Dover Nyta (De Chvalkovsky Angelica Antonietta Anita Enrichetta)

Nome d'arte di Antoinette De Chvakoksky, (Vevey, 17 maggio 1927 – Fort Lauderdale, 13 aprile 1998) è stata un'attrice svizzera.

Biografia

Nata a Vevey arriva in Italia nel dopoguerra e viene scritturata dopo un provino con il regista Giorgio Simonelli per una parte nel film Accidenti alla guerra!... del 1948, sarà il primo di una lunga serie di pellicole che la Dover girerà in Italia sino al 1959, quando chiuderà la sua attività di attrice per trasferirsi all'estero e morire negli USA nel 1998.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

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* PRIMA PARTE *

Nella vita di Nita Dover, figlia del conte di Chvalkovsky, c'è il capitolo più drammatico della storia cecoslovacca: la notte del 14 Marzo 1939 alla cancelleria di Berlino i capelli del ministro diventarono bianchi

Il Ministro di Cecoslovacchia a Berlino e la signora Chvalkovska hanno l’onore di annunciarvi la nascita della loro figlia Angelica, Antonietta, Anita, Enrichetta - 17 maggio 1927: Losanna, 25, Avenue Ruchonnet.» Questo è l’annuncio che i membri del corpo diplomatico di Berlino ricevettero nella seconda decade del maggio di quell’anno. La signora Bianca dei conti Stuart Roussel, moglie di Franticek Chvalkovsky rappresentante del governo di Praga presso il governo tedesco* non aveva voluto che sua figlia nascesse in Germania. Con uno dei nomi più illustri della nobiltà francese, crocerossina durante la prima guerra sul fronte della Marna, la signora Chvalkovsky odiava, da buona francese, tutti i, tedeschi ed è per questo che sua figlia nacque in una clinica di Losanna anziché nella casa nascosta tra i tigli del Tiergartei) berlinese. Il ministro suo marito ricevette l’annuncio nel suo ufficio alla Wilhelmstrasse e fu lieto in cuor suo che fosse una bambina: già da quegli anni sentiva che le cose d’Europa non erano troppo chiare e l’essere padre di una bella bambina era senz’altro preferibile al dare il' proprio nome ad un maschio che, prima o dopo, farebbe stato «coinvolto».

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NITA DOVER, ballerina della compagnia di Wanda Osiris, è la figlia dell’ex Ministro degli Esteri ceCoslovacco. Suo padre fu ambasciatore a Tokio, Washington, Berlino e Roma prima del «colpo di mano» di Hitler.

Francesco Chvalkovsky, figlio dei conti di Chvalkovice, un castello presso Praga, era arrivato alla politica e alla diplomazia dall'avvocatura. Era stato a scuola' con Edoardo Benes, lo sfortunato «Presidente», di un anno più anziano di lui. Erano i primi della classe, alle elementari e al liceo, ma non andavano d’accordo nemmeno in quegli anni in-fantili: allora li divideva un voto sulla pagella, più tardi li avrebbe divisi l’opinione sui destini del popolo da cui venivano e di cui dovevano essere più tardi i preoccupati tutori. Prima della guerra, il padre della piccola Anita aveva fatto, due anni di servizio in Polonia come direttore di banca e poi l'ufficiale nell’esercito austro-ungarico. Subito dopo la costituzione della Repubblica cecoslovacca, Chvalkovsky diventò il braccio destro di Svéla, capo del governo fino al '27: furono gli anni in cui il «trio boemo», Benes, Chvalkovsky e Masaryck, si era dedicato con entusiasmo alla costruzione della Repubblica ceca che usciva dalle rovine della guerra. Chvalkovsky scelse la carriera diplomatica e Svéla lo mandò prima a Tokio e poi a Washington: tornato in Europa per sposarsi, il diplomatico fu destinato a Berlino. Anita, a pochi mesi, fu portata nella capitale tedesca, nella grande casa dove sorgeva la legazione, nel cuore del Tiergarten. I membri del Corpo diplomatico di quell’epoca ricordano una piccina di tre anni che, vestita da paggetto, trotterellava nei saloni dove i ricevimenti si alternavano ai pranzi durante i quali Anita rappresentava uno dei divertimenti più simpatici.

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ANITA DE CHVALKOVSKY nacque a Losanna il 13 maggio 1927: suo padre era ambasciatore a Berlino. La madre, contessa Bianche Stuart Roussel, nobildonna francese, odiava i tedeschi e non volle che la figlia nascesse nel territorio del Reich. Anita ebbe un’infanzia felice, vivendo in palazzi fastosi da Berlino a Praga.

Il Nunzio Apostolico a Berlino, cardinale Eugenio Pacelli, andava spesso a casa Chvalkovsky, qualche volta, per conferire col Ministro su questioni di Stato, arrivava di mattina, tra le nove e le dieci, quando talvolta, il padre di Anita era ancora occupato nelle sue stanze private. Scendeva la piccola dagli scaloni di marmo nell’atrio a ricevere l’ospite illustre che attendeva. Una mattina successe un curioso episodio: Anita Chvalkovsky era scesa come al solito-per intrattenere il nunzio in attesa del padre. La bambina si mise a scherzare con il cardinale Pacelli che fece finta di rincorrerla tra le poltrone. Poiché il Ministro non arrivava, Anita invitò il Nunzio a giocare «all’indiano» con lei, ma improvvisamente, lo guardò corrucciata e gli disse: «Ringrazia che non c’è papà, altrimenti ti avrebbe messo alla porta!» Il futuro Pontefice allargò le braccia dalla meraviglia e disse alla bambina: «Perchè mai tuo padre mi caccerebbe?» E la scanzonata Anita a rispondergli: «Mio padre non può soffrire i signori maleducati e tu sei maleducato perchè tieni il berretto in testa...». Il cappello era poi lo zucchetto rosso da cardinale e la piccola figlia dell’ambasciatore cecoslovacco non poteva sapere le norme del costume cardinalizio. Scese il Ministro e dovette fare le sue allegre scuse al Nunzio che era scoppiato in una lunga risata per la battuta del «signore maleducato che tiene il cappello in testa». Quando, negli anni seguenti, Franticek Chvalkovsky fu nominato ambasciatore a Roma (dal 1932 al 1938) e l’ex-Nunzio apostolico in Germania occupava l’altissima carica di Segretario di Stato, la piccola Anita riceveva, per le feste natalizie e pasquali, dei cartoncini di auguri del cardinale Pacelli il quale non dimenticava di mettere in calce, dopo la firma, la locuzione berlinese «il signore maleducato».

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LA MADRE DI ANITA pochi giorni prima del lieto evento a Losanna. La signora Chvalkovska era donna bellissima e raffinata che i membri del Corpo Diplomatico di Berlino e di Roma ricordano ancora: Anita unica figlia, assistette all'entrata dei tedeschi a Praga da una finestra del palazzo del Ministero degli Esteri. 
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 ANITA a dieci anni, nel febbraio del '37 sui campi di sci di Ortisei, insieme al padre che in quell'epoca era Ministro di Cecoslovacchia a Roma. Dopo il Convegno di Monaco, fu richiamato e nominato Ministro degli Esteri. A TRE ANNI, la piccola Anita, futura ballerina, sull’asinelio al Tiergarten di Berlino. A casa Chvalkovsky si recava l’allora Nunzio Apostolico a Berlino, Card. Eugenio Pacelli, il quale s’intratteneva a giocare con la bambina che un giorno l'invitò a togliersi il cappello, non sapendo che si trattava dello zucchetto cardinalizio. 

Con la cessione dei Sudeti alla Germania hitleriana, nel 1938, dopo Monaco, Benes riparò fuggiasco a Londra. Una notte, all’ambasciata di Roma giunse una telefonata urgentissima, era il generale Sirovy che informava Chvalkovsky della situazione: occorreva rientrare subito perchè a lui era stato affidato l’incarico di capo del Governo provvisorio e di Ministro degli Esteri. Chvalkovsky rifiutò, disse che non voleva mettere insieme i cocci del vaso dopo che altri lo aveva rotto. Il generale Sirovy gli rispose che quello era un ordine e che a lui non restava che accettarlo. L’ambasciatore svegliò la signora Bianca, anche l’undicenne Anita accorse ad ascoltare l’ultima parte della telefonata. Bisognava partire: «Resterò solo qualche giorno per spiegare loro le ragioni del rifiuto. Voi restate a Roma!» Ma, qualche giorno appresso, il neo-ministro degli Esteri telefonò da Palazzo Czernin alla moglie e le consigliò di rientrare con la figlia. Furono otto mesi d’inferno: Franticek Chvalkovsky, come primo provvedimento del governo provvisorio, sciolse il partito comunista ceco e questo gli valse una serie di difficoltà iniziali che si aggiungevano a quelle numerose di politica estera. Anita andò per qualche giorno a scuola in un liceo pubblico, poi dovette sospendere il giorno che la macchina accompagnatrice saltò in aria a causa di una bomba a orologeria collocatavi dai terroristi comunisti nemici di Chvalkovsky. Un altro giorno ricevette un pacco di cioccolatini con la frase d’augurio «Buon appetito», senza altra indicazione. Anita fece vedere la scatola alla mamma la quale, prudentemente, consegnò i cioccolatini al maitre del palazzo che poche ore dopo diede una impressionante risposta: «Cioccolatini al cianuro di potassio».

