«Totò 3 D», anche l'Italia in gara per la 3D

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Un prospetto pubblicato recentemente su alcune riviste fornisce un lungo elenco di nuovi metodi di cinema in rilievo: a nomi ormai notissimi come "Cinerama” si aggiungono altri meno noti come "Naturscope” o "Tri-Opticon”. Il cinema sembra esser ritornato ai bei tempi dei suoi primi anni, alla fine dell’800, quando centinaia di inventori di tutti i paesi si precipitarono, uno dietro l’altro a brevettare nomi di apparecchi cinematografici di nuova invenzione. Molto probabilmente — anzi sembra che sia andata proprio cosi — brevettavano solo dei nomi: e pochissime differenze distinguevano tra loro i primi sistemi di ripresa e di proiezione.

Attualmente, per quel che si sa, i sistemi di cinema in rilievo — o di cinema "3 D", come la moda esige che si dica — vengono divisi in due categorie: vero rilievo e pseudo rilievo. Procedimenti come il "Cinerama” o il ”Cinemascope”, non dànno allo spettatore un’immagine stereoscopica, ma semplicemente un’immagine panoramica, che quasi attornia lo spettatore per mezzo di un enorme schermo semicircolare, mentre effetti sonori ottenuti con vari alto-parlanti disposti lateralmente gli fanno voltar la testa da una parte o dall’altra dandogli l’illusione di trovarsi non davanti a uno schermo ma nel mezzo di un ambiente reale. Almeno secondo quanto sostengono gli inventori.

Il vero cinema tridimensionale è invece un altro: è quello in cui si proiettano due immagini diverse, una per l’occhio destro e una per l’occhio sinistro, che lo spettatore deve selezionare per mezzo di un paio di occhiali. Non occorrerà addentrarci in particolari tecnici; basterà ricostruire la storia di questi procedimenti in due parole. Le due immagini necessarie per la visione stereoscopica, riprese con due macchine da presa sincronizzate, poste fianco a fianco con gli obbiettivi distanti tra loro quanto gli occhi dell’uomo, venivano in un primo tempo stampate sulla stessa pellicola, l’una colorata in rosso, l’altra in verde. Lo spettatore osservava lo schermo attraverso un analogo paio di occhiali in modo che l’occhio che guardava attraverso ij vetro rosso vedeva solo l’immagine rossa. La selezione, sia pure attraverso un terribile male agli occhi dello spettatore, era cosi ottenuta. Evidentemente il procedimento è applicabile solo per film in bianco e nero; e difficilmente i produttori avrebbero rinunciato a sommare insieme due ingredienti spettacolari così sicuri come "in rilievo e a colori”. Fortunatamente era già pronto da tempo un altro sistema molto più perfezionato di selezione ad occhiaji polarizzati, ed il sistema a occhiali colorati, quello dei film ”Metroscopix” che tutti hanno potuto vedere recentemente sugli schermi italiani, deve considerarsi addirittura preistoria.

Naturalmente il sistema ha i suoi svantaggi: per esempio il costo degli occhiali preoccupa molto gli esercenti, uno dei quali faceva notare qualche tempo fa, che se li avesse solamente prestati o noleggiati al proprio pubblico molto probabilmente non li avrebbe più rivisti, e se invece li avesse posti in vendita, il pubblico avrebbe disertato il cinema. Forse dovremo comperarci tutti un paio di occhiali polarizzati e portarli sempre con noi, per l’eventualità di dover entrare improvvisamente in un cinema ”3 D”, dove la prudenza del gestore non gli consentirà di noleggiarli. Un altro piccolo inconveniente sarà quello di dover tenere la testa ben dritta. Se noi piegassimo lievemente il capo verso il «nostro vicino, il grado di polarizzazione cambierebbe, il rilievo diminuirebbe cedendo il posto ad una certa confusione, finché raggiunta un’inclinazione di 45 gradi vedremmo un’immagine molto scura e tanto poco nitida da non potersi distinguere neppure le fisonomie dei volti in primo piano. Il cinema stereoscopico perciò ci abituerà a restare composti. Faremo le prove quanto prima, all'arrivo del film «Bwana Devii» prodotto da Arch Oboler circa un anno fa con il sistema "Naturai Vision”, e che è annunciato come imminente sugli schermi italiani.

