Andreotti Giulio

Giulio Andreotti

(Roma, 14 gennaio 1919 – morto a Roma, 6 maggio 2013) a 96 anni abbondanti; terzogenito di Filippo e Rosa Falasca, aveva una sorella ed un fratello. Ha avuto quattro figli da Livia Danese regolarmente sposata nel 1945. Laureato in giurisprudenza, esponente fedele all'unico Partito Politico del quale è stato tesserato e portavoce: la Democrazia Cristiana.

Famoso, più che per il difetto fisico della cifoscoliosi, per un suo piacevole senso dell'umorismo, che, per quanto stemperato dal moralismo tipico dei cattolici, sapeva farsi talvolta mordace.

Fin da studente alle scuole superiori, ancor prima che matricola universitaria, era attratto dal mondo dello Spettacolo e partecipava agli eventi ufficiali politici ed istituzionali: presente, ad esempio, alla ufficiale inaugurazione di Cinecittà.

Non ha mai rinunciato al suo attivismo soprattutto letterario Redattore di periodici e quotidiani del suo partito d'appartenenza; nel 1955, oltre che scriverci regolarmente, fonda e dirige il periodico romano "CONCRETEZZA".

Scrittore di libri fin dal 1945. Nel 1942, in piena guerra mondiale, era Presidente della Federazione Universitaria Cattolici Italiani. Nel 1946, a soli 27 anni, come esponente dei cattolici, è stato membro dell'Assemblea Costituente. Eletto Deputato nel 1946 (oppure 1948).

Dal 31 maggio 1947 al 28 luglio 1953, ininterrottamente durante ben 5 Governi, ha ricoperto il ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nei servizi dello Spettacolo e dello Sport: interessato agli Artisti in genere, quando poteva e voleva, presenziava ai funerali, come ad esempio martedì 6 marzo 1951 a quello per l'attrice comica Dina Galli.

Fu nell'arco di questo lasso di tempo che, Antonio de Curtis fu curioso di conoscerlo; non è chiaro se avvenne in un camerino del Nuovo di Milano nel periodo 1949-1950, nel corso della tappa di "Bada che ti mangio" o se al Valle di Roma alla prima di "C'era una volta il mondo". Si sa che il cordiale botta e risposta fra le due personalità, tanto sensibili ed accomodanti, concordò in una condivisa risata finale: a causarla Totò De Curtis che, su per giù, si espresse così:


Se lei, Eccellenza, ha capito tutto delle battute maliziose della scena del wagon-lit, mi perdoni, ma vuol dire che era uno sporcaccione già prima.


Nell'Annuario del Cinema italiano 1950-1951 è così attribuito: Onorevole, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Presidente Commissione Consultiva Ufficio Centrale della Cinematografia e Presidente Comitato Tecnico d'Appello, 2° grado, alla Direzione Generale dello Spettacolo.

Al periodo di tale incarico politico (1947-1953) risale, inoltre, oltre a qualche consiglio di censure per supposte offese alla Religione di Stato (all'epoca la Cattolica ancora lo era), il suo tanto discusso articolo contro il neorealismo, ed UMBERTO D in particolare, pubblicato dal periodico di parte "LIBERTAS" N° 7 del 28 febbraio 1952 con il titolo "Piaghe sociali e necessità di redenzione"; al contrario, invece, pare abbia addirittura difeso altre pellicole contro l'eccessivo bigottismo del collega Scelba (famoso per le censure contro le libere opinioni diverse dal credo DC).

Dal 29 luglio 1953 Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con incarico di Segretario del Consiglio dei Ministri e Coordinatore delle attività legislative.

Nel gennaio 1954 è per la prima volta Ministro (Ministero degli Interni), quale membro del Governo Fanfani; è così stato Ministro ininterrottamente fino al 1968, membro di Governi differenti, con incarichi diversi: Difesa, Industria e Commercio, Finanze, Tesoro; non a caso, in una battuta dialogata nel film satirico "GLI ONOREVOLI", si diceva: "Non c'è rosa senza spine, non c'è Governo senza Andreotti".

Franca Faldini ha confidato che, nel suo gergo scherzoso, Antonio De Curtis aveva soprannominato Giulio Andreotti: "aspirante sagrestano".

Come ironia del destino, quasi giocando sulle parodie e le satire, capita che l'Onorevole Andreotti Giulio e l'artista de Curtis Antonio in arte Totò, si incontrino di nuovo ma stavolta senza curiosi testimoni, guarda caso, proprio su un treno con le cabine letto; era precisamente la tratta Nizza-Roma, quindi, per entrambi, un rientro a casa. Era estate, non prima del possibile 1956, non dopo il probabile 1958. Le cabine erano vicine e l'uomo de Curtis intendeva chiedere aiuto o consiglio al comprensivo Ministro, per un suo problema; era il periodo in cui gli Artisti iniziavano ad essere tartassati e, in qualche caso, appunto, sopravvalutati dal fisco (come alludeva Totò) a causa della legge Vanoni.
Nell'impossibilità etica e democratica di fare eccezioni nè raccomandazioni, e Antonio de Curtis, generoso e dalle mani bucate, certo non pretendeva affatto questo, ma forse almeno una rivalutazione. L'aiuto si concretizzò nell'unico consiglio concreto: chiedere dilazione e rateizzazione.


