La vita e la carriera di Mario Riva narrate dal suo amico Riccardo Billi

Billi Riva

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* PRIMA PARTE *

La sera del nostro esordio tornammo a casa a piedi perché non avevamo una lira - Raccontava: “A scuola mi promuovevano e io mi fingevo bocciato. Era un bastiancontrario” Una sincerità istintiva, perfino brutale talvolta, complicava i suoi rapporti col prossimo - Era un osservatore formidabile: vedeva, giudicava e parlava in una frazione di secondo.

Era una delle notti più fredde, più buie e più desolate che io ricordi: la notte di Natale del 1945». Così pensavo di incominciare queste pagine che avevo accettato di dedicare alla vita e alla straordinaria carriera di Mario Riva. L’inizio poteva sembrare forse un po’ malinconico, ma la storia che intendevo narrare non io era affatto. Nella mia mente si delincava un racconto gioioso, ottimistico, in cui tutti gli episodi — anche quello della notte di Natale del '45 — apparivano, in un modo o nell’altro, ”a lieto fine”. Doveva essere un omaggio al successo di Mario, alla vittoria che egli aveva saputo conquistare dopo tanti colpi df sfortuna. E doveva essere, nello stesso tempo, l’occasione buona per comunicare al pubblico una notizia che stava a cuore a tutti e due: la ricostituzione della nostra "società”, il grande ritorno della coppia Billi e Riva nella stagione 1960-1961.

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DIANA DEI SAPRÀ TUTELARE I DIRITTI DEI SUO ANTONELLO. Il figlio di Mario Riva, Antonello, di otto anni, abbraccia la madre, Diana Dei. Essi hanno seguito affranti, insieme con la madre dell'attore signora Teresa Bonavolontà, i funerali svoltisi a Roma sabato 3 settembre. Era presente anche Derna Massoli, la moglie dalla quale Mario Riva viveva separato da molti anni, che si è tenuta in disparte, per non turbare l'estremo colloquio di Diana Dei con l’uomo al quale ella aveva dedicato la vita. Ora che Riva è stato sepolto al cimitero del Verano, accanto al padre (il compositore di canzoni Giuseppe Bonavolontà), rimane da risolvere la difficile situazione familiare lasciata dall’attore e in primo luogo quella del piccolo Antonello. Il bambino, infatti, nato da Mario Riva e da Diana Dei entrambi vincolati da precedenti matrimoni, porta soltanto il cognome della madre e non ha alcun diritto all’eredità paterna. Questa spetta invece a Franco Bonavolontà, figlio della Massoli riconosciuto da Riva. Ciononostante è probabile che le due donne sappiano conciliare le loro opposte ragioni, obbedendo non tanto alla lettera della legge quanto all'evidente desiderio dello scomparso, che era quello di dare un avvenire sicuro ad Antonello.

Ora invece mi tocca scrivere pensando che Mario non verrà più a leggere dietro le mie spalle, che non mi punterà più il dito contro chiedendo, con quel suo sorriso metà ironico e metà bonario: «Mo’ che vuoi fa'? Er biografo ufficiale?». E mi tocca parlare di lui usando il passato. Non so come farò ad arrivare fino in fondo. Se non avessi preso un impegno, non mi ci sarei neppure provato. Ma se riuscirò, sarà solo per il dovere che sento verso Mario. È per lui che scrivo. Ed è per far piacere a lui che comincio con le parole che avevo in mente quando non ci aveva ancora lasciati.

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Roma. Nella chiesa dedicata al Cuore Immacolato di Maria, in piazza Euclide, Riccardo Billi (il terzo da sinistra) piange vicino al feretro dell’amico Riva; seduti al fianco di Billi, sono sua figlia e il suo nipotino. Erano presenti, fra gli altri, il maestro Kramer, Garinei, Giovannini, Silvio Gigli, Ugo Tognazzi. L'ultimo "incontro” di Mario Riva con i suoi amici e con il suo pubblico è avvenuto sabato 3 settembre. Il catafalco si trovava in fondo alla navata della chiesa. Presso la cassa, in noce massiccia, era posato un cuscino di garofani rossi con un nastro sul quale si leggevano le parole ”Bibi e Antonello”; Bibi era il nome affettuoso col quale Riva chiamava Diana Dei, la compagna della sua vita e la madre del suo bambino.

PANINI IMBOTTITI PER CENA

Era dunque la notte di Natale del '45, Un vento gelido spazzava le vie di Milano e la luce dei pochi lampioni sembrava rendere ancor più cupa l'oscurità. Noi cinque — Mario, Diana Dei, Cantalamessa, Liana e io — camminavamo stretti stretti per proteggerci dal freddo e per evitare il pericolo di scivolare sui marciapiedi coperti di ghiaccio. Eravamo scesi dal tram di Monza, non ricordo se a Porta Venezia o in via Benedetto Marcello, e ci stavamo dirigendo verso una pensioncina di piazza San Babila, dove Mario aveva preso alloggio. Andavamo a piedi perché nessuno di noi aveva i soldi per il tassì. Non avevamo nemmeno mangiato: alcuni panini imbottiti che Mario teneva nella sua stanza. sarebbero stati la nostra cena.

Eppure, quella sera, ci sentivamo felici. Lo spettacolo che avevamo presentato in un cinema di Monza era andato bene. Lo avevamo messo su alla meglio, imbastendo un paio di sketches improvvisati come la nostra stessa compagnia (Cantalamessa era arrivato all’ultimo istante e quanto a me, la mia partecipazione era dovuta a un puro caso: di passaggio a Milano, avevo incontrato un agente teatrale che, sui due piedi, mi aveva spedito a Monza dicendo che «c'era bisogno di rinforzi» ). Non c’era stato nemmeno il tempo di provare, e all’inizio avevamo sudato freddo tutti quanti. Ma poi il pubblico aveva battuto le mani, e ora noi, su quegli applausi, andavamo costruendo un bel mucchio di castelli in aria. Ci sembrava di vivere un momento importante della nostra vita e, in un certo senso, non ci sbagliavamo: quel giorno, infatti, era apparso per la prima volta un cartellone con i nostri nomi uno accanto all’altro: Billi e Riva.

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Milano. Riccardo Billi e Mario Riva, nel febbraio del 1952 durante la trasmissione radiofonica "Chicchirichì”. I due attori, che avrebbero dovuto tornare a recitare insieme nella prossima stagione teatrale (come Billi racconta nella prima puntata di questa biografia), si conobbero quando Riva aveva 15 anni.

In realtà, dovettero trascorrere ancora due anni prima che la coppia Billi e Riva ricomparisse sui manifesti. Il caso, che ci aveva riuniti a Monza, tornò ben presto a separarci. Ma tutti e due sapevamo che un giorno o l’altro saremmo tornati insieme. Andavamo troppo d’accordo, ci completavamo troppo bene a vicenda. E poi, eravamo amici. Perché Mario ed io ci conoscevamo, praticamente, ”da sempre”.

Esiste tuttavia un episodio che segna l'inizio, per così dire "ufficiale”, della nostra amicizia. Rìsale al 1928, e precisamente alla sera in cui debuttai alla "Sala Umberto”, In una compagnia che aveva come primadonna la famosa Fougère e come direttore d’orchestra il padre di Mario, maestro Bonavolontà. Mario, allora, aveva quindici anni, io diciannove. L’idea dì salire su quello che allora era uno dei migliori palcoscenici di Roma mi riempiva di emozione. Ma né l’ansia né la paura poterono impedirmi di notare la faccia di Mario che, raggomitolato accanto alla grancassa (allora non s’usavano ancora i complessi jazz) seguiva con occhi sbarrati lo spettacolo senza perdere un solo particolare. Sembrava affascinato, incantato. Mi fece impressione e, quando più tardi il maestro Bonavolontà invitò a casa sua l’intera troupe, cercai di avvicinarlo. Parlammo a lungo di un’infinità di cose che non ricordo e, quando ci lasciammo, eravamo amici. Da allora restammo sempre legati: anche se talvolta accadeva che ci perdessimo di vista per qualche tempo, sapevamo sempre tutto uno dell’altro e, quando tornavamo a incontrarci, era come se fossimo restati sempre insieme.

“HO LA LINGUA SVELTA”

iGli anni che seguirono furono molto duri per Mario. Non che a casa gli mancasse qualcosa: la sua famìglia era benestante, suo padre, come autore di canzoni di successo, non aveva certo preoccupazioni finanziarle. Mario, volendo, avrebbe potuto frequentare le scuole migliori, prendere un diploma come sua sorella Adriana, oggi professoressa all'Accademia di Santa Cecilia, o una laurea come il fratello Aldo, che è dentista. Ma c’era in lui qualcosa che gli impediva di seguire una regola, di piegarsi a una qualsiasi disciplina. In realtà egli manifestava in maniera ancora acerba e confusa quello che sarebbe stato un giorno il suo vero carattere: l'indisciplina, l'insofferenza per le imposizioni e i colpi di testa di Mario ragazzo erano soltanto il "rovescio della medaglia” di quella generosità, di quel senso dì giustizia e di quello spirito indipendente che gli avrebbero fruttato, vent'anni dopo, una definizione breve e bellissima: «Mario Riva, uomo libero».

Certo, da studente, Mario fece le cose più strane. Organizzò beffe, trascurò la scuola per restare nelle compagnie filodrammatiche, arrivò al punto di inscenare — caso davvero unico — la commedia dell'allievo bocciato. (Una volta, pur essendo stato promosso, disse ai padre di avere due esami a ottobre, e si fece consegnare In anticipo il denaro per le ripetizioni: poi, quando al scoprì la verità, accadde una mezza tragedia. Più tardi lui stesso, raccontando l'episodio, commentava: «Si vede proprio che ero bastiancontraiio. Gli altri, quando erano bocciati, si fingevano promossi. A me me promuovevano e me fingevo bocciato».

Con un temperamento del genere, Mario non poteva avere vita facile. Ma a complicare i suoi rapporti col prossimo contribuiva soprattutto un’altra sua caratteristica : quella sincerità istintiva e spesso brutale che egli conservò a lungo anche sul palcoscenico, e che nella vita privata gli rimase sempre. Era un osservatore formidabile (non sarebbe stato un attore così bravo, altrimenti), e aveva un giudizio rapido e sicuro, unito a una capacità di cogliere le stonature che faceva di lui un grande umorista. Per di più. non riusciva a mettere in atto quel tanto di "necessaria ipocrisia” che, davanti a un tizio con un bitorzolo sul naso, ci Impedisce di esclamare: «Caro signore, lo sa che lei è proprio brutto?».

Mario vedeva, giudicava e parlava in una frazione di secondo. Poi, di fronte alla reazione dell'interlocutore, cercava di correre ai ripari, e poiché era profondamente buono, finiva per restare più mortificato e addolorato dell'altro. Ma il suo impulso era sempre quello di spiattellare la verità in faccia alia gente. «Io», spiegava, «ho la lingua più svelta del pensiero. Il mio cervello fa appena in tempo a mettersi a lavorare, ed ecco che la lingua parte in quarta e zac, ti combina la gaffe. Che ce posso fa'?».

In pratica "ci fece” moltissimo, perché aveva una volontà e un autocontrollo eccezionali. Trascorse tuttavia parecchio tempo prima che si convincesse che quel tipo di sincerità serviva sì a render più solide e durature le sue amicizie (con Mario si aveva sempre una gran sensazione di sicurezza : se pensava una cosa la diceva e basta). ma rischiava di danneggiarlo nella vita quotidiana e sul lavoro. Nei primi anni della sua carriera gli accadde spesso di mettere in imbarazzo il pubblico. La gente lo vedeva entrare in scena, con quella faccia che sprizzava simpatia da tutti i pori, ed era subito con lui. A diciotto anni fu scritturato da Annibale Ninchi per le Trachinie di Sofocle. Doveva fare l’araldo e pronunciare una sola battuta, di intonazione altamente drammatica. Ma quando si presentò in scena e disse la sua battuta, tutta la platea scoppiò in una fragorosa risata. Sul momento, lui credette di aver sbagliato qualcosa, e invece tutto era a posto. Poi, durante l'intervallo, Ninchi gii disse: «Sa che cosa li ha fatti ridere? La sua faccia. Lei ha un capitale e non se ne rende conto. Che cosa aspetta a fare il comico?».

