto braccio. Andavamo a vedere il Rugantino con Aldo Fabrizi. Si era voluto vestire elegante. Prima di tutto per rispetto al suo amico. Ma soprattutto per piacere a se stesso».

2005 Elegante lo nacqui f7
Antonio de Curtis si guarda allo specchio. Nella cura del proprio abbigliamento era quasi maniacale: curava personalmente la pulizia delle scarpe, possedeva un intero cassetto di calzini e solo alla moglie Diana era permesso stirare le sue innumerevoli camicie.

Un guardaroba faraonico. La cura meticolosa del dettaglio, del particolare. Eppure a me torna in mente un altro Totò. Quello che sotto la giacca indossa solo una pettorina, una finta camicia, in un vecchio film con Titina De Filippo. Liliana annuisce. Sorride. «Vedi», chiosa, «in fin dei conti mio padre aveva il buon gusto del rispetto. Era uno che aveva capito quanto beffarda poteva essere la vita: in un film prima cammina per strada con la divisa di generale e un’autobotte, passandogli accanto, interrompe il getto d’acqua per rispetto. Poi cammina lungo la stessa strada vestito da borghese. E l’autobotte lo innaffia. Ecco, in quella sua espressione che si pietrifica, in quel suo non dire niente c’è la grande lezione di umanità di Totò mio padre».

«Io so a memoria la miseria», continuava a ripetere Totò quando girava sulla sua Cadillac nera, guidata da un autista in livrea con i guanti bianchi. Quando morì, scrisse Gaetano Afeltra: «A salutarlo c’era tutto il popolo di Napoli. Nobili e borghesi, gentiluomini e guappi, scugnizzi e cadetti della Nunziatella. Preti, ladri e camorristi. Sante donne di preghiera e puttane pallide senza trucco e col velo nero. Il ventre di Napoli». Mentre mi congedo, osservo una piccola raccolta di terracotte colorate, donate dagli artisti dei presepi napoletani. Vedo una vecchia foto in cui Totò fuma le sue Turmac. Ne fumava 90 al giorno. Ripenso agli appunti che avevo buttato giù prima di questo viaggio nella memoria. Alla sua danza classica. Al suo stile. Al suo mito. A prescindere.

«Monsieur», giugno 2005


NOTE

(1) L'immagine fa riferimento a Liliana de Curtis e non alla madre Diana Bandini Rogliani.


Monsieur
«Monsieur», giugno 2005