Billi e Riva ad alta tensione

Billi-Riva


1952 04 05 Epoca Billi Riva intro

Dopo 27 anni d’attesa Billi e Riva sono riusciti a formare una coppia comica di gran successo. Recitano come se fossero un solo attore. Con la rivista “Alta tensione” hanno conquistato il pubblico.

Quella tra Billi o Riva è un’amicizia vecchia. Ha ormai ventisette anni. Cominciò nel 1925 alla «Sala Umberto» di Roma. Billi, in quell'anno, era già considerato un fantasista di successo, «acclamato in tutti i teatri» ; i suoi «numeri» e le sue imitazioni scatenavano gli applausi del pubblico. Alla «Sala Umberto» era stato chiamato per esibirsi a fianco di Lidia Johnson in uno spettacolo d’arte varia (la Johnson lanciava in quei giorni, accompagnandosi con un chitarrino, un nuovo ballo venuto dall'America e chiamato Charleston). Al pianoforte sedeva un giovanotto che poi ha fatto carriera, il giovane maestro Giovanni D’Anzi. Il primo incontro tra Billi e Riva avvenne durante una di quelle rappresentazioni. Billi in palcoscenico e Riva in platea. Ma non seduto, come i giovani del tempo, in una poltrona di prima fila per ammirare più da vicino le grazie della soubrette, ma nella buca dell’orchestra. Esattamente Riva era seduto sul seggiolone del contrabbassista, costringendo il padre a suonare in piedi. Riva doveva essere molto giovane.

Mentre ci racconta l’aneddoto evita abilmente di confessare l'età; confessa soltanto che l’impressione che gli fece la comicità di Riccardo Billi fu enorme ; che a scuola, durante le lezioni, cercò di imitarlo per divertire i compagni ; che, appena un po’ cresciuto, si insinuò in una compagnia filodrammatica per «recitare parti di comico». Lo costrinsero, invece, a interpretare drammi romantici, a sussurrare le battute del «giovane amoroso». Gli incontri tra Billi e Riva furono rari, dopo quel 1925. Billi continuava la sua rapida carriera di «fantasista» divenuto celebre senza dover fare la c gavetta». Aveva recitato nella compagnia del vecchio Maresca insieme a una ballerinetta chiamata Vanda Osiris, aveva accettato di fare il capocomico con una rivista di Enrico Bussano, «Il vedovo allegro» e poi era tornato all’avanspettacolo.

L’avanspettacolo di quegli anni non è avvicinabile all’avanspettacolo d’oggi. Non esistevano, allora, le grandi compagnie di rivista; Totò, Macario, Taranto si esibivano sui palcoscenici di periferia, Dapporto serviva il caffè espresso a San Remo, l’Osiris sgambettava insieme alle «12 ragazze 12» di una qualsiasi compagnia d’arte varia. Le sole grandi formazioni erano quelle dell’operetta, fastosa e moribonda. L’avanspettacolo dilatava il suo buon umore sul pubblico dei cinematografi, tra una proiezione e l’altra ; si gonfiava negli spettacoli d’arte varia alla «Sala Umberto» di Roma o al «Trianon» o all'«Apollo» di Milano o al «Margherita» di Torino. I comici non avevano altra scelta. Su quelle tavole imperavano Maldacea e Petrolini, Spadaro e Pranzi, e si rivelavano Totò, Macario, Taranto, Billi.

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Billi e Riva si incontrarono ancora qualche anno prima della guerra. Mario Riva non aveva più i calzoncini corti ; aveva sempre, però, la passione per il teatro. A Roma avevano organizzato una serie di spettacoli per la festa di San Giovanni, con la pretesa ambizione di far concorrenza al Piedigrotta napoletano, e Billi era il «comico» di quelli spettacoli. Mario Riva ne fu l’amministratore. Mentre racconta quell’avventura, seduto sul bracciolo della poltrona in un albergo milanese, sorride. Billi, seduto di fianco, alza gli occhi al cielo e scuote la testa. Oggi Riva è un attore affermato ; se non è divenuto un grande impresario vuoi dire che quella sua amministrazione fu molto divertente. Terminate le recito per il «San Giovanni romano» Riccardo Billi riprese la strada degli avanspettacoli prima di essere scritturato dalla Radio di Roma per la compagnia del teatro comico.

E alla radio ritrovò Mario Riva. Non come attore ma come rumorista. Riva alternava una doppia attività. Mattina e pomeriggio lavorava in una piccola casa che doppiava i film americani e la sera correva alla stazione radio di via Asiago a imitare le tempeste, la pioggia, il mare, il vento, le porte cigolanti. Quell’orgia di rumori che caratterizzò i primi radiodrammi, i primi romanzi sceneggiati, è dovuta in parte a Riva. L’amicizia tra i due comici si consolidò. Soprattutto la sera che il regista Guglielmo Morandi, mancando un attore, pregò Riva di recitare la parte del cameriere in una commedia.

Riva si avvicinò al microfono e disse la sua battuta. Il ricordo è allegro : «Mi avvicinai al microfono» dice Riva «e infilai quaranta papere in tre righe. Morandi mi rispedì subito a fare il rumorista per altri tre anni». Ma tre anni non passarono tutti a fare il vento e la pioggia. La disastrosa esperienza fatta quella sera con il rosario di papere convinse Riva a vincere il disagio del microfono. Presto fu considerato degno di ripetere la prova. E se la cavò benissimo ; ’ tanto da essere scritturato come attore giovane nella compagnia che aveva Franco Becci primo attore e Lilla Brignone prima attrice. E dalla compagnia di prosa a quella del teatro il passo fu breve.

