Maldacea Nicola

Nicola Maldacea

(Napoli, 29 ottobre 1870 – Roma, 5 marzo 1945) è stato un attore, comico e cantautore italiano.

Biografia

Figlio di un maestro elementare originario di Cosenza, intraprese la carriera teatrale nella propria città natale debuttando giovanissimo sulle assi dei palcoscenici dei varietà e dei cafè-chantant.

Dotato di una voce robusta, esordì come canzonettista esibendosi nei locali della provincia del capoluogo campano, fino alla scrittura per le compagnie teatrali di Eduardo Scarpetta e Gennaro Pantalena, con le quali ebbe modo di farsi conoscere e approdare al Salone Margherita.

Lo stile recitativo adottato durante l'esecuzione dei brani fece sì che Maldacea ne fornisse un'interpretazione satirica adatta alla caricatura dei personaggi trattati: nacquero così le macchiette, che Maldacea stesso così descrisse:

«Come un disegnatore, mi ripromettevo di dare al pubblico un'impressione immediata schizzando il tipo, segnandolo rapidamente, rendendone i tratti salienti. Da ciò l'origine della parola macchietta, che è propria dell'arte figurativa: schizzo frettoloso, che renda con poche pennellate un luogo o una persona in modo da darne un'impressione efficace con la massima spontaneità caricaturale.»

(Nicola Maldacea[1])
Nel periodo precedente la prima guerra mondiale furoreggiò nei teatri napoletani, divenendo uno degli attori più famosi della città. Tra i tipi più famosi da lui interpretati figurano "Il Conte Flick", "'O jettatore", "il Superuomo", "'O Rusecatore", "l'Elegante": musicate da Vincenzo Valente e Salvatore Gambardella, le macchiette avevano tra gli autori nomi come Salvatore Di Giacomo, Trilussa, Rocco Galdieri e altri, che scrissero, spesso senza firmarsi, appositamente per Maldacea.

Si produsse anche nel cinema, quasi sempre in parti da caratterista. Morì a Roma il 5 marzo 1945. Il comune di Napoli effettuò la traslazione dei suoi resti da Roma al cimitero di Poggioreale, dove si trovano in un viale del cimitero, nei pressi della Congrega dei professori di Belle Arti.

Una sua biografia è stata pubblicata nel volume del giornalista napoletano Andrea Jelardi In scena en travesti, Edizioni Libreria Croce, Roma 2009, con prefazione della critica del balletto Vittoria Ottolenghi che scrive di lui: Non c'è dubbio che Nicola Maldacea sia stato uno dei più grandi interpreti en travesti dello spettacolo italiano poiché nelle macchiette in cui vestiva abiti femminili riusciva a rendere alla perfezione il personaggio, dandone non solo una caratterizzazione esteriore, ma soprattutto un'interpretazione psicologica e caratteriale.

Di questa sua vocazione - straordinaria e di grande modernità per l'epoca in cui visse - avrei voluto si trattasse ampiamente nell'Enciclopedia dello Spettacolo, ma all'epoca in cui io stessa collaborai alla realizzazione di tale monumentale opera, del grande artista si ricordavano solo in pochi e fu oltremodo difficile sia approfondire l'argomento che reperire le relative immagini.


Nicola Maldacea è il “re del doppio senso”, impersona pienamente la simbiosi: è, infatti, attore e cantante, a pieno titolo esemplare. Esordisce come “buffo” nella compagnia di Gennaro Pantalena e proprio Pantalena lo esorta a cimentarsi da solista in un numero fuori programma fatto di canzoni umoristiche e monologhi.

Figlio di un maestro elementare di Cosenza che aveva una forte passione per il teatro, Maldacea aveva frequentato una scuola di recitazione a Napoli ma, invece di imparare l'"ars declamatoria", parodiava i testi drammatici che doveva studiare, provocando l’ilarità dei compagni che furono i suoi primi ammiratori.

I salotti delle “periodiche”, tra una passata di pasticcini e di rosolio, rigorosamente fatti in casa, sono i suoi primi “teatri”. Le “periodiche” erano riunioni tra amici e parenti organizzate nelle case, soprattutto della ricca borghesia napoletana, a scadenze fisse. Veri e propri spettacoli a domicilio, comprendono esibizioni di cantanti di romanze, fini dicitori, macchiettisti, tutti dilettanti. Molti bravi artisti napoletani, però, arrivano al professionismo proprio dopo essere diventati “divi” delle periodiche. Succede a Maldacea, raccomandato a Eduardo Scarpetta da amici del commediografo che avevano ammirato Nicola in queste riunioni salottiere.

