Billi-Riva: toga e tocco

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“Siamo tutti dottori” è la storia di due poveri spazzini costretti, per vivere, a prendersi una laurea.

Circola da qualche tempo in Italia una significativa storiella. Due tizi, costretti a mangiare allo stesso tavolo in un ristorante affollato, credono opportuno presentarsi. «Permette?» dice il primo. «Io mi chiamo Giuseppe Bianchi.» L'altro ha un atto di meraviglia. «Che strana combinazione!» esclama. «Mi chiamo Giuseppe Bianchi anch’io.» Stupore anche del primo, che però subito s'informa: «Scusi, lei come io scrive?». Il secondo arrossisce e poi confessa: «Ecco, io lo scrivo cosi». E traccia due croci da analfabeta su un pezzo di carta. Il primo allora ha un sorri-setto di superiorità. «Volevo ben dire» mormora. «Io invece lo scrivo così.» E sullo stesso pozzo di carta traccia non due ma tre croci in tutto simili a quelle dell’altro. «Perché tre croci e non due?» domanda il secondo. E il primo risponde pomposamente: «Perché io sono dottore».

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Il quartetto Cetra approfitta della sosta in America del Nord del due protagonisti per rievocare nel garbato quadretto musicale dedicato a un leggendario Johnny Smith I pittoreschi tempi della Guerra di Secessione. I Cetra hanno da un pezzo dimostrato di sapersi muovere a loro agio non soltanto ai microfoni della radio o nelle incisioni di dischi ma anche e con vivo senso dell'umorismo sui palcoscenici di Rivista.

La nuova rivista che Verde, Age e Scarpelli hanno ideato per Billi e Riva, Siamo tutti dottori, parte, in un certo senso, da questo medesimo spunto ironico: in Italia, per evitare che tanta gente mentisca dando un titolo accademico a chi non ha neppure la licenza tecnica, viene promulgata una legge con la quale si impone a tutti gli impiegati statali di prendere almeno una laurea. Ed ecco i poveri Mario e Riccardo, spazzini comunali, costretti a riprendere studi miseramente troncati a metà nella prima giovinezza per conseguire l’indispensabile addottoramento.

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Franca May è la bionda divetta che per la prima volta affronta il ruolo di « soubrette ». Ha preso il posto di Flora Lillo, che aveva lasciato la compagnia di Billi e Riva benché fosse stata scritturata in sostituzione di Isa Barzizza.

Lo spettacolo segue le tappe della loro grottesca via crucis, cosicché la rivista assume quasi un andamento da commedia musicale divisa in quadri, tutti aventi i due compari per protagonisti. A furia di peregrinare qua e là Riccardo e Mario arrivano fino in America (tappa obbligatoria di quasi tutte le scorribande rivistaiole e lì, finalmente, uno dei due, Mario, riesce a conseguire una laurea in legge, che però è fonte di seri guai per il suo disgraziato amico. Costui infatti prende il compagno come avvocato difensore in uno stravagante processo e viene cosi condannato alla sedia elettrica.

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Nella foto sopra gli spazimi Mario e Riccardo, capitati in America del Nord per sfuggire alle ricerche della Polizia italiana, in un bar di Las Vegas, offendono involontariamente il Paese che li ospita parlando male d'una bibita considerata la bevanda nazionale « yankee». Sotto Riccardo, ossia Biili, alle prese col poliziotto Mike Quagliarulo (l'attore Ferrara) invano assistito dall'avvocato Mario (Riva) il quale a furia di appelli, contrappelli, rinvìi e arringhe sballate fa condannare ilQui sopra ecco Riccardo, ossia Biili, alle prese col poliziotto Mike Quagliarulo (l'attore Ferrara) invano assistito dall'avvocato Mario (Riva) il quale a furia di appelli, contrappelli, rinvìi e arringhe sballate fa condannare il cliente alla pena capitale.
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Alla fine, naturalmente, tutto si accomoda e l’intiera compagnia festeggia il lieto avvenimento sfilando, Blue-Bells in testa, sulla immancabile passerella. È uno spettacolo che si propone soprattutto di far ridere e ci riesce. Franca May, leggiadra e ridente, è la soubrettina che, chiamata all'ultimo momento a sostituire la troppo esigente Flora Lillo, a sua volta scritturata per fare le veci della insoddisfatta Isa Barzizza, appare qui per la prima volta nel ruolo di soubrette e se la cava con grazia e spirito. Delia Lodi supplisce alla parte canora. Diana Dei ci ammannisce i tre o quattro caricature azzeccatissime.

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Come dalle carceri californiane i due protagonisti finiscano per trovarsi prigionieri di un villaggio del Perù non risulta molto chiaro dalla vicenda. Ma dà però modo al coreografo Lee Shermann, al costumiere Artioli e allo scenografo Fost di creare uno di quei ricchi quadri folcloristici che sono le gemme di ogni Spettacolo Errepi. La divertente conclusione è che Billi e Riva riescono a fuggire anche dal villaggio peruviano sostituendosi ai bebé che le indigene portano sulle spalle.

Ma si sa che in uno spettacolo di Billi e Riva contano soprattutto Riva e Billi. E sotto questo punto di vista Siamo tutti dottori non lascia a desiderare.

«Epoca», anno VI, n.229, 20 febbraio 1955


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«Epoca», anno VI, n.229, 20 febbraio 1955