Bongiorno Mike (Michael Nicholas Salvatore)

C’era stata una polemica con me, perché io mettevo gli occhiali e li toglievo, li mettevo e li toglievo. Allora eravamo agli inizi della televisione e a un certo punto dissero che questi occhiali luccicavano troppo e mi fecero mettere le lenti a contatto, però il cambiamento non funzionò perché il pubblico voleva che io continuassi a togliermi e rimettermi gli occhiali. In un primo momento non avevo né gli occhiali né le lenti a contatto, mi scrivevano le risposte su dei cartelli, con le lettere molto grandi, in modo che potessi leggere bene. E siccome allora venivano anche cinquanta fotografi, uno di loro si accorse che io avevo questi cartelli con le domande e le risposte scritte molto grandi e mi fotografò dall’alto: il giorno dopo vennero pubblicate le fotografie dove si vedevano i cartelli e allora io dissi basta, mi rimetto gli occhiali.

Mike Bongiorno, 1956

Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, noto come Mike Bongiorno (New York, 26 maggio 1924 – Monte Carlo, 8 settembre 2009), è stato un conduttore televisivo, conduttore radiofonico e partigiano statunitense naturalizzato italiano, considerato tra i padri fondatori della televisione in Italia insieme a Corrado e Raimondo Vianello.

Soprannominato il re dei quiz per aver condotto numerosi giochi a premi che hanno fatto la storia della televisione italiana tra cui Lascia o raddoppia?, Rischiatutto e Flash per la RAI, Superflash e La ruota della fortuna per la Fininvest, vanta anche la carriera televisiva più lunga al mondo.

Toto Lascia o Raddoppia 00222


Sono stato un grande stimatore di Totò anche quando, con atteggiamenti da intellettuale, qualcuno diceva che la sua comicità era di tipo paesano, troppo facile. Oggi che Totò è stato riscoperto, si è capito, al contrario, come la sua maniera di far ridere fosse a quei tempi moderna, rivolta non solo alla grande massa degli spettatori. Totò era soprattutto un attore comico amato dalle masse, ma per un artista magico come lui non si dovrebbero fare e non si fanno distinzioni.

Totò mi ha fornito un insegnamento che ho sempre tenuto presente ma che comunque non ho mai applicato. Il grande attore diceva che chi è chiamato a fare il divo nel mondo dello spettacolo deve rimanere il meno possibile in mezzo alla gente, non farsi mai vedere, cioè, perché ogni spettatore deve e vuole immaginare questo divo come desidera e non come in effetti egli è.

Totò era un tipo alla buona ed egli questo principio, che a me non è stato consentito applicare, lo metteva in atto: egli era il divo classico del suo tempo, un tipo all’antica che viveva in un’atmosfera particolare, ma nello stesso tempo era affabile, cordiale e generoso anche se appariva distaccato. Ricordo che quando arrivava sul set del film che interpretai con lui, « Totò lascia o raddoppia », all’improvviso si instaurava un clima di generale eccitazione perché incontrare Totò, parlare con lui, stargli accanto, anche se solo per motivi di lavoro, era un avvenimento notevole.

Fin da bambino ho avuto per Totò addirittura una venerazione. Quando sono arrivato in Italia dagli Stati Uniti, sapevo già tutto su di lui. Ho poi visto tutti i suoi film ed ho stimato Totò come pochi altri. Fu un’esperienza eccezionale, per me, girare un film assieme a lui. Rievocandola, oggi, mi commuovo. Era il 1956, quando girammo insieme. Può sembrare un paradosso, ma a quell’epoca, io ero alla ribalta da due anni soltanto, eppure ero forse più popolare di Totò: godevo di quel divismo tipo follia collettiva che ha costituito un fenomeno e di cui si è tanto parlato. Conoscevo già Totò e andavo spesso a trovarlo prima ancora di cominciare quel film. Siamo stati insieme oltre un mese. Lui recitava; io no, perché in realtà interpretavo solo me stesso.

Il mio ricordo di Totò è incancellabile: è stato e rimarrà sempre il grande Totò.

Mike Bongiorno, «A Totò», opuscolo "Premio De Curtis", Napoli, 1973


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1955 03 31 Tempo Mike Bongiorno intro

Il presentatore italo-americano spiega le ragioni, i vantaggi e gli inconvenienti della straordinaria popolarità da lui conquistata in poco più di Un anno e che costituisce in Italia, nel campo della radio e della televisione, un fenomeno nuovo.

Davanti al televisore acceso stavano due giovani signore, una signorina, tre uomini e un bambino. Comodamente distribuiti fra divano poltrone fumavano e bevevano. Meno il bambino che sedeva sul tappeto succhiando una caramella. Sullo schermo Mike Bongiomo chiacchierava pianamente. Al termine della trasmissione il padrone di casa, rappresentante di una ditta di medicinali, disse: «Chissà perchè Bongiorno è diventato così importante. Più di parecchi altri presentatori, voglio dire».

1955 03 31 Tempo Mike Bongiorno f1«E’ simpatico e molto bravo» disse la prima signora.

«Ha un certo modo di fare, come dire, quasi timido ma con signorilità, anche se a volte indossa quelle orribili giacche di taglio americano» aggiunse la seconda signora.