Superati gli esami, Nicola entra nella compagnia Scarpetta e trascorre due stagioni al Sannazaro, teatro di molte prime solenni, come quella per ’Na Santarella. È mentre ha da poco guadagnato un piccolo aumento di paga, grazie al successo in un duetto con Vincenzino Scarpetta, che gli offrono la possibilità di debuttare al Salone Margherita (28 maggio 1891). Comincia una felice carriera perché è diventato, intanto, richiestissimo monologhista comico (O sciuglimento d' 'o cuorpo, Fra Brasciola, Il bel tenentino). Per Maldacea scrive molto un eccezionale sponsor, Ferdinando Russo.

Ispirato dalle qualità dell’artista, campione di versatilità. Russo inventa la canzone satirica che prende spunto da fatti di cronaca e di costume e diventa la “macchietta”. Il genere è documentato da una prima incisione realizzata dalla Phonotype, nel 1912.

Alla macchietta si dedicano altri valenti poeti: Pasquale Cinquegrana, Giovanni Capurro, Trilussa, Giuseppe Lustig. Quest’ultimo è procuratore generale presso la Corte d’appello di Napoli e in questo ruolo lo troviamo anche autore di una appassionata difesa di Eduardo Scarpetta citato in giudizio da D’Annunzio per la parodia della Figlia di Iorio.

Scrive macchiette anche Carlo Veneziani, un tarantino, che si è laureato a Napoli in giurisprudenza e cambierà ancora residenza andandosene a Milano, dove diventa commediografo e novelliere di successo, anche con lo pseudonimo di Gii Blas.

A musicare i versi, quasi sempre, c’è il “principe” dei musicisti, Valente. Maldacea trova il tempo per celebrarsi con un libro di memorie edito nel 1933 mentre il sempre attento Bideri pubblica le sue macchiette più famose in tredici libretti. C’è anche un piccolo versante cinematografico “maldaceiano” rappresentato da alcune caratterizzazioni negli anni Trenta e, più significative, dalle partecipazioni nel 1940 ai film Kean e nel 1941 Miseria e nobiltà.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca



1925 - Maldacea nelle sue più celebri creazioni

1931 01 Comoedia Nicola Maldacea intro

La macchietta è la incarnazione di un personaggio comico o grottesco, osservato nella vita e presentato alla ribalta in rapida sintesi: tre atti di commedia o farsa, sintetizzati in tre strofe di pochi versi, espressi con succoso umorismo, con senso di arte e di umanità.

Nel teatro italiano di varietà o meglio nel café-chantant — che il servaggio alla Francia non nascondeva, tanto vero che s'avvaleva del nome francese per definirsi — un certo giorno, nel 1891, si affacciò un giovanotto napoletano, ricco di talento, a far la concorrenza ai numeri d'attrazione e di canto, che giungevano da Parigi, preceduti dai leonocinii di una sapiente réclame. Era il tempo della bella Otero e di Cléo de Merode, famosissime bellezze d’oltr’Alpe, alle quali si aggiungeva, buona terza, una italiana che aveva chiesto alla città tentacolare di Francia il battesimo del successo: Lina Cavalieri. (Dopo poco, però, la deliziosa etoile italiana doveva dal café-chantant elevarsi alle scene liriche, per trionfarvi, più ancora che in grazia della voce, per la sua eleganza e per la sua bellezza).

1931 01 Comoedia Nicola Maldacea f1Maldacea aveva cominciato da ragazzo. Il teatro lo aveva attratto subito; e, in compagnia di altri scavezzacolli imberbi, aveva preso a mescolarsi tra i comici e a calcar le tavole dei palcoscenici tra i dilettanti. Veniva dalla scuola di recitazione di don Carmelo Marroccclli, che dava lezioni di arte rappresentativa a quasi tutti i filodrammatici napoletani, nelle oscure stanze di una casa al vico Nilo. E Nicolino, quindicenne e squattrinato, guardava a Scarpetta e a Pantalena, idoli del pubblico partenopeo, come a modelli di sapienza scenica e naturalezza comica. Al loro fianco, iniziò la sua carriera: ma, quasi sommerso dalla forza artistica ilei due grandi attori, che erano circondati da altri valorosi comici, il giovanetto non riuscì a farsi notare.

