Zampa Luigi

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 (Roma, 2 gennaio 1905 – Roma, 14 agosto 1991) è stato un regista e sceneggiatore italiano.

Biografia

Figlio di un operaio, dopo aver frequentato la scuola di recitazione di Santa Cecilia, Luigi Zampa si iscrisse al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1932, dove rimase per più di cinque anni.

Dopo aver lavorato dal 1939 come sceneggiatore, diresse alcuni film di scarso rilievo, fino a trovarsi al fianco dei registi del neorealismo con due aggressive commedie popolaresche, Vivere in pace (1946) e L'onorevole Angelina (1947), interpretate dai due attori simbolo del genere, rispettivamente Aldo Fabrizi e Anna Magnani; e il suo capolavoro, Processo alla città (1952), una realistica ricostruzione della camorra napoletana e del famoso processo Cuocolo sul soggetto diFrancesco Rosi.

Con la trilogia realizzata in collaborazione con Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948; Anni facili, 1953; L'arte di arrangiarsi, 1955) evocò in toni satirico-grotteschi il fascismo (con un'appendice nel 1962: Anni ruggenti) per osservarne poi, dolorosamente, la continuità negli intrallazzi del dopoguerra.

La morte del grande scrittore siciliano, avvenuta nel 1954, segnò il decadimento dell'impegno politico e della migliore vena satirica del regista, che, dopo una trascrizione da Alberto Moravia (La romana, 1954), continuò ad ondeggiare tra la commedia all'italiana (Il vigile, 1960; Il medico della mutua, 1968; Letti selvaggi, 1979) e la denuncia tra le righe (Il magistrato, 1959; Bisturi la mafia bianca, 1973; Gente di rispetto, 1975; Il mostro, 1977).

Gli viene dedicata una retrospettiva completa alla Festa del Cinema di Roma 2009, a cura di Mario Sesti.

È padre del musicista e giornalista Fabrizio Zampa.


La decisione di portare in cinema La patente di Pirandello come uno degli episodi di Questa è la vita la prendemmo assieme Brancati e io e ne scrivemmo insieme la sceneggiatura. Poi la proponemmo per Totò. Ricordo una cosa che mi disse Totò a fine film: "Caro Zampa”, mi disse, “se io potessi sempre recitare dei testi come quelli che lei mi ha dato e fare cose di questo genere! Invece faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto, il mattino arrivo in teatro e trovo che non c’è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero”. Questo me lo ricordo, pace all’anima sua, testimone onesto di quanto lui mi disse. Per questo episodio Totò lo volli proprio io. Brancati era entusiasta all’idea di fare interpretare Pirandello da lui. Diceva che poteva renderlo perfettamente.


Curiosità

Fu lo zio di Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse.


Luigi Zampa 3

Così la stampa dell'epoca

Intervista a Luigi Zampa a proposito della censura nel cinema

Io non posso credere, in quanto regista, nella funzione della censura, la quale pone dei limiti inevitabilmente dannosi alla mia opera. Limiti esterni, che uno spontaneamente interiorizza sicché diventano automatici. L'effetto principale che ne risulta è che ci si perde di coraggio: invece di affrontare temi nuovi e di approfondirli, ci si tiene a quello che è già stato fatto, ci si arrangia con le cose usuali, già sperimentate. La censura, nell’attività cinematografica che è frutto di tanti compromessi, rappresenta un compromesso di più; e se anche lo subisco, non posso però accettarlo, poiché penso anche che un artista potrebbe autolimitarsi.

Naturalmente la censura funziona egregiamente nei confronti della produzione, la quale si sente a questo modo con le spalle al sicuro. E' certa cioè che un film, una volta realizzato, sarà approvato. E poiché una censura esiste, penso anch'io che sia meglio intervenga preventivamente, in modo che poi non si debba amputare il film di alcune scene essenziali al suo ritmo e alla sua comprensione. Il male è che oggi anche quello che viene approvato in prima istanza può venire censurato quando il film è già pronto.