Venne la sera del 13 marzo 1939: è una data troppo importante nella vita della Cecoslovacchia e in quella di Anita de Chvalkovsky. Il Ministro degli Esteri era a pranzo all’ambasciata lituana e a Palazzo Czernin arrivò una chiamata del segretario particolare che doveva riferire una comunicazióne urgentissima. Hitler aveva convocato «amichevolmente» a Berlino il Presidente Hacha e il Ministro degli Esteri Chvalkovsky. Ci fu una riunione notturna con il capo del governo generale Sirovy e non rimase che partire. Anita abbracciò il padre il quale aveva consegnato, un minuto prima, il suo testamento alla moglie dicendole: «Avec ces banditi il faut s’attenere à tout! (Con questi banditi c’è da aspettarsi tutto). Tu sai, cara, che non ho paura della morte. Il mio solo pensiero è per il mio paese che è come una cerbiatta sulla quale si gettano i lupi. Purché non sia troppo tardi!».

Il Presidente della Repubblica Hacha e il suo Ministro degli Esteri furono ricevuti alla stazione con gli onori dei «grandi ospiti». Arrivarono la sera del 14; a Berlino nevicava, tirava vento. I due furono scortati da Ribbentrop al Vhotel Adlon e dopo oltre un’ora di attesa furono chiamati per essere ricevuti alla «Reichskanzelei» da Hitler. Chvalkovsky temeva di sapere ciò che il capo della Germania avrebbe chiesto. Precedentemente, dopo che mons. Tiso aveva fatto il colpo della Slovacchia, il padre di Anita aveva avuto otto colloqui privati con Hitler durante i quali aveva tentato di calmarlo, davanti alle sue concitate parole che parlavano di inesistènti «massacri di tedeschi a Praga». Mentre scendevano per andare da Hitler, Franticele Chvalkosky disse al suo Presidente: «Mi sembra di essere un bue portato al macello tra ghirlande di fiori!» Goering fece gli onori di casa al Palazzo della Cancelleria. Un velo del trucco cadde e fu proprio Hitler in persona a provvedere. Fece sedere i due uomini di stato e poi, in termini concisi, con la sua voce secca disse: «E’ mia inderogabile volontà che domattina, 15 marzo, alle ore sei, le truppe tedesche entrino in Cecoslovacchia per ristabilirvi l’ordine e per difendere la nostra minoranza maltrattata dai cechi. Io non tollererò oltre che il sangue tedesco coli per le vie di Praga!» Hacha e Chvalkovsky allibirono. Il timido Presidente fu colto da un collasso. Goering provvide a chiamare il medico personale di Hitler, Morel, il quale arrivò in camice bianco con una valigetta contenente 200 fiale. Con una siringa preparò un’iniezione di caffeina e poi provare che il liquido della fialetta non era veleno o droga, Goering si fece iniettare prima lui metà del contenuto, mentre la parte restante fu iniettata allo svenuto Hacha. La prima risposta al terrificante annuncio di Hitler la diede Chvalkovsky. Egli disse che bisognava rientrare a Praga e consultarsi prima con gli altri membri del Governo. Goering premette un bottone e rispóse: «Ecco qua, ci sono due linee telefoniche dirette, una con la stanza da letto del generale Sirovy e una con quella della signora Chvalkovsky!».

Il Ministro degli Esteri parlò cosi con Sirovy: gli fece capire velatamente che non bisognava cedere, che si sarebbe resistito fino all’ultimo uomo. Sirovy, amaramente, rispose: «Con coltelli da cucina e falci di contadini? E’ un bagno di sangue inutile e un sicuro suicidio della nazione!» Hacha rinvenne e Hitler riprese a tuonare. Aveva davanti il protocollo con 18 paragrafi in cui si delimitavano i termini dell’occupazione di Praga, i tedeschi entravano come «amici» e come amici ne sarebbero usciti una volta ristabilito l’ordine e la sicurezza per la minoranza germanica. Hitler notò la riluttanza dei due galantuomini e si mise a urlare frasi come «Praga sarà ausradiert (cancellata)» e «il popolo ceco ridotto a untermenschen, (schiavi, derelitti)». Hacha tremava, a Chvalkovsky si rizzarono i capelli che in quelle due ore da bruni diventarono tutti bianchi. Goering sussurrava nelle orecchie del Ministro degli Esteri: «Se non firmate per me è meglio, capirete, il Fuehrer vuole che i 600 apparecchi pronti distruggano Praga per dimostrare agli Alleati quali sia la potenza della mia Luftwaffe!» Alla fine firmarono: cancellarono in calce al documento la frase «in nome del popolo cecoslovacco» e misero i loro nomi: «Emil Hacha - Franticele Chvalkovsky». I due tornarono all’Adlon e temevano di fare la fine di Schusschning. Invece non furono molestati e potettero riprendere la via del ritorno. Il loro treno, a bella posta, fu messo in un binario morto per cinque ore per dare la precedenza ai treni militari che recavano gli uomini del barone von Neurath in marcia verso la libera Cecoslovacchia. La mattina seguente, alle cinque, la radio cominciò a trasmettere il comunicato dell’invasione. I primi soldati tedeschi che alle 8 precise del 15 marzo entrarono nella Golden Stadt ascoltarono in silenzio un gruppo di cittadini- i quali, alla vista dei carri armati, cominciarono a cantare Kne domov muj.

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A PRAGA, agli inizi del '39, Anita imparò a pattinare nel cortile di Palazzo Czernin. Suo padre aveva già avuto otto colloqui con Hitler e il temporale si addensava sulla sua famiglia

Soltanto la sera del giorno seguente il Ministro Chvalkovsky, con i capelli color della neve, arrivò affranto a Palazzo Czernin. La catastrofe era imminente: Hitler, secondo il suo costume, non aveva tenuto fede ai patti e la spedizione in Cedoslovacchia era una vera annessione. Chvalkovsky fu sostituito dal Reichsprotektor von Neurath e la famiglia del Ministro ebbe 15 giorni di tempo per sgombrare. Hitler aveva preso alloggio con Goering nella residenza del Presidente Hacha, a Palazzo Hradchin e, affacciatosi dal balcone di un salone del primo piano, presente la signora Chvalkovsky alla quale egli aveva chiesto un colloquio prima dell'arrivo del marito, disse guardando sotto di lui la città illuminata: «Praga è la più bella città del Reich tedesco» Ribbentrop, invece, fu ospitato da von Neurath. nel Palazzo Chigi ceco e una mattina la piccola Anita, che curiosava nei corridoi, lo incontrò senza riconoscerlo: ascoltò una sua frase alla signora Neurath che diceva: «Bisogna cambiare queste tende orribili!» Anita guardò di traverso il severo visitatore e corse dalla mamma: soltanto allora scopri la realtà del dramma di Praga e di suo padre. Non sapeva che dieci anni più tardi avrebbe sfilato seminuda sulla passerella dei teatri di rivista di Milano e di Roma. Per fortuna aveva imparato l’italiano quando suo padre era ambasciatore in Italia.

Ilario Fiore


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* SECONDA PARTE *

Il ministro Chvalkovsky vittima di un’imboscata, la moglie mortalmente ferita e Anita terrorizzata dall'uragano che avanza su Berlino, sola nella casa di Zehlcndorf con i russi alla porta

La mattina del diciotto marzo, tre giorni dopo l’occupazione nazista, il padre di Anita, svegliandosi, guardò con tristezza la sagoma dell’antico castello di Hradchin e diede un balzo : la bandiera cecoslovacca era stata tolta dal pennone e al suo posto sventolava la croce uncinata di Hitler. Livido, pieno di sdegno, il Ministro Chvalkovsky voleva andare a protestare da vion Neurath, ma la signora Bianche cercò di calmarlo. Chvalkovsky gridava: «Questi criminali! Ci hanno ingannati! Li credevo capaci di tutto, ma quello che fanno passa i limiti di ogni immaginazione!». In quel momento arrivò il maitre d'hotel della signora a dire : «Il signore e la signora von Neurath sono nei nostri saloni e ho sentito che vogliono cambiare le tendine!»

