Censura e magistratura

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In questo articolo il problema della censura, oggi più che mai attuale, viene impostato da un punto di vista strettamente giuridico; sull’argomento abbiamo sollecitato il parere dei maggiori giuristi italiani.


Sul problema della censura cinematografica in Italia si è già molto discusso e certo, pur se proprio tutto non è stato detto, forse l’unico motivo per cui pensiamo valga la pena di tornare sull’argomento è che in tal modo conserviamo speranza per il futuro: serit arbores, quae alteri saeculo prosint. Ed effettivamente, di fronte alla massiccia noncuranza degli organi governativi indifferenti a proteste e proposte, non resta se non sperare che queste giovino al “ prossimo secolo ” (o almeno ai nostri figli).

Personalmente, chi scrive ritiene che uno Stato ben ordinato, con una legislazione Sinceramente democratica applicata da un potere giudiziario indipendente ed obiettivo, non solo non abbia bisogno di alcun tipo di censura, ma ne dovrebbe diffidare ritenendola fonte di corruttele ed arbitrii: le leggi speciali, per quanto perfette siano, sono i segni indicatori dei vizi e dei difetti di una Società.

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Questo sorridente e zelante saluto militare di Totò poliziotto ha dato fastidio alla censura: da Totò e Carolina di Steno e Monicelli.
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Come difendersi dalla censura? Il sistema di Totò

Ma non dobbiamo dimenticare che il problema non va visto in astratto, ma discusso oggi, nel nostro Paese, con quel tale ordinamento sociale e quelle condizioni politiche: occorre fare i conti con la paura delle opere d’arte e di pensiero, libere da ogni vincolo, quelle che insegnano, come dice Leopardi “ prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll’eloquenza e colla poesia ”, paura che domina (e non solo in Italia) la classe dirigente. Dato quindi che una abolizione dell’istituto della censura si appalesa, in questo momento storico, impossibile, compito nostro sarà quello di discutere, concretamente, mezzi e sistemi per rendere le maggiori garanzie e ottenere la maggior libertà possibile per gli artisti e per tutti coloro che lavorano nel cinema.
Cosi sull’efficacia della richiesta contenuta nella recente mozione del Circolo Romano del Cinema, ("...propone che con la nuova legge il controllo sul cinema sia regolato da norme giuridiche e procedurali analoghe a quelle per la stampa e secondo lo spirito della Costituzione in modo che si tolgano da paralizzanti incertezze scrittori registi produttori e si renda superflua ogni altra forma di controllo ed autocontrollo di categoria”) nutriamo seri dubbi per considerazioni d’ordine pratico e d’ordine giuridico.

Osserveremo anzitutto che di fronte alla retriva azione governativa occorreva che tutti gli interessati, dalla produzione agli esercenti ai registi critici attori ecc., presentassero un fronte solidale e senza incrinature : invece l’Anica (con disarmante candore o spicciolo machiavellismo, non sapremmo dire) ha pensato bene di costituire una propria commissione “ privata ” di controllo dando cosi prova, oltre a tutto, di uno sconfortante spirito di supina rassegnazione.

E’ venuto a mancare di conseguenza l’essenziale contributo che l’Associazione dei produttori doveva portare alla lotta per un più libero cinema italiano, senza d’altronde che la sua azione abbia alcuna probabilità di ottenere pratici risultati, poiché le decisioni della commissione Anica non obbligheranno minimamente la censura governativa. Col pericolo anzi che esse intralcino film cui ufficialmente non si sarebbe negato il nulla osta: senza contare gli impacci burocratici, le maggiori spese e le complicazioni provocate da due commissioni di censura. Conosciamo i nomi dei componenti la commissione Anica: non ripeteremo le esatte considerazioni di Castello (Cinema n. 133 - 15.5.54) sulla incompetenza cinematografica (del resto dopo aver visto la Giuria dell’ultimo Festival veneziano, nulla più ci meraviglia) e sul ben noto orientamento politico di tali membri. Solo aggiungeremo che nessuno ci farà credere che un Francesco Carnelutti, in giro per Corti e Tribunali d’Italia e d’Europa sei giorni la settimana, si occuperà più di tanto della Commissione; ed il discorso, mutatis mutandis, vale anche per gli altri membri che dovrebbero, sulla base di circa 160 film di produzione annua, più, diciamo, almeno il triplo di documentari, passare due o tre ore al giorno in sala di proiezione e perderne poi altrettante per le sedute della Commissione e la redazione dei pareri.

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Zampa, durante le riprese di "Anni facili", medita preoccupato sulle minacce delle forbici censorie.

