Dapporto Carlo

Carlo Dapporto 100 bio

(Sanremo, 26 giugno 1911 – Roma, 1º ottobre 1989) è stato un attore italiano.

Carriera teatrale

Nacque a Sanremo il 26 giugno del 1911 da Giuseppe, di professione calzolaio, e da Olimpia Cavallito, una casalinga originaria di Asti, che gli trasmise il suo accento dalla tipica inflessione piemontese. Fin dall'età di quindici anni iniziò a lavorare, prima come fattorino in una drogheria, poi come fabbro, tappezziere, aiutante in una farmacia, barista in un caffè, addetto agli ascensori al Tea Room Daetwyller, e infine, nel 1928, come cameriere al Moulin Rouge di Alassio.

Fu proprio nella cittadina della Riviera delle Palme che iniziò la sua carriera di cabarettista e intrattenitore, divertendo il pubblico con battute ironiche e divertenti gag tramite la caratterizzazione del suo personaggio più celebre, il “Maliardo”, con cui sarebbe stato in seguito sempre identificato. Tornato a Sanremo nel 1934, esordì al famoso Caffè Venezuela con le sue prime barzellette, riscuotendo un notevole successo. Resosi però conto che la sua città natale non gli avrebbe consentito di emergere a livello nazionale, maturò la decisione di trasferirsi a Milano, dove iniziò ad esibirsi in numerosi locali. Nell'estate del 1935 avvenne l'incontro decisivo con la nota star del varietà Vivienne D'Arys, che lo notò al Teatro Savioli di Riccione mentre imitava Stan Laurel e lo scritturò nella sua compagnia di avanspettacolo, in cui già si esibivano celebri attori comici come Carlo Campanini ed Eugenio Testa.

Il 10 ottobre 1935 debuttò al Teatro Storchi di Modena esibendosi in coppia con Carlo Campanini in una riuscita imitazione di Stanlio e Ollio. Negli anni successivi continuò a recitare nella compagnia della D'Arys, perfezionando la sua tecnica grazie anche all'esempio di grandi attori professionisti come Campanini e Testa. Dopo un breve periodo trascorso come ballerino nella compagnia di Anna Fougez, dove faceva da spalla al comico Dante Maggio insieme a René Thano nel Bolero di Ravel, nel 1940 allestì insieme a Umberto Franzi il suo primo spettacolo di rivista, che rappresentò la vera svolta nella sua vita di attore. Nel 1941 arrivò l'occasione che tanto aveva atteso: nel corso di uno spettacolo al Supercinema di Milano, venne notato dalla famosa soubrette Wanda Osiris, che lo scritturò come comico per il suo nuovo spettacolo teatrale, consentendogli così di fare il gran salto dal mondo dell'avanspettacolo a quello della rivista.

Il debutto avvenne con la rivista di Nelli e Mangini Sogniamo insieme, andata in scena al Teatro Alfieri di Torino con musiche di Giuseppe Anepeta e la partecipazione del Trio Lescano. Nella stagione 1942-43 fu invece la volta dell'esordio al Teatro Quattro Fontane di Roma nelle vesti del “Maliardo” con la rivista Sognate con me, sempre in coppia con la Osiris. In questi anni conobbe anche Augusta, una ballerina dello spettacolo, che in seguito avrebbe sposato e da cui ebbe i figli Massimo nel 1945 e Dario nel 1952. Dopo il successo ottenuto con la rivista Che succede a Copa Cabana (andato in scena nella stagione 1943-44 con coreografie di Dino Solari), nell'ottobre del 1944 debuttò con Marisa Maresca nella rivista Ohilalà di Marcello Marchesi, presentata al Mediolanum di Milano, mentre l'anno successivo ritornò a lavorare con la Osiris nell'Isola delle Sirene di Bracchi e Bracci-Dansi. Nel 1945 iniziò anche la carriera cinematografica partecipando al film La signora è servita in coppia con Antonio Gandusio, per la regia di Giannini.

Dal 1945 in poi si susseguirono i successi fino ad arrivare alla costituzione della Compagnia Carlo Dapporto che lo ha seguito in tutto il suo percorso artistico, insieme a una serie di altre compagnie via via costituite con le più grandi vedette dell'epoca, tra le quali la Compagnia Dapporto-Masiero, quella con Marisa Del Frate, la Compagnia Dapporto-Fabrizi e la Dapporto-Pavone. Da segnalare in particolare lo spettacolo Riviera follies nella stagione 1946-47 per il rilancio della città nell'immediato dopoguerra. Tra le altre riviste Chicchiricchì di Gelich-Bracchi e D'Anzi, andata in scena nella stagione 1947-48, e il grande successo di Giove in doppiopetto di Garinei e Giovannini, con Delia Scala, rappresentata nella stagione 1954-55, che segnò la nascita della commedia musicale e venne in seguito proposta anche in versione cinematografica nell'omonimo film.

In coppia con Lauretta Masiero varò invece, nella stagione 1956-57, la commedia musicale di Garinei e Giovannini Carlo non farlo, ambientata nella sua Sanremo. Nella stagione successiva tornò ad esibirsi con Delia Scala nella commedia musicale L'adorabile Giulio, sempre di Garinei e Giovannini, con musiche di Gorni Kramer. Il 21 settembre 1965 presentò la divertente commedia musicale di Scarnicci e Tarabusi L'onorevole, in coppia con Miranda Martino nei panni di una chanteuse anni Venti. Nel 1966-67 mise in scena insieme a Aldo Fabrizi e Grazia Maria Spina, la rivista Yo, Yo, Je, Je di Dino Verde e Bruno Broccoli, mentre nel 1969 festeggiò le sue nozze d'argento con il teatro, interpretando con Marisa del Frate lo spettacolo Hellzap happening di Castaldo, Faele e Torti per la regia di Edmo Fenoglio.