«E' un bell’uomo» disse la signorina.

«Niente, su per giù, che non abbiano anche altri suoi colleghi» osservò un amico del padrone di casa.

«E' amico mio» disse il bambino mentre io portavano a letto.

Il giovane presentatore fu oggetto di conversazione ancora per diversi minuti. Ma. nel complesso, non risultò una ragione che giustificasse chiaramente la straordinaria popolarità che Mike Bongiorno ha saputo conquistarsi in un tempo relativamente breve. Giunto in Italia nel novembre del 1953, per la radio di New York, con l’incarico, viaggiando attraverso le varie regioni, di mettere in contatto gli italiani d’America con i loro paesi di origine (il programma è intitolato «Il vostro paese»), ha iniziato il suo lavoro alla televisione italiana nel dicembre dello stesso anno, quando questa non era ancora nata ufficialmente. E in poco più di un anno si è accattivato le simpatie di un pubblico che, come egli stesso afferma, è tutt’altro che facile. Riceve centinaia di lettere al giorno e distribuisce settimanalmente cinquecento fotografie con autografo. Fra le tante offerte, una Casa cinematografica italiana gli ha persino proposto di girare un film sulla sua vita nel quale egli sarebbe l’interprete di se stesso. Un film autobiografico di un uomo che ha da poco compiuto trent’anni.

Abbiamo allora chiesto a Mike Bongiorno le ragioni del "fenomeno Bongiorno”. Pare dunque che l’opinione del giovane presentatore coincida esattamente con quella del bambino che, pur non avendolo mai visto in carne ed ossa, lo considera suo amico personale.

«Vede», ha detto, «quando io all’inizio di una trasmissione radiofonica o televisiva, ma soprattutto televisiva, entro nelle case della gente, nei bar, nelle osterie di paese, me ne rendo perfettamente conto. Non m’interesso soltanto del pubblico in teatro. E desidero allora diventare amico di tutti e che tutti siano amici miei. Perchè la gente, le persone, costituiscono il lato più bello e sempre affascinante della vita. Ciò non mi costa alcun sforzo perchè io sono realmente fatto cosi. Voglio dire che la gente mi piace, per questo desidero automaticamente essere un amico per tutti, per quanto è possibile. Alcuni presentatori, e questo accade soprattutto in Italia, hanno la tendenza di "servirsi” del pubblico e, a volte, quando durante uno spettacolo chiamano qualcuno presso il microfono, lo prendono magari un po’ in giro. E’ troppo facile e non è giusto. E io credo che la mia popolarità sia appunto un fatto di amicizia. Perchè altrimenti mi scriverebbero pacchi di lettere chiedendomi e dandomi consigli? Le lettere di carattere sentimentale costituiscono una piccola percentuale. E le persone che mi fermano per la strada, che vogliono fare quattro chiacchiere con me in treno? Lo fanno perchè "sentono” che lo desidero anch’io».

Il modo di parlare, di muoversi, il sorriso di Mike Bongiorno mentre conversa diciamo privatamente, sono gli stessi che tutti ormai conoscono attraverso la radio e la televisione. Uguale anche il ritmo nel flusso delle parole. E ciò avvalora la sua tesi quando afferma che il suo successo è dovuto al fatto che si comporta in pubblico come nella propria casa romana, per la strada e nei caffè tra gli amici. Come, cioè, egli è realmente e sempre.

Mike Bongiorno è nato a New York da padre siciliano e madre piemontese. Figlio unico. Doveva, come il padre, diventare avvocato e il programma. anche se non lo entusiasmava eccessivamente, nemmeno lo disturbava. I genitori lo portarono per la prima volta in Italia, per un breve soggiorno, quando aveva quattro anni. In seguito lo accompagnavano soltanto all'aeroporto di New York ma hanno voluto che studiasse, sino al liceo, in scuole italiane. Ritornava a casa per le vacanze. In questo modo il piccolo Mike crebbe parlando due lingue come se ognuna di esse fosse la propria. Quando scoppiò la guerra frequentava il liceo di Torino e non ebbe la possibilità di raggiungere i genitori in America. Fece parte di un’unità partigiana dove la sua perfetta conoscenza delle lingue italiana e inglese venne sfruttata per stabilire e mantenere i collegamenti segreti con gli alleati. La notte del 14 aprile 1944, braccato dai tedeschi, tentò con altri di rifugiarsi in Svizzera ma venne catturato prima che potesse varcare il confine, mentre dormiva in un casolare. Con le spalle appoggiate a un muro stava per essere fucilato, già alcuni soldati tedeschi avevano puntato le armi, quando un ufficiale intervenne sospendendo l’esecuzione. Trascorse due mesi nel carcere di San Vittore, a Milano, e poi venne tradotto in un campo di concentramento in Germania. Soltanto nel marzo del 1945, in seguito a uno scambio di prigionieri, potè ritornare presso i genitori.

«E' stato un brutto periodo», racconta, «ma che mi ha fatto comprendere molte cose».