Finalmente Mario Riva debuttò anche come presentatore radiofonico, in sostituzione di Fausto Tommei. Fu una rivelazione ; la voce era nuova e simpatica, il suo umorismo romanesco piaceva. Lo chiamarono a Milano per presentare, nel 1943, alcuni spettacoli di pseudo jazz al teatro Nuovo. Entusiasmarono più le sue storielle e le sue battute fulminanti che il solito «Tiger Rag» di Angelini o il «Ballo del taglialegna» di Barzizza. Divisa in due l’Italia, dopo l’8 settembre 1943, Billi e Riva restarono a Roma. Riva nella compagnia di Totò per le riviste «Che ti sei messo in testa?» e «Con un palmo di naso» ; Billi da solo o in compagnie che riunivano tutti gli attori del cinema e del teatro rimasti senza lavoro per la guerra. I due comici volevano lavorare insieme. Ci riuscirono soltanto dopo la liberazione quando finalmente poterono unirsi per presentare al «Colle Oppio» di Roma il loro primo spettacolo «Sette colli». Ebbero successo e ritentarono con «Centocittà». Scritturati dal cinema Bernini per dieci giorni tennero il cartellone per nove mesi.

Due noti autori promisero a Billi e Riva una grande rivista tutta per loro ma non mantennero la promessa. All’inizio della nuova stagione teatrale i due comici si trovarono senza un copione e senza un impresario che sapesse sfruttare su larga scala il successo ottenuto. «Siete troppo dialettali» dicevano «chissà se potete far ridere anche il pubblico di Milano o di Torino». «Sappiamo farlo ridere» rispondevano i due comici ma nessuno volle provare. Billi tornò alla radio e Riva tornò nella compagnia di Totò.

La rivista radiofonica «La bisarca» provò che Billi riusciva a far ridere anche i non romani ; d’altra parte Riva, le poche volto che Totò gliene lasciava l’occasione, dimostrò d’avere una solida vena comica. Billi e Riva volevano recitare insieme ma dovettero lasciar passare ancora un po’ di tempo. Nacque prima un film, ricavato dalla «Bisarca» radiofonica, e fu un film mediocre, raffazzonato. Quando Garinei e Giovannini decisero di mante re la promessa fatta l’anno prima e di scrivere una rivista per Billi e Riva, scelsero ancora il tema della «Bisarca» ma dovettero annunciare «che la rivista non aveva nulla in comune con il film». Effettivamente la «Bisarca» fu uno spettacolo discreto.

Billi e Riva vi rifacevano le loro macchiette già collaudate, come quella che ironizzava su Rossellini e la Magnani ma si abbandonavano ogni tanto a una comicità un po’ grossa. La rivista ebbe però un successo grandissimo e fruttò alla coppia scritture cinematografiche non disprezzabili. Gran parte dei film comici, discutibilissimi, prodotti dal cinema italiano sono interpretati da loro. «Quando dobbiamo interpretare un film» dice Riva «prendiamo tutte le garanzie ; vogliamo che il soggetto sia scritto da un umorista e che la regìa sia di un uomo esperto; non è colpa nostra se poi, quando il film è finito, risulta poco divertente. Noi non possiamo mettere il naso nella produzione».

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Il vero e grande successo di Billi e Riva è arrivato quest’anno con «Alta tensione» di Marchesi e Metz, una rivista irresistibile. L’affiatamento dei due comici è perfetto ; sembrano un solo attore. «Il merito» dice Riva «è tutto di Billi, così preciso, così regolare; se facessero una corsa di regolarità per comici la vincerebbe lui». «Non è vero» dice Billi «il merito è tutto di Riva ; con lui si va d’accordo anche senza volerlo». Interviene Monique Thibaut: «II merito è di tutti e due» dice «perché riescono a limare sera per sera i testi affidati alla loro recitazione, ad aggiungere battute buone togliendo quelle meno buone ; perché conoscono il segreto del loro mestiere, perché sanno quali molle bisogna toccare per far sorridere o ridere il pubblico». Monique Thibaut si è rivelata con «Alta tensione» la migliore soubrette della rivista italiana. Il suo debutto è dovuto al caso.

Qualche mese fa, Remigio Paone, andò a Parigi per ascoltare una càn-tante italiana che si esibiva in una «boite» e, per combinazione, ascoltò la Thibaut. Le fissò un appuntamento e le offrì una scrittura a patto che si tagliasse i lunghi capelli. La Thibaut rifiutò ; doveva partire subito per una «tournée» nell’America del Sud e non aveva nessuna intenzione di sacrificare la pettinatura. Paone insistè, convinse la famiglia di Monique, le promise la parte di prima donna. Dopo una lunga schermaglia la Thibaut accettò, tagliò i capelli e venne in Italia. Questa giovanissima soubrette ha studiato canto con un professore russo, recitazione alla scuola della Comédie Francaise, e, prima di conquistare il pubblico italiano, ha incantato quello spagnolo e portoghese, come protagonista di commedie musicali. Ha inciso anche molti dischi per la «Pathé», canzoni francesi e spagnole. Dei suoi compagni Billi e Riva dice ancora : «É come se fossero guidati da una telepatia musicale ; sanno sempre esattamente quando finisce l'uno e comincia l’altro». Che tra Billi e Riva esista una trasmissione del pensiero è cosa che preoccupa gli stessi due attori. Giorni fa, capitarono a ore diverse in negozi diversi. La sera scoprirono che avevano comprato identiche scarpe, identico cappello e identiche cravatte.

A. P., «Epoca», anno III, n.78, 5 aprile 1952


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A. P., «Epoca», anno III, n.78, 5 aprile 1952