Mi è accaduto con "L'onorevole Angelina", da cui dovetti eliminare alcune battute importanti e tagliare scene intere. Semplice-mente perché il marito della Magnani nel film faceva la parte di un agente di Pubblica Sicurezza e il pubblico — secondo il ragionamento della Commissione di censura, ineccepibile perché fondato su articolo del regolamento — avrebbe identificato in quell'agente, che veniva leggermente ironizzato, tutti gli agenti di P.S. d'Italia, e se ne avesse riso avrebbe riso alle spalle dell'intero corpo di P.S. .« danneggiandone il prestigio». Da quel momento è rimasta in me una vera fobia per tutti gli argomenti in cui entrassero agenti o guardie : tanto che dopo aver portato a termine il trattamento di Guardie e ladri — il film che con un'altra chiave è stato poi realizzato da Steno e Monicelli — io rinunciai a fare il film, pensando ai limiti, di varia natura, che durante la realizzazione del film mi sarei dovuto imporre.

«Cinema» n.87, 1 giugno 1952


1953 11 22 Europeo Luigi Zampa Censura 1000

Adesso che Anni facili, dopo tanti mesi difficili di tergiversazioni e di esitazioni censorie, è finalmente apparso sui nostri schermi, vorremmo domandare a quanti ne hanno osteggiato, ritardato, temuto la comparsa, se era il caso di allarmarsi e di opporsi, se le difficoltà che sono state fatte agli autori del film non derivavano dalla timidezza di una malsicura abitudine alla libertà, se, insomma, non sarebbe stato infinitamente preferibile dare a se stessi e agli altri una dimostrazione di serenità e di forza permettendo senz’altro la programmazione del film, senza discussioni, né trattative, né tagli, né altre mortificanti diplomazie. E in verità la storia di Anni facili dimostra una volta di più come in Italia sia debole lo slancio non diciamo rivoluzionario ma semplicemente civico, come sia invece ancora radicata e forte l’idea che certe parti, situazioni e persone della nostra società siano sacre e intoccabili. Anni facili, d’altronde, anche per il suo assunto esplicitamente educativo e generoso rimane molto indietro, quanto ad asprezza, ad altri prodotti simili che all’estero vengono sfornati ogni giorno senza la minima reazione da parte delle autorità. Un anno fa vedemmo a Parigi la rappresentazione di La tète des autres, di Aymé, satira addirittura spietata della magistratura francese. Agli Stati Uniti ogni anno appaiono film di franchezza sconcertante su certi aspetti poco edificanti della vita pubblica di quel paese. Possibile che proprio in Italia si debba aver paura della verità? Possibile che non ci si renda conto che la vera democrazia consiste, appunto, nella discussione e nella denuncia? Ma perché parlare di democrazia e non, piuttosto, più semplicemente, di società vitale e ardita? La Francia di Luigi XIV non era una democrazia, eppure il Tartufo di Molière fu rappresentato.

La storia di Anni facili è quella di un modesto professore di scuole medie di provincia, stretto tra l’incudine del proprio idealismo deamicisiano e tradizionale e il martello di uno stipendio inadeguato. Quello che spinge il professore sulla strada funesta della corruzione non è un animo avido e immorale bensì; come gli autori del film hanno sottolineato felicemente, quel grande nemico della virtù e dell’onestà che in Italia è l’amore della famiglia. Per soddisfare le esigenze familiari di decoro e di vita più larga il professore accetta di integrare il magro stipendio di quarantaseimila lire mensili che gli dà lo Stato con le cinquantamila che gli offre il barone La Prua, ex-fascista, affarista e signorotto locale. La Prua ha inventato un prodotto farmaceutico per il ringiovanimento ed affida al professore il diffìcile compito di ottenere a Roma la licenza di fabbricazione. Il professore si dà da fare per ministeri e infiniti uffici, ma invano: la burocrazia non gli dà ascolto. Allora interviene il barone. Attraverso la raccomandazione di un ex-gerarca ad altro ex-gerarca annidato in un ministero, attraverso la corruzione, La Prua ottiene in un batter d’occhio la licenza. Ma il professore è licenziato da La Prua; la figlia deve sposarsi; le cambiali e i debiti sono molti; il professore si lascia corrompere dal padre di un allievo incapace. Scoppia uno scandalo, il professore è arrestato e condannato. La stessa sera, tempo dopo, partono dalla stazione di Roma due treni: in uno, salutato dalla famiglia desolata, parte per la galera il professore che si è lasciato corrompere per cinquantamila lire; nell’altro, festeggiato da amici sodali, libero e trionfante, il funzionario che ha accettato un milione dal barone La Prua.