Ma non si sa mai: potrebbe darsi che uno dei film italiani a tre dimensioni attualmente in lavorazione o in progetto giungesse al traguardo prima dell'arrivo di «Bwana Devii», e potrebbe accadere che il primo vero film a rilievo che ci capiterà di vedere sia «Il più comico spettacolo del mondo» detto anche «Totò 3 D» che Mattoli sta portando a termine in questi giorni negli studi Ponti-De Laurentiis. Che la febbre del tridimensionale sia contagiosa e dopo aver bruciato Hollywood si stia propagando in Europa e particolarmente in Italia, può essere vero. Per ora tuttavia di reale non vi sono che le riprese di Totò 3 D, le costruzioni dell’Odissea che dopo tante travagliate vicende attendono di mostrarsi a tutto tondo davanti alla nuova macchina da presa, e infine il progetto di un altro film : «Elena di Troia» o qualcosa di simile.

Il sistema impiegato per porre in rilievo Totò si chiama "poldelvision”, e non differisce gran che dalle descrizioni che si sono avute del "Natural Vision", di cui sembra sia un perfezionamento. Agli occhi del visitatore l’apparecchiatura di ripresa appare molto semplice; quasi è più piccola delle moderne mastodontiche cinecamere normalmente in uso. Essa è composta di due piccole cinecamere Mitchell poste a breve distanza, l’una di fronte all’altra in modo che gli obbiettivi si guardino. Al centro, sull’asse dei due obbiettivi, due prismi a riflessione totale deviano di 90 gradi i due assi ottici e li dirigono in avanti verso la scena. Il dispositivo ha un suo perché: come gli occhi umani, i due obbiettivi delle macchine stereoscopiche hanno bisogno di variare la loro convergenza a seconda della distanza dell’oggetto da fotografare. Il meccanismo a prismi permette di variare la convergenza senza muovere le due macchine da presa, e perciò di variarla automaticamente mentre si variano i fuochi degli obbiettivi, durante un carrello o seguendo lo spostamento di un attore.

A tale meccanismo presiede Karl Struss, l’operatore di Ben Hur e di Limelight, di Sunrise e del Doctor Jekill. Gli altri, dice Struss, non li può ricordare: sono troppi, dal 1919 ad oggi. Quanto al sistema in rilievo, è al suo secondo film : nel febbraio ha girato per Sol Lesser uno short dal titolo Come and Ask, che a quanto pare è un "burlesque", ma piuttosto innocente.

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Il problema delle tre dimensioni non lo preoccupa eccessivamente. Tutte le persone, del resto, che attualmente si interessano alla produzione dei film in rilievo — siano registi, operatori, attori, scenografi — non ritengono che il nuovo procedimento presenti dei particolari problemi. Quasi tutti hanno a disposizione questo mezzo per la prima volta e non esitano a dichiarare che per il momento stanno sperimentando e che intanto, fino a che non saranno giunti a delle particolari conclusioni, continuano a girare con il loro solito metodo.

Tuttavia a qualche conclusione si è già arrivati: ce ne parlava Karl Struss in una pausa della lavorazione. Il problema è molto semplice: il punto di convergenza cui accennavamo poco fa — il punto su cui puntano i due prismi delle macchine da presa — rappresenta nella proiezione il piano dello schermo. Tutto ciò che è al di là del punto di convergenza apparirà allo spettatore come al di là dello schermo: quello che sta tra il punto di convergenza e la macchina da presa in proiezione non sembrerà apparire sul piano dello schermo, ma al di qua, addirittura in sala. Da ciò l’effetto, di cui ormai tutti hanno sentito parlare, delle belve che spiccano salti dallo schermo e sembrano cadere addosso agli spettatori. Questo effetto ormai ben noto impone all’operatore alcune nuove regole nella composizione dell’inquadratura. Tanto per fare un esempio, sarebbe assurdo far avanzare un attore al di qua del punto di convergenza inquadrandolo in piano americano: il suo viso, la sua persona fino al ginocchio avanzerebbero al di qua dello schermo fino ad entrare nella sala, ma il bordo inferiore dello schermo gli taglierebbe le gambe, che sembrerebbero restare al di dietro dello schermo, quasi che la figura venisse spezzata in due. Perciò tutti gli oggetti che devono saltar fuori dallo schermo, devono essere inquadrati interamente, in modo che un pezzo non rimanga legato al bordo dello schermo, 'facendo crollare l’effetto che si vuol ottenere.

Da queste constatazioni. deriva qualche altra indicazione per la composizione dell’inquadratura. Poiché è evidente che il punto di convergenza si terrà sul centro d’attenzione del quadro — per esempio sull’attore principale — non si potrà mai riprendere un dialogo col- noto sistema delle inquadrature corrispondenti in cui l’attore parla quasi frontalmente, mentre del suo interlocutore si possono vedere su un lato dell’inquadratura la spalla e la testa. Spalla e testa "cadrebbero in sala"» come si suol dire, pur restando in parte attaccate al bordo del quadro. Perciò niente "frasca” al di qua del punto di convergenza, in nessun caso.