Il pubblico, dunque, avvertiva immediatamente il "contatto”, e Mario era in grado di dominarlo in pochi istanti. Senonché, al momento buono, si lasciava sfuggire una delle sue battute, e la gente si chiedeva perplessa: «Ma perché 'sto simpaticone è così caustico?». Mario, che naturalmente aveva parlato senza un briciolo di cattiveria, sentiva la ventata fredda e faceva dietro front. La sua sensibilità e la sua prontezza gli permettevano di rimediare, il più delle volte. Non sempre, però.

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Roma. Decine di migliala di persone di ogni ceto sociale e di ogni età, hanno partecipato alle estreme onoranze a Mario Riva. Davanti alla chiesa di piazza Euclide, carabinieri e vigili urbani hanno dovuto formare un cordone per cercare di contenere la folla. La salma di Riva è stata trasportata a Roma da Verona, con un autofurgone seguito da una vettura sulla quale si trovavano due parenti stretti dell'attore.

AVEVA LE MANI BUCATE

Una sera, ad esemplo, mentre stava presentando uno spettacolo al "Nuovo” di Milano, vide un conoscente che sedeva in platea, accanto a una magnifica bionda. Fu questione di un minuto. «Ah», disse la lingua di Mario, «andiamo proprio bene. Quel signore, in sesta fila, ha lasciato a casa la moglie e si è portato dietro la bionda. Che bravo, eh?». Capì subito di averla fatta grossa e cercò di salvare la situazione. Disse che aveva scherzato, che non conosceva nessun signore alla sesta fila, che comunque non aveva visto nessuna bionda. Ma per una settimana stette male all'idea dei guai che avrebbe potuto causare al malcapitato consorte "in libera uscita”.

Più tardi, quando si impegnò col Musichiere, provvide a piazzare ogni sera nel "punti strategici" alcune persone (Garinei e Giovannini, il fratello Aldo e altri) incaricate di fargli appositi segnali qualora fosse "uscito dal seminato”. Ormai non ce n’era più bisogno, perché la vita aveva insegnato a Mario molte cose. Ma lui voleva garantirsi ad ogni costo contro il pericolo delle ”battutacce" ed era felice ogni volta che riusciva ad evitarle. «Finalmente», diceva, «il pubblico si è accorto che gli voglio bene. Ma non sa ancora quanto». Era vero.

Apparentemente Mario aveva un carattere complesso, pieno di contraddizioni. Era, ad un tempo, bonario e aggressivo, ingenuo e astuto, impulsivo e controllato. Ma per chi lo conosceva bene era molto semplice: aveva dentro di sé una grande timidezza, una grande bontà e un immenso bisogno di affetto. E faceva di tutto per non lasciarlo capire. L’ironia, gli atteggiamenti aggressivi, le arie di uomo «capace di fare gli affari suoi» non erano che una difesa suggerita dall'istinto e dall'intelligenza, una maschera dietro la quale si nascondeva un uomo troppo sensibile per fronteggiare il prossimo. Mario, che era capace di scomodare l’intero Consiglio dei ministri per procurar favore a un suo protetto del Musichiere, non aveva mai avuto, nella vita, una sola raccomandazione. Lo stesso valeva per gli affari: personalmente, aveva ”le mani bucate”, la tendenza irresistibile a spendere più di quello che guadagnava. Ma per gli altri era un consigliere perfetto.

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Roma. Una folla silenziosa e commossa sfila nella chiesa, dietro lo sbarramento creato dalla polizia, per vedere Mario Riva per l'ultima volta. Anche a Verona migliaia di persone erano convenute a rendere l'estremo omaggio al presentatore, nella camera ardente sistemata al primo piano della clinica; alla fine, però, scene di isterismo avevano costretto la polizia ad allontanare chiunque non fosse parente o amico. Si è calcolato che, a Verona, trentacinquemila persone, fra cui molti bambini, abbiano sfilato davanti alla salma.

UN URTO INEVITABILE

Durante la nostra lunga amicizia accadde più volte che io gli imponessi una mia opinione, un mio punto di vista. Ma quando si trattava di affari accettavo sempre il suo parere, pendevo letteralmente dalle sue labbra. Anche più tardi, quando ci separammo, seguitai a ricorrere a lui ogni volta che avevo bisogno di un consiglio. Di affari parlammo anche durante la nostra ultima conversazione : avevo avuto da Garlnei e Giovannini la proposta di allestire con loro una commedia musicale. Feci subito ricorso a Mario. «Che faccio?», gli chiesi. «Accetto?». Mi rispose di "star buono" e aspettare. Poi Aggiunse: «Io, invece, ho una controproposta. Quest’autunno torniamo insieme, Billi e Riva. È già tutto stabilito. Basta che tu mi dia retta». Parlammo un poco dello spettacolo che lui aveva in mente. Accettai con entusiasmo. «Adesso», concluse Mario, «vado a Verona. Al mio ritorno, tieniti pronto». Non dovevo rivederlo mal più.

Ho raccontato tutte queste cose, più o meno note, per spiegare i motivi di un episodio che influì nella intera vita di Mario: il suo allontanamento dalla casa paterna. Lui, per delicatezza, cercò sempre di evitare l’argomento, ma a me sembra giusto parlarne. Nessuno ne aveva colpa; Mario non poteva cambiar carattere, i suoi, impegnati col lavoro, non avevano tempo di studiarlo e comprenderlo. L’urto era inevitabile e non tardò a venire. Così, non ancora ventenne, Mario Bonavolontà abbandonò la casa paterna, dove avrebbe potuto avere tutto, e si incamminò per la sua strada, solo contro tutto il mondo. Si tratta dell’episodio-chiave della sua esistenza ed è per questo che ritengo indispensabile riferirlo. Tanto più che, alla luce del successo di poi, possiamo parlarne con lo stesso tono con il quale si racconta che Verdi fu bocciato al conservatorio di Milano. Se Mario fosse rimasto a casa avrebbe avuto una vita più facile. Ma se non fosse andato via, non sarebbe diventato forse quello che diventò. Rimasto solo conobbe ogni sorta di disavventure: la fame, la miseria, le delusioni, l’amarezza di essere considerato la "pecora nera” della famiglia. Commise errori, fece passi falsi, imparò a vincere a furia di sconfitte. Lo salvarono la sua forza d’animo, la sua intelligenza e il suo grande cuore. E una donna che entrò nella sua vita.

Riccardo Billi,«Oggi», anno XVI, n. 37, 15 settembre 1960


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* SECONDA PARTE *

Quando dormiva sui tram al deposito - A vent'anni era ancora uno spostato - Allievo modello alla scuola sottufficiali dei bersaglieri - Umberto rise per mezz’ora ascoltandolo - Troppi Bonavolontà alla radio: cosi Mario diventò Riva - Lo sfortunato matrimonio con Derna Massoli - Diana Dei abbandonò per lui la sua brillante carriera di attrice

Una volta, qualcuno mi chiese quale era il segreto della mia amicizia con Mario Riva. Risposi: «Abbiamo fatto la fame insieme». Era esatto, e lo confermo. Ma poiché la fame è quasi sempre un elemento positivo nella formazione del carattere e della volontà di un uomo, sento il dovere di aggiungere che Mario ne fece molta più di me. Una. tenace sfortuna lo perseguitò nei primi anni della sua carriera e lo condusse, più di una volta, sull’orlo della disperazione.

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Una fotografia degli anni in cui Mario Riva tentava di farsi strada nel mondo del teatro: l’attore (al centro), non ancora ventenne, è ripreso mentre partecipa a una recita filodrammatica del dopolavoro ferrovieri di Roma. È il 1931: dopo aver terminato di frequentare le scuole, dimostrandosi sempre insofferente di disciplina, Riva cercava fortuna sai palcoscenici, affrontando grandi sacrifici e stenti di ogni genere.

UN RAGAZZO IRREQUIETO

Quando abbandonò la casa paterna, Mario non aveva ancora in mente una strada da seguire. Questa affermazione può meravigliare certi giovani d’oggi che, a vent’anni, sanno già esattamente quello che vogliono, e lo vogliono tutto e subito. Ma per gli uomini della mia generazione era diverso: le ambizioni, in noi, maturavano lentamente, attraverso ima serie di esperienze che, a prima vista, potevano sembrare "dispersive”, ma che in realtà servivano ad arricchirci, ad allargare i nostri orizzonti. Personalmente, sono lieto di essere stato, prima di dedicarmi al teatro, studente di architettura, poeta, "paroliere” e pittore. Quanto a Mario, se egli avesse deciso sin dal primo istante: «voglio diventare presentatore», non si sarebbe probabilmente adattato a fare tutti gli strani mestieri che fece. Ma non sarebbe nemmeno diventato quel grande dominatore del pubblico e — lasciatemelo dire — quel grande psicologo che era.

A vent’anni, Mario era un ragazzo irrequieto, insofferente, pieno di contraddizioni. Quasi uno spostato, insomma. Aveva frequentato le medie e l’istituto di arti e mestieri (in seguito, amava dire di essere stato «espulso da tutte le scuole d’Italia», ma era soltanto una boutade) e sapeva un po’ di tutto senza avere una precisa specializzazione. Suo padre lo aveva costretto a viva forza a seguire il corso di allievi sottufficiali dei bersaglieri, a Casagiove, e Mario, di solito così indisciplinato, aveva saputo essere un allievo modello. Ma non era tagliato per la vita militare, come non era tagliato per l’impiego che sua madre sognava per lui. Sentiva una forte, ma confusa aspirazione per il teatro, e non riusciva a trovare il modo di "sfondare”.

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Mario Riva, ormai diventato presentatore ai microfoni della radio, intervista nel 1942 il famoso comico Maldacea. Dopo le recite nelle filodrammatiche (alle quali partecipavano spesso attori come Luigi Cimara e la Pagnani), Riva tentò invano di fare il doppiatore. Non venne assunto a causa delle sue tipiche inflessioni romanesche; si adattò allora a fare il "rumorista”, inventando numerosi trucchi ancora in uso nell'ambiente.

Le tappe della carriera di Mario sono troppo note al pubblico perché io mi dilunghi a narrarne i particolari. Dapprima si aggregò alle varie compagnie filodrammatiche di Roma (dove figuravano nomi come Luigi Cimara e Andreina Pagnani) e interpretò particine ricompensate magari con l’ "omaggio” di una parrucca o di una scatola di trucco. Poi tentò di fare il doppiatore alla "Fono Roma”, ma la sua pronuncia dialettale (ve lo immaginate Clark Gable che parla in romanesco?) gli impedì di andare avanti. Allora, invece di doppiare le voci, si mise a doppiare i suoni, come "rumorista”. Imparò molti trucchi e ne inventò parecchi altri che più tardi dovevano essergli utili.

Intorno al 1936, Mario tentò di entrare alla RAI (a quel tempi EIAR) dove suo padre aveva una ottima posizione come direttore d'orchestra. Fu allora che cambiò nome: due Bonavolontà alla radio erano troppi e così nacque Mario Riva. Nacque sfortunato, però: la sua prima trasmissione si risolse in una serie di papere, e al termine egli se ne andò alla chetichella, senza nemmeno ritirare il compenso. In seguito, ritornò alla radio con la qualifica di "sonorizzatore", che era il corrispettivo del “rumorista”. Fece quel mestiere per quattro anni guadagnando, se non' sbaglio, ottanta lire la settimana. E fece, naturalmente, la fame.

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Uno dei famosi "dialoghi” tra Mario Riva e Riccardo Billi, sul palcoscenico di rivista. In questa puntata dei suoi ricordi sul presentatore scomparso, Billi racconta come il suo amico conobbe Diana Dei, la donna alla quale si unì dopo un matrimonio infelice. Fu nel 1943, durante le rappresentazioni di una rivista di Galdieri in cui Riva aveva una piccola parte: la Dei, diplomata in pianoforte, era stata assunta per suonare un brano di Chopin, richiesto da un ”quadro” dello spettacolo. Da quel momento, i due attori non si separarono più.