Spuntava, in quel tempo, all’orizzonte la canzonetta comica, dal verso spigliato e dalla musichetta garbata: e il binomio Salvatore Di Giacomo - Vincenzo Valente cominciava ad affermarsi nel genere gaio, mentre nel genere sentimentale, (la vera, la bella canzone) trionfava il superbo binomio Di Giacomo Mario Costa.

Maldacea, che aveva una vocetta sufficiente alla bisogna, volle tentare il genere nuovo, abbandonando il teatro di prosa per quello di varietà. E i primi suoi successi ottenne con la fresca e graziosa Canzone amirota di Salvatore Di Giacomo e con la divertente Tabbaccara di Albertin. Parlava più che non cantasse, ma sapeva sottolineare con garbo le arguzie dei versi, senza goffaggini e senza volgari contorcimenti, con una comicità spontanea e comunicativa. Piacque mollissimo. Era sorto, intanto, con la costruzione «Iella Galleria Umberto I. il primo teatro di varietà napoletano: un locale creato a bella posta per le chanteuses e le d*nuuses di provenienza parigina, il «Salone Margherita». Il giovane cantante buffo vi ottenne un contratto.

Era molto dubbioso del successo. Il pubblico elegante e mondano amava le canzonette francesi, gli sgambetti e il can-can. Avrebbe fatto buon viso al nuovo genere, frivolo e leggero e al cantante senza frac rosso e pantaloncini di raso nero corti al ginocchio?

E invece Nicolino piacque ancora di più nel teatro mondanissimo dei viveurt, dei t'teux-marcheurs e dei gagà. E quando Ferdinando Russo scrisse per lui la prima sua macchietta: Pozzo fà ’o prevete?, il successo divenne addirittura entusiastico.

Maldacea veniva in scena vestito da seminarista, comicissimamente truccato, e chiedeva al pubblico:

Ma ve pare ca so' fatto
pe’ digiune e penitenze
pe fa' 'a vita d' ’o pecuozzo
e pensare all'indulgenze?
lo so' giovane! lo so nato
pe fa’ ammore e me spassà!
So’ chiamato p’ ’o peccato!
Pozzo fa' ’o prevete?
Bbù bòa!

Cominciava, così, il giovane Maldacea ad allontanarsi dalla canzonetta gaia. Con l’ausilio del vestiario e del trucco, nasceva La macchietta: presentazione di un tipo o di una figura che viene al proscenio a raccontare agli spettatori 'una sua caratteristica vicenda. Affinandosi e perfezionandosi, studiando con minuziosa cura ogni particolare, l’artista riuscì a fare di ogni tipo una sua interpretazione acuta cd arguta c a presentare agli innumerevoli c sempre crescenti ammiratori un vasto e vario repertorio: caleidoscopio di personaggi buffi e reali, umoristici e vivi, festosi c nel tempo messo dolorosi, come tutte le estrinsecazioni artistiche ricche di schietto humour,

A indicare la via a Nicolino Maldacea, il primo era stato Gennaro Pantalena. Il delizioso attore comico, nella compagnia di teatro Nuovo, aveva preferito utilizzare il giovane scritturato negli entre-actes invece che nelle commedie, togliendogli le «parti» e mandandolo alla ribalta a cantar canzonette gaie.

«In un quadro scenico popolato da altre ligure, quel ragazzo si muoveva a disagio, quasi si sperdeva; invece nella canzonetta, solo alla presenza del pubblico, era vivace ed espressivo» — disse poi l'insigne attore vernacolo di Maldacea. Meglio solo che bene accompagnato, dunque. Maldacea lo comprese e s’avviò, solo. Ma nella buona compagnia delle sue macchiette. Ne chiese a tutti i poeti di ricca fantasia; e per la musica s'affidò quasi sempre a Vincenzo Valente, che sapeva colorir graziosamente le parole senza sopraffarle e sommergerle : commentare con gusto, intoni ma.

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Quali i poeti? I più arguti e i meglio dotati per un genere, che abbisogna di garbo e di eleganza teatrale, di comicità c di buon gusto, nel quale si può e magari si deve essere salaci, ma senza volgarità e senza pornografia.

