Biancoli Oreste

Oreste Biancoli

(Bologna, 20 ottobre 1897 – Roma, 25 novembre 1971) è stato uno sceneggiatore e regista italiano.

Biografia

Nato a Bologna, dove si laurea in Giurisprudenza, inizia a lavorare come giornalista e commediografo, trasferendosi a Roma alla fine degli anni venti per collaborare alle sceneggiature di alcuni film.

Alla regia arriva solo nel 1937, con la pellicola Stasera alle undici di cui è autore del soggetto, proseguendo negli anni come autore di testi teatrali e cinematografici, per concludere con il film Penne nere l'attività di regista, per proseguire in quella di sceneggiatore, diventando uno dei più prolifici scrittori per il cinema e il palcoscenico per quasi un quarantennio.

Insieme a Dino Falconi, è autore di innumerevoli lavori, sia nel campo delle commedie, che nel teatro di varietà, tra cui gli spettacoli Za-Bum di Mario Mattoli, sino al dopoguerra dove sarà autore di testi di satira politica, spesso per spettacoli prodotti da Remigio Paone.

È tra gli sceneggiatori di importanti film, tra cui Ladri di biciclette e Don Camillo, sino ai lavori degli anni sessanta per il cinema storico e mitologioco, tipico del periodo.

Muore a Roma nel 1971.


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1930 Cinema Illustrazione Oreste Biancoli intro

1930 Cinema Illustrazione Oreste Biancoli f1In un angolo della stanza in penombra vedo, sullo sfonda oscuro della parete, stagliarsi il volto un po' angoloso e pur delicato di Oreste Bincoli — giornalista elegante, scritture forbito, autore di teatro «à succès» — percosso dal raggio crudo di una lampadina da tavolo. Nello stesso spicchio di luce si alza, come a segnare il ritmo della parola, una mano dello scrittore, lunga e ben curata, cui riflessi impensati danno un aspetto quasi spettrale, mentre gli occhi si accendono per l'entusiasmo di questo cineasta profeta, larghi, oscuri, sotto la fronte alta sull'arco cigliare.

Ha taciuto alle mie domande conte un buon schermitore che. prima di rispondere, studia il giuoco del l'aviv/sario, tenendosi in guardia. Ora parla:

— Le dirò : il problema che si presenta attualmente a chi voglia fare del cinematografo — si intende cinematografo sonoro, parlato e cantato — è tutt'altro che semplice e facile da risolvere. Prima di tutto sarebbe necessario che i produttori, sia nazionali che forestieri, riconoscessero l'errore commesso nel produrre films parlati al 100%... E' un genere che non potrà mai aver successo.

— Mai mi pare una parola piuttosto assoluta...

— Ma è l'unica che posso usare. La differenza tra cinematografo e teatro è enorme. Non nego che siano entrambi da raggruppare sotto la stessa categoria, ma sono paralleli: potranno accompagnarsi per tutta la eternità, ma non si incontreranno mai. I bisogni dell'uno non sono i bisogni dell'altro, gli scopi dell’uno non possono essere quelli dell'altro. Il cinematografo non sostituirà mai, come arte, il teatro, e questo non morrà per colpa del nuovo messo a base meccanica

— Vorrebbe dunque dire?...

— Questo: diversi sono gli scopi, diverse le essenze dell'una e dell'altra arte. Il teatro dà, con la precisione della parola e dell'espressione, con la materia delle persone dei suoi attori, il senso più assoluto della realtà, il senso crudo della materia, dei fatti di cui è composta la vita. Il cinematografo — le parlo di quello muto, ché a quello parlato verremo poi — no. Il cinematografo concede agli spettatori quel tanto di... soggettivismo, che li mette in grado d'interpretare a modo loro ogni giuoco di espressione, ogni fatto che non sia definito nei limiti assoluti della sua natura, dalla parola. Mi spiego: il teatro, in una scena d’amore, ci dà esattamente il senso della forma di quell'amore, il bacio, figurato da attori in carne ed ossa, può essere casto, voluttuoso, cinico... può presentare senz'ombra di dubbio, il suo carattere allo spettatore. Il cinematografa no. Non dobbiamo dimenticare che è un gioco di luci, che quelle che riproducono dinnanzi gli occhi del pubblico la dolce e tenera cosa sono ombre. Nessuna parola definisce l'atto e solo dal gioco delle espressioni può lo spettatore interpretarne l'essenza e questo avviene sempre secondo il modo di essere di ciascuno.