Dopo un periodo di inattività dovuto a problemi di salute, tornò sulle scene per partecipare a una serie di commedie brillanti, tra le quali Mi è cascata una ragazza nel piatto, dell'inglese Terence Frisby, per la regia di William Franklin (1969-70); Il visone viaggiatore di Ray Cooney e John Chapman; Un babà per sette, commedia di Faele e Castaldo (1972-73) ed altre ancora.

Nei primi anni Settanta riprese con successo anche il repertorio dialettale di Gilberto Govi con la regia di Vito Elio Petrucci. Complessivamente furono trentotto le riviste e le commedie musicali, senza contare gli spettacoli di prosa, nelle quali egli recitò nella sua carriera teatrale, alternata peraltro a numerosi spettacoli di beneficenza in orfanotrofi, carceri, sanatori, fabbriche, ospedali militari, per la Croce Rossa e per le Forze armate.

I suoi personaggi stupiscono il pubblico con un infinito repertorio di doppi sensi, incentrati sul comune senso del pudore. I più famosi sono stati essenzialmente due: quello del "Maliardo", raffigurazione grottesca del viveur dannunziano impomatato e in frac con l'occhio sempre rivolto a Montecarlo, e quello della macchietta regional popolare: l'ingenuo "Agostino", che parla e storpia in piemontese, personaggio che, oltre ad aver portato con successo in teatro, rese protagonista di alcuni spot televisivi per la trasmissione televisiva Carosello.

L'8 agosto del 1945 nasce Massimo, il figlio che seguirà le orme paterne nel mondo dello spettacolo dedicandosi soprattutto al teatro e agli sceneggiati televisivi. Avrà altri due figli, Dario e Giancarla.

Il cinema

Durante la sua lunga carriera ha avuto modo di lavorare accanto ai più importanti partner dell'epoca, tra cui ricordiamo Isa Barzizza, sua giovane concittadina sanremese; Carlo Campanini, Walter Chiari, Dario Fo, Cosetta Greco, Sophia Loren, Lauretta Masiero, Piero Mazzarella, Sandra Mondaini, Amedeo Nazzari, Ave Ninchi, Silvana Pampanini, Nilla Pizzi, Franca Rame, Renato Rascel, Mario Riva, Delia Scala, Tino Scotti, Nino Taranto, Ugo Tognazzi, Totò, Bice Valori, Raimondo Vianello, Alberto Sordi. Anche nel cinema la carriera di Carlo Dapporto è stata intensa e ricca di successi, soprattutto negli anni cinquanta, quando Carlo era al culmine del successo. Nel cinema Dapporto ha interpretato trentotto film dal 1943 al 1987.

Quindi una carriera cinematografica di tutto rispetto, confortata anche da un ottimo successo di pubblico, che dimostrò di apprezzarlo molto anche sul grande schermo. Nel cinema leggero degli anni cinquanta e degli anni sessanta, Dapporto fu uno dei protagonisti, tra i suoi titoli più importanti La presidentessa (1952) di Pietro Germi; La signora è servita (1945), di Nino Giannini, tratto da una sua idea e suo primo film da protagonista; Il vedovo allegro (1949) di Mario Mattoli; Ci troviamo in galleria (1953) di Mauro Bolognini, in cui Dapporto descrive con nostalgia la vita dei poveri guitti, che girano l'Italia in cerca di una scrittura e della gloria.

Altri titoli degni di nota sono Giove in doppiopetto, trasposizione cinematografica dell'omonima commedia di successo, Finalmente libero, Scandali al mare, Undici uomini e un pallone e L'adorabile Giulio. Da segnalare, infine, anche due sortite di Dapporto, nel cinema cosiddetto "impegnato", con Fortunella (1957), diretto da Eduardo De Filippo e con "La famiglia" (1987) di Ettore Scola, dove accanto a Vittorio Gassman e al figlio Massimo, dimostra una grande incisività drammatica, in quella che è forse l'interpretazione più riuscita della sua carriera.

Frequenti anche le sue apparizioni in televisione, dove partecipò tra l'altro a vari caroselli, nelle vesti di uno dei suoi personaggi più caratteristici (Agostino), negli sketch di Durban's Pasta del Capitano. Sui canali della Rai andarono in onda pure numerosi suoi programmi, quali Il Rotocarlo con Miranda Martino, Monsieur Landrù, Crazy Boat, interventi ai varietà Studio Uno e Senza rete, e adattamenti televisivi di suoi lavori teatrali come L'adorabile Giulio. Tre anni dopo la sua ultima interpretazione nel film di Scola, morì nella sua casa di Roma il 1º ottobre 1989. Riposa al Cimitero di Prima Porta.

Massone, Carlo Dapporto fu membro della Gran Loggia d'Italia.


Guerra e coprifuoco

Indimenticabili i trionfi del tempo di guerra, dal 1941 in poi, con delle riviste ricche, meravigliose, quando Wanda diventò la Wandissima (fui io, credo, a chiamarla cosi per la prima volta). Come ripeto, erano riviste bellissime, fastose, colossali. Io facevo il Maliardo, Wanda era la Divina.

Ricordo quegli anni con tanta nostalgia. Ero giovanissimo... C'erano i balletti tedeschi. Prima della guerra avevo in compagnia un balletto inglese. Sidet era la compagnia, impegnata in quella tournée, che dovette sospendere le recite quando ci fu la rottura tra Italia e Inghilterra, e, per questo, il balletto inglese, le Baronett Girls dovettero ripartire per il proprio Paese. Andammo alla stazione ad accompagnarle. Fu un addio davvero commovente. Abbracci e baci a quelle nostre compagne di lavoro, a quelle care girls che, con noi, piangevano. Non mancarono il darling... good bye... love... Il giorno dopo, in sostituzione delle adorabili girls, arrivava la RAF!!!