Il repertorio per Maldacea, certo, non era scritto a fine educativo, e le macchiette non avrebbero avuto la loro più opportuna cornice nella sala di premiazione degli educandati; ma, infine, nella scelta dei tipi e nella presentazione di essi non si adoperavano i doppi sensi triviali, che gli imitatori di bassa lega portarono poi sulle scene di infimo ordine.

E poi, grazie alla istintiva signorilità del dicitore, la frase arguto e salace, che nascondeva un significato non precisamente onesto, veniva presentata con cosi candida disinvoltura da sfuggire all'orccihio inesperto. Una timorata verginella, predente .ilio spettatolo delle macchiette di Maldacea. poceva non scandalizzarsi, perché le battute .h una corniciti piuttosto spinta volavano via rapide, senza la grossolana insistenza che le fa avvertire. E ciò per merito dell'attore.. e anche dell'autore.
Perché le strofe per Maldacea erano dettate da artisti di sicura vis comica e di indubbia finezza, da poeti che rispondevano ai nomi di Trilussa, Ferdinando Rutto, Ugo Ricci, Giovanni Capurro, Rocco Gal-dieri, Pasquale Cinquegrana, ecc.

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E' di Trilussa quel Gerente responsabile, che per un trentennio ha deliziato gli spettatori :

Avete letto «L'Eco»? E' indubitabile.
Che bel giornale! Avrete anche osservato
che, in fondo, in terza pagina, è stampato :
«Pietro Chiodi, gerente responsabile».
Ebbene. Pietro Chiodi è il nome mio,
perché quel responsabile son io.
Però non so né leggere né scrivere:
io faccio il responsabile per vivere!

La macchietta di Nicola Maldacea nacque napoletana. L'intelligente comico, guardando a sé d‘attorno, volle riprodurre sulle scene i personaggi che conosceva, presentandoli nel loro colorito dialetto, che era il dialetto di lui attore. Così la prima serie di tipi fu vernacola: l'elegante ridicolo, il frate gaudente, lo sbruffone, il guappo, l'ubbriacone, il «pezzente di San Gennaro», Donna Agnese, la mezzana nottivaga, la affittacamere, il Cicerone, il Cantastorie, ecc.

Ferdinando Russo, poeta schietto, dalla vena facile e dalla comicità pronta, diede a Maldacea una ventina circa delle più spassose macchiette. Il Cicerone, il Madro, il Malandrino. ’O cucchiere ’e tuppè, ’o cantastorie, ‘o pezzente ’e San Gennaro, 'a Rumanza d' 'o quarto atto, a Primma donna, il Reduci sono dovute alla inesauribile vena del compianto poeta.

Il Sedicente superstite è una deliziosa e arguta macchietta plebea:

Ah! nun appena ca se cagna o tiempo,
'stu cuorpo mio è tutto addolorato!
Songo 'e fferite che m'aggio abbuscato
nelle battaglie per la Libertà! Ah!...
Sta debolezza 'e rine?
E' Goito! che giornate!
E tutte allerta allerta!
Tutte marce forzate!
Ahi, ahi! L'uosso pezziIlo!
E chisto è Solferino!
Gentil sangue latino!
Viva la Libertà! Ah!...

Di Pasquale Cinquegrana, autore di tante e tante tra le più acclamate macchiette del vasto repertorio, c’ è il famosissimo Mbriaco col caratteristico ritornello:

’O mun-no avota avota
sto fermo sultant' i...

e il non meno famoso Iettatore.

Giovanni Capurro, poeta dialettale di saporosa e sana efficacia, giustamente elogiato da quel giudice acuto e severo che si chiamò Giosuè Carducci, diede a Maldacea argute strofe, che consentirono all'artista in voga di creare comicissimi tipi. Non certo obliato tra questi II cameriere d'esequie: strano individuo oggi pressoché scomparso dalla vita di Napoli, ma trentanni fa popolare e frequente a incontrarsi.

(Lo stesso Capurro, poi, doveva dare a Peppino Villani, degnissimo epigono e intelligente continuatore del genere di Maldacea, due superbi tipi umani da interpretare : lo Scugnizzo e Totonno 'e Quagliarella, l’ubbriaco filosofo, piccoli capolavori di umorismo).