Giunto negli Stati Uniti dovette raccontare la sua storia ai giornalisti e lo fecero parlare alla radio. Era la prima volta che avvicinava un microfono «ma se la cavò benino» e così gli offersero di partecipare a un programma. In tal modo ebbe inizio la sua carriera. Da allora le esperienze del giornalista, radioannunciatore e presentatore Mike Bongiorno sono state molte. La sua professione non è nè facile nè priva di inconvenienti, tutt’altro. Ma più che i disagi e le avventure a volte spiacevoli di viaggio, lo rattristano le errate interpretazioni di alcuni atteggiamenti o frasi. L’essere frainteso, come del resto è inevitabile in un lavoro come il suo, lo fa stare veramente male. «Sono le uniche cose che possono non farmi dormire, tanto mi rattristano» dice.

In Sicilia, ad esempio, durante una trasmissione radiofonica, a una giovane signora che si era spontaneamente presentata al microfono per risolvere i consueti giuochi, porgendole in premio un pacco di prodotti di bellezza disse: «Lei conosce, è vero, il prodotto X?». Il prodotto X è una particolare marca di shampoo. Nessuno fra il pubblico disse nulla ma il giorno successivo, e per parecchi giorni, fioccarono da tutte le località della Sicilia lettere a centinaia nelle quali i suscettibili isolani si esprimevano, a proposito di quella frase, con termini di questo genere: «...cosa crede lei, che le nostre donne non si lavino mai i capelli?». Oppure: «...non avremo forse qui le ricchezze dell’America, ma le donne siciliane hanno i capelli altrettanto puliti delle americane...».

A noi, ascoltando, la storia suscitò il riso ma Mike Bongiorno non sorrise nemmeno, anzi era decisamente serio e si capiva che il ricordo lo preoccupava tuttora.

Un’altra volta, in una città dell’Italia centrale, per convincere una graziosa signorina ad avvicinarsi maggiormente al microfono affinchè la sua voce fosse udibile chiaramente, la prese per un braccio. La fanciulla indossava una camicetta di lana senza maniche. Giunsero lettere del seguente tenore: «...e non è bello profittare delle circostanze per compiere gesti consentiti soltanto a un fidanzato...». Oppure: «...era proprio necessario che lei afferrasse per il braccio nudo quella signorina?».

Anche qui Mike Bongiorno non sorride. «Non mi sono mai permesso», dice, «di prendere in giro qualcuno e tanto meno di compiere un gesto che non sia corretto. Ma è difficile, creda, specie quando si improvvisa, parlare in continuità costruendo frasi che non corrano il minimo rischio di essere fraintese».

E’ certamente una professione, quella di Mike Bongiorno beniamino di milioni di ascoltatori, che determina una certa tensione. Per riposarsi ha affittato Un villino a Salice d’Ulzio, a Sestrière, dove trascorre in assoluta tranquillità tutti i giorni, pochi, che il lavoro gli lascia liberi. Nel silenzio della montagna, legge molto, fuma la pipa, non beve alcoolici, e girovaga sciando tra le valli. Tre settimane fa è caduto e ha preso una forte botta alla spalla destra. Ancora adesso non può alzare completamente il braccio e gli dolgono i muscoli, tenendolo dietro la schiena.

«A proposito di braccia dietro la schiena...» diciamo.

«E dove le dovrei tenere?» ci interrompe. «Incrociate davanti non sta bene, lungo i fianchi se mi sfugge di gesticolare alla televisione rischio di coprire i volti di chi è accanto al microfono e in prospettiva le mani diventano enormi sullo schermo, in tasca meno che mai. No, non è questione di timidezza, anche se in un certo senso io sono timido. Non sono impacciato. Non c’è veramente altra soluzione».

Flavio Simonetti, «Tempo», anno XVII, n.13, 31 marzo 1955


1956 Epoca Mike Bongiorno intro

Non scherziamo. Perfino una altissima Personalità segue, con vivo interesse, « Lascia o raddoppia? ». Anzi: ho letto da qualche parte che una funzione religiosa è stata spostata perché coincideva esattamente con l'apparizione di Edy Campagnoli. Anche i fedeli hanno le loro esigenze. Del resto, San Paolo diceva che « il sano divertimento avvicina al Signore ». Non sempre, per la verità, la citata rubrica è divertente, ma sana lo è senz’altro. Tutt'al più disturba, ma male non fa. Molti addirittura sostengono che è cuna potente arma educativa ».

Guardate quel bambino di sei anni che, l'altra sera, ci ha spiegato cosa disse Pia de' Tolomei a Dante, dove finisce un certo fiume del Congo e come si chiama la capitale dell'Honduras. Il piccolo, sbalorditivo, insopportabile personaggio, nell'età felice in cui noi, trascurando le repubbliche americane e i più importanti corsi d'acqua, ci cazzottavamo per le figurine della Perugina, si diverte invece a studiare i poeti classici, l’atlante De Agostini, i sommari di storia, in attesa di passare, il prossimo inverno, a più serie e impegnative letture filosofiche. Adesso non ci rimane che vedere sul palcoscenico della Fiera la signora Rossi, anni 105, già maestra di Mario Missiroli, e poi, per la parte fenomeni, siamo quasi a posto.