— Non crede lei che col cinematografo parlato le cose possano mutare, e che quella sicurezza di definizione, si possa finalmente tra sformare anche sullo schermo?

— No. I mezzi meccanici, almeno allo stato attuale non lo permettono. Prendiamo di nuovo una scena d'amore. L'effetto passionale, l'effetto patetico, sono ottenuti per mezzo della voce, di impeti, d'invocazioni, di pause sapienti. Ora il cinematografo, mezzo meccanico di riproduzione, non si presterà mai a rendere questi giuochi di voce, queste pause. Non darà mai il senso della realtà. Riprodurrà sempre ombre, fantasmi di uomini e di suoni, fantasmi di voci. Tra attori e pubblico non vi sarà mai immediatezza di comunicazione, ma entrambi saranno sempre divisi dal fatto meccanico E questo spiega come in cinematografo non si odano che ben rari applausi.

— Questo è vero.

— Aggiunga poi ancora altre deficienze. La voce, al cinematografo, per quelle esigenze tecniche che oramai tutti conoscono, deve vibrare in un'atmosfera artificiale, di silenzio assoluto. Manca, quindi, di ambientazione. Quando noi parliamo, siamo, pur senza accorgercene, accompagnati dai rumori della vita circostante, e allora diamo colore alla nostra espressione secondo quello che istintivamente sentiamo essere il colore dell'ambiente. Nel cinematografo parlato questo non può essere. Nel muto, si poteva dare al pensiero del personaggio un certo dinamismo, con la sovrapposizione di fotografie, di pumi. Cosi si vedeva, per esempio, d viso di un moribondo adagialo sui guanciali, e su di lui passavano le ombre dei fatti che ricordava... Si dovrebbe potere, in un certo qual senso, ottenere la stessa sovrapposizione di piani con suoni e rumori; anche più, si dovrebbe poter ambientare questi con l'azione di particolari in apparenza insignificanti, colla proiezione di un oggetto, di un nonnulla...

1930 Cinema Illustrazione Oreste Biancoli f2

— Ma non crede lei che con buoni attori...

— L'attore, sulla schermo, ha lo stesso che ha un oggetto II pubblico può ricevere sensazioni della intensità tanto dal gioco di un attore, quanto da una locomotiva che attraversi a tutta velocità un piano allagato o una distesa di neve. Ombra, diviene l'ombra di una rosa, non l’ombra di un'anima.

— Concludendo: ella non crede che il cinematografo parlato, come è oggi, possa ottenere effetti sicuri

— No. Del resto se ne sono accorte anche le case, che stanno già abbandonando la produzione «en botte», vale a dire girata in interni, e partata al 100%, per sostituirla con parlati al 30-40 per cento, vale a dire per quel tanto che basti a sostituire le vecchie didascalie, e con molto accompagnamento musicale.

— Mi pare che questo esaurisca la questione.

— Mi resta ancora altro da dire. Una delle cause principali dell'insuccesso è ancora quella della scelta dei soggetti e della mancanza di autori che sappiano scrivere. Sarebbe pure necessario che qualche scrittore st dedicasse alla fatica speciale di scrivere per il cinematografo, prendendo, dirò così l’abito di pensare cinematograficamente.

— Lei ci ha pensato?

— lo sì. Ho già fatto varie riduzioni, ma ora una casa estera mi ha ordinato due soggetti originali, poco parlati e molto sonori. Un altro film per una casa italiana farò in collaborazione con Dino Falconi...

— Cosa pensa della cinematografia italiana?