C'era la guerra. In platea c’erano i tedeschi, la milizia, i repubblichini. La Wanda furoreggiava, io, malgrado i bombardamenti, cercavo di far ridere, e ci riuscivo. Raccontavo decine di barzellette e, sempre a tu per tu con il pubblico, recitavo il monologo del Maliardo. Ricordo che quando esclamavo “et voilà, son qua, sono il Maliardo!” aprendo il mantello, e alludendo alla fodera, aggiungendo: “Seta!”, dall’alto gridavano in coro: “Rayon! !!”... Poi suonavano le sirene d’allarme, e addio risate. Sciolta la Compagnia Osiris, feci una breve stagione, nel 1944, con Marisa Maresca, splendida soubrette che, dopo me, formò binomio con Walter Chiari. Tornai con la Wandissima, ma prima, nel 1945, negli ultimi tempi della guerra, partecipai a uno spettacolo che aveva per titolo Ba-bi-bò.

In una pensione in piazza Duomo, al terzo piano, muore uno dei De Rege, il più vecchio, la spalla. La spalla muore, e io sto vicino a questo mio compagno, Ciccio, il comico. Mi ricordo che il prete ritardava a venire per benedire la salma e, malgrado la triste circostanza, Ciccio mi sussurrò: “Sono come le soubrettes, si fanno aspettare anche loro”. Sono cose che andrebbero vissute, è difficile spiegarle. Era il dramma di due comici. Ricordo che andavo su in camera a trovare il De Rege, e vedevo il malato seduto sul letto di morte, gli ultimi giorni, e l’altro li, con le sue smorfie, cercava di farlo ridere. E poi mori... [...] Al funerale, dall'autobus che portava i parenti al cimitero io guardavo giù e vedevo tutti quei volti, di quegli attori, di quei giocolieri, di quei saltatori, di quei comici dell'avanspettacolo. In mezzo c’era Gino Franzi, il grande cliseur, commosso, con un’espressione che non dimenticherò. E intorno tutti quei volti, duri, tesi a guardare il loro amico al quale era morto il fratello. La coppia era spezzata... Non riuscii a frenare le lacrime. Arrivammo al cimitero. Mentre il povero Guido veniva sepolto dalle palate di terra dei becchini, Ciccio e io gettavamo fiori sulla bara che andava scomparendo. Poi ce n’andammo, prendemmo il tram per ritornare in centro. E allora, giuro, sembrerà un paradosso, ci mettemmo a raccontare barzellette, a scambiarci battute. Era forse una reazione al grande dolore. Io facevo della filosofia spicciola, dicevo a Ciccio: “Cosa vuoi, siamo di passaggio... tuo fratello ti ha lasciato solo. Non ha fatto che precederti. Aveva una malattia che si guarisce solo morendo”. Ma il De Rege non si dava pace, non osava più andare in scena. Molti gli avevano fatto la proposta di tornare in palcoscenico. Ma non osava. Era cosi gentile, cosi modesto, cosi buono (quando nacque mio figlio Massimo, disegnò una vignetta, come sapeva disegnarle lui, con un’automobile Augusta — mia moglie si chiama Augusta —, il cofano aperto, e il pediatra che tirava fuori il bambino dal motore). Rimase solo. Lo invitai a casa mia e gli dissi: “Senti, ti faccio da spalla io, ma tu devi ritornare davanti al pubblico”. Un impresario organizzò lo spettacolo: Ba-bi-bò, in uno dei soliti teatri della periferia milanese (Ars, oggi Salone Pier Lombardo), il De Rege accettò. Io avevo finito la stagione con Wanda Osiris al Lirico e il pubblico vedeva scritto sui giornali: De Rege-Dapporto, e la gente che andava al Lirico, venne in questo teatro di periferia; c'erano file di macchine. Cosi debuttai come spalla di De Rege. Io facevo un direttore di teatro, e lui era un pianista che non aveva mai dato un concerto, gli parlavo e lui: “Sc-sc-sc-sc-sc”... non so, era tutta una risata. Mi sono difeso ridendo. La mia prosa non avrebbe mai fatto ridere vicino a lui, era assurdo che io tentassi di far ridere. Era bravo, fatto di nulla, ti guardava e ridevi; aveva un naso di cartone legato con lo spago. Era irresistibile!

Facemmo per una settimana Ba-bi-bò.

Io non credo di essere stato pagato, non avevamo nessun contratto. Comunque ridiedi al caro Ciccio il coraggio del teatro. E De Rege ricominciò a girare. Dopo un anno, al Reposi di Torino, morì. Morì di crepacuore, di solitudine, di un dolore intimo suo, va’ un po’ a sapere di cosa è morto. E ho accompagnato al cimitero pure lui. Li ho accompagnati tutti e due. Adesso divertiranno gli angeli. Questa è la storia dei fratelli De Rege negli ultimi momenti della loro vita.

Intanto stava per finire la guerra... Bombardamenti, treni in ritardo, tedeschi. Una volta dovevamo andare a Roma, da Firenze o Milano, non ricordo; l’amministratore doveva essersi sbagliato a far agganciare i vagoni, e noi rimanemmo trenta ore in treno, su un binario morto, tutta la compagnia, con le girls disfatte, tutti smunti. Poi c’erano i militari... Una volta a Milano, “invitati” dal Comando tedesco, capitammo in una villa di San Siro, a cena. C’era Renzo Ricci, c’era Èva Magni, e poi Marisa Maresca, mi pare, e Wanda Osiris, e altri attori. Tutto a un tratto ci furono degli spari. I partigiani avevano circondato la villa, e si erano messi a sparare. E i tedeschi — heinz zwei schnell — a rispondere... e noi giù, tutti accucciati sotto i tavoli. All’alba ci riaccompagnarono a casa, in centro. Questo succedeva a Milano durante la guerra. E poi i bombardamenti. Suonavano le sirene, io magari ero in scena e dicevo al pubblico: “Signori, vogliamo rimanere qui o continuiamo poi il numero quando siamo lassù?...” “Nooo, resta qui!” E io rimanevo li, mentre bombardavano Milano, a fare il Maliardo. “O qui o là, se la ven giò...” E rimanevamo li. Di notte, altri bombardamenti. Abitavo in una pensione e tutte le notti c’erano i bombardamenti.