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IN DUE PUNTI della gamba destra, Nita Dover porta ancora i segni delle giornate di Berlino occupata dai russi. Nella compagnia Osiris, Anita fa l’attrice, la soubrette, la ballerina ed e degna sostituta di Wanda.

I genitori di Anita non sapevano ancora del consiglio che von Ribbentrop aveva dato alla moglie del Rcichsprolektor e restarono sorpresi. Ma, ormai, erano abituati a tutto. I Chvalkovsky avevano capito, dalle tendine, che dovevano cambiare domicilio e sgombrare Palazzo Czernin, dove il Ministro degli Esteri defenestrato aveva invano tentato di salvare Praga dall’ira di Hitler. Poche ore prima, il Ministro, cercando di sorridere davanti alla moglie, aveva detto : «Ho dovuto giustificare la mia presenza e dare le mie generalità alle sentinelle che montano la guardia davanti al mio ufficio e ho trovato l’ambasciatore del Reich a Praga, Ritter, seduto al mio tavolo. Mi ha .offerto la sedia che io offrivo ai visitatori, facendomi comprendere che io non ho più nulla da fare in quell'ufficio che ormai è suo...».

Praga moriva. Su, al castello presidenziale, il Fuehrer con i capi della Gestapo, e a Palazzo Czernin von Ribbentrop, von Neurath e Ritter. Amaro destino quello di Chvalkovsky che temeva, in quelle ore, di aver commesso un errore tremendo non accettando il combattimento con i nazisti. Il giorno precedente lo sfratto, l’ex Ministro Chvalkovsky slava ordinando a un valletto di ritirare la radio nel salone centrale del palazzo, quando scorse il diretto collega tedesco von Ribbentrop. Per la prima volta lo osservava in grande tenuta militare, mantello, stivali, pistola al cinturone e casco d’acciaio. Chvalkovsky lo apostrofò con la voce piena di rabbia: «Che cosa fate qui?». Von Ribbentrop, affatto sicuro, rispose con umiltà che il Fuehrer aveva voluto osservare la campagna in Cecoslovacchia per avere sotto gl'i cicchi i soldati e impedire con la sua presenza qualunque riprovevole eccesso. Il colloquio tra i due Ministri fu brevissimo, Chvalkovsky si allontanò per primo, senza salutare l’interlocutore, con un nodo nella gola che gli impediva persino di scherzare con la piccola Anita. La bambina, appena capiti i motivi di tutta quell'agitazione e riconosciute le divise dei tedeschi, si divertiva a icantare Gde domov muj appena scorgeva un nazista nelle stanze del palazzo. La famiglia di Chvalkovsky lasciò così la residenza di Czernin, mentre un messo di Sirovy gli mandava a dire che i nazisti avevano messo le mani sulle casseforti dell’Istituto di emissione cèco prelevando la riserva d’oro e tutta la valuta estera che ammontava a circa 50 milioni di dollari. La spedizione a Praga cominciava a dare i suoi frutti. Hitler restò nella capitale una settimana e ogni sera si divertiva a far accendere tutte le lampade del castello di Hradchin. Il castello, costruito dai re di Boemia nella prima metà del secolo XIV, sulle alture dominanti la «città d’oro», è dotato di gallerie artistiche interminabili, di saloni fastosissimi e di 711 camere. Dalla balaustra esterna, a notte, il dittatore di Berlino, pazzo d’orgoglio contemplava la città ai suoi piedi e, come Napoleone a Schoenbrunn, ripeteva a Himmler che la Wehrmacht avrebbe sgominato il mondo. Il sogno di Hitler cominciò proprio dalla terrazza del castello di Hradchin, mentre la famiglia Chvalkovsky si ritirava in un privato appartamento della periferia.

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 L'INFANZIA di Anita fu quella di una bimba felice: poi, seguì la drammatica avventura del padre.  QUANDO CHVALKOVSKY era soltanto Ministro plenipotenziario, si portava ancora la paglietta. DA ROMA A CORTINA, ogni stagione, Chvalkovsky, abilissimo sciatore, portava Anita in montagna. 

Pochi giorni dopo, verso la fine di marzo, Franticek Chvalkovsky fu convocato da von Neurath per una comunicazione urgente. Uscendo di casa, credeva di non tornare più. Abbracciò la moglie e baciò in fronte la piccola Anita. Giunto a palazzo, invece, si sentì fare una proposta imprevista. Il compito barene, rappresentante il governo di Berlino, gli rivelò che Hitler in persona, prima di lasciare Praga, lo aveva incaricato di preparare la «fuga» di Chvalkovsky a Londra. Quindi, se lui voleva andarsene, era libero di passare la frontiera. Chvalkovsky ringraziò, disse che non aveva nessuna intenzione di lasciare Praga. A questo punto comincia il secondo atto del dramma dello sfortunato Ministro degli Esteri. La radio cèca di Londra, in una sua emissione, aveva annunciato che Franticek Chvalkovsky, responsabile di aver firmato la resa di Berlino insieme ad Emil Hacha, era stato condannato a morte dal tribunale della «libera Cecoslovacchia».

Anita visse fino a giugno in casa, nella piccola casa senza valletti e senza saloni sontuosi. Non andava a scuola, aveva paura dei tedeschi i quali cominciavano, seguendo gli ordini di Heinrich, a seminare il terrore. Anita, a tratti, sembrava avesse dimenticato l’immensa tragedia di cui respirava persino l’aria. A volte, danzando nel piccolo salotto, si metteva a cantare il motivo di Marine : «lch bin Kopf bis Fuss aus Liebe ehigestellt...» (Sono piena d’amore dalla testa ai piedi!). Questa canzone la cantava fin dai tempi di Berlino e sua madre, la severa contessa Bianche, non mancava di rampognarla e nel suo dolce rimprovero era sottintesa la frase che altre volte le ripeteva: «Stai buona, piccola, papà non è più Ministro!». Chvalkovsky riceveva ogni lauto le visite degli amici che non erano fuggiti e un giorno del giugno 1939 fu proprio il generale Sirovy ad annunciargli che Henlein, il capo del partito nazista dei Sudeti, sarebbe stato nominato ambasciatore del protettorato di Boemia e Moravia a Berlino. Chvalkovsky si consigliò con gli amici del disciolto gabinetto e alla fine disse : «Se Henlein, da nazista, va a rappresentare Praga alla corte di Hitler, noi faremo la fine dell’Austria! Io che conosco il lupo è meglio che torni nella sua tana, forse qualcosa riuscirò sempre a salvare!

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 ANITA ha praticato tutti gli sport: gli sci in preferenza. Pattinaggio, nuoto, tennis, equitazione e persino calcio. Imparò a sciare sui campi della Val Gardena. La figlia dell'ex Ministro degli Esteri sa anche guidare l'automobile, i cavalli e gli aeroplani.
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 SEMPRE IN VILLEGGIATURA a Cortina dove più tardi avrebbe fatto una tappa durante il suo più delizioso viaggio sentimentale. IL MINISTRO Franticek Chvalkovsky quando do rappresentava la Cecoslovacchia di Benas alla legazione di Washington nel 1925. 

Cosi fu deciso di manovrare negli ambienti del Reichsprotéfttor perchè la nuova candidatura di Chvalkovsky venisse offerta ufficialmente. Von Neurath, sulle prime, andò su tutte le furie dicendo che il Fuehrer non avrebbe mai permesso il ritorno di un traditore a Berlino. Alla fine la nomina di Chvalkovsky fu approvata anche da Hitler e il trenta di giugno del '43 la famiglia del Ministro parti per la nuova residenza. Nessuno di loro sapeva che a Praga non sarebbero più tornati. Chvalkovsky occupò la legazione che era stata trasferita a Kurfuerstendam, e come abitazione trovarono una bella casa nel quartiere di Zehlendorf. La Gestapo seguiva le mosse dell’ex Ministro degli Esteri e la casa era sorvegliatissima dagli agenti di Himmler che Anita aveva individuato giungendo a scherzare con loro, approfittando della sua aria di innocente ragazzetta. Scoppiò la guerra e cominciarono gli anni più tristi. Il padre era rapidamente invecchiato, i] colpo di Hitler lo aveva fatto stramazzare e lui, per oltre un anno, parlò ogni sera della notte del 14 marzo, con una fissità impressionante nel ricordare i minimi particolari di quell’avvenimento. Quando la signora Bianche gli diceva : «Adesso basta, Frank», lui attaccava con Anita, prendendola sulle ginocchia e, raccontandole la scena dello svenimento di Hacha, la faceva rabbrividire. Vennero i bombardamenti. Uno, dieci, cinquecento.