— Molto, molto bene. Non è stata facile fare quanto si è fatto. La Cines ha lottato e lotta in modo ammirevole e la vittoria le arriderà. In quanto a uomini se possediamo di prima forza. Basti ricordare Camerini, che ha giralo magistralmente «Rotaie» e «La Riva dei Bruti», e Gallone, che ha ottenuto cose grandi con «La Città Canora». Solamente, dacché siamo in materia, vorrei raccomandare ai critici — poiché in oggi esista una vera critica cinematografica — un poco più di... moderazione. Devono pure rendersi conio che si tratta di un’arte ancora in fasce... Presto anche il cinematografo sonoro e poco parlato avrà raggiunto i fastigi di quello muto...

Luigi A. Garrone, «Cinema Illustrazione», 1930


1950 Epoca Errepi Oreste Biancoli intro«Black & White», lo spettacolo che il signor Errepi presenterà al teatro Manzoni di Milano alla fine della settimana, nasce dalla reazione; non reazione intesa in senso politico, ma ribellione ai contrasti che dominano la vita d’oggi. Così come nel titolo della rivista i corni del dilemma sono due, bianco e nero (e la traduzione inglese è soltanto un piccolo vezzo per sottolinearne l’internazionalità), anche nella vita il due, proprio seguendo la teoria aristotelica dei numeri, è simbolo di guerra. Diciamo: guerra e pace, oriente e occidente, Milan e Inter e via dicendo senza mai uno sforzo per far confluire il due nel tre, che sarebbe un simbolo meno bellicoso.

«Bianco e nero» (che dal nome del regista è stato con divertente ironia ribattezzato «Biancoli e neroli») riesce a trovare il colore della pace; dal bianco della carta e dal nero dell’inchiostro nasce il colore della notizia ottimista, il rosa. È evidente che una rivista presentata al pubblico alla vigilia di Natale non può essere che ottimista se non vuol cadere nel cattivo gusto e questo spettacolo, almeno da quanto si può intendere dalle prove, è davvero ottimista. Sfiora, si, quelli che sono i contrasti più drammatici del nostro tempo, l'incertezza, la paura, la guerra, ma si avvicina a queste punte con garbo e umorismo, cercando di non bucarsi. È uno spettacolo che dice parole rosee e sventola a ogni momento la piccola bandiera verde della speranza.

Come tutte le riviste anche questa, più o meno, vuole avere un filo conduttore e Giovannini e Garinei, reduci dal trionfo dell’Osiris, aiuterò Biancoli a dipanarlo. Hanno immaginato che una piccola hawayana, dopo aver sentito tanto parlare della civiltà bianca (primo contrasto), riesce finalmente a giungere in Europa e a fare i primi confronti con l’America (i contrasti seguono come le ciliegie). Credeva in un’Europa abbandonata al valzer e la trova scossa dalla samba sperava nell'opera lirica e cade nell’esistenzialismo delle «cave» ; era quello che immaginava e quello è l’abisso è profondo. Vien quasi automatica la condanna di quella cattiva Europa che tradisce i desideri della povera negretta, ma è facile, se si vuole, scoprire significati ancor più profondi. Potremmo dire proprio noi i traditi, a guardar troppo dentro. Forse «Black & White» non vuole arrivare fino a questo; forse vuole soltanto divertire per due o tre ore con canzoni, balli e scene di prosa. Ha comunque intenzioni e ambizioni ; per esempio non impiega il balletto tanto per mettere in mostra un certo numero di gambe, ma gli da un significato corale facendogli esprimere sentimenti precisi. Nella scelta degli interpreti il signor Errepi è stato felice. Gli è mancata l’inglese Nadia Gray immobilizzata in una clinica di Londra ma presenta l’ungherese Marika Abba, che è stata prima ballerina nel «Quo Vadis?» con Bob Taylor, il ventriloquo Murè, la cantante hawayana Luisa Keyes, Eva Bartok, Dorotea Towles, Rosy Bar-sony, William Morrey e il negro Leo Coleman della scuola di Katherine Dunham, protagonista dell’opera di Menotti, «Il medium». La parte di prosa è affidata a tre giovani e divertenti attori, Checco Rissone, Riva e Libassi. Le coreografie sono di Dall’Ara, mentre la direzione musicale è di Gorni Kramer.

