A cena col vecchio Varietà

Cafe-Chantant


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Dopo un’ora tutti applaudirono gli spaghetti. Quei «tutti» erano gli accademici della Foppa, gli invitati, i curiosi e i festeggiati, gli attori rimasti a rappresentare le glorie di mezzo secolo di café-chantant. L’Accademia della Foppa li aveva riuniti pranzo conviviale con l’intenzione di fermare il tempo, di stabilire un bilancio di quello che ancora rimane di un’epoca, di un costume, addirittura di una storia, per non dire leggenda, del teatro minore italiano. Questa strana Accademia, che ha per stemma un asino ridente, non è nuova alle ardite e commoventi riunioni. La fondarono nel 1947, in un’osteria del vecchio rione della Foppa, Carlo Veneziani, Ignazio Scurto, Angelo Frattini, Dino Falconi e altri uomini rappresentanti un po’ di tutto, dal giornalismo alla critica, dal teatro al cinema, dal commercio all’artigianato. La fondarono senza un programma preciso e senza un programma è ancora; pronta, questa incredibile Accademia, a creare un premio di disegno per le scrittrici, a bandire un concorso di pianoforte e a tentare un bilancio difficile del varietà. Il programma sorge, di volta in volta, da un’idea improvvisa che ha sempre, così crediamo di interpretare, un fondo di curiosità e di divertimento.

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La bella Otero si chiamava Carolina ed è ricordata come una spagnola di stupenda bellezza. Dopo una vita tumultuosa essa vive oggi in una sua villa sulla Costa Azzurra.

Il pranzo «conviviale» era fissato per le ore 20 ma cominciò, applauditissimo, un’ora dopo. Il costume teatrale di cominciare in ritardo non poteva essere sovvertito. Agli spaghetti seguirono cotolette alla milanese con patate, frutta, zuppa inglese e caffè. Lo scopo, però, non era quello di fare un’accademia d’arte culinaria; il pranzo era soltanto un pretesto per riunire intorno al tavolo prima, e su un piccolo palcoscenico dopo, gli artisti più celebri del vecchio varietà italiano, festeggiarli e riascoltarli nelle interpretazioni che li avevano resi famosi. All’appello erano mancati Pasquariello, Maria De Valencia e altri attori rappresentati da telegrammi o da gentili pensieri scritti a penna.

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L’Accademia della Foppa ha riunito, in un ristorante milanese gli attori superstiti del vecchio café-chantant per stabilire un bilancio di mezzo secolo. Pareva un ritorno ai giorni gloriosi dell’«Apollo»: sul piccolo palcoscenico Cino Franzi ha cantato lo «Scettico blu» e Alfredo Bambi ha recitato «Er fattaccio». Alla fine, dopo tanta commozione e continui applausi, il figlio di Petrolini ha scatenato un travolgente can-can accompagnato dal ritmo frenetico e allegro dei cucchiai e delle forchette.

Erano fortunatamente presenti due grandi attori, Gino Franzi e Alfredo Bambi, era ricordato Petrolini dal figlio Oreste e si notavano figure minori come Lubrani, Armando Volpi e Arturo Ortolani detto Tombolo. È chiaro che un gruppo così esiguo di artisti (gli attori del varietà sono sempre «artisti») non bastava a ricordare tutto un mezzo secolo; poteva però muovere ancora una ventata di commozione e di nostalgia in un pubblico che aveva goduto la prima giovinezza negli anni dell’altro dopoguerra, quando il tabarin era «paradiso di voluttà». A quel pubblico attento e intenerito da tanti ricordi, non pareva certo retorica pensare ai lunghi bocchini di Isa Bluette, alle fatali femmine vestite, come vuole anche una recente canzone, di «voile e di chiffon», agli amori di Carolina Otero, alle macchiette di Don Nicolino Maldacea (satire pungenti dei «conservatori» : La sera vado al circolo - non bado, sa, allo spicciolo - mille, duellila, ché!... sono sciocchezze inezie - per me...), rivedere il diseur Paulus in frac rosso e calzoni corti di raso nero e le mille sperperatrici di canzoni e di affetti passate, in cinquant'anni, sulle pedane del «Salone Margherita», dell’ «Apollo» di Milano, de i «Bosio» di Torino.