IL NOME SUL “RADIOCORRIERE”

Ricordo che un giorno — avevamo già interpretato vari film e possedevamo l’automobile — passammo per caso da piazza Bainsizza. Mario fece fermare la macchina e mi disse: «Lo vedi il deposito tran, viario? Bene, se tu sapessi quante volte ho dormito là, raggomitolato sui sedili di un tram, rimarresti di sale. Mi succedeva spesso: la sera entravo senza farmi vedere e salivo su una vettura. Naturalmente, la mattina alle cinque e mezzo dovevo tagliare la corda. Ma non era scomodo. D’inverno, anzi, faceva un bel calduccio».

Durante il periodo del "rumorismo” Mario seguitò a calcare le scene. Recitò al teatro dell’università, facendo per mesi e mesi la strada da Monte Mario, dove abitava, al quartiere di San Lorenzo, dove avevano luogo le rappresentazioni; fece parte, come ho già detto, della compagnia di Ninchi; comparve qua e là nei teatri di provincia. Più tardi fu scritturato dalla compagnia di prosa di Radio Roma, dove recitò per qualche tempo. «A quell’epoca», raccontava lui stesso ridendo, «cominciavo a diventare popolare. Il mio nome appariva sui giornali. Bastava aprire il Radiocorriere per leggere nei programmi: "Un portalettere: Mario Riva”; "Un passante: Mario Riva”; "Un servo: Mario Riva”. Ero qualcuno, insomma, avevo un nome». Eppure, un anno dopo era già primo attore nella compagnia del teatro comico diretta da Nunzio Filogamo.

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Una scena della rivista "Caccia al tesoro”, presentata nella stagione ’53-54. Lo spettacolo fu uno di quelli in cui la famosa coppia ottenne maggior successo. Si notano Diana Dei, che imita Marilyn Monroe in ’*Niagara”, seguita da Gianni Agus e da Billi e Riva, vestiti come nel film. Tra gli anni più difficili affrontati da Riva e dalla sua compagna, Billi ricorda quelli che essi trascorsero a Napoli, durante l'occupazione alleata. La loro "compagnia” era fallita in Sicilia e aveva dovuto sciogliersi: per meni e mesi, Riva e la Dei, bloccati dalla mancanza di denaro nella città partenopea, vissero mangiando "supplì” e campando alla giornata.

La sua vera vocazione, però, egli potè scoprirla solo all’inizio della guerra quando, rientrato all’EIAR, fu incaricato di presentare un ciclo di trasmissioni per le forze armate. Allora egli si rese conto di avere, come presentatore, un insieme di qualità che fino ad oggi non si sono ripetute in nessuno: la spontaneità, il calore, l’innato ottimismo, la prontezza della battuta che arieggiava un po’ quella di Petrolini, e la naturale bontà che traspariva da ogni sua parola, nonostante le battute caustiche. In più, aveva una modestia non voluta, ma vera, cui faceva da contrappeso una buona cultura acquistata leggendo e studiando per anni. Era estraneo ad ogni atteggiamento di superiorità e, nello stesso tempo, aveva tutto il necessario per evitare le brutte figure. E non si limitava a "interpretare” l’italiano medio. Lo era.

Le trasmissioni per le forze armate costarono a Mario molta fatica (tra l’altro, doveva spostarsi continuamente da un capo all’altro dell’Italia), ma gli fruttarono una discreta popolarità. E, soprattutto, gli diedero quella sicurezza che era ii presupposto del successo. In quelle trasmissioni, Mario maturò come attore e come uomo.

Il suo "stile” si formò in quei tempi, ai quali — particolare curioso — risaliva anche il suo attaccamento sentimentale per la monarchia. Mario, a differenza della maggior parte degli attori, aveva delle idee politiche. Era un uomo di destra la definizione può andare. Quanto alla monarchia egli nutriva una riconoscenza personale per Umberto di Savoia, nata da un episodio che raccontava volentieri a tutti gli intervistatori. Un giorno, l'allora principe di Piemonte, era andato a visitare gli studi di Radio Roma. Doveva fermarsi un paio di minuti in ogni sala e ascoltare prò forma i vari complessi che vi agivano. Mario, che stava con l’orchestra Seracini, aveva l'ordine di non fiatare. Invece andò ai microfono, presentò una cantante e tanto disse e fece che il principe rimase nella sala per quaranta minuti passando da ima risata all’altra. «Quei quaranta minuti», raccontava Mario, mi tirarono su di giri, mi vitaminizzarono. E Dio sa quanto ne avevo bisogno».

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Una rarissima fotografia di molti anni fa, che mostra Mario Riva insieme con un magrissimo Achille Togliani, allora al suo esordio nel campo della canzone. Solo negli ultimi tempi, grazie soprattutto alle sue apparizioni alla televisione, Riva vinse la tenace sfortuna che lo aveva a lungo perseguitato in passato. Una delle famose imitazioni del duo Billi e Riva: qui la celebre coppia è nei panni di Anna Magnani (Billi) e Roberto Rossellini (Riva). Erano i primi anni del successo: pareva lontana l’epoca in cui Riva andava a passare le notti al deposito tranviario, dormendo nei tram e allontanandosi all’alba alla chetichella.

Alla vigilia della guerra, Mario ed io ci eravamo persi di vista. Quando lo ritrovai, nel '45, era un altro uomo. Aveva avuto una vita privata infelice: il suo matrimonio era stato il classico «incontro fra due persone nate per non incontrarsi mai». Non spetta a me parlare di questo argomento delicato, ma una cosa è certa: Mario non era fatto per la signora Derna Massoli, come la signora Derna Massoli non era fatta per Mario. Succede, nella vita: la solitudine, la povertà, il desiderio di "avere qualcuno” possono spesso riunire un uomo e una donna che in realtà non hanno nulla in comune. Era accaduto anche a Mario e alla moglie.

IL MIRACOLO DI DIANA

Non conosco abbastanza bene la signora Derna Massoli per essere in grado di pronunciarmi su di lei, ma posso garantire che Mario fece tutto il possibile per salvare il traballante edificio del suo matrimonio: tutto, compreso il gesto, nobilissimo, di adottare (ed amare) un figlio che, come tutti ormai sanno, non era suo. E quando, nonostante ogni sforzo, l'unione naufragò, Mario tornò a sentirsi uno spostato, come da ragazzo.

Lo conoscevo così: gioviale, un po’ spendaccione, chiassoso nelle apparenze, ma in realtà tormentato e intristito dai suoi continui alti e bassi. Ritrovai, nel 1945, un uomo sereno, ordinato, capace di amministrare alla perfezione la sua enorme riserva di energia: un uomo equilibrato, maturo. Diana Dei aveva operato il miracolo.

Appresi allora la storia del loro primo incontro. La riferisco così come la seppi da Mario. Accadde, se non sbaglio, nel 1943, durante le rappresentazioni di una rivista di Galdieri, nella quale Mario aveva una parte. C’era, tra gli altri, un quadro di Chopin che richiedeva, come "commento musicale”, un "pezzo" del celebre musicista: Diana, diplomata in pianoforte, era stata scritturata appunto per questo. Si videro per la prima volta così: sul palcoscenico. Fu, credo, il classico colpo di fulmine. Da allora, Mario e Diana non si separarono più. Insieme affrontarono le lotte, le disavventure, le speranze. Insieme arrivarono al successo.

I loro giorni più duri furono forse quelli che trascorsero a Napoli, all’epoca dell’occupazione alleata. La compagnia di cui facevano parte si era sciòlta — sfasciata sarebbe il termine più esatto — in Sicilia, e Mario e Diana erano riusciti ad arrivare, con i loro ultimi soldi, fino a Napoli. Ma di là non potevano più muoversi. Talvolta, il sabato e la domenica, ottenevano una scrittura come presentatori di uno spettacolo in qualche teatrino. Guadagnavano quel tanto che bastava per pagare una stanzetta in una pensione e per pranzare con uno di quei "supplì" che a Napoli chiamano "frittelle 'e riso". E aspettavano.

Diana si rifaceva da sola i vestiti, tentando di trasformarli in abiti di scena. Mario aveva sempre la riga dei pantaloni perfettamente stirata, il fazzoletto nel taschino, la giacca che sembrava appena uscita dalla bottega di un sarto. Chi li incontrava insieme aveva l'impressione di trovarsi di fronte a due persone spensierate e felici. Ed erano felici davvero, nonostante l'appetito cronico. Mario aveva finalmente trovato nella sua compagna ciò che cercava da sempre: l’affetto, la devozione, la serenità e quella sorta di dolce fermezza che permette ad alcune donne di "quadrare" i loro uomini senza mai comandarli.

Andò così per tre anni. Ogni giorno, Mario faceva un passo avanti, faticoso, ma sicuro. Anche se mangiava 'supplì", anche se a volte possedeva un solo paio di calzoni "presentabili". Poi, con la formazione della coppia Billi e Riva, cominciammo a vedere qualche lira. La nostra popolarità crebbe, interpretammo dei film. Ormai, gli anni della guerra e del dopoguerra erano un ricordo remoto. Ma Diana e Mario rimanevano sempre gli stessi.

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La signora Derna Massoli, moglie di Mario Riva, nella sua abitazione romana. Derna è madre del giovane Franco, al quale — nel giorno delle nozze — Riva volle generosamente dare il suo nome. Perciò oggi Franco è l’erede legale del presentatore. Benché separati, la Massoli e Riva rimasero sempre in buoni rapporti.

FINALMENTE UNA CASA

A Mario non pareva vero di avere finalmente una casa, una famiglia, qualcuno che quadrasse i bilanci domestici, che gli permettesse di mettersi, come piaceva a lui, in pantofole. Diana era sempre al suo fianco. Di giorno, badava alla casa; di notte recitava con Mario che aveva saputo fare di lei una delle migliori caratteriste del nostro teatro. Era instancabile. E commovente.

Nacque Antonello, e Mario sembrò impazzire dalla gioia. Era capace di trascurare un impegno per restare a casa a giocare a cavalluccio col figlio. Tutto ciò che lo riguardava acquistava un’importanza straordinaria, tutto ciò che faceva era eccezionale. Mario pensava soltanto al bambino. E ne parlava. Con tutti. «Antonello ha detto "papà"», «Antonello ha fatto tre passi da solo, pensa quanto è in gamba», «Antonello ha disegnato un albero; guarda qua e dimmi se non è bello». E, qualche anno più tardi: «Antonello ha visto per la prima volta il mare. E sai che ha detto? Ha detto: "È il bagno delle stelle". Il bagno delle stelle, capisci? Ti rendi conto che c'è dentro tutto? Ungaretti, Montale, tutto».

Diana intanto seguitava a recitare. Trovava tempo per ogni cosa. Si occupava del bambino (tra l'altro, gli insegnò a leggere e a scrivere prima ancora che andasse a scuola), riusciva a fare buon viso anche agli amici che Mario seguitava a trascinare in casa. Prese la sua decisione quando Mario era ormai lanciato e l'avvenire appariva sicuro. «In una casa», disse, «due attori sono troppi. Uno deve rinunciare: il meno bravo. Io». Così, smise di recitare e si ritirò a casa, nell'ombra. In quell’ombra dalla quale la tragedia doveva crudelmente strapparla.

Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, n. 38, 22 settembre 1960


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* TERZA PARTE *

Faceva il dittatore solo in cucina: vero artista dei fornelli, preparava i più saporiti piatti italiani e francesi - Come nascevano i famosi “sketch»" - La prima fotografia per un ammiratore fu strappata da una vecchia tessera - Il “no" di Diana Dei a una pelliccia di visone - Battibecchi e mazzi di rose

Fra le donne che conosco, Diana Dei è forse la sola che abbia avuto la forza di rifiutare una pelliccia di visone. Sono stato, per così dire, testimone del fatto, e posso raccontarlo. Accadde otto o nove anni fa. La coppia Billi e Riva si era affermata, le scritture piovevano da ogni parte. Diana recitava ancora, ma i tempi della miseria erano ormai lontani. Una sera, Mario, euforico, le disse: «Basta coi cappottini da quattro soldi. Ti voglio vestita bene. Domani vai in un negozio e ti comperi un bel visone. Il più bello che c’è. Anzi, vengo anch’io, così mi levo il gusto di pagarlo in contanti. Non siamo più poveri, capisci? Ti piace il visone? Benissimo, domani te lo vai a comprare».