Ad arricchire il repertorio dialettale di don Nicolino lavorarono un poco tutti i poeti popolari, grandi e piccoli. Rocco Galdieri (Rambaldo), artista personalissimo, scrisse il piacevolissimo Corista; il Barbieri, dalla divertente arguzia plebea, scrisse la Affittacamere; Mimi Albin la indovinatissima Donna Agnese, il Feola, dalla comicità fresca e felicemente popolare, la non meno spassosa: E’ ver che tu... così cosi cosi... e un'altra della quale era protagonista un ragazzo che si sentiva già uomo, e si intitolava Songo ommo mò; e gustose altre macchiette scrissero il Califano, il Taranto e persino un magistrato di molta dottrina, il procuratore del Re comm. Lustig.

Maldacea. però, doveva girare; e aveva bisogno di un repertorio italiano, comprensibile da tutti i pubblici d'Italia. A Torino. a Milano, a Bologna, a Venezia facevano buon viso alle macchiette napoletane; ma, ove l'artista si fosse espresso in buon italiano, il successo sarebbe stato indubbiamente maggiore. Per tale repertorio «in lingua» don Nicolino si rivolse soprattutto a Trilussa e a Mascarillo.

L’umorista romanesco, oltre a un Vetturino Cicerone nel gustoso vernacolo della Capitale, scrisse per Maldacea La cocotte malinconica e La cocotte intellettuale, Il canterine filosofo e il Superuomo. per citare solo le più note.

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Ricordate? Maria, la cocotte intellettuale:

La vita della donna? E' un punto nero!
A quindici anni già lo presentivo,
e in fona ai sentimenti che sentivo
decisi di scappar dal monastero.
Ma, scavalcando il muro del giardino,
pieno di vetri e di bottiglie rotte,
fui ferita nel cuore della notte,
nonché nell'amor proprio! Era destino!

E Gervasio, il filosofo cameriere di trattoria :

Io, si capisce, vedo e lascio fare :
testimonio tranquillo d'un amore
che lotta tra uno stomaco ed un cuore,
tra un sentimento e un conto da pagare,

L'umorista napoletano, il terribile Mascarillo del Monsignor Perrelli», diede al macchiettista otto o dieci «cavalli di battaglia»: Il membro del Comitato, V Automobohsta, il Capotreno, l'Apollo, La cameriera d'albergo, il Tenentino, ecc. ecc.

Ricordate II capotreno? Maldacea raccontava, senza scomporsi, come la cosa più naturale e meno sorprendente, l'avventura della collegiale, la piccina, che aveva dato alla patria un bebé, sulla linea di Faenza:

Misi gli occhiali, deposi il berretto
e dissi: E' un maschio, è un amor di maschiettoI

E la Cameriera d'albergo? Nei trucchi femminili don Nicolino si era rivelato impareggiabile. La cameriera con la sua cuffietta, il grembiule bianco sulla veste nera e il suo scopettino da spolverare, inappuntabile e comicissima, raccontava con una vocetta flebile e tenera i misteri dei tre piani dell'albergo. L'inglese del secondo piano, la scultrice con gli occhiali? Bah! Maritata o vedova?

Ma intanto non sopisce e il solo studio
cui si dedichi spesso e con ardore
è il busto in marmo, dice lei, di un medico
che è su da lei piantato in tutte le ore.
E notate che, avendo come al solito
spiato un po', la scorsa settimana,
lo vidi il busto, ma a terra, in un angolo,
sopra le calze e sotto la sottana.

Il Tenentino, che provocò proteste e discussioni, ha diritto a più lungo discorso. Che l'autore non intendesse offendere l'esercito, ognuno che avesse buon senso comprese fin d'allora. Ma, dopo il clamoroso successo di molte città d' Italia, quando la macchietta arrivò a Roma e Maldacea comparve alla ribalta del Salone Margherita nella attillata uniforme di tenente di cavalleria, l'ilarità fu tanta e tale che il commissario di servizio, coadiuvato da taluni giornalisti... ortodossi e pudibondi, arrivò a convincere il questore a vietare il Tenentino...

Una qualche caricatura dell’arma di cavalleria certo v’era; ma che dovesse addirittura suonare offesa sembrò esagerato. Maldacea, mentre diceva i versi, pareva caracollare ancora su un baio o su un roano; e col mignolo della destra nervosamente toglieva la cenere al «Virginia». La caramella (con laccio di seta nera) all’occhio destro, il frustino sono braccio, i baffetti inceronati e volti in su, il tenentino raccontava — intercalando al suo dire, a quando a quando, un: Ostia, che roba! o un: Ciao, morettina! — una sua disastrosa avventura con la moglie di un superiore.