Intanto (un po' di sincerità: se ne sentiva la mancanza) è uscito un opuscolo dedicato al presentatore dei quiz televisivi. Si intitola: Mike Bongiomo. La sua vita. I suoi amori, i suoi successi. Il sereno biografo narra, « con assoluta fedeltà storica », « le emozionanti vicende del popolare divo della TV ». Ecco la descrizione del protagonista da un punto di
vista, diciamo cosi, intellettuale: « È Mike e basta. Come davanti a Dante è scomparso il casato degli Alighieri, davanti a Michelangelo quello dei Buonarroti, così del biondo divo della televisione le folle cominciano a dimenticare Bongiorno. Lo chiamano Mike e gli danno del tu quando, favoriti dalla sorte, riescono a incontrarsi con lui, o quando gli indirizzano le loro lettere cariche di ammirazione e di amore ».

Tralasciamo i capitoletti dedicati alla adolescenza. Anche gli uomini famosi, con qualche rara eccezione - Giacomino, ed esempio (trascuriamo il casato: Leopardi) -da ragazzi non facevano cose straordinarie. I brani « i pantaloni lunghi », « al liceo », « la bionda studentessa », « la guerra », non dicono nulla di eccezionale. Bisogna arrivare al pezzo « la tortura ». Non vi sfiori il pensiero che le sventure altrui suscitino in noi ironici sentimenti, ma quando leggiamo che « Bongiorno, tra gli spasimi delle sue carni martoriate, vibrava come una corda di violino », rimaniamo colpiti non solo dallo sdegno ma anche da quelle insospettabili qualità musicali. Questo naturalmente spiega come l'Italia gli abbia insegnato « i segreti della vita, il fascino della morte e l'incanto dell’amore », senza peraltro insinuargli il sospetto che anche le storie vere e crudeli, quando sono narrate con il linguaggio del suo biografo, diventano di un’irresistibile comicità. Va bene che il motto di Mike (pagina 15 dell’opera citata) è « il pubblico è il mio padrone e la stampa è la mia regina », ma di fronte a prosette come quella che narra il suo « appassionante romanzo », Mike farebbe bene a sentirsi un po’ repubblicano.

Enzo Biagi, «Epoca», anno VII, 1956

 


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Il popolarissimo presentatore dei quiz di "Lascia o raddoppia" rivela in questo articolo alcuni retroscena della sua professione e rievoca episodi drammatici o romantici della sua vita

Se, oggi, a me che sono ormai considerato il «presentatore di domande» per eccellenza, venisse posta la seguente domanda: «Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?», risponderei senza pensarci neppure un attimo: «Quello in cui Paola Bolognani è stata sul punto di vincere i cinque milioni». Ho detto "quello in cui è stata sul punto” perchè nell'ormai famosa serata del 23 marzo, se alla prima domanda la ragazza ha risposto con baldanzosa sicurezza, la seconda e la terza, invece, balbettate con voce malsicura, hanno fatto correre un brivido nel cuore di tutti gli spettatori.

L’emozione di Paola si era comunicata a tutti, io «sentivo» la simpatia del pubblico per questa ragazza coraggiosa e intelligente. Anch’io, come tutti, volevo che vincesse perchè la sua preparazione lo meritava e perchè era giusto che la sua grazia semplice e disinvolta fosse premiata col massimo premio. La vita di Paola potrà cambiare con la vincita dei cinque milioni ed io, come tutti, mi rallegro che
essa abbia potuto guadagnarli. Il pubblico le ha tributato un vero trionfo: sul palcoscenico invaso di fiori, tra i lampi dei flash, tra i baci e gli abbracci e gli applausi entusiasti, non si capiva più nulla.

Anch’io, ho detto, ero contentissimo, ma, vi assicuro, letteralmente esausto.

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IL TRUCCO SI SCIOGLIE

Io cominciai a parlare con il pubblico undici anni or sono, quando rientrai negli Stati Uniti dopo la prigionia in Europa. Era il 1945 ed avevo appena ventun anni, essendo nato a
New York il 26 maggio 1924 da un avvocato siciliano e da una signora torinese. Dopo di allora, soprattutto in Italia, presi parte ad innumerevoli trasmissioni radiofoniche e televisive dei più disparati generi, da Parliamo dal vostro paese a Motivo in maschera, da Fortunatissimo ad Arrivi e partenze, e a Motivo senza maschera. Ebbene, confesso che Lascia o raddoppia è la trasmissione più pesante, più estenuante, quella che al suo termine mi trova veramente esausto. Può sembrare una cosa da nulla, ma in realtà il rimanere per

circa cinquanta minuti in video, con il necessario trucco che lentamente si scioglie sotto la luce dei riflettori, senza mai un attimo di sosta, dovendomi preoccupare che i concorrenti rimangano nella giusta posizione (nel cosiddetto "quadrato magico"), affinchè non escano dal campo, dovendo fa. re attenzione che la voce giunga ai microfoni, tentando di avere sempre qualche cosa di nuovo da dire e magari, se mi riesce, di essere anche spiritoso, mi costringe ad un complesso di azioni che diventa alla fine massacrante.