1950 Epoca Errepi Oreste Biancoli f1

Pan., «Epoca», 1950



Filmografia

Regista

Stasera alle undici (1937)
Amicizia (1938)
La mazurka di papà (1938)
L'eredità in corsa (1939)
Piccolo alpino (1940)
Il chiromante (1941)
Il sogno di tutti (1941)
Penne nere (1952)

Sceneggiatore

Il richiamo del cuore, regia di Jack Salvatori (1930)
La segretaria privata, regia di Goffredo Alessandrini (1931)
Cercasi modella, regia di Emmerich Wojtek Emo (1932)
L'ultima avventura, regia di Mario Camerini (1932)
Paprika, regia di Carl Boese (1932)
La segretaria per tutti, regia di Amleto Palermi (1933)
Oggi sposi, regia di Guido Brignone (1933)
Sette giorni cento lire, regia di Nunzio Malasomma (1933)
Una notte con te, regia di Ferruccio Biancini (1933)
Lisetta, regia di Carl Boese (1933)
Cavalleria, regia di Goffredo Alessandrini (1936)
Nozze vagabonde, regia di Guido Brignone (1936)
Nina, non far la stupida, regia di Nunzio Malasomma (1937)
Ai vostri ordini, signora..., regia di Mario Mattoli (1938)
Mille lire al mese, regia di Max Neufeld (1938)
Frenesia, regia di Mario Bonnard (1939)
La gerla di papà Martin, regia di Mario Bonnard (1940)
Il vagabondo, regia di Carlo Borghesio (1941)
Giarabub, regia di Goffredo Alessandrini (1942)
Noi vivi, regia di Goffredo Alessandrini (1942)
Sant'Elena, piccola isola, regia di Renato Simoni (1943)
Il bandito, regia di Alberto Lattuada (1946)
Sinfonia fatale, regia di Victor Stoloff (1946)
Teheran, regia di William Freshman e Giacomo Gentilomo (1946)
Cuore, regia di Duilio Coletti (1947)
Ladri di biciclette, regia di Vittorio De Sica (1948)
Cuori sul mare, regia di Giorgio Bianchi (1949)
La fiamma che non si spegne, regia di Vittorio Cottafavi (1949)
Vespro siciliano, regia di Giorgio Pàstina (1949)
Il caimano del Piave, regia di Giorgio Bianchi (1950)
Domani è un altro giorno, regia di Léonide Moguy (1951)
Altri tempi - Zibaldone n. 1, regia di Alessandro Blasetti (1952)
Art. 519 codice penale, regia di Leonardo Cortese (1952)
Canzoni di mezzo secolo, regia di Domenico Paolella (1952)
Don Camillo, regia di Julien Duvivier (1952)
La voce del silenzio, regia di Georg Wilhelm Pabst (1952)
Wanda, la peccatrice, regia di Duilio Coletti (1952)
Amori di mezzo secolo, regia di Antonio Pietrangeli (1953)
Gran varietà, regia di Domenico Paolella (1953)
Scampolo '53, regia di Giorgio Bianchi (1953)
Amore '54, episodio di Cento anni d'amore, regia di Lionello De Felice (1954)
Divisione Folgore, regia di Duilio Coletti (1954)
Una donna libera, regia di Vittorio Cottafavi (1954)
Il cardinale Lambertini, regia di Giorgio Pàstina (1954)
La grande speranza, regia di Duilio Coletti (1954)
La schiava del peccato, regia di Raffaello Matarazzo (1954)
Una parigina a Roma, regia di Erich Kobler (1954)
Rosso e nero, regia di Domenico Paolella (1954)
Nel gorgo del peccato, regia di Vittorio Cottafavi (1954)
Canzoni di tutta Italia, regia di Domenico Paolella (1955)
Gli amanti del deserto, regia di Flavio Calzavara (1956)
Occhi senza luce, regia di Flavio Calzavara (1956)
La canzone del destino, regia di Marino Girolami (1957)
La verde età, regia di Bruno Jori (1957)
Domenica è sempre domenica, regia di Camillo Mastrocinque (1958)
Non sono più guaglione, regia di Domenico Paolella (1958)
Gastone, regia di Mario Bonnard (1959)
Il moralista, regia di Giorgio Bianchi (1959)
Morte di un amico, regia di Franco Rossi (1959)
Vacanze d'inverno, regia di Camillo Mastrocinque (1959)
Crimen, regia di Mario Camerini (1960)
Femmine di lusso, regia di Giorgio Bianchi (1960)
Genitori in blue-jeans, regia di Camillo Mastrocinque (1960)
Giuseppe venduto dai fratelli, regia di Irving Rapper (1960)
I piaceri del sabato notte, regia di Daniele D'Anza (1960)
Maciste nella Valle dei Re, regia di Carlo Campogalliani (1960)
Noi duri, regia di Camillo Mastrocinque (1960)
Gli invasori, regia di Mario Bava (1961)
Maciste alla corte del Gran Khan, regia di Riccardo Freda (1961)
Maciste nella terra dei Ciclopi, regia di Antonio Leonviola (1961)
Marco Polo, regia di Piero Pierotti (1961)
Ponzio Pilato, regia di Gian Paolo Callegari (1961)
Canzoni di ieri, canzoni di oggi, canzoni di domani, regia di Domenico Paolella (1962)
Le massaggiatrici, regia di Lucio Fulci (1962)
L'idea fissa, regia di Gianni Puccini e Mino Guerrini (1962)
Maciste all'inferno, regia di Riccardo Freda (1962)
Il mio amico Benito, regia di Giorgio Bianchi (1962)
Il ponte dei sospiri, regia di Piero Pierotti (1964)