A evitar che si insistesse nella proibizione, qualche mese dopo a Torino, intervenne decisamente lo stesso Comandante Generale dell’arma di cavalleria. Il Conte di Torino volle presenziare, con tutti i più brillanti ufficiali del comando, a una rappresentazione di Maldacea; e chiese venisse eseguita la macchietta incriminata. Gli applausi cordialissimi, coi quali gli ufficiali salutarono il... collega che s'affacciava alla ribalta, furono la prova decisiva che non esisteva l'offesa all’esercito e nemmeno all'arma nobile ed elegante.

Ma l'artista dovè convincersi di essere sorvegliato: la Censura guardava ora attentamente il repertorio comico, imponendo non di rado modifiche e tagli. Don Nicolino chiese a Trilussa di far di tale sorveglianza argomento per una nuova macchietta; e l'arguto poeta si affrettò a scrivere II prudente :

L'altra sera, che avventura!
Rincasando, verso il tardi,
fui fermato dagli sguardi
d'una bella creatura.
— Ciao, — mi disse — ciao biondino!
— Biondo io? — dico — ti sbagli,
son più nero del carbone!
Se non guardi le persone,
per lo meno nei dettagli,
togli tutta l'illusione!
Lei sorrise e mi rispose.....
Ma poi disse certe cose che non dico per paura
che mi tocchi la Censura!

Stanis Manca, il compianto critico drammatico della Tribuna, che scrisse il profilo artistico-biografico di Maldacea per la collazione «l nostri artisti» dell'editore Biondo di Palermo, cosi raccontò la istantanea preparazione dei trucchi di don Nicolino: «Immaginate un lungo e sottile filo di ferro che circonda il camerino e dal quale pendono parrucche di tutti i colori e nasi di cartone di tutte le dimensioni.

«Tra una macchietta e l'altra, Maldacea, con una velocità fregoliana, corre allo specchio, e con una mossa lestissima muta naso e parrucca, e acconcia la fisonomia ad una espressione affatto opposta a quella antecedente; e balza rapido in iscena.

«In tal modo, come il caricaturista con due tocchi di penna affida alla carta le sue allegre concezioni, Maldacea con un naso e con una parrucca, uniti da un segno di biacca o di minio, disegna i suoi tipi, che tosto animerà alla ribalta e farà vivere, con un'arte che ha saputo eccellere e sollevarsi dal mondo limitato dei caffè-concerto».

E lo stesso Manca, nell'acuto breve studio critico (1902): «Quale posto occupa oggi Maldacea nell'arte italiana teatrale? «Quello stesso che occupano in Francia — cioè nella patria della chanson — Paulus e Polin, ma con una personalità più spiccata ed originale. «Egli non è soltanto un umorista e un satirico della scena, ma è un creatore di tipi, tratti dalla vita stessa di una parte d'Italia.

«Si ripeterà l'antico pregiudizio che quelli esercitata sui minuscoli palcoscenici del caffè-concerto è un'arte inferiore, che non può essere giudicata e ammirata con gli stesti intendimenti con i quali si analizza l'arte degli interpreti magistrali, nella scena di prosa e in quella lirica?»

Ed Enrico Corradini ebbe così a sintetizzare il suo giudizio: «Se l'arte è verità, nessuno è più artista di Nicola Maldacea, il quale è come uno specchio di cosa veduta».

Maldacea non s'è accontentato dei soli successi italiani Un certo giorno, nell'estate del '90 , salì sul piroscafo e attraversò l'Atlantico per recarsi in Argentina, chiamatovi dal concittadino e amico Di Napoli-Vita, che era stato, col Pantalena, tra i primissimi a valorizzarlo. A Buenos Ayres il successo fu entusiastico. Ed egualmente caldo si mantenne durante tutta la tournée, che, dopo l'Argentina, toccò l'Uruguay (Montevideo) e, il Brasile (San Paulo e Rio de Janeiro).