Ebbene, nonostante tutto ciò, Lascia o raddoppia è la trasmissione che più mi piace perchè è sempre diversa, perchè mi permette di conoscere e di conversare con molte persone, ognuna delle quali ha una propria' personalità, ognuna delle quali, per le sue risposte, per i suoi atteggiamenti, mi procura differenti emozioni, quando addirittura non mi riporta alla memoria episodi della mia vita.

E’ SOLO UN GIOCO

Ad esempio, quando il dottor Giulio Prezioso, il torinese esperto in storia risorgimentale, entrò per la prima volta nella cabina di vetro per rispondere al quiz da 640.000 lire, alla mia domanda: «Come si sente nella cabina?», rispose: «Come un martire del risorgimento». Replicai allora con una frase che sarà stata considerata un tentativo di umorismo, e cioè: «Non esageriamo, dottor Prezioso, i martiri del risorgimento non andavano verso un premio». In verità quella battuta del dottor Prezioso, pur essendo egli uno dei personaggi che più mi siano riusciti simpatici, non mi era piaciuta. Mi era sembrato che paragonare il panico che si può provare durante un gioco (Lascia o raddoppia, teniamo sempre presente, non è niente più di un gioco) con la paura che può provare uno che va verso la morte, fosse eccessivo e anche un po' di cattivo gusto. In confidenza, poi, dirò che con quella frase il dottor Prezioso mi aveva fatto tornare alla mente un episodio da me vissuto e durante il quale, non lo nascondo, conobbi la vera paura.

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ORE DRAMMATICHE

Fu il 19 aprile del 1944, presso il confine svizzero, vicino al passo S. Giacomo in Val Formazza, dalle parti di Domodossola: stavo per lasciare l'Italia e rifugiarmi in Svizzera, perchè ormai la mia posizione di partigiano (per la resistenza ero un elemento prezioso in quanto, data la mia conoscenza dell’inglese, servivo come interprete) era diventata insostenibile, quando fui fatto prigioniero. durante la notte, nella capanna in cui mi ero rifugiato, da una pattuglia di militari tedeschi. Appena catturato, assieme ad altre quattro persone, una ragazza e tre partigiani, fui «messo al muro» con gli altri. Quel momento fu certamente il più drammatico della mia vita. Ormai sotto la minaccia dei mitra, avevo dato mentalmente addio a tutto. Solo l’intervento di un ufficiale tedesco tramutò la pena di morte in quella del carcere. Fui portato a Milano e successivamente in Germania, in campo di concentramento, dove rimasi sino al marzo del 1945.

Ma se il dottor Prezioso, con quella sua frase, mi aveva fatto rivivere questo episodio, che fu senza dubbio il più terribile che io abbia vissuto, "Lascia o raddoppia", con i suoi personaggi, mi procura qualche volta anche delle esperienze gradevoli. La prima volta, infatti, che Paola Bolognani, la celebre ragazza di Pordenone, la bionda della T.V., la «leonessa». di Lascia o raddoppia, si presentò per essere interrogata, la mia mente riandò subito ai tempi durante i quali anch'io frequentavo il liceo, negli anni che. vanno dal 1940 al 1943, a Torino.

IL SORRISO DI PAOLA

I miei genitori infatti, mi avevano mandato in Italia, presso alcuni parenti torinesi, perchè volevano che, pur essendo cittadino americano, diventassi uomo con cultura italiana e perfettamente padrone della lingua madre. Allora i miei compagni di scuola mi chiamavano «Mike, l’americanino» e malgrado la miopia che mi costringeva, fin da allora, a portare grossi occhiali montati in tartaruga, avevo un certo successo con le ragazze. E Paola Bolognani mi ricordava, con quel suo modo di sorridere, la unica ragazza che allora mi aveva veramente amato. Non farò il suo nome per nessuna ragione, mi sembrerebbe di tradirne la memoria. Le ho voluto veramente bene e credo d’averla tuttora nel cuore. Con lei facevo lunghe passeggiate al Valentino, con lei mi confidavo, parlavo dei miei progetti per l'avvenire: allora sognavo di diventare un grande avvocato a New York nello studio di mio padre (e credo che questo fosse anche il sogno di papà), con lei trepidavo per un nonnulla. Era una meravigliosa ragazza. Volle seguirmi sul finire del '43. quando, nella mia qualità di cittadino americano dovetti lasciare Torino e mi rifugiai in montagna tra i partigiani. Volle seguirmi in quel tentativo di espatrio che provocò la mia cattura. Il destino mi permise di vederla un’ultima volta in Germania tra i reticolati del campo di concentramento confinante col mio. Fu una visione rapidissima, indimenticabile: da quel momento non ne seppi più nulla, malgrado abbia sempre continuato a ricercarla. Tuttavia ho sempre respinto il pensiero di non poterla rivedere più e continuo a sperare, forse anche ad aspettarla. E Paola Bolognani con la sua freschezza di ’ diciottenne, con quel suo atteggiamento che è di tutte le liceali, la prima volta che mi apparve davanti, mi riportò alla mente il periodo più felice della mia vita, quello degli entusiasmi, delle grandi aspirazioni, dei castelli in aria. E’ logico, quindi, che il mio atteggiamento verso Paola Bolognani sia stato influenzato da questi ricordi, ma niente altro: tra noi due, nessun flirt, nessun fidanzamento. Anzi, proprio qui voglio dire che il mio lavoro mi dà la possibilità di vedere e conoscere e anche ammirare moltissime ragazze: ma fino ad oggi non ho ancora fatto la mia scelta.