Quella faccia non mi è nuova: il Principe Totò

di Giulio Andreotti

1952 Toto a colori 001 LDoveva essere nell’estate del 1957 (forse un anno prima o uno dopo). Il treno letti Nizza-Roma aveva da non molto passato il confine ed io me ne stavo placidamente a leggere il libro giallo serale quando bussarono alla porta della mia cabina. Non eravamo ancora in tempi di terrorismo, di scorte e di necessarie cautele; aprii quindi senza alcuna precauzione e mi trovai dinanzi Totò, accompagnato da Franca Faldini. “Ho saputo che Lei era qui e non potevo non venire ad augurarLe la buona notte.”

Passato l’attimo di sorpresa, mi scusai con la Faldini per essere in tenuta da camera (Totò, invece, reduce da una crociera in Costa Azzurra, indossava una elegante divisa da autorevole yachtman) e ringraziai il Principe col quale ci addentrammo in una gradevolissima conversazione. Non voleva davvero profittare del ministro delle Finanze in vacanza per porre alcuni suoi urgenti problemi, ma avrebbe avuto grande gioia se lo avessi potuto vedere in ufficio per illustrarmeli: “Nella vita ognuno ama di essere sopravvalutato, ma io lo sono ‘solo dal fisco’”.

Dopo una serie di schioppettanti battute come questa, Totò con un moderato inchino prese congedo nell’intesa di vederci al ministero il lunedì successivo a mezzogiorno.

Lo avevo conosciuto di persona a Milano nel 1950 presentatomi da Remigio Paone al Teatro Nuovo; anzi dovrei dire “presentatogli” perché il Principe mi aveva fatto sapere che gradiva ricevermi nel suo camerino. In quella prima occasione lo trovai dignitosissimo, con una sorta di ostentata sufficienza sul modesto sottosegretario di Stato. Era un personaggio completamente diverso da quello che pochi minuti prima ci aveva mandato in visibilio con il gran finale dello spettacolo in cui, elmetto e piume di bersagliere, percorreva più volte a velocità crescente la passerella, scandendo il verso dantesco, leggermente adattato: “Ohi Pi - ohi Pi - Pi - Ohi Pisa, vituperio delle genti”.

Il successo di Totò era tanto più impressionante perché affidato a tre o quattro semplici ingredienti: l’incedere meccanico, quasi da burattino; l’insistente ripetizione delle battute, di un repertorio volutamente limitato, ed anche di espressioni divertenti sue tipiche (“Ma mi faccia il piacere” ad esempio); l’accentuata inflessione napoletana; uno strabuzzamento inimitabile degli occhi.

Erano forse le nostre generazioni facili al riso? Può darsi, ma a giudicare dall’apprezzamento che i giovani tuttora mostrano ai suoi film, teletrasmessi spesso sia dalle reti pubbliche che private, si ha la conferma del grande valore artistico di Totò, la cui “vis comica” è destinata a non tramontare proprio perché basata su caratteristiche semplici e naturali.

Sembra che Antonio De Curtis fosse seriamente impegnato e convinto nel difendere le sue prerogative principesche. Si sarebbe detto che l’applauso e l’affetto delle folle erano da lui vissuti come un surrogato dell’ossequio spettantegli quale erede del Sacro Romano Impero.

Parlammo una volta degli aspetti morali della comicità nel cinema ed ascoltai da lui una distinzione interessante: vanno evitate le “immagini” oscene perché eccitano passioni e suscitano squilibri (specie nei ragazzi), mentre sul “parlato” si può largheggiare perché ognuno lo recepisce in proporzione al suo personale grado di malizia. Esemplificava dicendo che la famosa scenetta della difficile convivenza con il deputato nella cabina-letto (non c’entra il Nizza-Roma, attenzione!) nella quale vi erano molte allusioni piuttosto pesanti, divertiva egualmente quanti comprendevano tutti i doppi sensi e chi invece rideva soltanto per le valige gettate una ad una dal finestrino e per la saliva schizzata negli onorevoli occhi del compagno di viaggio quando Totò alzava la voce per imporsi. “Se lei ha capito tutto, mi perdoni Eccellenza, era uno sporcaccione da prima”.

In verità, Totò volgare non era. Anche la frase: “Questa faccia non mi è nuova” riferita alla zona umana delle ultime vertebre era detta in modo da richiamare l’attenzione più sull’udito che sul video. Almeno a me sembrava così e glielo dissi, provocando questa divertente risposta: “Non mi spingerei mai alle arditezze di un Canova”. [...]

Giulio Andreotti, "Visti da vicino", Rizzoli 1985


Galleria fotografica e stampa dell'epoca


Nella vita ognuno ama essere sopravvalutato, ma io lo sono solo dal Fisco.


A fine gennaio 1967 a Firenze, ritirando il suo secondo Nastro d'Argento, Antonio de Curtis in arte Totò, ringrazia pubblicamente l'onorevole Giulio Andreotti.

Nel 1972, alla fine, Giulio Andreotti è Primo Ministro per la prima volta; Senatore a vita dal 1991-1992, mercoledì 14 gennaio 2009 ha festeggiato il 90° compleanno in Senato.

Andreotti incluse il profilo, col titolo "il principe Totò", a partire dalla terza ristampa (1986) del suo interessante best-seller "VISTI DA VICINO" (foto in galleria)


Ho trovato notizia di un omonimo, Giulio Andreotti, appunto, precedente a codesto uomo politico, attivo nel campo teatrale, che, all'epoca della fine della prima guerra mondiale, era capocomico.


Riferimenti e bibliografie:

  • Simone Riberto, alias Tenente Colombo
  • Giulio Andreotti, "Visti da vicino", Rizzoli 1985
  • Gli incontri qui descritti, con dovuto confronto sinottico, sono tratti tanto dai ricordi descritti da Franca Faldini, che da quelli dell'opposta campana secondo quanto pubblicato

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