Non si poteva resistere: il Ministro decise di allontanare la figlia e ottenne dalle autorità naziste il permesso per Anita di soggiornare in Svizzera dove avrebbe potuto continuare gli studi. La ragazza fini nel collegio «Florissant» di Losanna, dove le furono compagne alcune ragazze della nobiltà italiana, Esmeralda Ruspoli (nipote de] conte Volpi) e Cristiana Agnelli. Nel '44, completati gli studi commerciali dovette guadagnarsi la vita da sola, perchè l’assegno del padre non le arrivava più a causa delle comunicazioni divenute difficili. Trovò un impiego all’ufficio metereologico della città. Poi la polizia di Berlino non le rinnovò il permesso e dovette rientrare. Aveva 17 anni ed era una bellissima ragazza: alta, di carnagione olivastra, cori i capelli ondulati scuri. Nella casa di Zehlendorf non sapeva cosa fare. Il padre andava in giro attorno a Berlino a visitare i campi dei profughi cèchi, intercedeva presso Himmler per gruppi di studenti di Praga antinazisti, ne ospitava persino in casa, contro la volontà della moglie che non voleva preoccupazioni per Anita. La ragazza un giorno fu interrogata da Willy Forst il quale le chiese se accettava una parte nel film «Frauen sind keine Engeln» (Le donne non sono angeli), ma lèi dovette rifiutare. Un’altra volta fu il regista di Zarah Leander, Karl Froelich, a offrirle una scrittura. Lei fece, solo una volta, una trasmissione televisiva dalla stazione berlinese, insieme a due cantanti sue amiche, Carmen Barros, figlia dell’ambasciatore cileno a Berlino e Rosita Serrano, la più bella chanteuse di Santiago.

Il 23 febbraio del '45 successe una terribile disgrazia : la madre di Anita fu sorpresa per strada da un mitragliamento aereo, ebbe la gamba sinistra rotta in otto, pezzi, una pallottola le bucò la gola lasciandola agonizzante: fu salvata per miracolo, portata in una località a 70 km. da Berlino e infine, ad opera del ministro svizzero, trasferita a Stoccarda, al sicuro. Anita rimase quattro giorni sola col padre. Venne il 27. febbraio 1945 : il Ministro Chvalkovsky usò in macchina per andare a visitare un campo di profughi cecoslovacchi a Postdam. Erano le prime ore del pomeriggio, Anita rimase in casa. Ouello che successe in quelle poche ore non è facile da raccontare. Nessuno lo ha mai saputo con precisione! Franticek Chvalkovsky tornò cadavere da quel suo ultimo viaggio. Una pattuglia di avanguardie russe, si disse, che si trovava nei pressi di Postdam, sorprese il Ministro che era in compagnia del segretario e lo fucilò con una raffica di mitra sparatagli a bruciapelo sulla testa. I russi non s’interessarono nemmeno di sapere le generalità dell’ucciso e il segretario riuscì a rientrare a Berlino, quasi accerchiata, con il cadavere del diplomatico sull’automobile. Anita rimase terrorizzata alla vista del padre morto. Lo portarono alla Legazione e lo bruciarono secondo il suo volere. Anita, sconvolta dal dolore, rimase a piangere nella casa deserta di Zehlendorf. La mattina seguente, alle cinque, entrò la S.S. per prelevare il Ministro Chvalkovsky. «E’ stato ucciso ieri dai russi!» — rispose il cameriere, e fu. trafitto da una scarica di machinepistole. Anita, spaventata, confermò la verità e l’ufficiale nazista rispose, mettendole una mano sulla spalla : «Meglio così, per te ci penseranno i russi !». E, sorridendo se n’andò.

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 A ZEHLENDORF, Berlino, all’inizio dalla guerra. Più tardi, la madre, la contessa Blanchs vittima di un mitragliamento aereo, doveva restare orrendamente mutilata. Anita era stata allora invitata a girare un film da Willy Forst e da Karl Froelich, il regista di Zarah Leander.
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AL TIERGARTEN berlinese, durante una festa. Una volta Anita rimase tra la macerie di un bombardamento. Dopo la morte del padre, cominciò il  suo viaggio verso ovest. 

Le ceneri di Franticek Chvalkovsky furono trasportate a Praga. La sua morte è il capitolo più misterioso della sua vita : la S. S. ne salutò i resti e il giorno dei funerali a Praga fu esposta la bandiera listata a lutto. I nazisti, pronti a fucilare Chvalkovsky, vollero dimostrare il contrario seppellendolo con gli onori militari. Anita ricevette, indirizzato alla madre, un telegramma di Hitler che esprimeva il suo rammarico per la morte del «fedele camerata il quale aveva servito generosamente il Reich». «Avec ces bandits», con questi banditi c’è da aspettarsi tutto, aveva detto. Chvalkovsky partendo per Berlino il 14 marzo 1939. E i banditi truccarono la sua morte come il sacrificio di un martire della patria hitleriana. Cosi, dalla beffa, di Hilter che precipitò nel vuoto la sua esistenza, il Ministro Chvalkovsky doveva essere beffato anche da morto. Restò Anita a piangere le sue lagrime più crude, nella grande e silenziosa casa di Berlino sulla quale gravava ora la minaccia dell’invasione sovietica. La mamma, la mutilata contessa Bianche, apprese solo più tardi, in Svizzera, la dolorosa notizia. Carmen Barros disse all’amica: «Povero tuo papà, se Dio ha deciso cosi meglio per lui, pensa che avrebbe potuto essere processato per tradimento da quelli che torneranno vittoriosi da Londra e subire l’onta di un processo da parte di quelli per il cui avvenire egli ha sacrificato la sua vita

Era più bella, Anita, vestita di nero, è i suoi 18 anni arrivarono senza troppe minacce all’aprile del '45 quando le armate russe del maresciallo Zukov irruppero trionfanti dalla Porta di Brandeburgo. La ragazza, un giorno, fu sepolta per quattro ore durante un bombardamento c fortuna che trovò uno spiraglio che le permise di respirare finché fu liberata. Il suo calvario era appena cominciato. Fu tagliata fuori dal mondo, rimase con le servitù a Zehlendorf, senza notizie della madre la quale credeva che lei sarebbe passata, prima o dopo, da Stoccarda per raggiungere la Svizzera. Visse notti di terrore nella capitale di Hitler che stava per cadere da un’ora all’altra. Un mattino entrarono in casa sfondando la porta : erano i soldati con- la stella rossa dell’Armata sovietica. Anita fu così coraggiosa che non si mise ad urlare.

Ilario Fiore


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* TERZA PARTE *

Drammatica evasione da Berlino dopo "la strage delle innocenti": con la cerimonia nuziale di Losanna parve per un attimo che la vita avventurosa di Anita Cvalkovsky fosse finita per sempre

Nel giro di due giorni, la casa del Ministro Chvalkovsky, a Zehlendorf, Berlino, diventò il locale preferito dai russi i quali vi trasportavano le ragazze rastrellate per la strada, organizzando con loro le più stravaganti orgie notturne. Anita si salvò con una strattagemma: i capitano sovietico responsabile della zona si chiamava Vladimir X e la ragazza gli si presentò rivelandogli che il proprio padre era stato fucilato dalla Gestapo poco prima che arrivassero loro, i liberatori. Fortuna per Anita, che sapeva parlare un po' di russo, perchè potette raccontare a Vladimir quello che Hitler aveva preteso da suo padre, il suo sacrificio personale e quello della Cecoslovacchia, la sua morte e i suoi funerali truccati dalla SS in maniera infame. Il capitano Vladimir, alto e bruno, coinè uno dei principi di Tolstoi, fumava lunghe sigarette dai bocchino di cartone; non dubitò un istante di quello che Anita gli raccontò e, in poco tempo, divenne il suo protettore. Vladimir si dispiacque che nella bella casa di Zehlendorf avvenisse quello scempio quotidiano e fu lui stesso che aiutò Anita a trasferirsi. La ragazza fece un fagotto e usci piangendo dalla casa dove visse con i suoi e dove il cadavere di suo padre fu riportato da Postdam, in quel terribile pomeriggio di febbraio. (I soldati russi stavano brindando con acqua di colonia).

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ANITA con il fidanzato sulle Alpi svizzera nei giorni di Natale del '44. Lui era internato in Svizzera mentre la figlia del Ministro Chvalkovsky era al collegio «Florissant». Lo rivide nel '45 dopo fuga da Berlino.