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Una delle scene più divertenti della rivista "Caccia al tesoro”, che andò in scena nel 1953. Con Billi e Riva, che portano appeso al collo un cartello con la scritta "Colonna sonora", sono Diana Dei e Gianni Agus in un buffo atteggiamento sentimentale. La rivista ebbe vivo successo.

UNA COPPIA IDEALE

Diana rispose che il visone, si. le piaceva molto, ma che di comprarlo non era affatto d’accordo. «Siamo appena riusciti a mettere da parte un po’ di soldi», spiegò, «e tu vuoi che io li spenda per una pelliccia. Dobbiamo pensare ad altre cose più importanti: alla casa, al mobilio, ai risparmi. Quando ti sarai sistemato economicamente ne riparleremo: se avanzerà qualcosa potrai comprarmi il visone. Ora no». Disse tutto questo tranquillamente, come se si fosse trattato della cosa più naturale del mondo, come se una parte di quel denaro non lo avesse guadagnato lei, col suo lavoro. E non ci fu verso di smuoverla. Difatti, la pelliccia di visone Diana la ebbe solo alcuni anni più tardi, quando Mario era al culmine della popolarità. Anche in quell’occasione, però, non, acconsentì di «andare dal primo pellicciaio di Roma e pagare senza tante storie». Girò per un mese da un negozio all’altro, cercando "l’affare", il prezzo conveniente, per far risparmiare a Mario qualche biglietto da diecimila.

Questo episodio basta a far capire che cosa è stata Diana per Mario. La loro unione era irregolare ed entrambi ne soffrivano moltissimo. Ma la mamma di Mario ha avuto ragione quando ha detto a un giornalista: «Erano più uniti loro due dopo diciotto anni che certi sposini dopo sei mesi». Sembrava veramente che nulla al mondo potesse separarli, ed ora che Diana è rimasta sola, mi sento prendere dall’angoscia ogni volta che penso a ciò che deve provare.

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Billi e Riva in una scena del film ”Accidenti alle tasse”. Parlando dei molti anni di collaborazione con Riva, Billi afferma che tra essi scoccava, ogni volta che cominciavano a recitare insieme, una specie di scintilla telepatica, che consentiva loro di improvvisare interi ”sketches”, dando l’impressione al pubblico di averli provati chissà quante volte.

Anche quando bisticciavano (il che, a dir la verità, succedeva assai di rado, e sempre per motivi di poco conto), le loro liti avevano qualcosa di commovente. Il rancore durava, al massimo, un paio d’ore e, a volte, la discordia aveva quasi l’aria di un pretesto per la riconciliazione che seguiva. Un giorno, ricordo, ebbero un piccolo battibecco e Diana, che aveva appuntamento dal parrucchiere, uscì di casa ancora imbronciata. Poco dopo, mentre era sotto il casco, si vide arrivare Antonello, che trascinava un mazzo di fiori più grande di lui. Mario lo aveva accompagnato fino alla soglia del negozio e gli aveva detto: «Va, porta questo alla mamma e dille che l’aspetto fuori». Finì, come era prevedibile, che si buttarono le braccia al collo chiedendosi reciprocamente scusa.

Certo Diana aveva una qualità molto preziosa per una donna: la pazienza. Perchè, è inutile nascondere la verità: noi uomini abbiamo spesso agli occhi delle nostre compagne il difetto di essere pignoli e noiosi. Anzi, più uno è serio e posato e più tende a farsi "sopportare".

Sotto questo aspetto, Diana non commise mai un errore. Mario portava a casa, per il pranzo, un paio di amici senza aver nemmeno avvertito? Si provvedeva sull’istante. Passava “sottomano" a un compagno d’arte sfortunato una somma che poteva servire alla famiglia? Nessuno mostrava di essersene accorto. Con la stessa serena pazienza, Diana accettava anche l'hobby di Mario: la cucina. Un hobby verso il quale, se non sbaglio, la gran massa delle donne è piuttosto insofferente.

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Riccardo Billi mostra alla moglie alcune fotografie che riassumono la sua lunga attività artistica. La signora Billi, che è di origine italo-lituana (il padre, un diplomatico lituano, aveva sposato una torinese), ha 27 anni. Il suo nome vero è Grascìna; gli amici, tuttavia, la chiamano Lalla.

In casa Riva, invece, l’insofferente, in cucina, era lui. Davanti ai fornelli non tollerava contraddizioni, non ascoltava nessun parere. Guai a chi avesse osato disturbarlo: era intrattabile, dittatoriale. Ci sapeva fare però. Qualcuno ha scritto che era bravo a cucinare solo fettuccine e abbacchio arrosto. E' falso. Mario era un vero buongustaio, un artista dei fornelli. Conosceva non solo la cucina italiana, ma anche il meglio di quelle straniere, ed era capace di preparare i più raffinati piatti francesi. Inutile aggiungere che, per lui, far da mangiare era una cosa serissima, una specie di rito.

AUTOGRAFI ARRETRATI

Al pari della cucina, Mario amava le grandi tavolate, le comitive chiassose e tutta quel l'atmosfera di innocente allegria che è il privilegio delle persone moralmente sane. Nelle compagnie teatrali di cui faceva parte, i banchetti non mancavano mai. Quello inaugurale e quello di fine stagione erano addirittura obbligatori. E spesso, dopo quei pranzi d’addio, ci si lasciava tra le lacrime. Noi attori abbiamo la com. mozione facile, è vero. Ma non credo che accada spesso a un capocomico di vedere i suoi compagni andarsene con gli occhi lucidi. Mario conosceva come pochi l’arte di farsi voler bene. Dirò di più: riusciva a comandare solo facendosi voler bene.

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La moglie di Billi mentre dipinge alla maniera di Modigliani. I due coniugi hanno in comune la passione per la pittura: nella loro casa figurano numerosi libri d’arte.
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Riccardo Billi, tavolozza in mano, mentre si dedica al suo "hobby” preferito. All’epoca in cui studiava architettura, Billi sbarcava il lunario ricopiando quadri per conto di un antiquario. Grascina Billi con il gatto adottato da un paio, di anni. I coniugi Billi vivono a Roma e conducono vita ritirata. L’attore, nato a Siena nel 1906, è alle sue seconde nozze.

Impulsivo e bonario com’era, Mario non sapeva serbare rancore. Aveva scatti d’ira, talvolta violenti, ma sempre di breve durata e, quando dirigeva una compagnia, gli succedeva spesso di appioppare a qualcuno una multa alle nove del mattino per annullarla alle undici. Se avesse dovuto richiamarsi soltanto alla disciplina e alla gerarchia, se lo avessero costretto ad adottare quella maschera di spietata freddezza che trasforma in spauracchi certi "principali", non sarebbe mai stato in grado di farsi obbedire. E invece aveva un’autorità enorme che gli derivava dall’affetto e dall’ammirazione di tutti. Gli attori rispettavano in lui il più bravo. Il personale — dai macchinisti all’ultima ballerina di fila — lo adorava.

Mario chiacchierava volentieri con i suoi dipendenti, si interessava ai loro guai privati, dava consigli, aiutava chiunque glielo chiedesse. Era sempre il "confidente" della compagnia, e sapeva tutto di tutti. (Tra l’altro, aveva uno strano talento nel l’apprendere notizie: se andava in un albergo, si poteva scommettere che la mattina dopo avrebbe saputo vita e miracoli di una buona metà degli ospiti. Come facesse era un mistero). Tuttavia, non si abbandonava a pettegolezzi, non tradiva mai i segreti che gli venivano affidati.

Gli piaceva scherzare, veder gente allegra intorno a sé. Per questo forse amava tanto le feste. A Natale si scatenava. I preparativi cominciavano una settimana prima ed erano lunghi e laboriosi, perché tutti coloro che faceva io parte della compagnia dovevano ricevere doni adatti ai loro gusti: tutti, dalla soubrette alle donne addette alla pulizia. Di solito, era Diana che faceva gli acquisti, perdendo intere giornate nei negozi affollati. Poi, noi tre incartavamo i regali e incollavamo i cartellini col nomi. Alla fine, si svolgeva la "cerimonia": Mario, vestito da Babbo Natale, ed io, vestito da Befana, distribuivamo i doni alla compagnia riunita al completo. Mario godeva a veder aprire i pacchetti, a sentire i gridolini d| sorpresa. Era felice come un ragazzino. Per lui quello era il più bel momento dell'anno.

La fama non lo guastò. Mario Riva del "Musichiere" rimase per gli amici lo stesso Mario Riva del tempi dell’EIAR e degli sketches di "Romoletto Faticoni". Incassava compensi altissimi, ma non dimenticava gli anni duri. Se incontrava un collega sfortunato, faceva di tutto per non mortificarlo con il proprio successo. Se gli capitava (e gli capitava spesso) di firmare, uno dopo l’altro, centinaia e centinaia di autografi, diceva: «Che volete, sono arretrati che arrivano tutti insieme». Una volta, raccontò che aveva ricevuto la prima richiesta di una fotografia con dedica solo durante la guerra, quando era già sulla soglia della trentina e calcava le scene da due lustri.

Gli era parsa una cosa incredibile, tanto che, lì per lì, aveva pensato a una beffa. Ma poi, l'ammiratore aveva Insistito, e Mario, per accontentarlo, aveva dovuto strappare da una vecchia tessera la sola fotografia che in quel momento possedeva. Dieci anni più tardi, la sua immagine era in ogni angolo d'Italia. Ciononostante, egli conservava verso gli ammiratori l'atteggiamento di un tempo: un atteggiamento fatto di gratitudine, di commozione e, perché no, di un pizzico di piacevole sorpresa.

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Una delle ultime fotografie di Mario Riva, qui nella sua casa romana insieme al fratello Aldo. L'attore era molto legato ai propri familiari e particolarmente al fratello Aldo che lo assistette nelle ultime ore.
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La folla segue il feretro di Mario Riva. Contrariamente a quanto pubblicato, la signora al centro non è la moglie del presentatore, Derna Massoli, ma l'attrice Olga Dossena, che già aveva recitato con Riva.

SPIRITO ORGANIZZATIVO

Ma per apprezzare veramente le qualità di Mario Riva, bisognava vederlo sul lavoro. Non era soltanto un uomo instancabile pieno di impensate risorse. Era anche un eccellente assimilatore, capace di cogliere il meglio da qualunque parte venisse, pronto ad ascoltare un suggerimento senza l'ombra di quel puntiglio che rende sordi tanti uomini. E aveva, Inoltre, uno spirito organizzativo unito a un gran senso della misura.

A questo punto, è necessario che mi spieghi con un palo di esempi. Nella rivista, si sa, il copione non viene considerato "sacro e inviolabile" come nel teatro di prosa. Al contrario, è quasi d’obbligo rimaneggiarlo durante la stagione, secondo le esigenze del luogo e del momento in cui si recita, o secondo l'ispirazione degli attori. Molte battute prendono lo spunto dal fatti di cronaca, altre nascono sul palcoscenico, soprattutto durante le prove. Cosi, a furia di aggiunte, la rivista si "allunga", e non è raro che vi siano tre quarti d'ora di differenza fra la durata della "prima" e quella della serata di chiusura. Il che, invece di migliorare lo spettacolo, lo appesantisce.