Il rifugio si riempiva di famiglie, io portavo giù la bombetta di Stan Laurel per far divertire i bambini. Me la mettevo e imitavo Stanlio, volevo distrarli. I bambini stavano li a guardarmi. Non ridevano.

Carlo Dapporto


Dapporto, il signore della rivista

Prima di arrivare al teatro, Carlo Dapporto ha fatto il garzone droghiere, il garzone di farmacia, il barman, il cantante di tabarin. Cantava, in spagnolo, un’infinita serie di « tanghi ». Una sera, mentre filava, accompagnandola con un gesto melodrammatico, l’ultima nota di un languorosissimo criollo, un signore spagnolo, che lo aveva ascoltato molto attentamente, si alzava dal suo tavolo e andava in cerca del proprietario del locale...

— Scusate, amici, — ci interrompe a questo punto il nostro protagonista — mi permettete di continuare in prima persona?
— Ma figùrati, Carlo.
— Grazie. Dunque... Donc... Dicevamo: il signore spagnolo va in cerca del proprietario del locale e gli chiede, con un sorriso: «Scusi, in che lingua canta il suo cantante?»; e quello invece di venire da me a esigere precise spiegazioni, risponde: «In norvegese», e salva me, se stesso e la reputazione del locale. Che cos’è mai la vita! Al tavolo di fianco a quello del subdolo individuo siede una seducente soubrette che ha una sua Compagnia di Varietà: Vivien D’Arys; io faccio un’imitazione di Stan Laurei e quella si alza dal tavolo per dirmi: « Vuol venire nella mia Compagnia? ». « Ma con gioia frenetica, signora », rispondo. In Compagnia c’è un altro comico ancora ignoto, ma che promette bene, un certo Carlo Campanini, il futuro divo cinematografico, e fra tut-t’e due combiniamo un duetto di Stanlio e Ollio che manda la gente in visibilio e ci permette di rimpinzarci di aragoste e di passare il tempo in bagordi e in passeggiate in macchina, en auto', guadagnamo infatti ventisette lire e cinquanta al giorno: un capitale. Nessuno mi tiene più: eccomi in un’altra Compagnia con Lia Rainer; eccomi nel «Trio del Bolero» con Anna Fougez e Réné Thano (lire settantacinque); eccomi in avanspettacolo nella prima compagniuccia rionale di un giovane comico che stimo moltissimo: Carlo Dappor-to (qualche foglio da cento). Poi, di colpo, un salto enorme, inimmaginabile, che darebbe la vertigine a chiunque: eccomi a fianco di Wanda Osiris in Sognamo insieme, e poi in Che succede a Capocabana? ; dopo un intermezzo con Ma-risa Maresca in Oliilalà, ritorno con la Osiris nell’/soia delle sirene e finalmente inauguro la mia « ditta » personale. Galdieri scrive per me quattro riviste, e...

— Scusa, Carlo, permetti che continuiamo noi?
— Ma figuratevi.
— Grazie. Dunque: Dapporto non identifica la sua comicità in una « maschera » fissa e immutabile perchè preferisce creare sulla scena le figure che più gli garbano. Il suo « Mister Chips », il suo « Monsieur Verdoux », il suo piemontese di mezza età, con grossi baffi, dalla parlata e dal passo ugualmente strascicati, che ora fa l’idraulico, ora il cameriere, ora l’illusionista, ora il libraio, e che ha finito per costituire un autentico personaggio, nato da un arguto spirito d’osservazione, recano l’impronta di un talento personale quanto versatile. Dapporto indossa il frak come lo indossa Anthony Eden e racconta barzellette alla ribalta con l’autorità di chi « tiene in mano » il pubblico, dalla prima fila di poltronissime ai posti in piedi di galleria. Ha quarant’anni. È nato a Sanremo (« Per caso, — dice — lo stesso caso che fa nascere ima pianta d’albicocche là dove un viaggiatore aveva gettato, un giorno, dal finestrino del treno, un nòcciolo d’albicocca »).

C’è poi un Dapporto noto a pochi intimi: Il Dapporto padre di famiglia, il Dapporto poeta che adora il suo bambino e che ha scritto per lui, fra parecchie altre, questa delicata poesia:

MIO FIGLIO

Ho un figlio che si chiama Massimino: è nato l'otto agosto di quest’anno, è vispo, intelligente, è un bel bambino, è un angelo che tutti baceranno.
Lo baceranno con il mio permesso, con quello della mamma che è gelosa, però, senza permesso fa lo stesso: baciare un bimbo è cogliere una rosa.
Non sono stato mai così felice:
Augusta, la mammina, è come me;
Iddio ci guarda e poi ci benedice perchè siamo bambini tutti e tre.

Non c’è che dire: è davvero una bella cosa. Peccato: se fosse stata una brutta cosa avrebbe potuto vincere un « Premio Viareggio » per la Poesia.

Dino Falconi e Angelo Frattini


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1952 04 05 Epoca Dapporto intro

Il popolare comico è perseguitato da una misteriosa signora con una ciocca bianca nei capelli: la protagonista della sua canzone.

Sedici anni fa, Carlo Dapporto si annoiò. Faceva il cameriere e, a tempo perso, accompagnava nei vortici della danza le signore che frequentavano a San Remo il suo ristorante con dancing. Dapporto era un ragazzo che sapeva far ridere. Raccontava con malizia certe storielle piccanti che facevano gorgogliare le mature frequentatrici dei cenini del «dopo-Casinò». Il suo scherzo preferito era di far cadere un ombrello legato a un elastico e di tirarlo su appena qualcuno si chinava per raccoglierlo. Gli applausi degli amici e le occhiate languide delle ammiratrici non potevano soddisfare la. sua ambizione, giustissima, d’attore. Dapporto salì una mattina su un autocarro che trasportava a Milano i garofani della Riviera e partì in cerca di fortuna.