Anita non sapeva dove andare, pensava alla Svizzera, a sua madre, al fidanzato di cui era più che mal innamorata. Ne aveva parlato al padre pochi giorni prima iella sua fine. Gli aveva detto che era un bel ragazzo italiano, che voleva sposarlo e il Ministro Chvalkovsky, rispettoso della tradizione, le aveva risposto: «Resterete fidanzati un anno, poi se sarà il caso vi sposerete. Informa la mamma di ogni cosa». Si erano conosciuti mentre lei era collegiale del «Florissant» a Losanna, a Berlino non lo aveva dimenticato e suo desiderio era quello di raggiungerlo al più presto. Quando lasciò la casa di Zehlendorf, Anita avrebbe voluto trasferirsi in una stanza della legazione a Kurfuerstendam, ma anche 14 le bombe e i russi avevano portato la distruzione. Non poteva arrivare da Carmen Barros perchè la sua casa era troppo lontana e poi anche i Barros erano certamente fuggiti. Rosita Serrano aveva lasciato la città due mesi prima, alla volta di Stoccolma e a Berlino la ragazza non aveva più nessun amico. Fu il magro capitano russo — somigliava al suo fidanzato — che le consigliò di farsi ospitare presso un rifugio vicino alla legazione di Boemia e Moravia, alla Kurfuerstendam. Oltre duecento ragazze erano state raccolte, con alcune suore, in previsione della bufera che avrebbe distrutto Berlino e le sue donne. Anita Chvalkovsky, accolta affettuosamente in quelle rovine, riceveva ogni giorno la visita di Vladimir il quale non tardò a innamorarsene. Fu lui a portarle una valigetta piena di ritratti di famiglia che lei nella fretta aveva dimenticato a Zehlendorf: Le ragazze del rifugio erano in maggioranza giovanissime, passavano le ore tremando e le suore dicevano loro: «Pregate, con la preghiera vincerete la paura!». La sola che si sentisse un poco più sicura era proprio Anita. Ma quando, quella sera di maggio del '45, una squadraccia di russi semi-ubriachi irruppe tra le macerie e l’urlo delle duecento vergini berlinesi si levò compatto, la figlia del Ministro cecoslovacco degli Esteri si senti perduta. Anita stava sbocconcellando un pezzo di pane secco, in fondo, ed ebbe un attimo di tempo per fuggire senza che i russi la scorgessero. Vagò tutta la notte per le strade buie del quartiere arrivando a Zehlendorf dove sperava di trovare Vladimir. Venne l'alba e quando riuscì a trovare l’ufficio del capitano tirò un respiro di sollievo: aveva in testa il piano. Bisognava convincere l’ufficiale a scortarla fino alla periferia di Berlino, a munirla di un lasciapassare affinchè potesse cominciare il viaggio verso la Svizzera. Vladimir s'infuriò quando Anita gli riferì quello che era successo nella scuola di Kurfuerstendam, ma si congratulò con lei appena seppe della sua riuscita evasione, sorrise da innamorato quando pronunciò la parola «salva». «Tu sei salva!». E sorrise ancora, con l’aria felice.

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A CAPRI nell'estate del '46: Anita con Fabrizio Ciano e Mary Colonna. La vita della figlia dell'ex-Ministro degli Esteri cecoslovacco tornò tranquilla dopo il matrimonio con un giovane industriale milanese con il quale visse in Italia. La madre, ristabilita dalle gravi ferite, andò a Parigi dove riottenne la cittadinanza francese.

Vladimir non voleva che partisse, nel pomeriggio riusci a star solo qualche ora con lei e scoppiò a piangere dicendole: «Mi sentirò solo quando tu sarai partita, ma capisco che qui non potresti sfuggire per troppo tempo alla minaccia. Dunque, si, è meglio che tu te ne vada/». Il capitano Vladimir ha salvalo la figlia del Ministro Chvalkovsky che il governo di Praga considera oggi un tiaditore. Non faremo il nome del capitano Vladimir che da Mosca o da qualche altra città dell'Unione, penserà ogni tanto con malinconia alla bruna Anita a cui preparò il viaggio verso Occidente, verso l’amore del fidanzato italiano. Con un jepp arrivò fino a sessanta chilometri da Berlino, poi con mezzi di fortuna raggiunse Stoccarda dove credeva di trovare la madre. La servitù della villetta dove abitò la famiglia del Ministro svizzero a Berlino e dove fu ospitata la contessa Bianche Stuart Roussel gravemente inferma, rispose alla ragazza che erano partiti tutti per la Svizzera. Anita proseguì il viaggio, senza soldi, senza documenti, senza vestiti. Era una delle centinaia di migliaia di profughi che in quelle giornate attraversavano la Germania, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Anita de Chvalicòvsky non impiegò più di una settimana da Stoccarda a Losanna e quando giunse nella città natale seppe che la madre era all'ospedale poco lontano dalla clinica dove l’aveva data alla luce. La ragazza si precipitò nella corsia dove la mamma soffriva atroci dolori. Una delle pallottole che l’avevano colpita durante il mitragliamento doveva contenere del fosforo, perchè il suo corpo ferito si ricopriva, due-tre volte al giorno, di uno strato nereggiante, come se la pelle bruciasse .di continuo. La malattia di donna Bianche durò alcune settimane e Anita le fu sempre accanto. La mamma sapeva già la terribile notizia della fucilazione del marito, qualcuno proveniente da Berlino l'aveva fatta circolare e ad Anita non rimase che il triste compito di dargliene conferma, con tutti i particolari del funerale.

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 LA PRINCIPESSA Esmeralda Ruspoli, Anita e una loro compagna al tempi del collegio di Losanna. Quando la guerra stava per finire, Anita fu bloccata a Berlino dove visse il periodo più triste della sua vita. Soltanto grazie all'intervento di un ufficiale russo innamorato di lei, la ragazza potette salvarsi tra le macerie della città.
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CARMEN BARROS, figlia dell'ambasciatore del Cile a Berlino, «chanteuse» dalla voce dolce, fu l’amica prediletta di Anita fino al momento della fuga.  ROSITA SERRANO, la più famosa cantante cilena, amica di Anita nel periodo berlinese: Rosita vive a Santiago e scrive spesso all’amica di andarla a trovare. 

Donna Bianche è una donna fornita di temperamento virile, sopportò quelle dure prove con una rassegnazione ammirevole. Moralmente forte, con uno spirito delicato e avventuroso, la contessa Stuart Roussel rincuorò la figliola diciottenne preparandola ad essere più «armata» per l'avvenire. Anita rivide il suo ragazzo, cominciò a interessarsi d'affari nella cerchia delle amicizie del fidanzato e si preparò al matrimonio. A! momento di sposarsi, però, s’accorse di essere senza documenti. Esisteva il certificato di nascita, a Losanna, ma mancava quello di cittadinanza e Anita Chyalkovsky non poteva tornare a Praga dove, nella migliore delle occasioni, sarebbe finita al riformatorio. La madre le ricordò che in una città dèi Nord Italia risiedeva come console cecoslovacco un amico del padre, bastava arrivare fino a lui e tutto sarebbe stato risolto. Anita scrisse una lettera al fidanzato che, nel frattempo, liberato dall’internamento, era tornato a casa sua, in una strada della * bella» periferia milanese e con lui combinò il viaggio in Italia. Passò clandestinamente la frontiera svizzero-italiana una sera dell’agosto del ’45, riusci a rintracciare il console amico del Ministro Chvalkovsky e quello, dopo averle fatto giurare il silenzio sulla sacra icona di Cristo, le rilasciò il documento di cittadinanza. La figlia del Ministro tornò a Losanna e un mese dopo, nel settembre, si sposò per procura con l’industriale di Milano. Dopo lo scambio dei telegrammi che sostituirono il «sì» rituale, la contessa Bianche abbracciò la figlia e le disse: «Se tui ti ama e tu lo ami, tornerai a vivere in Italia, dove anch’io credetti di essere felice. Che tu almeno, lo sia!».

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ANITA CHVALKOVSKY il giorno delle nozze a Losanna, col marito e la madre. Non aveva documenti per sposarsi e dovette passare clandestinamente il confine per ritirare un documento da un console amico del padre.

Dieci giorni dopo, a Losanna, fu ripetuta la cerimonia nuziale religiosa e Anita divenne ufficialmente cittadina italiana. La sera delle nozze per telegramma, Anita usci con alcune amiche, alcune delle quali erano state sue compagne al collegio «Florissant», per festeggiare il lieto avvenimento. Non aveva ancora l’anello al dito e per strada trovarono un gruppo di ragazzi svizzeri i quali le invitarono a ballare. Anita scoppiò a ridere. Era forse la prima volta che rideva, in tutto il millenovecentoquarantacinque. Una amica rispose ai ragazzi: «A ballare, ma voi siete matti! Questa nostra compagna si è sposata stamattina, volete che passi la prima notte di nozze ballando con voi?». Gli svizzeri rimasero piuttosto male e credettero naturalmente ad uno scherzo. Poi, quando più tardi arrivò il marito, Anita sembrò una ragazza nuovamente felice. Non avevano programmi per il viaggio di nozze. Alla fine decisero per Cortina, ma prima di partire rimasero un po’ di giorni a Losanna. Anita sorrideva pensando alla faccia che avrebbe fatto il biondo capitano Vladimir se avesse visto lei in abito bianco da «sposa: avrebbe capito che il salvataggio della ragazza dall’inferno di Berlino era sopratutto essenziale perchè Anita potesse recare in mano il mazzo di fiori e in testa la coroncina di fiori d’arancio. Anita non raccontò mai al marito la storia dell’evasione da Berlino, non gli disse mai che l’ignoto capitano sovietico somigliava un po’ a lui e che, sopratutto, era stato generoso, come ufficiale dell’Armata Rossa, più di quanto si potesse prevedere.