Don Nicolino, come ogni vero comico, è un randagio, un nomade felice di correre l'avventura. E perciò, invece di attendere la scrittura, ha sempre preferito di organizzare le sue tournéet, scritturando sei o sette numeri per completare il programma e correndo il rischio della perdita o... del guadagno. I suoi giri, nel periodo della celebrità presso tutti i pubblici, furono sempre proficui. Gli spettatori lo applaudirono accanto alle più reputate vedettes straniere e italiane: Eugenie Fougère, Tortajada, Fanny Morton, Lucy Nanon, Amelia Faraone, Emilia Persico, Pina Ciotti, Yvonne de Fleurie! ecc. Oggi, alle soglie della sessantina, don Nicolino gira ancora, in compagnia più modesta e accontentandosi di più modesti allori.

Non si pensi a decadenza. L'artista è all'incirca lo stesso. La vitalità scenica non è mutata. Sono, invece, mutati i tempi. E gli spettatori non vanno più matti per la macchietta satirica. Per seguire il gusto del pubblico, occorreva rinnovarsi, rinnovando e trasformando il proprio repertorio. Maldacea, a dispetto degli anni, è all'incirca lo stesso uomo. Ma gli italiani del 1930 sono decisamente diversi da quelli dell'età umbertina. E il perfetto trucco, l’efficacia della dizione, l'arguzia delle strofe comiche e l'umoristica varietà dei tipi non hanno oggi la stessa presa sugli spettatori che esercitavano trenta e magari venti anni fa. Forse, innestato in una repue, intercalato tra un balletto di girli e un coreografico quadro di fantasia, il numero di don Nicolino piacerebbe molto ancora. Ma, così come si presenta, sèguito di argute macchiette, caleidoscopio di grotteschi tipi, interessa relativamente.

E per ciò, di recente, in una delle mie peregrinazioni giornalistiche, io, nomade quasi come don Nicolino, l'ho incontrato ili una città insulare, numero di centro di un troppo modesto locale di cinema-varietà.

Il «re del teatro di varietà» (così era chiamato al tempo della grande voga) s'accontentava di un misero regno e di sudditi non certo fastosi. Ma, pur di non restare a spasso, Maldacea non esita oggi a lavorare nei piccoli centri e nei teatri di secondaria importanza. Don Nicolino non e ricco, e lavora per vivere. I molti guadagni, che avrebbero certo potuto assicurargli, se non la ricchezza, una vita agiata, egli li ha barattati per giocare al Lotto.

Cabalista convinto, regolista appassionato, il grande macchiettista dà lutti i sabati un suo personale contributo alle casse dello Stato, da volontario contribuente.

La compagna di Maldacea — il quale, tra parentesi, vedovo, padre e nonno, di recente si è riammogliato, riaffermando la sua vitalità col procrear novellamente — mi raccontava che Nicolino, nottetempo, lavora a matematici calcoli per ottener l'estratto, l’ambo e magari il terno secco. Appassionato fumatore, ha l'abitudine di segnare i numeri, frutto dei sudati studii, sulle bustine delle sigarette. Quando si leva, al mattino, lo studioso del mistero dell' urna del Lotto raccoglie su un foglio i numeri che ritiene probabili, e ne estrae la radice: i sicuri. Naturalmente, poi, la sera del sabato, si verifica l'indegno tradimento, e i numeri attesi non si presentano tra i cinque estratti della Ruota. Don Nicolino non nasconde il suo disappunto, ma continua gli studii...

Un nipotino di Maldacea, il figlio del primogenito Eugenio, ha ottenuto in questi giorni una lusinghiera e redditizia scrittura dalla Paramount; e lavora a Joinville, nei films parlati italiani della casa americana.

Buon sangue non mente. Visto e considerato che il grande macchiettista è ancora in gamba e, con una scelta attenta e sapiente delle sue «creazioni» più resistenti, sa e può ancora intrattenere molto piacevolmente ogni uditorio, perché qualche impresario intelligente non se ne accaparra l'opera e non lo conduce per i grandi palcoscenici di varietà, in una tournée di rievocazione della macchietta satirica e di addio del suo singolarissimo interprete?

Maldacea, nei grandi teatri, davanti ai pubblici signorili e comprensivi, sa dare, può e deve ancora dare molto.

Rimettere sul trono questo sovrano, non dico deposto ma certo esautorato, può essere non soltanto una buona azione, ma ancora un eccellente affare.