Le perplessità sull’esito della battaglia contro la censura vengono aggravate anche dal fatto che ufficialmente da parte cattolica si tace: negli ultimi tempi solo in due numeri (10-11 del 1953) di Gioventù (organo della Gioventù di Azione Cattolica-Professionisti: ma credo che con la recente crisi della Giac, questa voce concretamente democratica sia stata spenta) si è discusso con franchezza del problema. Per il resto assoluto silenzio, quando non si tendeva ad avallare con quella particolare ambiguità non priva di stile (lo stile della Controriforma che, allorché siamo di malumore, definiamo col nome di ipocrisia) taluni grossolani interventi censori, restando comunque al “ caso per caso ”, senza entrare nel vivo del problema.

(Certo sulla particolare psicologia dimostrata dalle ultime decisioni censorie sarebbe interessante un saggio che analizzasse le ragioni intime della tendenza a lasciar sfogare in oscenità a buon mercato quegli stimoli che altrimenti diretti si può ritenere si sarebbero rivolti contro taluni tabù sessuali ancor in vigore nella nostra società — la minoranza della donna, il rifiuto aH’educazione sessuale della gioventù, il controllo delle nascite od il barbarico concetto di onore —; si concedono compiaciuti visti alla grassa volgarità da avanspettacolo di, poniamo, Un turco napoletano, e ci si accanisce contro la fragile castità di Ha ballato una sola estate).

Accanto a questi dubbi pratici la mozione del Circolo Romano ne solleva altri da un punto di vista giuridico: a parte la astrattezza — nota tipica di tutte le mozioni — di un richiamo alla legge sulla stampa di cui ben altre e diverse sono le necessità, nonché le ragioni ed i motivi che l’hanno provocata (e non si dimentichi la lunga tradizione delle lotte in difesa della libertà di stampa), detta mozione omette qualsiasi riferimento alla Magistratura che è, ritengo, l’unico organo competente a giudicare gli eventuali illeciti del film.

L’eco del cinema (n. 71 - 15.5.54) riporta a questo proposito, che durante il dibattito uno degli intervenuti propose di eliminare dal testo della mozione il richiamo alla Magistratura poiché esso “ potrebbe sembrare tassativo ed escludere altre e più idonee forme di controllo Le quali ultime, francamente, non ci riesce a vedere malgrado ogni buona volontà, al di là ed al di fuori del potere giudiziario: qualsiasi altro organo non darebbe quelle garanzie di indipendenza di obiettività e soprattutto di applicazione motivata di una legge, con la possibilità di appello e revisione di giudice di superiore istanza sulla base di motivi in fatto e in diritto, come la Magistratura.

Sappiamo — e chi scrive ne parlò qualche anno fa (Cinema n- 31-30.1.50) — come alla base giuridica della attività di “ revisione cinematografica ” (cosi tecnica-mente si definisce la censura) per la concessione dei nulla osta per la proiezione dei film in pubblico stia una Legge (16.5.47 n. 379) ed un Regolamento (pubblicato con R.D. 24.9.23 n. 3287) cui rinvia la prima.

Il Regolamento prevede una diffusa casistica di fatti che portano al divieto di programmazione: il giudizio è riservato a due commissioni di I e II grado, nelle quali vi è un solo Magistrato, ed essendo gli altri due membri dei funzionari governativi, è evidente come ogni decisione possa essere influenzata dal potere esecutivo con nessuna garanzia di obiettività. Non solo, ma le “ sentenze ” sono rese in forma volutamente generica senza alcuna motivazione plausibile al di là di secche definizioni (è contro l’ordine pubblico — contro il buon costume, la Religione ecc.): ed ancora, le persone nominate membri della commissione — oltre a non avere alcuna specifica competenza, chiunque potendone far parte — restano degli ignoti anonimi senza alcuna possibilità per noi non dico di controllo ma neppure di sapere chi siano coloro che giudicano i film. Resta infine da dire come la Legge ed il Regolamento citati, senza doverne mutare una sillaba, costituiscano, cosi come sono congegnati, una efficacissima arma che qualsiasi governo può a suo piacere usare secondo i propri specifici intendimenti per far proiettare solo i film ad esso graditi.