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Dapporto è un marito esemplare e un padre affezionatissimo. Eccolo mentre gioca, senza fare il comico, con la moglie e il suo primo figlio.

Il 20 ottobre 1935 debuttò in un cinema della periferia milanese, in un avanspettacolo di Vivienne D’Arys. A parte la primadonna, che compariva in scena alla maniera di Isa Bluette, cosparsa di piume e lustrini, veli e ventagli, in quello spettacolo rimediato con vecchie scene, Carlo Dapporto si presentò con Carlo Campanini, che non aveva trovato ancora la via giusta per lasciare il suo nome in tutti i film del cinema italiano d’anteguerra. Il primo Carlo raccontava ai milanesi le sue storielle dei ristoranti di San Remo; il secondo Carlo cantava con intenzioni parodistiche le serie romanze del melodramma italiano.

I due Carli insieme mandavano in estasi il facile pubblico rionale leggendo avvisi economici tutti giocati sul filo del doppio senso, spesso piuttosto grosso. Da quei duetti nacquero anche le prime imitazioni di Dapporto: il suo Stanlio fu, probabilmente, il segreto di un successo che di anno in anno è aumentato con l’aiuto di altre caricature, da Mister Chips a Verdoux, da Fath a Napoleone, dal gagà a Gino Franzi.

La nuova rivista «Sul cucuzzolo del tuo cuore», scritta da Michele Galdieri, conferma la classe di Dapporto, entrato ormai nel gruppo dei «Grandi» del teatro minore. Lo spettacolo, anche se mescola molto ottone allo scintillio del poco oro, conferma che Dapporto ha grandissime capacità d’attore, tutto estro e invenzioni, pieno di «humor». La sua recitazione è rimasta scanzonata e ironica, liberata dalle scorie dei palcoscenici periferici. Si tiene sempre sul filo dell’eleganza e del buon gusto.

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  Carlo Dapporto si presenta in scena chiuso nella luccicante statua di un idolo indiano.
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Carlo Dapporto debuttò nell'ottobre del 1935
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Nella sua nuova casa romana, Dapporto suona una piccola fisarmonica

La parodia di Franzi, cioè del «fine dicitore» che singhiozza sulla passione della «piccina» che vuole balocchi e non profumi, è tra le migliori creazioni di Dapporto, osservatore attento delle sfumature psicologiche. E, in questa sua nuova rivista, è buono anche il «numero personale» tutto fatto di storielline e di paradossi (ormai sta facendo il giro dell’Italia quella sua definizione della polenta e baccalà: «purè di mais e pesce veloce del Baltico». Quando alla prima romana è cominciato il grande finale, una signora, con una ciocca bianca nei capelli, ha gridato fortissimo: «Tirate fuori l’autore».

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Nella parodia di Napoleone insieme a una soubrette

Gli applausi scrosciavano fortissimi, ma quella signora voleva l’autore che - dicono - era a Napoli, costretto a letto da una influenza. Dapporto, con sorrisi al lampo di magnesio, tentava di arginare l’impeto della spettatrice; poi si è inginocchiato e le ha detto all’orecchio : «Zitta, per carità, non insista...». Che cosa volesse, però, la signora con la ciocca bianca, è rimasto un mistero. Dapporto, nella rivista, canta una canzoncina nella quale si racconta di una donna dalla ciocca bianca, da lui incontrata a Aixles-Bains. Ne nasce un idillio ferroviario, disturbato da una petulante beghina coi denti gialli. La misteriosa straniera poggia, indifesa, la testa sulla spalla di Dapporto. Ma alla frontiera esplode la delusione. La bella straniera è arrestata. Aveva ucciso una intera e numerosa famiglia. L’amore, prima ancora di nascere, è finito. Ammanettato. La storiella, al grosso pubblico, pare senz’altro un’invenzione, ma ora che la signora con la ciocca bianca si è rivelata alla «prima», Dapporto ha qualche dubbio. Anche a Milano, alla fine del primo tempo, ha chiesto ansiosamente se si era vista in platea la misteriosa signora. Non c’era. Allora Dapporto si è messo tranquillo e ha continuato la scalata sentimentale per sedersi infine sul cucuzzolo del cuore di ogni spettatrice.

«Epoca», anno III, n.78, 5 aprile 1952


1952 10 29 L Europeo Galdieri Dapporto intro

Nella sua ultima rivista “La piazza” gli attori passeggiano fra le poltrone

Roma, ottobre

Alla prima rappresentazione della nuova rivista di Michele Galdieri, La piazza, il cui allestimento aveva costretto il Teatro Sistina di Roma a rimaner chiuso per molti giorni, è accaduto un fatto insolito: il direttore d’orchestra ha dato l’attacco alle nove e mezzo, cioè appena un quarto d’ora dopo l’orario indicato dai manifesti.

Date le abitudini del pubblici italiani in genere, e del pubblico romano in particolare, nella platea a quell’ora era presente soltanto un terzo degli spettatori, nonostante tutti i posti fossero stati venduti da almeno tre giorni. Gli altri due terzi arrivarono un po’ alla volta, isolati o a gruppi serrati, e prima che tutti fossero sistemati l’orologio aveva già segnato le dieci.

Tanta fretta nel dare inizio allo spettacolo, da principio non fu chiara. La data che stabiliva la rappresentazione inaugurale della rivista, primo grande spettacolo della stagione autunnale, era stata rimandata tre volte. Una mezz’ora di attesa non avrebbe aumentato di troppo il tempo perduto.

Poi tutti cominciarono a capire. I quadri si succedevano ininterrottamente l’uno all’altro, spesso belli, spesso applauditi, ma insolitamente lunghi e privi di appiglio. Dalla loro successione non nasceva nessuno sviluppo. nessun nesso capace di suscitare un interesse per ciò che sarebbe accaduto dopo. Parevano tutti quadri preparatori.