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Gino Franzi mentre cesella i singhiozzi della celebre canzone «Balocchi e profumi». Nel repertorio che Franzi canta ancora oggi sono compresi lo «Scettico Blu», «Soldatini di ferro» e la «Vispa Teresa» di Trilussa.
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Armando Volpi, sopra a sinistra, fu un gentile poeta romanesco, autore e dicitore di monologhi arguti e delicati. Nella foto a destra: Gino Franzi, uno scettico ormai quasi settantenne. Sotto: il comico romano Lubrani.
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Dalla polvere un tempo che pare così lontano non Potevano più risorgere Donnarumma e la Tortajada, Amelia Faraone e Virginia Marini, Peppino Villani e Pina Ciotti e Gaspare Castagna e mille altri. Tutto quello che resta oggi del glorioso café-chantant si riassume in Pasquariello, Franzi e Bambi, rappresentanti dei tre motivi fondamentali che nutrirono quel genere di teatro; la canzone sentimentale napoletana, la canzonetta italiana (in un primo tempo tradotta dal francese: «Io non so' cchiù Cuneetta - ma so' Lily Cangi») e la macchietta monologo, tre motivi che sono tuttavia all’ordine di quella forma di teatro che, morto il café-chantant, ha continuato poi a vivere, con i mutamenti portati dalla trasformazione del costume e del gusto, nello spettacolo della rivista.

Nel salone dell’Accademia della Foppa l’atmosfera del vecchio café-chantant era immutata come una farfalla appuntata con lo spillo; pareva che dalle quinte dovesse ancora sbucare d’improvviso la testa di Torquato Montelatici dell'Apollo a rimbeccare il pubblico che voleva «la mossa».

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1951 04 14 Epoca Cafe Chantant f12 Alfredo Bambi fece per molti anni il servitore di un conte romano prima di passare al varietà. In alto, a sinistra, Bambi saluta il pubblico che lo ha applaudito dopo il lungo silenzio. Sopra: Bambi vent’anni fa nel monologo del «Fattaccio». Di fianco: con Trilussa mentre legge una poesia da ripetere poi in palcoscenico.

E forse se il piccolo palcoscenico avesse ancora ospitato Ersilia Sampieri o una di quelle divette che mormoravano, mordendo il bocchino, «Io conosco un biondino - dallo sguardo assassino» anche il pubblico degli accademici, pur con gli occhi inumiditi, avrebbe gridato le «beccate» d’un tempo: «Dai, vigliacca!». Per una rievocazione così patetica non potevano bastare le parodie del bravo Lu-brani, vecchia spalla di Petrolini, che del maestro ha ripreso il repertorio e perfino una certa rassomiglianza fìsica, o le imitazioni gallinacee di Tombolo. Il sapore della rievocazione era affidato all’arte di Franzi e di Bambi. Gino Franzi è nella storia del teatro minore per quella sua stupenda creazione dello Scettico blu. Gli invitati lo ricordavano quando pareva uscito dalle pagine di un romanzo di Da Verona, pallido, chiuso in un «pipistrello» di seta viola, cinico e beffardo. La retorica e la goffaggine del personaggio avrebbero fatto beccare qualsiasi altro attore che avesse osato cantare : «Cosa m'importa se il mondo mi rese glacial (orchestra : pa-rapapà-parà-parà), se d’ogni cosa nel fondo - non trovo che mal? - Quando il mio primo amore - mi sconvolse la vita - senza lusinghe pel mondo ramingo - io vo... e me ne rido - beffando il destino, cosi...» La buffata di fumo dalla sigaretta, a questo punto, era la firma dell’artista.