Ora, Mario era sempre pronto a utilizzare una battuta nuova (noi due, come dirò più tardi, eravamo anzi famosi per il continuo rinnovamento dei nostri sketches). Senonché, ad ogni frase nuova inserita nel copione, doveva corrispondere la cancellazione di un’altra, scelta fra le meno felici. Due volte alla settimana, procedevamo alla revisione del copione; ogni scena era discussa, soppesata, sottoposta a un esame dal quale dipendevano le modifiche. E, per ogni aggiunta, c’era un taglio. La zavorra veniva man mano eliminata e, nello stesso tempo, si evitavano le zeppe, le ripetizioni e il prolungamento smisurato delle scene che non dovevano mai durare più del previsto. Con questo sistema, i nostri spettacoli non davano mai segni di stanchezza e, alla fine della stagione, apparivano, se possibile, più freschi che all'inizio.

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Mario Riva, in maglietta e calzoncini bianchi, mentre disputa una partita a bocce. Il gioco delle bocce costituiva un "hobby” dell'attore, il quale si rammaricava di non potervisi dedicare con maggiore frequenza.

"CI LEGGEVAMO NEL PENSIERO"

Un’altra dote di Mario era quella dell’improvvisazione. Lo spettacolo di Monza, cui ho accennato nelle precedenti puntate, fu praticamente allestito da noi due nel corso di poche ore. Era la prima volta che lavoravamo insieme, e sarebbe stato difficile immaginare un incontro in circostanze peggiori: una compagnia eterogenea, rimediata all’ultimo istante, un copione incompleto, un teatro dalle attrezzature rudimentali. Eppure, riuscimmo a cavarcela. Ricordo che facemmo una specie di seduta, Mario e io, in un camerino. Cominciammo a discutere, a cercare una via d’uscita: «Dunque, vediamo un po’. Tu entri in scena...». «Ma no, entriamo insieme. Siamo due reduci». «Meglio due tifosi, ti pare? "Roma" e "Lazio" qui non vanno, facciamo "Milan" e "Inter"». «Scegli tu: lo di calcio non capisco niente». «Giusto: allora dico: io sono del "Milan" e lui che non capisce niente è dell’ "Inter". E tu che mi rispondi?». «Data la tua pronuncia posso chiederti: "Lei, signore, è nativo di Gallarate, vero?"». In questa maniera tratteggiammo diversi sketches. Erano improvvisazioni imbastite alla meglio; ma sul palcoscenico le perfezionammo e andarono benissimo.

Fu allora che scoprimmo la "telepatia" che cl univa, la "scintilla" che, come scrisse un giorno Mario, "scoccava" fra noi ogni volta che eravamo in scena. Sembra incredibile, ma è la verità: noi due ci leggevamo nel pensiero. Se a uno di noi, durante lo spettacolo, balenava in mente una battuta, l’altro, come se la indovinasse, gli dava subito uno spunto, un'imbeccata. Non solo, ma aveva già in serbo la risposta. Questo naturale affiatamento ci permise, in seguito, di improvvisare interi sketches sotto gli occhi del pubblico, convinto che avessimo provato chissà quante volte.

A Monza, però, fummo noi stessi a restare meravigliati della nostra "telepatia". Era per noi una cosa nuova, inaspettata e non potevamo immaginare quanto si sarebbe sviluppata negli anni successivi. Finiti gli spettacoli, ci lasciammo con grandi promesse di tornare a lavorare insieme, in realtà, fu il caso a riunirci a Roma, un anno dopo, nell’autunno del 1946. Dovevamo recitare insieme al Colle Oppio, nella rivista "Sette Colli": un modesto spettacolo in un modesto teatro. Ci impegnammo con entusiasmo e ne facemmo un successo. Ma questo episodio appartiene a un altro capitolo della vita di Mario, al capitolo che si chiama "Billi e Riva".

Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, n. 39, 29 settembre 1960


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* QUARTA PARTE *

Di venerdì la “belva” mangiava il baccalà e poi voleva mangiare noi - Chiacchieravamo sulla scena, di nascosto dal pubblico - Mi chiamava “il cinese" - La “mia” Anna Magnani e il “suo” Roberto Rossellini - Finalmente i due grandi s’interessano di noi

Ancor oggi, dopo tanti anni, provo una stretta al cuore ripensando alle serate in cui, al Colle Oppio, Mario e io affrontavamo indifesi "la belva". Quella definizione non era stata certo inventata da noi, ma a Mario piaceva molto, e così avevamo finito per adottarla: "la belva", naturalmente, era il pubblico.

Chi è estraneo al mondo del teatro non comprenderà mai che cosa significhi recitare. Per un attore, ogni rappresentazione — anche il matinée della trecentesima replica — è sempre una "prima", e cioè un’avventura piena di incognite. Ogni apparizione sul palcoscenico equivale a un esame in cui si può essere bocciati o promossi. Non esistono vie di mezzo, e le buone "pagelle" del passato non assicurano nessun .vantaggio: al contrario, più si è bravi e meno sì può contare sull'indulgenza dell' "esaminatore". Basta avere, un attimo di smarrimento, basta calare un po’ di tono perché l’insuccesso si profili inesorabile. Il pubblico è un giudice severo, spietato a volte. E, quel che è peggio, ha sempre ragione.

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Mario Riva e Riccardo Billi, truccati da giocatori di calcio, si apprestano ad entrare in scena per interpretare uno "sketch”. La collaborazione dei due attori iniziò "ufficialmente” nell'estate del ’46 a Roma, in una rivista intitolata ”I sette colli”; in essa per la prima volta Billi e Riva recitarono la scenetta di Rossellini e della Magnani, che, negli anni successivi, avrebbe procurato loro una grande popolarità. Alla fine di quella stagione la compagnia però si sciolse e i due comici dovettero dividersi, tornando a recitare definitivamente insieme soltanto un anno dopo.

Queste possono sembrare frasi fatte. Ma chi ha messo piede su quell’enorme passerella inclinata che si chiama palcoscenico, chi, abbagliato dai riflettori e infastidito da un costume balordo, si è visto spalancare davanti agli occhi la voragine nera della sala, capirà. A decidere il nostro destino di attori è sempre lei, la voragine nera dalla quale mille sguardi invisibili ci scrutano, pronti a giudicare ogni nostra mossa. Il pubblico.

Il singolo spettatore può anche essere sprovveduto, ma il pubblico, come massa, è quasi infallibile. Una specie di istinto collettivo lo guida e gli consente di intuire di colpo non solo le nostre debolezze ma anche le nostre virtù. A quanti attori la platea ha suggerito quella che era la strada giusta da seguire? Lo stesso Mario Riva non sognava forse di diventare un attore drammatico? E chi, se non il pubblico, gli ha fatto capire che in realtà era nato per essere il più grande presentatore di questi tempi?

IL SESTO SENSO DI MARIO

Il pubblico, ripeto, ha sempre ragione e chi gli si ribella è perduto. Soltanto che, per comprenderlo veramente, occorre creare fra attore e spettatori un ''contatto" che si stabilisce in pieno solo col tempo. Ecco perché dicevo che, all’inizio, Mario e io «affrontavamo indifesi la belva». Tutti e due avevamo già una lunga esperienza di teatro, ma come coppia eravamo nuovi, e le reazioni del "nostro" pubblico non le conoscevamo ancora. Dovevamo «tastargli il polso», trovare il modo di conquistarlo. Per questo, le prime sere, entravamo in scena con una gran tremarella in corpo. Non era soltanto emozione. Era volgare paura.

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Billi e Riva, rispettivamente nei panni di Anna Magnani e di Roberto Rossellini, si esibiscono nel loro "pezzo forte”. "Nannarella", dopo aver estratto dal "décolleté” un telefono bianco, iniziava un dialogo con il regista, in attesa al lato opposto del palcoscenico. La forza comica della scenetta si basava principalmente sul cambiamenti di tono di Billi e sulla mimica di Riva. Una parte dello "sketch” di ”Nannarella e Roberto" fu in seguito addirittura ripresa e proiettata dagli operatori di un cinegiornale, che fecero cosi conoscere Billi e Riva in tutte le città d'ltalia.

A superare gli ostacoli ci aiutarono il nostro naturale affiatamento e quel "sesto senso" che è un po’ la contropartita dell’intuizione del pubblico. Un attore, se è veramente tale, indovina a colpo d’occhio l’umore della platea e, se è bravo, sa manovrarlo. In Mario il "sesto senso" per il pubblico era sviluppatissimo e, modestamente, credo che lo fosse anche nel sottoscritto; perché in caso contrario non saremmo andati così d’accordo. Sta di fatto che, appena si alzava il sipario, noi due sapevamo esattamente come stavano le cose giù in sala.

Di solito, ci scambiavamo le nostre impressioni durante lo spettacolo. Avevamo l’abitudine — abbastanza frequente fra gli attori — di' parlarci mentre recitavamo, e non c’era pericolo che qualcuno se ne accorgesse. In fondo, era molto semplice: bastava parlare piano, senza muovere le labbra, voltando magari un po’ la testa. Nessuno lo notava. Così, subito dopo l’entrata in scena, attaccavamo con le "chiacchiere". Il personaggio interpretato da Mario diceva la sua battuta, poi Mario, pian pianino, aggiungeva a esempio: «Vista la belva? Stasera ce magna vivi». Il personaggio interpretato da me rispondeva a sua volta secondo il copione, dopo di che intervenivo io: «Che ci vuoi fare? È venerdì. Hanno mangiato il baccalà. Pazienza». (Fra i tanti misteri del teatro, c’è infatti anche questo: il pubblico del venerdì è immancabilmente il più freddo, il più incontentabile, il più avaro di applausi. Come si spiega il fenomeno? Non lo so. Noi lo attribuivamo scherzando al baccalà che stava sullo stomaco alla gente. Ho tuttavia il sospetto che uno psicologo non si accontenterebbe di questa teoria).

LE ALLUSIONI DELL’ANGELO

Ma torniamo al "capitolo. Billi e Riva". Cominciò a Roma, una sera d’estate del 1946. Erano trascorsi otto mesi dal "Natale di fame" che, a Monza, ci aveva riuniti per la prima volta sul palcoscenico: entrambi desideravamo tornare insieme e, quando il maestro Poiacci ci offrì una scrittura per la rivista I sette Colli, di cui era ad un tempo autore, regista e impresario, accettammo con entusiasmo. C’erano con noi la soubrette Mara Landi, le ballerine di Macario e altri ottimi elementi della rivista rimasti "a spasso" durante l’estate. Giacomo Rondinella cantava le canzoni allora in voga: "Addormentarmi così" e "Io t’ho incontrata a Napoli".

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Roma. Diana Dei e il piccolo Antonello fotografati durante una passeggiata in una pineta presso la capitale. La signora Dei vi si reca più volte alla settimana per far prendere una boccata d’aria al bambino; dal giorno della morte di Riva è questo il loro unico svago. Diana e Antonello conducono una vita molto ritirata, passando intere giornate in casa.
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Roma. Diana Dei si riposa su una panchina conversando con Antonello. Il bambino, che si è dimostrato molto coraggioso, si adopera spesso per cercare di confortare e di distrarre la madre. Ancor oggi, a quasi un mese dalla scomparsa del popolare presentatore, Diana Dei riceve ogni giorno centinaia di telegrammi di solidarietà da ogni parte d’Italia. Roma. Diana e Antonello proseguono la loro passeggiata sulla strada asfaltata. A detta dei familiari, Antonello assomiglia in modo impressionante a Mario Riva bambino.

Lo spettacolo, che si annunciava piuttosto modesto, ebbe un successo superiore ad ogni previsione. Credo di poter affermare che fummo in gran parte noi due a crearlo. Iniziammo con lo sketch del bambino e la guardia a cavallo, poi facemmo un "secondo atto della Tosca presentato da Luchino Visconti", che era una parodia un po’ pesantuccia. Alla fine varammo uno sketch che doveva restare per anni il nostro cavallo di battaglia: l’imitazione di Anna Magnani e Rossellini, che erano a quell’epoca la coppia più celebre di Roma.