1952 10 29 L Europeo Galdieri Dapporto f1

Di questo passo la prima parte della Piazza è finita dopo la mezzanotte, e quando il sipario è calato sulla conclusione della seconda erano passate le due del mattino. Il pubblico rimasto applaudiva. costringeva a sfilare moltissime volte sulla passerella Michele Galdieri, Carlo Dapporto, il Trio Steffen Dancers (ballerini al quali erano toccati i battimani più intensi della serata), il tenore Giacomo Rondinella (che aveva dovuto bissare alcune canzoni napoletane), Onda White, Gladys Popescu, Primarosa Battistella, Isa Bellini. Ma in molti, pur soddisfatti dello spettacolo, rimaneva l’impressione che Galdieri e Dapporto avessero ecceduto in abbondanza. Tutto ha un limite, anche la durata di una rivista. Una quota dei milioni spesi per La piazza poteva con vantaggio essere tenuta in serbo per la prossima rivista, ed altro danaro sarebbe stato risparmiato riducendo i giorni di chiusura del Sistina. La verità è che la rivista, per tener vivo il favore che le si è riacceso attorno negli ultimi anni, si ingrandisce sempre più e da un po’ di tempo rischia di mangiare se stessa. Staccatasi per gradi da ciò che fu in origine, vale a dire uno spettacolo legato all’esistenza di un testo, libero e estroso ma concatenato, è divenuta dominio quasi esclusivo della coreografia. I sarti, i costumisti, gli elettricisti. vi esercitano una preponderanza che supera di gran lunga l’ufficio al quale è ridotto l’autore.

Il copione è ormai inesistente. Alla parola, alla immaginazione e allo spirito, che potevano essere il sale di questi spettacoli, rinunziano tutti; anche uomini di teatro come Galdieri, il quale diede in passato più di una prova felice.

Di ciò si è voluto far risalire la causa a una certa permalosità degli italiani, ai risentimenti politici, al conformismo dilagante. SI è cosi preferito sostituire una battuta satirica con lo stemma di Trieste, mettere da parte i pezzi grossi e rifarsi sulla statura di Romita e l’aspetto di Teresa Noce. Qualche accenno nostalgico e un po’ di qualunquismo, anche se non appagano, non irritano nessuno.

Sembra invece più esatto attribuire tanto affievolimento a una vera e propria stanchezza. Quando, invece della politica, le riviste toccano altri argomenti (si tratti di moda, di giornali, di libri o di sport) si osserva una identica mancanza di mordente.

Il che, a lungo andare, si risolve in danno degli attori. I quattro o cinque episodi che Galdieri ha introdotto nella Piazza. e che dovrebbero aver la funzione di brevi commedie, mancano di ritmo e non hanno sapore. In essi può poco anche l’indole comica di Dapporto, dal quale si potrebbe trarre altro profitto.

Al contrario è dato grande sfogo a tutto ciò che può colpire l’occhio o comunque sorprendere. Si può dire che metà della Piazza si svolge In platea. Campanili illuminati, altoparlanti, note musicali proiettate sul soffitto, luci di fari colorati che arrivano tra le poltrone, attori che si affacciano al palchetti, altri che scendono dalla ribalta, altri che arrivano sui corridoi dalle porte di servizio.

Ciò è affaticante e può far domandare perché nessuno del pubblico si trovi sul palcoscenico. Tuttavia serve a legare la lunga serie dei quadri. Alcuni bellissimi, come si è detto, ma in numero tale come finora non si era veduto. La piazza fa pensare a una cena troppo riccamente imbandita (in essa si è fatto posto anche a quattro soubrettes, una sola delle quali parla italiano), a un affollamento di pietanze che poi l’invitato rifiuta. A saziarlo sono bastate le prime portate.

Raoul Radice, «L'Europeo», anno VIII, n.45, 29 ottobre 1952


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Il "matrimonio del secolo" ha offerto lo spunto per la nuova rivista di Garinei e Giovannini, i quali però hanno dovuto effettuare grossi tagli per evitare incidenti diplomatici.

Roma, settembre

Dodici anni fa, accingendosi a mettere in scena la loro rivista satirica Cantachiaro Garinei e Giovannini ebbero, all'ultimo momento, una spiacevolissima sorpresa: la censura americana aveva esaminato il copione e lo aveva bocciato per intero. Mentre l’impresario si metteva le mani nei capelli e gli attori, già fiaccati dalle prove, cadevano in uno stato di definitiva prostrazione, i due umoristi romani si precipitavano negli uffici della commissione alleata per perorare la propria causa. Tanto dissero, che convinsero i funzionari americani a seguirli in teatro per assistere a una prova generale della rappresentazione. E poiché le parole scritte assumono un valore completamente diverso quando vengono recitate, Cantachiaro non solo potè andare regolarmente in scena ma non subì nemmeno il taglio di una battuta.

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Sotto Carlo Dapporto col tridente di Nettuno e sopra nelle vesti del principe di San Remo men tre accompagna sulla passerella Lauretta Masiero
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La settimana scorsa, per la nuova rivista di Dapporto Carlo non farlo, che prende amabilmente in giro le nozze monegasche di Ranieri in e Grace Kelly, Garinei e Giovannini si trovarono, alla vigilia del debutto, ancora una volta avversati dai censori del Ministero i quali temevano addirittura un incidente diplomatico. Memori del successo ottenuto anni fa, i due autori tentarono la stessa mossa ma i funzionari della Presidenza del Consiglio (ricordando forse la resa incondizionata del '44) rifiutarono di assistere ad una prova generale. Di qui la necessità di riscrivere molte pagine del copione e l’inevitabile ritardo di una settimana sulla data fissata per il debutto.