Di fronte a tale stato di cose non rimane che creare un vasto movimento di opinione pubblica, ed una concorde azione di tutti i settori cinematografici, tendente ad ottenere:

a) modificazione delle commissioni in modo che esse siano composte esclusiva-mente da Magistrati. Affiancare a detto Collegio una ristretta commissione consultiva composta da critici cinematografici, da rappresentanti della produzione, dei registi e sceneggiatori.

b) abolizione del Regolamento del ’23 su citato. La commissione dovrà giudicare esclusivamente sulla base del codice penale (ed in particolare con riferimento agli art. 528 - 529 - 668), aggiungendosi se mai una norma espressa a tutela dell’ordine pubblico (del resto già contemplata dal T. U. Leggi di P S. R.D. 18.6.31 n. 773). Senza scordare peraltro che questo non è un concetto a senso unico, come purtroppo è inteso da molti funzionari zelanti: non mi par dubbio che la tutela della libertà artistica ha essa pure carattere di "ordine pubblico e deve essere assicurata, col solo limite che artistica non sia, cioè della pornografia o della pura ribellione politica faziosa contro i principi dell’attuale ordine sociale, i quali possono essere messi in discussione — anche questo è un principio di ordine pubblico — ma non semplicemente rovesciati con “manifesti” rivoluzionari, dai quali è ovvio che lo Stato si difenda.

c) Ogni giudizio deve essere ampiamente motivato in fatto e diritto, cosi da consentire non solo il ricorso alla commissione di II grado, ma anche — eventualmente — il ricorso in terza istanza al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale per violazione di legge, eccesso di potere ecc.

d) Massima severità nella applicazione della disposizione “ film vietato ai minori di anni sedici ” (art. 78 T.U. leggi di P.S. già citato), finora sfruttata quasi esclusivamente a fini pubblicitari.

e) Abolizione di ogni censura preventiva.

I punti a), c), d) ed e) non hanno certo bisogno di commenti: alla commissione consultiva potranno essere posti i quesiti ogni qualvolta vi siano dubbi tecnici o sulla essenza artistica del film in questione: e ciò in relazione all’art. 529 del C.P., II comma che recita “ non si considera oscena l’opera d’arte ”; pur se il film avesse da essere considerato obiettivamente “osceno”, ove fosse riscontrato una sua “ artisticità ”, la norma prevede che esso possa liberamente circolare.

Sul punto b) è da osservare che tutti i fatti compresi come delittuosi nel caotico Regolamento del ’23 e che possono portare al divieto del film sono già previsti con maggior rigore giuridico come tali dal Codice Penale od al più rientrano nel concetto di ordine pubblico per cui prevediamo apposita norma.

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Gina Lollobrigida, “la romana ”, identifica la censura in questo felino e tenta di prevenirne le unghiate lisciandogli il pelo e concedendogli di lanciare alcune furtive occhiate nella sua generosa scollatura.

In tal modo si avrebbe il vantaggio da parte dei produttori e registi di conoscere esattamente senza possibilità di cavillose interpretazioni od arbitrarie estensioni i limiti entro i quali sorge l’illecito: la legge penale deve esser conosciuta da tutti (ignorantia legis poenalis non excusat): ogni decisione sarebbe pubblica, con possibilità di conoscerne la motivazione; la legge sarebbe applicata non da anonimi burocrati legati agli ordini governativi, ma da Magistrati.

Una volta ottenuto il nulla osta non vi potrebbero più essere revoche (come quella prevista dall’art. 14 della Legge 16.5-47 citata, per cui il Ministro dell’Interno, in qualsiasi momento può richiamare e revisionare qualsiasi pellicola, anche se munita di nulla osta: e si noti che tale potere non è soggetto ad alcuna formalità, né devono esserne specificati i motivi).

Ricordiamo che la Magistratura (contro la quale le pressioni dell’esecutivo, pur se non mancano, non hanno quasi mai eccessiva efficacia) si è sempre avvicinata con estrema cautela e grande rispetto alle opere d’arte che anime timorate trascinavano avanti il giudizio dei tribunali per “ oscenità Tranne qualche cantonata — rara, pur se solenne come nel caso Flaubert — ricordata oggi più a titolo di aneddoto che per altro, le sue decisioni sono sempre state dettate dall’ assoluto rispetto verso ogni manifestazione artistica (basterà ricordare, tra recenti esempi, la limpida requisitoria del Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano (Giustizia Penale 1947; I, 149) con la quale venne archiviata la denuncia presentata contro II muro di Sartre).

Riteniamo che su questi punti possa proficuamente aprirsi la discussione: il problema è veramente grave e la soluzione fondamentale per l’avvenire del nostro cinema: ogni idea, ogni proposta concreta non può non essere utile. Se riusciremo a raccogliere la compatta solidarietà di tutti coloro cui il libero sviluppo del film italiano sta a cuore, potremo contribuire al risanamento dell’istituto della censura cinematografica in Italia.