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ACCUSE PER IL «NABUCCO»

Naturalmente non tutti i personaggi che si avvicendano sul palcoscenico di Lascia o raddoppia risvegliano in me ricordi o malinconie. E dico per fortuna, perchè altrimenti il mio mestiere di presentatore diventerebbe impossibile.

Non so se il pubblico che segue Lascia o raddoppia si è mai posto l’interrogativo: «Ma Mike si appassiona?». Ebbene si, anch’io mi appassiono, ...faccio il tifo per uno o per l’altro. Nelle innumerevoli lettere che ricevo mi si accusa indifferentemente di cinismo, di eccessiva bontà, di impulsività, di freddezza. Questa accusa, velatamente fattami anche attraverso le colonne di alcuni quotidiani, mi è stata rivolta in occasione della domanda posta al signor Pierluigi Pellegrini sull'opera Nabucodonosor di Verdi. Come si ricorderà, io non accettai la risposta Nabucco e attesi finché il Pellegrini non mi sillabò l’esatto titolo. Vorrei ora chiarire che la accusa di ignoranza mi sembra, almeno a questo riguardo, ingenerosa ed inesatta. Senza pretendere d’avere una cultura enciclopedica, oltre ad essere figlio di italiani io ho anche frequentato scuole italiane, quindi di amcricano mi resta poco: la cittadinanza, la prima infanzia e alcuni anni dell’immediato dopoguerra. Mi sento molto italiano e perciò sfido chiunque a trovarmi un italiano medio che non sappia che Nabucco e Nabucodonosor sono la stessa identica cosa. Ma è appunto in casi come questi che il presentatore deve ricordarsi di essere tale, cioè una persona che non può indiscriminatamente ergersi a giudice o ad arrangiatore. Lascia o raddoppia è un gioco con le sue regole e io ho il dovere di farle rispettare. Dò un esempio: se durante la trasmissione rivolgo all'esperto di ciclismo la seguente domanda: Chi vinse il Tour del 1948? e quello mi risponde: «Il Ginettaccio», io pur sapendo che con quel nome si intende Gino Bartali sono costretto a bocciarlo. E questo, per rispetto del regolamento non per ignoranza.

ANCH'IO HO LA LUNA

A chi mi accusa invece di ingenerosità, di cinismo eccetera, vorrei rammentare che Mike Bongiorno, oltre ad essere il presentatore di Lascia o raddoppia, è un uomo. Un uomo con i suoi problemi, con le sue abitudini, con i suoi momenti di buono o di cattivo umore, con le sue simpatie e antipatie. Tutti i concorrenti di Lascia o raddoppia sono per me eguali, d'accordo, ma qualcuno può far scattare più di un altro la molla della simpatia o dell’interesse per il gioco. E questo il pubblico lo capirà benissimo. Ci sono concorrenti che arrivano al traguardo dei 5 milioni e lasciano il tempo che trovano e ci sono concorrenti che cadono alla prima domanda (come la signora Soffritti che scivolò, ricordate?, sugli gnocchi alla romana) che rimangono personaggi cari al pubblico. Per Emilio Zago, io ho fatto un vero e proprio tifo. Partecipavo anch’io, con l’operaio di Bassano del Grappa, alle emozioni del gioco. Emilio Zago era umano, era un carattere, aveva capito lo spirito del gioco e giocava in letizia dimenticando che le cifre poste in palio rappresentavano per lui, abituato al salario d’operaio, un patrimonio. Il simpatico, umanissimo esperto di teatro di prosa era un ex filodrammatico, sapeva perciò, senza dare la sensazione al pubblico d’aver imparato la parte, recitare con intelligenza e semplicità. Con lui mi trovavo a mio agio, ero sicuro che a qualsiasi osservazione avrebbe risposto a tono, con buon gusto. Cosi, ero arrivato anch’io ad aprire la busta delle domande con vera trepidazione e quando Emilio Zago cadde forse ne fui amareggiato come per una mia sconfitta. E’ logico che con personaggi di questo genere io mi trovi a mio agio. Può darsi che tale atteggiamento possa far pensare ad una preferenza, ad una certa tendenza ad avere la manica larga. Quanto assurda sia però questa accusa lo dimostra il fatto che proprio il personaggio .. preferito non arrivò al traguardo dei 5 milioni...

Mike Bongiorno, «Gioia», anno XIX, n.15, 8 aprile 1956


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Gran parte della prima formazione di tutti noi è avvenuta all'insegna dell'indovinello, dei quiz, dei piccoli giochi di memoria: a questo assai spesso si riduceva l'insegnamento nelle scuole che abbiamo frequentato.