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Il quartetto Cetra (sotto) ha dato un valido contributo alla riuscita dello spettacolo. Una delle scene più applaudite è stata la rievocazione della vita di Ketty Grace fatta da Lauretta Masiero (sopra).
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Mai, crediamo, uno spettacolo di rivista arrivò alla prova del fuoco in una atmosfera di tensione, nervosismo, eccitazione e incertezza, come questo Carlo non farlo, ma le calorose accoglienze del pubblico hanno riscattato, in breve, qualsiasi dubbio. Garinei e Giovannini hanno creato, ancora una volta uno spettacolo divertente, gradevole, scoppiettante, pieno di trovate e di buon gusto cui hanno dato il loro valido e sapiente apporto Giulio Coltellacci, autore delle scene e dei costumi, e il coreografo Sherman. La rivista, che narra le rocambolesche peripezie di un godereccio buontempone (siamo nell’anno 1927) assunto al trono di un ipotetico principato di San Remo per servire gii scopi pubblicitari di un miliardario greco padrone del Casinò, si avvale della interpretazione di Carlo Dapporto (nei doppio ruolo di Carlo V e di suo zio Agostino), di Lauretta Masiero (nel doppio ruolo dell'attrice Ketty Grace e della sua controfigura), della scatenata Lisetta Nava (in quello di una nichilista russa), di Carlo Rizzo, del Quartetto Cetra e di un eccezionale corpo di ballo (il Charley Ballet) cui si devono riconoscere oltre che classe e ritmo anche doti mimiche di prim’ordine. Mai, ci sembra, uno spettacolo di rivista ci aveva riportato con tanta misura e tanto buon gusto alla romantica epoca: del charleston e dello jo-jo.


LE SUE STORIELLE

  • «Lei ha una grande ava» dice Carlo Rizzo a Carlo Dapporto (nei panni di novello Carlo V). «Guardi che lei ha sbagliato comico», risponde Dapporto cercando tra la folla Walter Chiari.
  • Un tale ha una moglie irascibile, cattiva, litigiosa e si lamenta con un amico di non saper risolvere la propria situazione coniugale. Ogni volta che torna a casa è un inferno. L’amico lo ascolta, poi gli propone di armarsi di una rivoltella, di fare la voce grossa e di sparare qualche colpo a salve per intimorirla. Il povero marito decide di dargli retta e mette in atto il suo piano. Qualche giorno dopo l'amico lo ritrova nuovamente affranto. «Ho fatto come dicevi tu» gli dice «ho comperato una rivoltella, ho fatto la voce grossa, ho sparato qualche colpo a salve: mia moglie è svenuta e dall'armadio è venuto fuori un uomo con le mani in alto.»
  • Un tale si sente poco bene e va dal medico che gli ordina una dieta a base di riso, pesce lesso e verdura cotta. Niente sughi, niente liquori, niente vino e non più di un sigaro al giorno. Rincuorato, il poveretto torna a casa sua deciso a seguire alla lettera la prescrizione. Qualche mese dopo, tuttavia, torna dal medico più affranto e malridotto che mai. Tutto va bene, dice, finché non fuma il sigaro: allora un senso di nausea lo prende alla gola e il sollievo procuratogli dalla dieta è annullato. Il medico appare preoccupato. «Quanti sigari fumava prima della dieta?» si informa. «Nessuno» risponde l'altro.

 (Foto di Carlo Bavagnoli), «Epoca», anno VII, n.313, 30 settembre 1956 



Riconoscimenti

Il piazzale antistante il Teatro del Mare a Sanremo è dedicato a Carlo Dapporto.
Esiste una scuola di teatro a lui dedicata e una prova di gran fondo ciclistica che richiama in Riviera oltre mille partecipanti nell'anniversario della scomparsa.
Nel giugno 2011, in occasione del centenario dalla nascita, le Poste Italiane hanno ricordato Dapporto con un francobollo commemorativo in cui viene raffigurato in una tipica espressione: sullo sfondo dell'immagine si staglia un sipario scarlatto, simbolo di quel teatro del quale l'attore è stato protagonista per anni. Il francobollo, del taglio da sessanta centesimi di euro, è stato stampato in due milioni di esemplari.[1]
Nel 1957 Carlo Dapporto vince la prestigiosa "Maschera d'argento" per i suoi successi nella commedia musicale, nella cosiddetta "trilogia del maliardo" diretti da Garinei & Giovannini: "Giove in doppiopetto"(1955), "L'adorabile Giulio"(1956) e "Carlo non farlo"(1957).
Per i suoi meriti artistici fu decorato con numerose onorificenze, tra cui quelle di "Commendatore all'Ordine della Corona d'Italia" e "Commendatore all'Ordine della Repubblica italiana", mentre nel 1965 venne insignito del titolo di "Cittadino benemerito" con la seguente motivazione: «Attore geniale, sorretto da naturale ispirazione e comunicativa fervida e gioconda, ha portato dinanzi alle plaudenti platee d'Italia il nome di Sanremo». Fu inoltre presidente onorario della "Compagnia Stabile Città di Sanremo" sin dalla sua fondazione.


I personaggi di Carlo Dapporto

1. Il Maliardo

Caratteristiche fisiche e psicologiche

Capelli neri saldati dalla brillantina. Abbigliamento vistosamente chic (abiti da cerimonia, camice di raso bianche, vestaglie di seta - di rayon in periodi duri -, doppiopetto, foulards, qualche velluto). Denti fosforescenti. Di mezza età, cereo, navigato. Aria annoiata e un po’ perversa, da distaccato e scettico tombeur de fem-mes. Occhi ammiccanti che sottintendono la consapevolezza.

Condizione sociale

Aristocrazia belle époque. Appartenente alla nobile schiatta dei viveurs costantemente à la recherche di uno stile perduto. È libero da impegni di lavoro o svolge professioni chic (arbi-ter elegantiarum, grande attore, bigamo, diplomatico, erede, tiranno, onorevole, uxoricida). Vive in una garsonnière molto sombre, carica di cuscini, tappeti, pelli di tigre, fruste, bruciaprofumi, dove - jardin des supplices - esercita la sua intensa attività erotica, variegata ed eccentrica. Si muove in una Isotta Fraschini o in una Hispano-Suiza, con autista. Si sposta fra Parigi, Montecarlo, Chianciano, dove passa le acque, per disintossicare l’organismo affaticato dalle troppo abbondanti libagioni di champagne rosé e dai raffinati menus a base di pàté de foie gras truffé, aragosta, vol-au-vent, crème Chantilly. Non è sposato, ha miriadi di amanti. Spende un patrimonio forse fantomatico. Ideologia ancien régime. È un europeo di frontiera.