Giorgio Moscon


Nota

L’articolo era già in bozza allorché ho letto in Cinema Nuovo (n. 36, 1-6-54, pag. 300 sgg.) una intervista con il presidente della Commissione Anica, Gentile, e due membri, Cardarelli e Cecchi. Questa specie di “ convegno dei cinque ”, non finirà mai di stupirci. Aveva detto l’Anica ai produttori: “ Se volete il mio marchio, dovrete passare soggetti, sceneggiature e film alla mia Commissione ”, E va bene, cioè va male, ma insomma il discorso filava, aveva una sua logica sia pur da forche Caudine: ora invece ecco Cecchi (e conferma Gentile) portare un ulteriore contributo alla confusione di idee in questo campo (sa Dio quanto intricato ed oscuro) dichiarando: « In Italia si produrranno in situazione normale, cento, centoventi film all’anno. Di questi gran parte non interessano il Comitato, Il loro soggetto non può dar luogo a dubbi e obiezioni. C’è invece una certa percentuale, mettiamo una trentina, per i quali l’Anica chiederà l’opinione del Comitato, opinione da esercitarsi sul trattamento, sulla sceneggiatura ed infine sul film compiuto ». Famo li giochi? dicono a Roma. E chi mai stabilirà quali sono i film i cui soggetti non danno luogo ad obiezioni? L’Anica, sembrerebbe di capire dalle parole del Cecchi. Ma allora essa costituirebbe una sorta di terza commissione, di ante-ante-censura (Abyssus abyssum invocat ammonisce il Salmista), che comincerebbe a stabilire: questo va bene, questo anche, questo invece olet, vada al Comitato. E su che basi si farebbe una tale distinzione? Forse tenendo d’occhio quei famosi elenchi di registi e sceneggi atori “ miscredenti ” riportati da recenti rotocalchi?

Il discorso potrebbe continuare e le domande si affollano. Ma forse non vale la pena di prendersela tanto, specie dopo aver letto i singolari canoni estetici di quel noto studioso di cose cinematografiche che è Cardarelli; il quale, candidamente, ci spiega: « A me piace un certo genere di film, e tutti lo sanno: il film americano; ed anche un certo tipo di attrici. Cercherò di dare il mio contributo come meglio potrò ». Ad majorem Hollywood gloriam, immaginiamo. Ma non meravigliamo ci, dovremmo ben saperlo che “ i vecchi sono pericolosi. Per essi è indifferente che cosa sarà del mondo ce lo dice G. B. Shaw, che, tra l’altro, di vecchiaia se ne intendeva.

g. m.


Una legge necessaria

In materia di censura riteniamo utile riportare alcuni brani dell’editoriale apparso nel fascicolo di maggio della rivista Scenario; gli argomenti in esso sostenuti, pur riferendosi specificamente al campo teatrale, sono applicabili anche a quello cinematografico.

Veramente grave è che non esista una legge la quale delimiti esattamente i poteri della pubblica amministrazione in questo campo in relazione ai diritti sanciti nella Costituzione ...

L’articolo 21 della Costituzione sancisce che 44 tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione ” e che 44 la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure Lo stesso articolo 21 però stabilisce che 44 sono vietate le pubblicazioni di stampa gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume” e che “la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni Questa legge prevista dalla costituzione oggi non esiste e bisogna crearla. Il Regolamento di pubblica sicurezza, al quale attualmente la costituzione rinvia, è ancora quello antecedente alla guerra e risponde naturalmente a ben altre esigenze da quelle che ispirano la nostra Costituzione ...

Ma soprattutto è importante che la legge destinata ad applicare la Costituzione in questo delicatissimo settore restringa effettivamente la possibilità di divieto al rispetto delle norme del buon costume e fissi chiaramente i limiti entro i quali questo rispetto deve essere inteso.

L’attuale Governo si è impegnato a riformare il tes-sto unico della legge di pubblica sicurezza e in questa sede le nuove norme potranno essere attuate; ma bisognerà che esse veramente soddisfino le giuste esigenze manifestate nel corso delle varie polemiche alle quali hanno dato luogo negli scorsi anni vari provvedimenti di censura affrettati o addirittura ingiusti. Bisogna che da una parte sia assolutamente esclusa la possibilità che la censura sia dettata da ragioni di carattere politico, religioso, culturale ed estetico e che dall’altra sia esclusa la possibilità di arbitri del potere esecutivo, di contraddizione fra le statuizioni dei suoi organi periferici e che infine sia stabilito un termine di tempo perentorio per l’emissione delle decisioni della censura.

Questa delicatissima attività, che può veramente trasformarsi ove sia abbandonata a se stessa, in un pericoloso strumento di oppressione della libertà, deve uscire da quella atmosfera vaga e nebulosa nella quale purtroppo è stata fino ad oggi avvolta. Inoltre, secondo noi, dovrebbe anche essere data pubblicità alle decisioni della censura.

Egidio Ariosto


Giorgio Moscon, «Cinema», n.137, 10 luglio 1954


Cinema
Giorgio Moscon, «Cinema», n.137, 10 luglio 1954