E' noto come una delle fondamentali accuse che vengono mosse alla scuola italiana di ogni ordine e grado sia quella concernente il suo nozionismo: la sua tendenza cioè a ridurre gran parte dell'insegnamento al meccanico apprendimento di singole nozioni non inquadrate in una concezione d’insieme, e a ridurre quindi la formazione culturale del giovane ad un puro fatto di tecnica mnemonica, ad una .serie di date, eventi, formule allineate una dietro l'altra o una sull’altra, senza che fra di esse vi sia un nesso più saldo ed organico di quello rinvenibile in un catalogo o in un orario ferroviario.

E’ evidente come chi esce da una scuola siffatta non sia poi in grado di dare una propria interpretazione della realtà che lo circonda, di elaborare nuove soluzioni ai problemi che in essa si pongono. di contribuire all'avanzamento del settore cui si è dedicato: sarà in grado, tuttalpiù, di applicare diligentemente le nozioni che ha incasellato nella memoria, avrà nella società un posto di tecnico, una funzione di subalterno.

Mike Bongiorno 1956 1 L

Quando ci si chiedono le ragioni della vastissima popolarità che spettacoli del tipo di «Lascia o raddoppia?» hanno cosi rapidamente incontrato, è a queste considerazioni che occorre riportarsi: al fatto che gran parte della prima formazione di tutti noi è avvenuta proprio aìl’insegna degli indovinelli, dei quiz, dei giochi di memoria, cui sostanzialmente, assai spesso, si riduceva l'insegnamento delle varie materie nelle scuole che abbiamo frequentato. Si pensi al caso della Bolognani: non si può. di primo acchito, reprimere un vivo senso di raccapriccio al pensiero che questa creatura del buon Dio ha dedicato una ingente parte dei suoi diciotto anni a studiarsi a memoria tutto ciò che ha attinenza col calcio e coi palloni. Se si trattasse di una sportiva professionista, se lo avesse fatto per obblighi di mestiere. passi: e passi pure se si trattasse di eventi che avesse personalmente vissuti; ma la giovane tapinella la formazione della tal squadra nella tal partita dell'anno 1930 o giù di li se la deve Droprio esser studiata sui testi, il che francamente è un po' troppo

Una innocente, misera vittima dei tempi in cui viviamo, del decadimento della cultura, della riduzione di essa a pura mnemonica. dunque: ma come si spiega allora il fatto, di cui siamo stati abbondantemente ragguagliati, che la leonessa di Pordenone sarebbe una allieva modello, che nella sua pagella di studentessa liceale abbondano gli 8 e i 9 come le onde nel mare? In realtà, ciò non comporta alcuna contraddizione. anzi, proprio qui è la spiegazione del fenomeno rappresentato dalla Paolissima; la quale non ha fatto altro che applicare con serietà e con impegno alla materia calcistica lo stesso metodo che aveva con successo esercitato nelle materie scolastiche, ha aggiunto il calcio alla storia, alla matematica. al latino e si è dedicata ad esso con la stessa puntigliosa volontà di prima della classe.

La diffusa concezione della cultura non più come produzione cosciente ma come fatto tecnico è dunque alla base della fortuna di Lascia o raddoppia? e consimili trasmissioni: tale constatazione e convalidata ulteriormente se passiamo a vedere quale sia stata la Darte sostenuta davanti ai teleschermi dal cinema e dai suoi appassionati.

Un primo rilievo si impone: ed è che «Lascia o raddoppia?» ha rappresentato la rivincita morale e materiale di tutti gli schedatori. di quella schiera di oneste e in fondo innocue galline della cultura cinematografica che sapevano a menadito tutto il cast, sino al nome e al cognome della più umile comparsa, del più oscuro film prodotto nel Paraguay o in Lapponia. Era una razza, questa degli schedatori, che sembrava ormai estinta, mitico residuo di un periodo in cui il cinema era tenuto in quarantena dalle arti sorelle, in cui si ricercava fervorosamente uno specifico e un’estctica filmica, e poiché questo specifico e questa estetica non davano risultati gran che soddisfacenti, molti preferivano lasciare l’infido terreno della critica per rimanere nella più rassicurante cerchia dell’erudizione. Sembrava scomparso, lo schedatore, nel corso della polemica in cui sono stati definitivamente superati questi equivoci e quei complessi di inferiorità; ed ecco che invece ce lo troviamo dinanzi trionfante, candidato e vincitore, o meglio vincitrice, ai cinque milioni della RAI-TV

« Nel film Romanticismo, ricavato dal dramma di Gerolamo Rovetta e girato intorno al 1915, accanto ad Elena Makowska apparve un noto attore di prosa italiano nella parye del conte Vitaliano Lamberti: chi è? »

« Qual’è il nome dell’attrice che interpretò la parte di Teresa Gonfalonieri nel film omonimo diretto da Guido Brignone nel 1934? ». Domande che lasciano perplesso il critico, lo studioso di cinema, ma che fanno palpitare il cuore dello schedatore, dell’uomo dei cast e delle filmografie. il quale è spiritualmente presente nella fatidica cabina di vetro accanto alla signorina Adele Gallotti.