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Per controllare l’esattezza dì tale punto, Struss poneva nel punto in cui doveva collocarsi l’attore principale della scena un piccolo arnese chiamato "collimatore". E’ praticamente un disco bianco con una croce in mezzo; i prismi vengono regolati in modo da convergere sul piano del disco : si è in tal modo sicuri che l’attore non cadrà fuori dallo schermo. Qualche altra piccola particolarità ci è stata riferita da Struss: si deve girare naturalmente in "pan-focus" almeno per quanto la sensibilità della pellicola — Ferraniacolor — lo consente, e si evitano le profondità troppo grandi in interni.

La conferma delle affermazioni di Struss sull'inquadratura tridimensionale abbiamo potuto averla poco dopo, ad una proiezione sperimentale fatta con un altro sistema a rilievo: il sistema Betti con selettore a griglia. Gli ingegneri Betti si erano proposti di abolire gli occhiali polarizzati, ed hanno costruito un apparecchio che, per quanto può riferirne un non tecnico, funziona all’incirca cosi: le solite due immagini riprese da due punti di vista differenti, stampate su una stessa pellicola, vengono proiettate da due diversi obbiettivi su due schermi, uno orizzontale e l’altro verticale, separati tra loro da una griglia, rotante o fissa, composta di settori trasparenti affiancati a settori specchianti. Le due immagini che partono da due punti diversi, distanti tra loro sei o sette centimetri, percorrono due cammini diversi: una attraversa la riga trasparente ed andrà a cadere sullo schermo verticale; l’altra batterà sulla riga specchiante, e andrà a formarsi sullo schermo orizzontale. Le righe trasparenti e di specchio sono disposte a tale distanza, che l’immagine formatasi sullo schermo verticale riattraversando la riga trasparente andrà a colpire un occhio d’uno spettatore (e non l’altro, perché in tal caso dovrebbe attraversare anche la riga di specchio) mentre l’immagine dello schermo orizzontale, specchiatasi andrà a colpire l’altro occhio dello spettatore. Un sistema teoricamente cosi complesso, e forse praticamente un po’ ingombrante, dà all’atto pratico una resa quasi perfetta.

La selezione è ottima ed il rilievo efficacissimo. Anche l’unico inconveniente, quello di tener ferma la testa in punti obbligati, si supera facilmente appena si scopre che i punti da cui si può veder il rilievo sono infiniti, disseminati per tutta la sala a sette centimetri di distanza l’uno dall’altro.

È stato proprio a questa prima proiezione veramente tridimensionale che abbiamo potuto constatare il nuovo effetto del cinema in rilievo: lo schermo non è più un piano su cui si dipingono delle immagini, ma una vera e propria finestra, un vero buco attraverso il quale si dà un’occhiata su una scena plastica.

Si ha l’impressione che ai lati della scena che ci appare, si estenda ancora gran parte di quel passaggio su cui la finestra è aperta: verrebbe la voglia di abbandonare il proprio posto ed andare ad affacciarsi. E quando — come appare evidentissimo in uno degli esperimenti degli architetti Betti — una persona avanza dallo schermo al di qua del piano di convergenza, sembra inciampare sul bordo inferiore della finestra e l’affetto che si produce è davvero strano. Ad un dato momento si vide un braccio sporgersi dallo schermo, mostrando il gomito; poiché la spalla rimaneva nascosta dal bordo dell’inquadratura sembrava che qualcuno avesse forzato il braccio piegandolo dalla parte opposta e, spezzando l’articolazione, per tirarlo fuori dalla finestra incorniciata di nero.

Parlare delle conseguenze e delle applicazioni di questi effetti per ora è prematuro: gli stessi registi alle prese con il nuovo giocattolo non hanno ancora avuto il tempo di constatare che questi effetti esistono.

Il cinema a rilievo viene consegnato loro in questi giorni dalle mani dei tecnici e ci vorrà qualche tempo perché imparino a conoscerlo. Intanto una prima tappa .è stata fatta: gli ostacoli tecnici sono stati superati, e in parecchie maniere diverse; tra pochissimo il cinema stereoscopico invaderà gli schermi italiani.

Riccardo Redi, «Cinema», n. 108, 30 aprile 1953


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Riccardo Redi, «Cinema», n. 108, 30 aprile 1953