Nella scenetta, Mario faceva la parte di Rossellini. Io, che grazie all'hobby della pittura conosco bene l’arte del trucco, comparivo nelle vesti della Magnani. La gente si divertiva un mondo, e molti venivano al Colle Oppio, dove si svolgevano gli spettacoli, solo per vedere Nannarella e Robberto. Una sera ci avvertirono che Anna Magnani era fra il pubblico. Recitammo col batticuore, temendo proteste e rappresaglie. E Invece Nannarella si spellò le mani a furia di applaudire e, alla fine, volle congratularsi con noi. Si interessò molto alla mia truccatura e ci fece tanti complimenti che Mario ed io ci sentimmo per un istante degli "arrivati". Fu un’illusione che durò poco. Terminati gli spettacoli estivi, la compagnia si sciolse e ciascuno se ne andò per conto proprio: io con la compagnia di riviste della RAI, Mario con Totò che presentava allora "Bada che ti mangio". Eravamo ancora al punto di prima.

L'estate successiva però cogliemmo il primo frutto della nostra collaborazione: una nuova scrittura al Colle Oppio, per una rivista intitolata Cento città. La compagnia era praticamente ancora quel, la dell’anno prima; ma questa volta il successo fu di gran lunga maggiore. Varammo alcuni nuovi sketches impostati sulla satira politica che, allora, andava molto di moda. Uno rappresentava il conte Sforza che si recava a trattare con gli inglesi accompagnato dal suo angelo custode. Ogni volta che il ministro italiano rischiava di commettere una gaffe, l’angelo lo interrompeva suonando un campanello e, naturalmente, ogni frase troncata conteneva un'allusione più o meno pesantemente ironica. Ma anche l’angelo finiva per perdere la pazienza e, ad un certo punto, invitava Sforza a mandare all'inferno gli inglesi. Si beccava un applauso da far crollare ili teatro.

Il nostro "pezzo forte" restava tuttavia lo sketch della Magnani. Lo avevamo perfezionato e irrobustito, e poiché nel frattempo si era cominciato a parlare della Bergman, avevamo aggiunto un terzo personaggio, interpretato da Mara Landi. Assillato dalle due donne il povero Rossellini aveva sempre la peggio. "Nannarella" gli aizzava contro un cane, poi estraeva dal décolleté un telefono bianco e, imitando una scena di un celebre film, lo chiamava: «Amore, mi senti?». «Sì», rispondeva "Roberto" attaccato a un altro telefono bianco al lato opposto del palcoscenico. «Mi senti davvero, amore?», insisteva "Nannarella" con voce soave. «Si, certo». «Ma mi senti proprio?». «Sì». «Proprio davvero?». «Sì». «E allora, va a mmorì...». Il brusco cambiamento di tono e la faccia sbigottita di "Roberto" facevano, naturalmente, molto più effetto della battuta in sé.

In quell’epoca cominciammo ad assaporare il gusto della popolarità. Ma ricevemmo anche alcune lezioni che ci insegnarono, una volta per sempre, a non perdere il senso della misura. Ricordo che una sera, all’uscita del teatro, trovammo una diecina di giovanotti che volevano i nostri autografi. Seguitammo a firmare beati finché arrivammo all’ultimo, un ragazzino di otto o
nove anni che stringeva fra le mani un foglietto strappato da un taccuino. Quando ebbe anche lui il suo autografo, ci guardò e chiese: «E mo’ che me danno con questo?». Sul momento restammo male, poi scoppiammo a ridere: erano ancora i tempi delle tessere e il ragazzo, vedendo dieci persone "in coda", aveva creduto che distribuissero qualcosa. Altro che popolarità!

Eppure, qualcosa era cambiato rispetto all’anno prima. Il teatro era sempre esaurito, le signore in gran toilette diventavano di giorno in giorno più numerose. Parecchi giornali parlavano del nostro spettacolo, e le critiche erano tutte favorevoli. Verso la fine della stagione accadde una specie di miracolo: i "due grandi" della rivista — Garinei e Giovannini — si interessarono di noi, ci fecero perfino un’offerta. In pratica, poi, la proposta andò in fumo; ma servi a regalarci un palo di settimane di euforia.

Anche gli operatori del cinegiornale vennero a trovarci. Una parte dello sketch di "Nannarella e Roberto" fu ripresa e proiettata in tutti i cinematografi d’Italia. Il vasto pubblico conobbe Billi e Riva per la prima volta così: nei panni di Rossellini e della Magnani. A noi, l'episodio parve una cosa enorme, tant’è vero che dieci anni dopo, Mario se lo ricordava ancora: «Il primo personaggio importante che ho interpretato», diceva, «è quello del rubinetto che sgocciola: risale all’epoca in cui ero uno dei più promettenti rumoristi della RAI. Il secondo è, quello di Romoletto Faticoni. Il terzo, e il più importante, è quello di Rossellini, che mi ha fatto entrare addirittura nel cinema. E adesso, non venitemi a raccontare che la mia ascesa non è stata strepitosa».

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Roma. Un altro momento della passeggiata. Antonello, che ha otto anni, ha appreso solo l’anno scorso che i suoi genitori non erano sposati. Fino a poco tempo fa egli portava il cognome fittizio di Riva ma in seguito al recente annullamento del primo matrimonio di Diana Dei, ha potuto chiamarsi con il vero cognome di lei: Antonello Mancini. Il bambino, a cui Diana Dei ha deciso di non far portare il lutto per la morte del padre, frequenterà quest’anno la quarta elementare ed è già stato iscritto in un istituto privato a Roma.

Le ultime parole avevano una nota di amarezza più che giustificata in un uomo che, come Mario, era stato tante volte sfortunato. Ma contenevano anche una verità: le due stagioni estive al Colle Oppio erano servite a qualcosa. Il pubblico romano ci aveva presi in simpatia, l’ambiente teatrale si era accorto di noi. Mario ed io avevamo scoperto per la prima volta le nostre vere possibilità; Diana Del, impegnata quasi per caso in una scenetta comica, aveva rivelato le sue doti di caratterista. Infine, l'amicizia fra me e Mario si era consolidata, e dall’amicizia era nata la coppia Billi e Riva: perché era stata l’estate al Colle Oppio a farci decidere di non separarci più.

Tra Mario e me si era creato un legame profondo. Avevamo avuto anche delle piccole discussioni (era difficile non discutere con lui) ; ma proprio quel battibecchi erano serviti a farci capire che i nostri caratteri si. completavano alla perfezione. Mario mi chiamava sin da allora "er cinese" perché — diceva — "aspettavo con la pazienza di un mandarino che finissero le sue sfuriate, per tornare poi, con l’ostinazione di una goccia cinese, a ribadire il mio punto di vista". Lo diceva affettuosamente, aggiungendo magari: «'Sto cinesone mio cià ’na testa dura, quasi come la capoccia de Mario Riva». La verità era che ciascuno di noi aveva bisogno dell’altro: a Mario occorreva la mia calma, che gli permetteva di sfogarsi tranquillamente; a me faceva bene la sua energia che mi "tirava su di giri". Non potevamo desiderare nulla di meglio.

Anche le delusioni di quel periodo non erano state inutili. La proposta di Garinei e Giovannini, è vero, non aveva avuto seguito. Ma era stata ugualmente lusinghiera e forse, senza quell’incoraggiamento, noi non avremmo mai trovato la forza di imbarcarci, l’anno dopo, nella "avventura del Bernini": nel. l’avventura cioè che doveva condurci alla notorietà.

Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, n.40, 6 ottobre 1960


1960 10 13 Oggi Riccardo Billi Mario Riva intro

* QUINTA PARTE *

Il signor Bertonsicini e i "bitonti" - Cospiravano in scena per andare a pranzo - "Ho un figlio mio, mio!", mi gridò ubriaco di gioia - Con le recite manteneva un ospizio

«Billi e Riva vengono dall’avanspettacolo» : quante volte è stata ripetuta questa frase? Ebbene, è vero. Mario ed io abbiamo fatto dell’avanspettacolo, così come del resto lo hanno fatto anche Totò, Walter Chiari, Nino Taranto, Ugo Tognazzi e tanti altri fra i nostri attori più bravi. Ma non c’è nulla di vergognoso in tutto questo. L’avanspettacolo è stato il grande vivaio della rivista italiana, e ci accorgeremo della sua scomparsa il giorno in cui dovremo andare alla ricerca di una nuova generazione di comici.

E poi, c’è un’altra cosa: quello che Mario ed io allestimmo nel '48 al cinema-teatro "Bernini" di Roma, era un avanspettacolo assolutamente eccezionale, un avanspettacolo "storico". I suoi primati non si contavano: record della durata (più di nove mesi sullo stesso palcoscenico); record assoluto degli incassi (quattro sere su cinque a teatro esaurito) ; record della critica (non c'era giornale che non si occupasse (li noi), e record, infine, del successo, perché credo che mal prima il vecchio "Bernini" avesse visto tanti applausi e tanto entusiasmo.

Tutta Roma — è proprio il caso di dirlo — sfilò, durante quei nove mesi, sulle poltrone del nostro teatro. Ogni sera, in platea, c’era un personaggio nuovo: ministri e parlamentari venivano a sentire le nostre ultime battute politiche, "divi" del cinema prenotavano i biglietti con 24 ore di anticipo. Anna Magnani, che ormai era divenuta una nostra ammiratrice, arrivava sempre all'ultimo istante e se, come ac. cadeva il più delle volte, non c’era posto, andava a sedersi sulle gradinate e assisteva di là allo spettacolo. Per nove mesi i nostri nomi rimasero sui muri di Roma. La via Borgognona, dove era l’ingresso del teatro, divenne quasi una strada di moda. Si aprirono nuovi negozi, e quelli che già c’erano rinnovarono le Insegne e le vetrine. Tenendo conto del nostro punto di partenza (in verità molto vicino allo zero), posso affermare che nessuno dei successi di poi è paragonabile a quello che ottenemmo nei giorni lontani del "Bernini".

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Mario Riva o Riccardo Billi (i due al centro, in piedi), camuffati da bambine in uno "sketch” che faceva parte del film-rivista ”I cadetti di Guascogna”. Fu questo l’esordio cinematografico di Riva, che lo trasformò di colpo, da attore di avanspettacolo, in una celebrità nazionale: il film fu infatti uno dei massimi successi di cassetta del momento. Tra gli altri interpreti erano Ugo Tognazzi, Walter Chiari e Carlo Campanini. Ai "Cadetti di Guascogna” fecero seguito "Arrivano i nostri” e ”Ho fatto tredici”, con esito meno felice.

TAVOLI ALTI DUE METRI

Senza dubbio, lo spettacolo era stato allestito con grande cura. Mario ed io avevamo accettato di parteciparvi nel momento In cui il periodo del Colle Oppio sembrava dolorosamente concluso, e ci eravamo "buttati dentro" con la forza della disperazione. Ma tutta la compagnia era di prim’ordine. Il maestro Nino Bonavolontà, fratello di Mario, aveva impiegato la sua arte di direttore d’orchestra sinfonica per scegliere e comporre le musiche e per preparare un complesso mai visto fino allora nell’avanspettacolo. Giulio Marchetti, il coreografo, era riuscito letteralmente a trasformare le n.ostre ballerine: le otto ragazze, che all’inizio muovevano appena qualche passo e non sapevano spiccicare quattro parole, erano in grado, dopò un mese, non solo di ballare ma anche di recitare e di cantare a quattro voci.

Frattanto, una redazione di cui, oltre a noi due, facevano parte Age, Scarpelli, Verde, Fiorentini e Nino Bonavolontà, provvedeva a rinnovare continuamente il copione, adattandolo man mano alle necessità del momento. Ogni lunedì, dopo la prima rappresentazione, ci riunivamo nel mio camerino e, così come eravamo, con gli accappatoi addosso, cominciavamo a discutere sullo spettacolo della settimana successiva. Le battute nascevano spontanee, durante la conversazione. Qualche volta era il pubblico stesso a suggerirle. Ma non c’era avvenimento o fatto di cronaca che potesse sfuggire alla nostra ironia.
Molti degli sketches di allora sono rimasti famosi: quello del signor Bertonsicini, a esempio, in cui un Tizio fortunato e un Tizio sfortunato si trovavano a dover fare le stesse cose con risultati diversi, o quell’altro della "Lettera di Natale", in cui Mario ed io recitavamo vestiti da bambini. Tutto, sulla scena, era predisposto in modo da creare l’illusione che fossimo veramente piccoli: c’era un tavolo alto due metri, un armadio che non finiva più e due sedie sulle quali eravamo costretti ad arrampicarci. Noi "bambini" dovevamo scrivere ai genitori la tradizionale letterina natalizia, ma avevamo il babbo comunista e la mamma democristiana e non volevamo offendere nessuno dei due. Il resto è facile immaginarlo.