Hanno qualcosa a che fare con il cinema queste prove di memoria? Evidentemente no, come nulla a che fare avevano con la storia o con la musica le esibizioni date in questi settori da altri concorrenti: musica, storia e cinema non costituiscono altro che pretesti per lo sfoggio delle capacità di questi moderni Ercoli della memoria, che non è giusto chiamare nemmeno eruditi, poiché l’erudizione era ed è una cosa seria, implicante un effettivo amore per il patrimonio di cultura che l’umanità ha faticosamente raccolto, implicante il desiderio di abbracciare e stringere a sé il maggior numero di cognizioni con uno sforzo che potrà essere vano e pedantesco. ma risibile mai.

Dicevamo che il cinema non c’entrava per nulla con le prove di buona memoria fornite dalla signorina Gallotti, la quale avrebbe potuto indifferentemente cimentarsi in gastronomia o in filologia bantù, con la stessa bravura e gli stessi risultati. Ella infatti ci ha splendidamente dimostrato di avere sulla punta delle dita tutti i titoli, i protagonisti, i registi dei più sconosciuti e misconosciuti film girati in Italia in questo mezzo secolo, ma mai neppure l'accenno di un tentativo di giudizio critico nei confronti dei film di cui ci forniva i dati le è uscito dalle labbra. Saprà oltre al titolo e all’autore anche la trama, almeno, di questi film? Siamo autorizzati a sospettare, e non poco; anche se poi la Gallotti non ha fatto altro che attenersi alle regole del gioco, le quali non prevedono affatto che il concorrente dia prova di sé nel campo intellettuale. E del resto, a giudicare da Quanto venne fuori di bocca, a proposito del Leopardi, a un giovanotto "esperto” in letteratura italiana, è ancora meglio cosi.

Ma sarebbe assai errato infierire impietosamente sui personaggi sinora presentatici da «Lascia o raddoppia?»: come sarebbe errato e troppo facile limitarsi a dimostrare l’incultura di questa trasmissione. Ciò che preme porre in rilievo è l’inserirsi di essa in un più vasto quadro di incultura e di diseducazione, che affonda le sue radici nella stessa concezione della scuola e della cultura nella nostra società: concezione che qui è portata agli estremi e dimostra in modo lampante tutta la sua precarietà. E’ contro di essa che occorre appuntare le critiche, e non contro il più vistoso ma più esteriore bersaglio offerto da «Lascia o raddoppia?»

Infine, un motivo di non piccola consolazione il cinema lo ha pur sempre avuto: non ci risulta. infatti, che nessuna rivista di cinema abbia offerto alla signorina Gallotti di tenere una rubrica di critica. Il che. per i tempi che corrono, è già qualcosa.

Vttorio Spinazzola, «Cinema Nuovo», 25 maggio 1956


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Colorado (Stati Uniti). Questa serie di fotografie illustra le tappe più pittoresche del viaggio in America compiuto da Mike Bongiorno nelle scorse settimane. Ecco il presentatore presso le rocce dell’ "altare degli dei”, cattedrale naturale dove anticamente i pellirosse si adunavano per i loro riti religiosi.Villaggio North Pole (Colorado). Mike offre un "biberon” di latte, preso da un distributore automatico, alle caprette del "Paesello di Babbo Natale”, meta di turisti e di curiosi. Vi si fabbricano e vi si vendono giocattoli.
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Colorado (Stati Uniti). Mike Bongiorno posa per il fotografo accanto a un capo indiano incontrato nella riserva dei pellirosse. Il capo ha permesso al presentatore di ornarsi con le piume, poiché ha saputo che il suo cognome significa "augurio di buona giornata". «Anche tu hai un nome come i nostri», gli ha detto.Villaggio North Pole (Colorado). Sebbene faccia caldo, la colonnina di ghiaccio del "Paesello, di Babbo Natale" non si scioglie, grazie a un artificio. Il governo ha concesso al villaggio un timbro postale esclusivo.

Gianfranco Poggi, "Mike Bongiorno giudica la nostra televisione", «Gente», 6 ottobre 1960



Filmografia

Attore

Motivo in maschera, regia di Stefano Canzio (1955)
Il prezzo della gloria, regia di Antonio Musu (1955)
I miliardari, regia di Guido Malatesta (1956)
Ragazze d'oggi, regia di Luigi Zampa (1957)
Il cenerentolo, regia di Flaminio Bollini (1968) - film TV
La vita, a volte, è molto dura, vero Provvidenza?, regia di Giulio Petroni (1972) - non accreditato
20 - Venti, regia di Marco Pozzi (2000)

Se stesso

Totò lascia o raddoppia?, regia di Camillo Mastrocinque (1956)
Il giudizio universale, regia di Vittorio De Sica (1961)
C'eravamo tanto amati, regia di Ettore Scola (1974)
Sogni mostruosamente proibiti, regia di Neri Parenti (1982)
Come inguaiammo il cinema italiano - La vera storia di Franco e Ciccio, regia di Ciprì e Maresco (2004) - documentario


Riferimenti e bibliografie:

  • Intervista a Mike Bongiorno, "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Flavio Simonetti, «Tempo», anno XVII, n.13, 31 marzo 1955
  • Enzo Biagi, «Epoca», anno VII, 1956
  • Mike Bongiorno, «Gioia», anno XIX, n.15, 8 aprile 1956
  • Gianfranco Poggi, "Mike Bongiorno giudica la nostra televisione", «Gente», 6 ottobre 1960