La madre della sposa diciottenne, dopo la sua partenza, restò a Losanna. Non aveva, ormai, preoccupazioni imminenti. Si recò a Londra e poi a Parigi, dove dovette brigare alcuni mesi per ottenere la cittadinanza francese perduta in seguito al suo matrimonio con il Ministro Franticek Chvalkovsky. Donna Bianche è sempre stata dominata dal suo spirito avventuroso e, non per nulla, Anita si sente molto «figlia» di sua madre. A 40 anni, vedova, con la figlia posata e al sicuro, ritenne che la vita potesse ancora offrirle molte cose. Ne parlò ad Anita poco prima del matrimonio. Voleva andare nel Sud Africa, a Johannesburg, per interessarsi di medicina «spirituale», di yoghismo, di teologia e di filosofia indiana, tutte cose che avevano sempre attirato la sua attenzione di donna affetta a volte da un esagerato misticismo. Anita, però, la consigliò di ritardare la partenza, almeno finché avesse sistemato la sua pratica di cittadina francese. E il capitolo africano della contessa Stuart Roussel fu rinviato.

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OGNI GIORNO che passa Nita Dover vede aumentare il numero dei suoi ammiratori nel teatro romano dove ha ruolo di prima attrice nella compagnia di Wanda Osiris.

Anita andò a vivere a Milano, nella Milano del dopoguerra che offriva a lei, signora di alto rango, una vita nuova, interessante, divertente. Il marito era titolare di una società per esportazioni ed importazioni che faceva molti affari. La signora Z (tariamo il cognome del marito perchè ormai estraneo alia vicenda) pregò Ernesto di lasciarla lavorare con lui, sfruttando sopratutto la conoscenza delle lingue straniere che lei sa parlare e scrivere meglio dello italiano. Il marito accettò di malavoglia che Anita si interessasse di affari. Cominciò così per la figlia del Ministro Chvalkovsky un periodo di tranquillità. Anita, tuttavia, pur avendo dimenticato tutto il suo turbinoso passato, si ricordava ogni tanto di essere stata Ja bambina che imitava Marlène Dietrich. Canterellava quei vecchi motivi nella casa di via Cappuccini. Tanto bastava per tenerla legata al passato e prepararle le novità dell'avvenire.

Ilario Fiore


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* QUARTA PARTE *

Ha cambiato nome diventando attrice dello schermo ma tiene in magazzino cinque bauli, pronta a partire per altre città dove continuerà la sua vita avventurosa di figlia del secolo

L'altro giorno, un noto avvocato romano ha telefonato in albergo verso le dieci per svegliare Anita che dormiva pesantemente. Le disse di passare nel suo studio in mattinata: si trattava di prendere visione di un telegramma arrivato la sera precedente, in cui il giudice di una città sede di distretto giudiziario notifìcava al legale di Nita Dover che Anita de Chvalkovsky era sciolta dal vincolo coniugale con il giovane industriale milanese.

Il capitolo nuziale di Anita è stato una semplice parentesi di quiete, in tutta la sua vita tumultuosa: è durato poco meno di tre anni, dal settembre ’45 al giugno '48, quando avvenne la separazione, sostituita nel marzo del ’50 dal totale annullamento. La storia matrimoniale di Anita è una delle migliaia registrate nel dopoguerra, un matrimonio fallito. Non si sa mai bene per colpa di chi, tuttavia si giunge troppo spesso ad una rapida conclusione. Sembra che il destino voglia continuare a colpire le donne di casa Chvalkovsky in terra italiana: Bianche Stuart Roussel lasciò Roma con il cuore in gola, sua figlia vi è arrivata piena d’inquietudine e il giorno in cui se n’andrà c’è da giurare che avrà, dentro, la stessa pena della madre.

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L'ULTIMA FOTO di Anita con la madre, un anno fa a Roma. La contessa Stuart Roussel, completamente guarita, vive in Sud Africa dove sta compiendo con un medico francese una serie di spedizioni a scopo scientifico.

Purtroppo la vita passata e presente di Anita è riempita dall’ombra di suo padre fucilato. L’ombra del Ministro degli Esteri bersagliato dalla sfortuna non scomparirà tanto presto: a Milano, mentre Anita viveva le sue giornate di giovane sposa nella casa di Cappuccini, accadde un episodio drammatico. Anita si recò una mattina di tre anni fa alla sede del consolato cecoslovacco milanese: sapeva che il console era un vecchio amico di suo padre, voleva parlargli e sentire le novità da Praga e quello che era successo a Palazzo Czernin. Appena la giovane signora pronunciò il suo nome, il viso dell’usciere si oscurò e un minuto dopo fu cacciata da quegli uffici, messa cioè alla porta senza tanti complimenti. Djoveva passare più di un anno perchè l’episodio avesse una vera conclusione. Una mattina del primi del ’48 ricevette una telefonata a casa: ora un invito del console a passare in ufficio. Anita rimase visibilmente sorpresa quando si presentò al vecchio funzionario del governo di Gottwald, lo vide rischiararsi in volto mentre correva ad abbracciarla. «Ora si che ti posso parlare - disse il console trattandola come una bambina di famiglia - ti posso raccontare tutto; tra poche ore lascierò Milano ma non rientrerò a Praga, andrò a Parigi o a Londra a mettermi al sicuro. Capisci, cara? Al sicuro per sempre!». Pochi giorni dopo i giornali italiani annunciavano che il console cecoslovacco di Milano aveva «scelto la libertà». Anita rimase scossa da questo avvenimento. A Praga le cose si mettevano male davvero: e dire che lei pensò, un giorno, di chiedere il visto per la capitale cèca in qualità di cittadina italiana, per sbrigare una serie di piccole faccende private. Fu il console fuggiasco a metterla in guardia.

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BANCO DI UN CAFFÈ di via Veneto, insieme a Roberto Villa, nel periodo dei «capelli biondi » quando girava «Accidenti alla guerra ! » con Nino Taranto. Nita Dover ha annullato poco tempo fa il suo matrimonio con il giovane industriale milanese, dopo una separazione avvenuta in seguito alla sua attività cinematografica.

A Milano, Anita non poteva stare senza far nulla, anche se il marito aveva accettato in un primo tempo la sua collaborazione. Una volta, all’inizio del secondo anno di matrimonio, decise di organizzare, in compagnia di un’amica, un negozio di cosmesi e tutto era pronto perchè la bella figlia del Ministro Chvalkovsky cominciasse a a impiastricciare» le facce delle belle signore milanesi ricavandone sicuri guadagni. Una zia di Ernesto intervenne e disse che quella sua iniziativa era poco dignitosa, e Anita dovette smettere quando ancora non aveva cominciato. Il secondo anno peggiorò la situazione col marito. Un comitato cittadino invitò le signore del bel mondo milanese a partecipare ad uno spettacolo di beneficenza al teatro «Lirico»: quest’invito scopri le ceneri dove covava la brace, perchè Anita aveva sempre avuto il debole per qualsiasi tipo di manifestazione artistica, da quando cantava «Sono piena d’amore dalla testa ai piedi», davanti all'imbarazzato Nunzio Apostolico a Berlino che non riusciva a comprendere quella Marlène in sedicesimo. Il marito, saputa la cosa, le proibì di esibirsi nella rivista filantropica del «Lirico». Una mattina, erano le quattro, Anita rientrava a casa da una prova dello spettacolo e trovò la porta sbarrata dal catenaccio interno. Era la dichiarazione di guerra del marito il quale, visti vani i suoi consigli, aveva deciso di passare all’azione. Cosi fini il secondo anno matrimoniale; il terzo non era ancora finito che Anita faceva le valigie per Roma. Una casa cinematografica le aveva offerto una scrittura, il marito aveva protestalo dicendole che non avrebbe mai sopportato di avere una moglie attrice. E il loro matrimonio si interruppe per colpa della celluloide.