Il teatro

Triangoli di Dino Falconi e Oreste Biancoli, regia di Dario Niccodemi, prima al Teatro Manzoni di Milano il 18 gennaio 1930.
La città delle lucciole di Dino Falconi e Oreste Biancoli, 1941.
Ah... Ci risiamo! di Falconi e Biancoli, 1942.
W e abbasso! di Biancoli e Riccardo Morbelli, regia di Biancoli, prima al Teatro Valle il 27 luglio 1944.
Cantachiaro di Garinei e Giovannini, De Tuddo, Monicelli, regia di Oreste Biancoli, prima al Teatro Quattro Fontane di Roma il 1º settembre 1944.
Cantachiaro 2 di Garinei, Giovannini, De Tuddo e Monicelli, regia di Oreste Biancoli, prima al Teatro Quattro Fontane di Roma il 17 maggio 1945.
Un anno dopo, testo e regia di Oreste Biancoli, prima al Teatro Quattro Fontane di Roma il 2 giugno 1945.
Quo vadis? di Biancoli, Falconi e Vergani, 1948.
Rosso e nero di Biancoli, Ciorciolini e Mantoni, 1954.

Il varietà radiofonico Rai

Le memorie del signor Tal dei Tali di Biancoli e Franco Monicelli, regia di Enzo Convalli, 1953.
Da oggi a ieri di Oreste Biancoli e Franco Scaglia, regia di Riccardo Mantoni, 1965.

Il varietà televisivo Rai

Antologia del buonumore di Biancoli, Falconi, Marcello Marchesi, Vittorio Metz, Scarnicci, Renzo Tarabusi, Silva, regia di Mario Landi, trasmesso dal 7 gennaio al 18 marzo 1954.


Riferimenti e bibliografie:

  • Dizionario Bolaffi del cinema italiano, i registi, Torino 1979
  • Dizionario dei registi, di Pino Farinotti, Milano 1993
  • Francesco Savio, Ma l'amore no, Sonzogno Milano 1975
  • Almanacco Bompiani 1942
  • Almanacco Bompiani 1975 Il teatro di rivista
  • Il Radiocorriere, annate varie
  • Anna Magnani, di Matilde Hochklofler, Gremese editore, Roma 1984
  • Oreste Biancoli, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana
  • Oreste Biancoli, su CineDataBase, Rivista del cinematografo
  • (EN) Oreste Biancoli, su Internet Movie Database, IMDb.com
  • (DE, EN) Oreste Biancoli, su filmportal.de
  • Luigi A. Garrone, «Cinema Illustrazione», 1930
  • Pan., «Epoca», 1950