Il film è tutto intarsiato di fatti realmente avvenuti, come per esempio la storia della corruzione del professore che ha un precedente reale in analogo episodio verificatosi tempo fa in Alta Italia, di frasi, trovate, spunti tolti anch’essi di peso dalla vita corrente. Si tratta, insomma, di una satira del tutto immediata e testuale, poco o nulla rielaborata dalla immaginazione e sublimata in poesia, in più punti cronachistica e documentaria, sempre assai cruda e semplice. Tali film, più che intenti d’arte, hanno intenti di efficacia moralistica e pratica e, in questo senso, si può affermare che Anni facili è un film, in complesso, riuscito e utile. Forse all’efficacia della satira avrebbe giovato una maggiore reticenza e asciuttezza, specie nella seconda parte: i fini del film sono chiari, era inutile farli enunciare dai protagonisti. D’altra parte, l’adunata fascista e altri piccoli episodi, pur gustosi, abbandonano la satira per la più facile caricatura. Ma la descrizione della piccola città di provincia, certi personaggi indovinati come il barone e il funzionario corrotto, il contrappunto delle scene in scuola con quelle negli uffici, il matrimonio, e, soprattutto, la figura del protagonista sono cose felici e degne di lode. Nino Taranto ha saputo creare un personaggio molto vivo con misura ed efficacia, da attore di consumata bravura. Zampa ha diretto il film con quel senso di verità e di immediatezza che è la sua più riconosciuta qualità. Ma in certe sequenze più sfumate e più commosse, si capisce che cosa egli potrebbe darci domani con una materia meno cruda e meno grezza.

Alberto Moravia, «L'Europeo», anno IX, n.48, 22 novembre 1953



«Cinema Nuovo», 1 febbraio 1957 - Dagli anni difficili agli anni facili - Diario di un regista


Filmografia
Risveglio di una città (1933)

L'attore scomparso (1941)
C'è sempre un ma! (1942)
Signorinette (1942)
Fra Diavolo (1942)
L'abito nero da sposa (1945)
Un americano in vacanza (1946)
Vivere in pace (1947)
L'onorevole Angelina (1947)
Anni difficili (1948)
Campane a martello (1949)
Children of Chance (1949)
È più facile che un cammello... (1950)
Cuori senza frontiere (1950)
Signori, in carrozza! (1951)
Processo alla città (1952)
Siamo donne (1953) - episodio Isa Miranda
Anni facili (1953)
Questa è la vita (1954) - episodio La patente
La romana (1954)
L'arte di arrangiarsi (1954)
Ragazze d'oggi (1955)
Ladro lui, ladra lei (1958)
La ragazza del palio (1958)
Il magistrato (1959)
Il vigile (1960)
Anni ruggenti (1962)
Frenesia dell'estate (1964)
Una questione d'onore (1965)
I nostri mariti (1966) - episodio Il marito di Olga
Il medico della mutua (1968)
Le dolci signore (1968)
Contestazione generale (1970)
Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (1971)
Bisturi, la mafia bianca (1973)
Gente di rispetto (1975)
Il mostro (1977)
Letti selvaggi (1979)


Riferimenti e bibliografie:

  • «Cinema» n.87, 1 giugno 1952
  • Alberto Moravia, «L'Europeo», anno IX, n.48, 22 novembre 1953
  • «Cinema Nuovo», 1 febbraio 1957