Nel giugno di due anni fa, Anita prendeva alloggio in un albergo di via Veneto, decisa a realizzare il suo disegno nonostante la rottura con il marito. Scrisse alla madre, che stava a Parigi, e lei le rispose con una lettera amara in cui era adombrata quella specie di malasorte da lei stessa subita al di qua delle Alpi. In «Accidenti alla guerra!», un mediocre film con Nino Taranto, ebbe una parte da «show girl», alta, formosa, appetitosa, come dicono i tecnici del varietà. Nel settembre dello stesso anno, Nita Dover fu invitata ad una festa a Stresa e, nella sala da ballo dell’albergo Isole Borromee, un prodottore francese la invitò a Parigi. Rifiutò perchè, in testa, aveva l’ostinata volontà di progredire come attrice in Italia, nella terra dove non aveva avuto fortuna come moglie. Tornò a Roma, fece un’altra parte in «Monastero di S. Chiara», dove come attore esordì persino lo scrittore Alberto Moravia. Nell’estate seguente stava girando alcune scene per «Rapture» (In estasi), quando arrivò la madre, di passaggio per Roma diretta a Città del Capo. Bianche Stuart Roussel, con lo stesso sangue della figlia, stava spiccando il volo, verso il Sud Africa e le esperienze yoghiste. Madre e figlia si abbracciarono. «Come va il tuo lavoro, cara?» «Abbastanza bene, tra l’altro ci vivo!». Non fecero parola del matrimonio andato a monte. Invece andarono da un fotografo del centro di Roma e si fecero fotografare nella stessa posa in cui le ritrasse il fotografo berlinese della Wilhelmstrasse: guancia a guancia, le due donne bersagliate dal destino, sorridenti, senza paura.

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 NITA NEL SUO CAMERINO. La compagnia è partita par una tournée in alcuna città dal Sud prima di recarsi in Argentina se il viaggio sarà organizzato con l'appoggio dell’ente dello spettacolo. Prima di lasciare Roma, l'attrice ha girato alcune scene dell’ultimo film di Fabrizi, « Varietà ». Nita, compirà in 'maggio 23 anni. IN UN INTERVALLO dello spettacolo, Il più piccolo del «Nicolas Brothers» va a trovarla. I due artisti negri sono grandi amici di Nita e qualcuno dice che il simpatico Nicolas sia segretamente innamorato di lei. 

«Teniamo una copia di questa foto, Anita! Chissà quando ci rivedremo!». Così disse la madre. E le consegnò anche il testamento di Frantlcek Chvalkovsky, e l’icona benedetta della famiglia. Poi, da Ciampino, raggiunse il medico francese che l'attendeva a Città del Capo per intraprendere con lei una spedizione scientifico-filosofica tra le tribù equatoriali.

Durante il soggiorno romano, Anita pensò più volte alla legazione di via Luisa di Savoia 18, dove suo padre era stato per molti anni Ministro plenipotenziario della Repubblica di Praga e dove lei aveva passato il perìodo più bello della sua infanzia. Gli agenti di servizio presso la legazione scoprirono più volte, verso sera, una ragazza alta passeggiare intorno al palazzo, guardare al di là del cancello di e Villa Grava», alla finestra del primo piano dove c’era la sua stanza, piena di specchi con un bagno romano al centro sopra il quale era stato sistemato il suo lettino. Una volta entrò. Non ne poteva più: «visita sentimentale». avrebbe detto a chi l'avesse interrogata. Non entrò dal portone ufficiale, varcò la soglia dell'ingresso di servizio. Lo stesso usciere cecoslovacco di allora, Simak, lo stesso cameriere italiano, Giovanni. La riconobbero entrambi, entrambi ebbero un piccolo moto di affettuosa sorpresa, senza tradire tuttavia il loro sentimento. Anita arrivò fin nel corridoio degli uffici, incerta se presentarsi all’ambasciatore di cui aveva vagamente saputo le opinioni piuttosto «tiepide» nei confronti di Praga. In quel momento, il Ministro Vanele usci dallo studio e la guardò senza riconoscerla. Anita era ancora nel corridoio quando Vanek tornò indietro e, passandole accanto, le fece un cenno col capo.

Poco tempo dopo scoppiò anche a Roma la bomba. Il Ministro Vanek era stato sostituito da un tranquillo professore di medicina dopo che lui aveva apertamente dichiarato di non voler seguire la politica i popolare» di Clement Gottwald. Il Ministro degli Esteri di Praga, uno dei successori di Chvalkovsky, prese atto della diserzione di Vanek il quale, dopo essere scomparso per un certo tempo, andò a vivere a Milano presso un parente italiano, vigilato probabilmente da due parti. Da quella volta, Nita Dover non è più tornata a Villa Grava, nemmeno quando la madre passò da Roma e andò a salutare i vecchi amici. A Cinecittà, nell’estate scorsa, durante le riprese del film di Geza Radvany «Donne senza nome», Anita venne a sapere che un gruppo di. profughi cecoslovacchi era alloggiato nel campo dell’IRO. Nell’intervallo tra una ripresa e l’altra (il film raccontava proprio la storia di un campo di donne-profughe) avvenne ad Anita di sentir parlare la lingua di Praga da alcuni uomini che passavano sul viale: ebbe una fitta al cuore, ma ebbe la forza di avvicinarsi. Rivolse loro la parola in cèco, quelli le chiesero il suo nome. Altra esitazione, poi lo scandi: Anita de Chvalkovsky. I profughi di Praga si guardarono in faccia. Rimasero senza parola per qualche istante.

Poi parlarono chiaro, le dissero che non erano stati d'accordo con la politica di suo padre, loro erano fuggiti dopo la morte di Masarik e la «messa a riposo» di Benes. Tuttavia, pensando a quello che ora succedeva a Praga, sentivano che Franticek Chvalkovsky non era stato il traditore del suo paese, che patteggiando con Berlino aveva salvato la Cecoslovacchia la cui libertà doveva invece essere soffocata dalle divisioni sovietiche di Bulganin. Anita si asciugò gli occhi bagnati di lagrime e i profughi tornarono al campo salutandola con ampi cenni, commossi dall'incontro con la figlia dell'ex-Ministro degli Esteri del loro paese.

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Nita Dover trascina ogni giorno il ricordo di suo padre. I suoi amici di un tempo le sono stati vicini, dopo il suo arrivo a Roma. La figlia del generale Marras, che fu addetto miltare italiano a Berlino, le telefonò quando seppe della morte di suo padre. La contessa July Poggi e Mira Monelli andarono una sera a trovarla nel camerino del teatro con i loro mariti. Avevano le lagrime agli occhi, erano commosse di ritrovare l’amica di un tempo, divenuta brillante «cover-girl» del teatro rivista e del cinema italiano. Questa curiosità colora anche la simpatia che i i Nicholas Brothers», che fanno parte della compagnia, nutrono per lei. A Milano, quando «Il sognq di una notte di questa estate» fu presentato in prima, i maligni sparsero subito la voce che i due fratelli negri erano innamorati di Nita Dover. A Roma, vedendo che il più piccolo dei due aveva con la ragazza una certa confidenza amichevole, non sono mancati gli identici sospetti. La verità è che il più piccolo dei «Nicholas Brothers» sente per la figlia del Ministro una simpatia, favorita anche dalla sua gagliarda spregiudicatezza. L’artista negro la protegge, può darsi che ne sia davvero innamorato e Nita Dover, forse, si commuove pensando che lui l’ami. E’ un particolare importante per capire questa ragazza di sangue antico che vive la più travagliata delle esistenze della nostra epoca. E’ certo che il pronipote di schiavi americani proteggerà la figlia del conte di Chvalkovsky se qualcuno tentasse di farle del male.

Cosi finiscono i ventitré anni di Anita de Chvalkovsky oggi chiamata Nita Dover, artista del cinema e del teatro di varietà in Italia, dove le donne di casa sua sono accompagnate dal fantasma dello sfortunato Ministro.

Ilario Fiore, «La Settimana Incom Illustrata», 1951


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La soubrette Nita Dover divorzia dal ballerino negro Harold, uno dei “Nicholas Brothers”, per le difficoltà d’ordine razziale che il matrimonio le procurava.

Roma, luglio

«Ho sposato mio marito perché io lo amavo. Ho vissuto con lui un anno e mezzo, ma se da un lato la nostra unione è stata felice dall’altro è risultata un vero fallimento. Il fatto che lui fosse nero ed io bianca ha reso la nostra vita impossibile, ha danneggiato la nostra carriera, ci ha fatto subire troppe mortificazioni. In Italia e in America il razzismo è un problema ancora da risolvere. La società non vuole connubi di questo genere? Bene, la società ha vinto, e per la società noi divorziamo. Così ciascuno di noi potrà continuare a lavorare senza intralci d’ordine razziale. Ciò non significa però che io smetta di amare mio marito né la società può impedirci di considerarci ancora marito e moglie.»