LA “COGNATA VITTORIA"

Un altro sketch molto noto era quello dei bitonti, che si ispirava alle storie dei "trinariciuti" di Gua. reschi. Si era all’epoca della guerra fredda e la propaganda comunista in Italia aveva commesso alcuni errori psicologici che sembravano fatti apposta per essere presi di mira dalla satira. I bitonti erano appunto due agitatori ottusi e impreparati, che applicavano le "direttive superiori" senza capirle. Un errore di stampa, un equivoco qualsiasi bastavano a creare le situazioni più balorde: i patti agrari diventavano "gatti" agrari (nonché forcaioli, s'intende), il foglio del partito veniva scambiato per un misterioso "figlio del partito", e così via. Ad un certo punto, un dirigente ricordava ai bitonti che bisognava votare PCI per "ottenere l’a. gognata vittoria", e subito i due andavano in piazza a spiegare agli elettori che chi votava comunista avrebbe avuto per sé "la cognata Vittoria". «Quale cognata?», chiedevano gli elettori sbalorditi. E allora i bitonti, dopo averci pensato su, rispondevano: «La tua, perché la mia non la do a nessuno e meno che mai a un porcellone come te. E poi, mia cognata si chiama Giuseppina».

Potrei raccontare cento altre scenette, cento battute che furono altrettanti successi. Ma l’umorismo del palcoscenico è troppo legato alla recitazione per poter essere trascritto, e la satira politica ha la brutta abitudine di invecchiare molto presto. Ciò che conta comunque è che il "Bernini" fu la scuola alla quale si formò la coppia Billi e Riva (e un poco anche Billi e Riva come uomini). I nostri sketches migliori, le nostre battute più felici nacquero appunto in quel periodo: per un paio d’anni, si può dire, campammo letteralmente del ''capitale" accumulato al "Bernini" durante quei nove mesi felici in cui ci sentimmo per la prima volta degli "arrivati".

Qualcuno, recentemente, mi ha chiesto quanto guadagnavamo in quell’epoca. Non lo ricordo con esattezza, ma mi è rimasto in mente un particolare che dà un'idea abbastanza chiara dei nostri "favolosi compensi" edizione 1949. La direzione del teatro passava ai primi attori una "busta-premio" ogni volta che, di domenica, si raggiungeva il massimo degli incassi consentito dai prezzi di allora: un milione dì lire. Per noi, il "traguardo del milione" era diventato un po’ una questione di puntiglio e, la domenica, facevamo del nostro meglio per superarlo. Poi, aspettavamo il "segnale": se tutto era andato bene — e andava bene quasi sempre — mia moglie. Liana, si affacciava a un certo momento fra le quinte e, non vista dal pubblico, ci sventolava sotto il naso le buste come per dire: «Avete visto? Ce l'abbiamo fatta anche stavolta». Orbene, ciascuna di queste buste conteneva venticinquemila lire, vale a dire una somma che, secondo quanto mi si dice, equivarrebbe come potere d'acquisto a non più di 50 o 60 mila lire di oggi. Una sciocchezza, se vogliamo misurarla col metro di certi beniamini del pubblico attuale. Eppure, a noi, quelle venticinquemila lire sembra, vano una somma favolosa, un patrimonio quasi. La verità è che ci sentivamo troppo ricchi di entusiasmo per renderci conto di essere poveri in canna.

Col tempo, però, anche le soddisfazioni economiche finirono per arrivare. Un giorno, mentre eravamo ancora impegnati al "Bernini", venne a trovarci Broggi, della "Ponti-De Laurentiis", e ci propose d’interpretare un film: I cadetti di Guascogna. Fu uno dei maggiori successi di cassetta dell’anno e ci trasformò di colpo da celebrità locali in celebrità nazionali.

Durante la lavorazione dei Cadetti di Guascogna facemmo amicizia con la macchina da presa, che ci si mostrò subito propizia. In realtà, il cinema era un’esperienza nuova o quasi nuova solo per Mario, dato che io avevo già interpretato diversi film prima della guerra. Ma il fatto che funzionassimo bene anche come coppia fu una piacevole scoperta per tutti e due. Davanti alla macchina da presa eravamo, se possibile, ancor più disinvolti che sul palcoscenico. Sembravamo nati per fare quel mestiere.

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La popolare coppia Billi-Riva ancora in abiti infantili, in una scena della rivista "Alta tensione" che tenne a lungo il cartellone nella stagione 1951-1952. I due attori, travestendosi da bambini, riprendevano un’idea che aveva riscosso i più calorosi consensi del pubblico romano due anni prima, quando per nove mesi consecutivi Mario Riva e Riccardo Billi avevano recitato un loro spettacolo di varietà nel vecchio teatro Bernini di via Borgognona. Lo spettacolo veniva continuamente aggiornato, con battute nuove e scene intere sostituite, secondo il ritmo della cronaca e a commento del "fatti del giorno”. Ministri, parlamentari, divi famosi seguivano con assiduità e con molto interesse la rivinta satirica.

LE NOSTRE RAGAZZATE

In seguito, girammo Arrivano i nostri e una mezza dozzina di altri film, fra cui uno, singolarissimo, sceneggiato e diretto da Carlo Man. zoni. Si intitolava Ho fatto 13 e conteneva spunti di umorismo surrealista veramente pregevoli. Ma forse proprio perché era troppo ambizioso rispetto ai mezzi usati per realizzarlo, andò male. E fu un vero peccato.

Durante la stagione 1951-52 allestimmo, al "Sistina" di Roma, il nostro primo grande spettacolo: La bisarca. Come attori eravamo ormai lanciati e la nostra rivista rientrava nel numero delle tre o quattro più importanti d’Italia. La nostra vita privata però era rimasta sempre quella di prima. Io, che sono riservato per natura, cercavo di trascorrere a casa le mie poche ore libere. Mario, più socievole, preferiva le compagnie. I suoi divertimenti erano semplici e sani: una tavolata con gli amici, una partita di calcio (o "partita mangiafegato". dato che la sua squadra del cuore, la "Lazio", non era molto brillante in quegli anni), una "spedizione" alla scoperta di qualche nuova trattoria dove, inutile dirlo, si mangiavano "cose dell’altro mondo" per pochi soldi.

A volte, mentre eravamo in scena, Mario mi diceva tra i denti:

«Che vuoi magnà stasera? ’Na bella pastasciutta a all’amatriciana?».

Se gli rispondevo di sì era affare fatto: dopo lo spettacolo, andavamo in una delle "nostre" trattorie, dove Mario, maniche rimboccate e grembiule alla cintola, si dava da fare intorno ai fornelli. E, quando cucinava lui, mangiavano a crepapelle anche i dispeptici.

Le nostre cenette notturne erano più frequenti quando ci trovavamo fuori Roma. A Milano, a esempio, la visita di mezzanotte in via Ba-gutta era quasi d’obbligo: si vuotavano dei gran fiaschi di vino, si mangiavano enormi piatti di fettuccine. Questi erano i nostri svaghi: questi e le "ragazzate" che organizzavamo ogni volta che cl si presentava l’occasione.

Quando eravamo , in viaggio — e le compagnie, si sa, usano quasi sempre il treno — adottavamo alcuni "sistemi brevettati" per trovare posto. Il più innocente era quello dell’ "appestato". Mario recitava la parte dell’ammalato. e noi fingevamo di confortarlo lasciandoci sfuggire di tanto in tanto strane frasi allusive. Chi ascoltava "scopriva" subito che il "malato" doveva essere affetto da un morbo gravissimo e terribilmente contagioso. Ci volevano in media da dieci a quindici minuti: poi lo scompartimento si vuotava come per incanto.

GLI ORDINI DI ANTONELLO

All’epoca della Bisarca nacque Antonello: nacque, per così dire, in scena, perché Diana lavorò quasi fino al giorno in cui dovette entrare in clinica. La gioia di Mario fu qualcosa di indescrivibile. Era come ubriaco, non faceva che parlare del bambino: «Ho un figlio, sai? Un figlio maschio. Un figlio mio, mio, capisci?». In realtà, era lui che "non capiva più niente".

Mario amava i bambini, e i bambini, che se ne accorgevano per istinto, gli stavano sempre attorno. A volte, lo menavano letteralmente per il naso. Prima che nascesse Antonello, il suo "dittatore" era un nipotino che, almeno una volta alla settimana, "esigeva" dì uscire con lo zio. Mario, indaffarato com'era, riusciva, chissà in che modo, a "liberare" interi pomerìggi che dedicava al nipote portandolo a passeggio, in gita o al cinematografo. Gli parlava come a un adulto e lo trattava con una pazienza che i suoi compagni di lavoro non avrebbero mai immaginato in lui.

E, naturalmente, lo colmava di doni: libri, dolci, vestiti e soprattutto giocattoli; quei giocattoli meccanici che a lui, Mario, piacevano più che ai suoi piccoli amici.

In seguito, quando Antonello frequentava già le elementari, poteva accadere spesso che, durante una discussione d’affari, Mario guardasse l’orologio dicendo: «Mi dispiace, ma devo lasciarvi. Mio figlio mi ha "ordinato" di andarlo a prendere a scuola». Se ne andava così, con un sorriso di scusa, e non dimenticava mai di portarsi dietro un pacco di fotografie con dedica da distribuire ai compagni di Antonello. Quest'ultimo, di solito, stava a osservare la scena apparentemente impassibile, ma dentro di sé tutto fiero di avere un "papà importante".

L’amore per i bambini non si spense mai in Mario. Il vasto pubblico se ne rese conto durante le trasmissioni del Musichieretto, ma pochi fecero caso a episodi come quelli di Fregene, dove Mario spendeva ogni anno buona parte delle sue vacanze a organizzare spettacoli per i ragazzi di un ospizio, raccogliendo in tal modo i fondi necessari per il mantenimento dell’istituto. Nel suo cuore c’era posto per tutti: per suo figlio e per i figli degli altri.

La nascita di Antonello non fu tuttavia soltanto un momento felice della sua vita. Fu una svolta decisiva. Qualcosa cambiò in lui: l’antica spensieratezza scomparve di colpo, le preoccupazioni per l’avvenire si insinuarono, forse per la prima volta, nella sua mente. Anche i suoi sogni e le sue ambizioni assunsero forme più concrete. Il giovanotto Mario Riva divenne, da un giorno all’altro, un uomo maturo.

Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, n.41, 13 ottobre 1960


1960 10 20 Oggi Riccardo Billi Mario Riva intro

* ULTIMA PARTE *

Un angelo ci attendeva sullo schermo - Il video ci divise - Riceveva seimila lire alla settimana - Non ho ancora il coraggio di entrare nel "nostro" camerino

Mario Riva ed io lavorammo insieme per quasi otto anni, fra il 1948 e il 1956. Otto anni sono molti nella vita di un attore, specialmente se cadono in quell’età d’oro che va dai trentacinque ai quarantacinque. Per noi, furono decisivi: ci formarono, ci diedero la notorietà. Durante tutto quel periodo, discutemmo spesso, ma non litigammo mai. Al contrario, fummo sempre d’accordo sulle questioni importanti e, quando le nostre strade si separarono, ci lasciammo senza contrasti e senza amarezze. Fu una di quelle situazioni che si creano, talvolta, fra amici. Uno si innamora; dice: "Mi sposo, metto su casa, me ne vado". L'altro, magari, pensa fra sé: "Quella non la sposerei di certo", ma rispetta i sentimenti dell’amico, e così finisce per stringergli la mano e chiedergli di fare da testimone alle nozze. Qualcosa di simile, ripeto, accadde fra noi due. Soltanto che, a dividerci, non fu una donna: fu la televisione.