Federico Petriccione, «Comoedia», Gennaio-Febbraio 1931



Filmografia

Re burlone, regia di Enrico Guazzoni (1935)
I due sergenti, regia Enrico Guazzoni (1936)
Amazzoni bianche, regia di Gennaro Righelli (1936)
Ballerine, regia di Gustav Machatý (1936)
Trenta secondi d'amore, regia di Mario Bonnard (1936)
Re di denari, regia di Enrico Guazzoni (1936)
Napoli verde-blu, regia di Armando Fizzarotti (1936)
Ho perduto mio marito, regia di Enrico Guazzoni 1936)
L'albero di Adamo, regia di Mario Bonnard (1936)
I fratelli Castiglioni, regia di Corrado D'Errico (1937)
Nina, non far la stupida, regia di Nunzio Malasomma (1937)
Fermo con le mani!, regia di Gero Zambuto (1937)
Il feroce Saladino, regia di Mario Bonnard (1937)
È tornato carnevale, regia di Raffaello Matarazzo (1937)
I due misantropi, regia di Amleto Palermi (1937)
Il fu Mattia Pascal, regia di Pierre Chenal (1937)
Inventiamo l'amore, regia di Camillo Mastrocinque (1938)
Le due madri, regia di Amleto Palermi (1938)
Luciano Serra pilota, regia di Goffredo Alessandrini (1938)
I figli del marchese Lucera, regia di Amleto Palermi (1938)
Per uomini soli, regia di Guido Brignone (1938)
Marionette, regia di Carmine Gallone (1938)
Eravamo sette sorelle, regia di Mario Mattoli (1938)
Napoli d'altri tempi, regia di Amleto Palermi (1938)
Partire, regia di Amleto Palermi (1938)
L'allegro cantante, regia di Gennaro Righelli (1938)
Il socio invisibile, regia di Roberto Roberti (1939)
Papà Lebonnard, regia di Jean de Limur e Marcello Albani (1939)
Ultima giovinezza, regia di Jeff Musso (1939)
Napoli che non muore, regia di Amleto Palermi (1939)
La vedova, regia di Goffredo Alessandrini (1939)
Kean, regia di Guido Brignone (1940)
Ecco la felicità, regia di Marcel l'Herbier (1940)
Il ponte dei sospiri, regia di Mario Bonnard (1940)
Il signore della taverna, regia di Amleto Palermi (1940)
Lucrezia Borgia, regia di Hans Hinrich (1940)
Miseria e nobiltà, regia di Corrado D'Errico (1940)
È caduta una donna, regia di Alfredo Guarini (1941)
Tosca, regia di Jean Renoir (1941)
Una volta alla settimana, regia di Ákos Ráthonyi (1941)
Notte di fortuna, regia di Raffaello Matarazzo (1941)
Villa da vendere, regia di Ferruccio Cerio (1941)
Primo amore, regia di Carmine Gallone (1941)
Amore imperiale, regia di Alessandro Wolkoff (1941)
Arriviamo noi!, regia di Amleto Palermi (1942)
Carmen, regia di Christian-Jaque (1942)
Una signora dell'Ovest, regia di Carl Koch (1942)
L'usuraio, regia di Harry Hasso (1942)
La fortuna viene dal cielo, regia di Ákos Ráthonyi (1942)
Maria Malibran, regia di Guido Brignone (1942)
La principessa del sogno, regia di Roberto Savarese (1942)
Casanova farebbe così!, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1942)
Giorno di nozze, regia di Raffaello Matarazzo (1942)
Nessuno torna indietro, regia di Alessandro Blasetti (1943)
Silenzio, si gira!, regia di Carlo Campogalliani (1943)
Il cappello da prete, regia di Ferdinando Maria Poggioli (1944)
Il fiore sotto gli occhi, regia di Guido Brignone (1944)
Vietato ai minorenni, regia di Mario Massa (1944)

Note

  1. ^ In Sergio Lori, Il varietà a Napoli, Roma, Newton & Compton, pagg. 8-9

Riferimenti e bibliografie:

  • Sergio Lori. Il varietà a Napoli. Roma, Newton & Compton, 1996. ISBN 888183460X
  • Francesco Possenti. I teatri del primo Novecento. Orsa Maggiore Editrice, 1987.
  • Andrea Jelardi, In scena en travesti - il travestitismo nello spettacolo italiano prefazione di Vittoria Ottolenghi, Edizioni Libreria Croce, Roma 2009