Cultura

Conosce le romanze da salotto fin de siècle, Gino Franzi, lo chemin de fer e la roulette, qualche pochade, la trama di Giulietta e Romeo. Parla con frequenti gallicismi, anche spaesati, e aforismi sulla vita l’amore e la morte (magari di Oscar Wilde), letti sulle cartine dei ciocco-latini e nel segretario galante.

2. Agostino

Caratteristiche fisiche e psicologiche

Grossi baffi, denti serrati, testa e spalle scrollanti, occhi sgranati o socchiusi, furbi, piedi piatti. Gomitate d’intesa, accompagnate da squittii compiaciuti. Abbigliamento da lavoro, paesano, o da contadino che va in città. Spesso col basco; al collo un fazzolettone o due pom-pons testicolari. Goffo e invadente, smanazza l’interlocutore, soprattutto se femmina.

Condizione sociale

Sottoproletario, di origine contadina, recentemente inurbato. Passa da un lavoro all’altro. Mai sindacalizzato, esercita mestieri artigianali e in settori di servizio, legati alle attività terziarie (stagnino, venditore ambulante, cameriere stagionale, imbianchino, illusionista cinese). Non può permettersi una moglie, né una casa. Vive in camere d’affitto. Si muove su una vecchia Bianchi da donna. Si sposta nel triangolo sottoindustriale Tortona-Novi Ligure-Alessandria (dove scende al diurno a lavarsi). Pasteggia in osteria con pane e salame, formaggio con le pere, minestrone, che allunga col barbera. Cuor d’oro, si commuove molto facilmente. Iniziato opportunamente, può votare comunista, se si ricorda che ci sono le elezioni. È un piemontese di frontiera (basso Piemonte-Liguria-Lom-bardia).

Cultura

Ha iniziato con scarso profitto le elementari, o l’avviamento. Conosce il Cuore, il Barbanera, la trama di Giulietta e Romeo, ama le bocce e la cirulla, i campioni del ciclismo e Orietta Berti. Parla con forti inflessioni dialettali, citando perle di saggezza tratte dal calendario di Frate Indovino.

Se per il Maliardo il paese ideale è la Francia, per Agostino è il Canton Ticino, archetipo dell’esotismo ("Ci ho un sio in Svissera”).


Filmografia

In cerca di felicità, regia di Giacomo Gentilomo (1943)
Il processo alle zitelle, regia di Carlo Borghesio (1944)
Scadenza trenta giorni, regia di Luigi Giacosi (1944)
La signora è servita, regia di Nino Giannini (1945)
Il vedovo allegro, regia di Mario Mattoli (1948)
11 uomini e un pallone, regia di Giorgio Simonelli (1948)
I pompieri di Viggiù, regia di Mario Mattoli (1949)
Botta e risposta, regia di Mario Soldati (1950)
La presidentessa, regia di Pietro Germi (1952)
Canzoni di mezzo secolo, regia di Domenico Paolella (1952)
Finalmente libero, regia di Mario Amendola (1953)
Viva la rivista, regia di Enzo Trapani (1953)
Ci troviamo in galleria, regia di Mauro Bolognini (1953)
Donne proibite, regia di Giuseppe Amato (1953)
Via Padova 46, regia di Giorgio Bianchi (1953)
Il paese dei campanelli, regia di Jean Boyer (1954)
Accadde al commissariato, di Giorgio Simonelli (1954)
Ridere! Ridere! Ridere!, regia di Edoardo Anton (1954)
Viva il cinema!, regia di Enzo Trapani (1954)
Giove in doppio petto, regia di Daniele D'Anza (1954)
Baracca e burattini, regia di Sergio Corbucci (1954)
La moglie è uguale per tutti, regia di Giorgio Simonelli (1955)
A sud niente di nuovo, regia di Giorgio Simonelli (1956)
La famiglia Acquaverde, regia di Carlo Dapporto (film tv) (1956)
Primo applauso, regia di Pino Mercanti (1957)
Fortunella, regia di Eduardo De Filippo (1958)
L'adorabile Giulio, regia di Eros Macchi (film tv) (1961)
Le magnifiche 7, regia di Marino Girolami (1961)
Scandali al mare, regia di Marino Girolami (1961)
Canzoni di ieri, canzoni di oggi, canzoni di domani (1962)
I ragazzi dell'Hully Gully, regia di Marcello Giannini (1964)
Tentazioni proibite, regia di Osvaldo Civirani (1965)
Follie d'estate, regia di Edoardo Anton (1966)
Lisa dagli occhi blu, regia di Bruno Corbucci (1969)
Nel giorno del Signore, regia di Bruno Corbucci (1970)
Quelli belli... siamo noi, regia di Giorgio Mariuzzo (1970)
Polvere di stelle, regia di Alberto Sordi (1973)
La famiglia, regia di Ettore Scola (1987)

Programmi radiofonici

Carlo maestro di chic, presenta Carlo Dapporto regia Berto Manti i mercoledì 1961, secondo programma RAI, ore 10.

Note

^ Fonte: Repubblica.it


Riferimenti e bibliografie:

  • "Guida alla rivista e all'operetta" (Dino Falconi - Angelo Frattini), Casa Editrice Accademia, 1953
  • "Sentimental, la rivista delle riviste", Rita Cirio e Pietro Favari, Bompiani, Milano, 1975
  • Raoul Radice, «L'Europeo», anno VIII, n.45, 29 ottobre 1952
  • «Epoca», anno III, n.78, 5 aprile 1952
  • «Epoca», anno VII, n.313, 30 settembre 1956