Mario amava spesso ricordare di essere stato il primo presentatore della TV, il "vero pioniere del video" in Italia. Era esatto. Nel 1937, alcuni tecnici dell’EIAR avevano sperimentato a Roma una piccola stazione televisiva le cui trasmissioni venivano captate da un unico rudimentale ricevitore che si trovava nei saloni della mostra del minerale, a tre o quattro chilometri di distanza dagli studi: in quei programmi, durati fino alla chiusura della mostra, Mario aveva avuto la parte del leone. Poi, c’era stata la guerra e, per tre lustri, nessuno aveva parlato più di TV.

LO SCANDALO DEL TRICOT

Così, quando nel ’52-’53 si ricominciò a lavorare intorno alla televisione, Mario comprese subito l’importanza di quella che, agli occhi dei più, appariva ancora come una specie di curiosità scientifica. Se ne interessò e, nel 1955 (vale a dire in un’epoca in cui molte "celebrità nazionali" snobbavano il "video"), riuscì a farsi affidare una delle prime rubriche veramente popolari: Duecento al secondo. Per qualche tempo la trasmissione andò a gonfie vele; poi, come è noto, fu sospesa in seguito alle critiche di coloro che consideravano troppo crudeli gli scherzi e le "penalità" cui dovevano sottoporsi i concorrenti. Mario, che "ce l’aveva messa tutta", rimase male.

Più delle accuse (parecchie delle quali erano obiettivamente ingiuste), gli dispiacque l’idea di essere stato, per così dire, colto in fallo. «Un po’ di torto l'ho avuto anch'io», mi confessò mentre le polemiche su Duecento al secondo erano ancora in corso. «Sono stato troppo caustico, troppo aggressivo. Certe battute, che sul palcoscenico sono " 'na cannonata", diventano un disastro sul "video". Questa TV è una strana bestia: digerisce le trasmissioni più macchinose; ma, quanto a personaggi, tollera solo i tipi semplici e schietti, i tipi alla buona, insomma. E pensare che, nella vita, io sono proprio questo: un uomo alla buona, uno come tanti altri. Basterebbe che interpretassi me stesso e sarei a posto; alla lunga, batterei tutti, perché di me la gente non si stancherebbe mai». Intuì sin da allora di aver scoperto la strada giusta, e gli venne una gran voglia di riprovare.

L’occasione si presentò nell'autunno successivo, quando la nostra rivista Gli italiani son fatti così ci fece tornare sui teleschermi. Uso il plurale, perché quella volta c'ero anch'io: l’intera compagnia, infatti, fu scritturata per una trasmissione settimanale di satira d'attualità che si intitolava La 'piazzetta. Fu, a un tempo, un successo e un colpo di sfortuna. La trasmissione, che aveva incontrato sin dal primo istante il favore del pubblico, dovette essere interrotta dopo la terza puntata, a causa del cosiddetto "scandalo del tricot": per un fenomeno ottico, di cui nessuno lì per lì aveva tenuto conto, l’aderente costume color carne della ballerina Alba Arnova si "annullò" sullo schermo, con la conseguenza di far apparire la povera Alba vestita "poco più di Eva". Grida di indignazione si levarono da ogni parte, e invano i tecnici e gli impresari si affannarono a chiarire l’equivoco. La compagnia dovette far fagotto.

A me, francamente, la cosa non seccò gran che: non avevo mai avuto molta simpatia per la televisione, e quell’esperienza era servita a rendermi ancor più freddo. Per Mario, invece, fu diverso. Nella Piazzetta egli aveva cercato di mettere in atto gli insegnamenti di Duecento al secondo; e la interruzione, venuta proprio mentre stava ottenendo la prova di essere nel giusto, lo lasciò amareggiato e deluso. Il desiderio di rifarsi, di dimostrare di aver ragione divenne per lui una questione di puntiglio. Quel puntiglio lo condusse al Musichiere.

Ricordo le conversazioni che avemmo quando la TV gli fece l’offerta. Lui insisteva perché lo seguissi. «Dobbiamo restare insieme», diceva. «Abbiamo fatto coppia sul palcoscenico, la faremo anche sui teleschermi. Che differenza fa?», lo seguitavo a ripetere che non ne avevo voglia, che la TV non mi piaceva, che davanti alle telecamere provavo uno strano senso di disagio. Ma non tentavo neppure di ostacolarlo o dissuaderlo. perché sentivo che quella era la sua strada.

La rivista stava attraversando un periodo di crisi e anche noi ne avvertimmo gli effetti. Gli italiani son fatti così era stato forse il più brillante di tutti i nostri spettacoli, ma non aveva rinnovato i trionfi della Bisarca o di La granduchessa e i camerieri: per lo meno, non li aveva rinnovati in alcune città. In compenso, la TV aveva avuto in pochi mesi uno sviluppo favoloso ed era ritenuta ormai una vera e propria "fabbrica di celebrità". Rimaneva, naturalmente, l’alternativa del cinema, ma anche in quel campo la nostra attività aveva subito una battuta d’arresto. Dopo i successi iniziali, ci avevano costretti a girare una serie di film mediocri di cui molto facile prevedere l'esito. Li avevamo interpretati senza fiducia e senza entusiasmo, solo per tener fede ai contratti. Ma quando, a nostra volta, avevamo proposto un soggetto che ci sembrava eccellente, i produttori avevano detto di no.

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Roma. Mario Riva in una fotografia dello scorso anno, accanto al figlio Antonello che fa i compiti. In questi giorni Antonello è ritornato a scuola, nell’istituto Santa Giuliana Falconieri. Al suo ingresso in aula egli è stato subito fatto oggetto di affettuose dimostrazioni di simpatia da parte di tutti i suoi compagni di classe.

IL ROSSI “CATTIVO"

Su quel soggetto, che partiva da uno spunto di Garinei e Giovannini, Mario ed io avevamo lavorato a lungo. Credo che valga la pena di parlarne, se non altro come di un inedito di cui Mario Riva è co-autore. La storia, dunque, si basava sull’omonimia fra un certo Augusto Rossi fu Angelo e di Adele e un certo Augusto Rossi fu Angelo e di Ada. Il primo era un onesto impiegato che tirava la cinghia, il secondo un avventuriero che viveva di espedienti e ne scaricava le conseguenze sull’omonimo ignaro.

Ma questo era soltanto l'antefatto. Il film doveva cominciare con il Rossi "buono" che mentre se ne andava in tram a portare le paghe agli operai dì un cantiere, veniva avvicinato da uno strano personaggio. «Avanti», diceva il personaggio, «vieni con me. È giunta la tua ora: sono l'angelo incaricato di portarti lassù». I due si incamminavano; ma, lungo la strada, si scopriva che c’era stato un ennesimo equivoco: l'anima da prelevare era quella del Rossi "cattivo". L'angelo era Imbarazzato: «Ho già commesso un errore, una volta», spiegava. «Se mi pescano di nuovo sono fritto. Per portarti su ho quindici giorni di tempo, ma l’ora del decesso deve essere quella esatta. E se l’altro mi tradisce?». Bisognava quindi ottenere la complicità del Rossi "cattivo", il quale, naturalmente, ne approfittava per chiedere all’angelo di restare sulla terra durante i famosi quindici giorni. I due omonimi si davano così alla bella vita in compagnia dell'angelo che, ricattato continuamente dal Rossi ''cattivo", procurava loro le più straordinarie avventure: spostava la pallina della roulette, apriva casseforti, faceva innamorare meravigliose fanciulle.

Senonché, a questo punto, si verificava uno strano fenomeno: il Rossi "cattivo", sapendo di dover morire, diventava man mano onesto e generoso, mentre il Rossi "buono" acquistava di pari passo la mentalità dell’avventuriero. Al momento stabilito l'ex-disonesto partiva per l’altro mondo, e l'ex onesto, divenuto ormai un "dritto", andava a trasferirsi in un lussuoso palazzo. Ma ecco che, 48 ore più tardi, ricompariva l’angelo: tutto era stato Inutile. Nel libre del destino era scritto che i due Rossi dovevano morire a due soli giorni di distanza uno dall’altro.

Il soggetto, come i lettori hanno potuto constatare, era molto adatto allo utile della coppia Billi e Riva. Senza dubbio, era anche infinitamente migliore di quelli degli ultimi film che interpretammo. Tuttavia, nessuno volle prenderlo in considerazione.

Queste nostre disavventure ebbero molto peso sulle decisioni di Mario. In un altro momento le avremmo viste com'erano realmente: piccoli contrattempi e nulla più. Ma, allora, impressionavano anche me; e quando Mario, dopo aver tentato inutilmente di vincere la mia ostinazione, mi chiese di lasciarlo libero, accettai.

A differenza delle altre volte, la fortuna lo assecondò sin dall'inizio. La trasmissione, in origine, doveva chiamarsi Conosci questo motivo? e il titolo, che non piaceva a nessuno, fu cambiato solo all'ùltimo istante per una felice ispirazione di Garinei e Giovannini. Un giorno, non so più quale dei due disse: «Sentite, nella musica leggera ci sono i "parolieri'', no? E se noi, invece, facessimo i "musichieri", anzi "il" musichiere?». Mario Riva inaugurò la trasmissione nel 1956. Un anno dopo era il beniamino di tutta Italia.

“TORNIAMO INSIEME"

Nelle prime pagine di questi ricordi avevo detto che Mario non si lasciò mai guastare dal successo. Desidero ripeterlo e sottolinearlo, perché si tratta di uno dei lati più belli del suo carattere. Nella fase culminante del Musichiere egli riceveva seimila lettere alla Settimana ed era costretto a tenere una segretaria per il disbrigo della corrispondenza e un piantone, davanti alla porta di casa, per moderare l'afflusso dei curiosi. I cacciatori di autografi lo perseguitavano, i bisognosi d'ogni sorta ricorrevano a lui, il pubblico lo adorava. Una sua parola bastava a smuovere ministri e alti funzionari, ma la sua vita e le sue abitudini non erano mutate: la partita di calcio della domenica, la predilezione per i film western, l’hobby della cinepresa (credo che abbia filmato tutti i momenti della vita di Antonello, a cominciare dal giorno della nascita), la passione per i libri gialli, che, contrariamente a quanto accade ad altri, aveva

il coraggio di esporre ben visibili, in libreria. Aveva ingrandito la. sua discoteca e si era concesso finalmente il lusso di un autista, un lusso che sognava da tempo, perché si era sempre considerato troppo distratto per guidare. Ma tutto il resto era rimasto come prima.

I vincoli di affetto che ci legavano non si allentarono mai. Ci vedevamo meno spesso, per forza di cose, ma la telefonata, l'invito, la chiacchierata nei ritagli di tempo c’erano sempre e tenevano viva la nostra amicizia. Lavoravamo ancora insieme ogni volta che ci si presentava l’opportunità: sketches pubblicitari per il "Carosello", radiotrasmissioni come Uno contro tutti. Ci riunirono insieme anche quando la TV fece L'album dei ricordi: la trasmissione finiva con una dissolvenza, poi, al posto di noi due, comparivano Antonello e mio nipote che chiudevano l’album. Mario, che dietro le quinte li guardava con occhi lucidi, mi diede uno spintone: «Ha visto, cinese ? Non moriremo. Continueranno quei due là». "Quei due là", molto meno commossi, arrivarono tranquillamente dicendo che ormai erano attori della TV e che, come tali, desideravano essere pagati. Questi furono i nostri rapporti fino al giorno in cui Mario mi telefonò: «Adesso basta. Quest'autunno torniamo insieme, capito?». Poi, partì per Verona.

Ora sono rimasto solo. Da un mese, provo al teatro Sistina la commedia musicale che interpreterò, con Walter Chiari e Sandra Mondaini. Ma non ho ancora avuto il coraggio di entrare nel camerino che, per tanti anni, fu di Mario e mio. Non ho la forza di tornare fra quelle quattro mura che videro i nostri giorni più felici. E so che, per tutto il resto della mia vita, ogni volta che sentirò un applauso mi volterò a cercare lui, Mario.

Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, n.42, 20 ottobre 1960


Oggi Riccardo Billi, «Oggi», anno XVI, settembre-ottobre 1960