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Nita Dover è contessa, figlia del ministro cecoslovacco Chvalkovsky. Nita E Harold si sono sposati la vigilia di Natale del 1950, a Londra.
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Con questa dichiarazione impetuosa ma non avventata, Nita Dover, una delle più belle donne del nostro teatro di rivista e del nostro cinema, ha inteso porre un punto fermo ad una incresciosa situazione che si trascinava ormai da molto tempo e faceva le spese di tutti i pettegolezzi di via Veneto. L’annullamento del matrimonio che è avvenuto a Londra alla vigilia del Natale 1950, è già stato richiesto di comune accordo dai due coniugi e dovrebbe divenire valido entro un breve periodo di tempo, forse qualche settimana. La contessa di origine cecoslovacca Anita Chvalkovsky, figlia dell’ex primo ministro cecoslovacco assassinato a Berlino nel 1945, entro l’estate tornerà quindi libera da ogni legame coniugale e, per legge, sarà nuovamente la signorina Nita Dover. La stessa cosa accadrà per Harold, ballerino attore e cantante negro che forma con il fratello, da molti anni, il «duo» internazionale «Nicholas Brothers».

Nita Dover è, oltre che bella e brava, una donna piena di risorse e di vitalità ; la sua vita è una corsa continua, un andirivieni esagitato, un partire e un arrivare senza quiete. Se le parlate al telefono vi pregherà di scusarla un momento, se la incontrate vi dirà di attenderla un minuto, se vi dà un appuntamento arriverà in ritardo, poi farà una telefonata, poi sarà chiamata al telefono, poi andrà via in fretta e furia per un altro impegno. Stare un quarto d’ora nei suoi pressi equivale a farsi venire il capogiro, mentre lei sorride tranquilla, serena, sicura del suo ieri del suo oggi e del suo domani.

Questa sua irrequietezza dipende forse dal fatto che è nata in treno, (non c’è altra spiegazione plausibile) mentre venticinque anni or sono i genitori si trasferivano a Losanna dopo avere avuto incarichi a New York, Washington e Berlino. L’infanzia di Anita fu felice, spensierata, economicamente sicura. A sedici anni la ragazza conosceva quattro lingue alla perfezione, non aveva idee o progetti precisi per il suo domani che si prospettava roseo. Poi le cose precipitarono con la guerra : il 27 febbraio del 1945 i partigiani rossi assassinarono il padre a Berlino, lei e la madre rimasero ferite in un mitragliamento aereo, finirono in due campi di concentramento separati. La ragazza riuscì ad evadere e a raggiungere la Svizzera. Per procura sposò un industriale milanese (lo raggiunse subito dopo in Italia) fu un matrimonio infelice, un matrimonio di guerra, che si trascinò per tre anni prima di concludersi con un annullamento ottenuto a Vienna e riformato dal tribunale di Torino.

La goccia che aveva fatto traboccare il vaso di incomprensione tra i due coniugi era stata una scrittura cinematografica accettata da Nita nonostante il parere contrario del marito. Quindi il cinema era l’unica risorsa per la beila divorziata ormai divenuta cittadina italiana in un paese che le era straniero. Dal cinema passò alla rivista e nel 49-50 fece parte dello spettacolo di Wanda Osiris. Ebbe per compagni di lavoro due celebri ballerini negri che avevano messo piede allora in Europa e non conoscevano altro che l’inglese: i «Nicholas Brothers». Nita Dover divenne la loro interprete «ufficiale» e la loro grande amica italiana.

Fu in quell’epoca che la questione razziale cominciò ad affiorare. Qualche amico «che le voleva bene» la consigliò a non farsi vedere troppo in giro con i due negri ; una volta, a Trieste, quando alcuni marinai americani ubriachi chiamarono Harold «verme della Carolina» e ne nacque una mischia furibonda, anche Nita Dover si diede da fare difendendo affettuosamente il suo amico. Nell’esaltazione della lotta gridò una frase che nessuno le aveva mai sentito dire prima, nemmeno Harold. Disse: «Non permetto che insultiate così mio marito».

Dopo quell’incidente decisero di sposarsi perché senza averlo capito prima si amavano. Ma Harold non aveva ancora ottenuto l’annullamento del suo primo matrimonio e decisero di andare ad attendere a Londra. II mattino della vigilia di Natale del ’50 Harold invitò la fidanzata ad una partita di golf ; invece di portarla sul campo la condusse in Municipio dove attendevano due testimoni ed un giudice di pace. Ultimata la cerimonia andarono a giocare la loro partita, poi andarono felici a Parigi.

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 Nita E Harold in riviera nel '51. Nita è al suo secondo divorzio. Roma. Ormai sola in Italia Nita Dover lavorerà in rivista con Taranto. 

Da quel momento, però, cominciarono i loro guai. Negli alberghi li guardarono come animali rari. Quando tornarono in Italia alcuni amici di Nita non fecero mistero delle loro idee al riguardo, mentre per alcuni la questione razziale si ridusse anche ad una semplice questione di statura perché lo sposo era alto un metro e cinquantasette centimetri mentre la sposa, a piedi nudi, raggiungeva il metro e settantotto. Col passare del tempo lei cominciò ad accorgersi che molti la evitavano, che i produttori la trattavano malamente, che nei teatri era sempre «quella che ha sposato il negro».

Quando Harold tornò in America per una serie di spettacoli, Nita decise di raggiungerlo pensando che in quel paese potesse vivere meglio, ma si trovò addirittura di fronte a due forme di razzismo, quella dei bianchi e quella dei negri. Visse due mesi infernali con mortificazioni giornaliere da tutti. Negli alberghi le disdicevano le stanze da lei prenotate poco prima, appena la vedevano arrivare con il marito negro, nei ristoranti li relegavano in un angolo e magari pretendevano di nasconderli all’occhio degli altri clienti con qualche tendaggio o separé. La presenza della moglie bianca cominciò a danneggiare anche la carriera di lui e Nita Dover fuggì per non impazzire. Di nuovo in Italia pensò lungamente al suo domani, scrisse e telefonò al marito rimasto al suo lavoro negli Stati Uniti ; qualche settimana fa si sono decisi all’insolita soluzione.

Ora Nita Dover, reduce da un pauroso incidente automobilistico nei pressi di Orbetello, dal quale è uscita miracolosamente illesa, riordina le sue idee all’isola del Giglio. Sarà di nuovo sulla breccia ai primi di agosto per iniziare tre film ed entrare quindi nella compagnia Taranto che comincerà il suo giro da Roma. Allora nessuno le rivolgerà più la maledetta domanda «perché hai sposato un negro» ed essa comincerà a godere dei vantaggi di questo «divorzio razziale».

Giorgio Salvioni, «Epoca», anno III, 2 agosto 1952



Filmografia

Accidenti alla guerra!..., regia di Giorgio Simonelli (1948)
Al diavolo la celebrità, regia di Mario Monicelli, Steno (1949)
Donne senza nome, regia di Géza von Radványi (1949)
Le due madonne, regia di Giorgio Simonelli, Enzo Di Gianni (1949)
Monastero di Santa Chiara, regia di Mario Sequi (1949)
Botta e risposta, regia di Mario Soldati (1950)
È arrivato il cavaliere, regia di Mario Monicelli, Steno (1950)
Libera uscita, regia di Duilio Coletti (1950)
Romanticismo, regia di Clemente Fracassi (1950)
Vita da cani, regia di Steno, Mario Monicelli (1950)
Arrivano i nostri, regia di Mario Mattoli (1951)
Era lui... sì! sì!, regia di Vittorio Metz, Marcello Marchesi (1951)
La famiglia Passaguai, regia di Aldo Fabrizi (1951)
Febbre di vivere, regia di Claudio Gora (1951)
Ha fatto 13, regia di Carlo Manzoni (1951)
Porca miseria!, regia di Giorgio Bianchi (1951)
Abracadabra, regia di Max Neufeld (1952)
Addio, figlio mio!, regia di Giuseppe Guarino (1952)
La regina di Saba, regia di Pietro Francisci (1952)
Pentimento, regia di Enzo Di Gianni (1952)
Destini di donne, regia di Christian-Jaque (1953)
Dov'è la libertà?, regia di Roberto Rossellini (1953)
L'incantevole nemica, regia di Claudio Gora (1953)
Viva la rivista!, regia di Enzo Trapani (1953)
Mai ti scorderò, regia di Giuseppe Guarino (1954)
Viva il cinema, regia di Enzo Trapani (1954)
Il mantello rosso, regia di Giuseppe Maria Scotese (1955)
Processo all'amore, regia di Vincenzo Liberti (1955)
Ore 10: lezione di canto, regia di Marino Girolami (1956)

Doppiatrici italiane

Dhia Cristiani in La regina di Saba
Tina Lattanzi in Mai ti scorderò


Riferimenti e bibliografie:

  • Ilario Fiore, «La Settimana Incom Illustrata», 1951
  • Giorgio Salvioni, «Epoca», anno III, 2 agosto 1952