Tra le creazioni che ancora oggi Franzi, a sessantasette anni, porta in palcoscenico a ventimila lire per sera, è indimenticabile la drammatica storia della bambina che muore senza giocattoli perché la mamma vuole soltanto i profumi Coty, e «Come una coppa di sciampagne - ti spezzerò». Franzi confessa che la sua «arte» gli deriva dall’aver studiato recitazione alla Scuola del cav. Domenico Bassi di Torino, insieme al giovinetto Annibaie Betrone, e dall’aver fatto l’attòr giovane con Ettore Paladini e con la compagnia Sichel-Guasti. Di ritorno da una tournée nell’America del Sud, quando ormai recitava parti di «amoroso» nella compagnia Gemelli-Solari, passò al café-chantant, per caso. Furoreggiava in quegli anni al teatro «Eden» di Torino, Ersilia Sampieri, detta «La Signora del Varietà». Cantava, con il panama in testa, il monocolo e il bastoncino di bambù, una canzone francese tradotta in «Trista istoria»: «Ricordo il dì che t'incontrai - eri una povera sartina - e nell'aprile in fior t'amai - come una santa, o mia piccina». Franzi cantò questa canzone a Vittorio De Sabata, maestro di canto a Torino, e con lui studiò fino al debutto al teatro Bosio. Vennero poi le recite all’Olympia di Parigi con le Dolly Sisters, a Londra, in America, in Egitto. Quando lo stipendio di un impiegato era di trenta lire al mese, Franzi riceveva mille lire per sera, poco meno di Anna Fougez. I frequentatori del café-chantant bevevano e spendevano, conoscevano il francese, o dicevano di conoscerlo, per ordinare il «Veuve Cliquot», lo «Champagne Gran Gremant», la birra a «choppen» alla «buvette». Erano gli anni in cui la rendita italiana faceva premio sull'oro, la circolazione monetaria era di quattro miliardi e Giolitti era soddisfatto per il bilancio statale in pareggio; l'Apollo e la Sala Margherita avevano i loro «habitués» tra la sorgente classe capitalistica, già con le ossa robuste per lo sviluppo delle industrie e delle banche, i drammi familiari scoppiavano frequenti, i figli illustri sperperavano patrimoni per i piaceri fuori tariffa delle «chanteuses», i pescecani tradivano i soldati e mandavano al fronte scarpe di cartone.

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Alla stessa tavola si sono trovati Oreste Petrolini e Dino Falconi i quali hanno ricordato le glorie dei loro grandi padri, Ettore e Armando. Lubrani è stato per molti anni nella compagnia di Petrolini. Morto il grande comico ha continuato da solo con monologhi e macchiette famose. Qui è ritratto mentre rifa il celebre personaggio di «Giggi er bullo».

Fino alla grande crisi economica Franzi imperò come il Signore del Varietà, fu il «diseur à voix» di due generazioni, il creatore della canzone italiana recitata con voce morbida e gesti d’attore. In opposizione gli fu Alfredo Bambi, romano, detto il «comico dei gilets». Alto magro, era appena uscito dalla marsina di cameriere di una casa patrizia di Roma, per inserirsi nella corrente dei comici dai monologhi spinti che non risparmiavano neppure Dante Alighieri: «Nel mezzo dei cammin di questa via - m'hanno piazzato quale monumento - e sto a soffrire qui dal Cinquecento». A questo attore non poteva sfuggire l’importanza del monologo alla maniera dei cantastorie popolari. Er fattaccio, che fu il cavallo di battaglia e il brano che ne ricorda il nome nella storia del varietà, raccontava un fatto di sangue tra due fratelli con luccichio di lame e madre colpita a morte: «Quello che ha pubbricato "Er Messaggero" - sopra er fattaccio a Vicolo der Moro - sòr delegato mio... è tutto vero!». Anche l’altra sera il racconto sanguinoso è riuscito a scuotere l’atmosfera, aiutato dalla foga dell’attore; come se davvero il tempo si fosse fermato a quegli anni ingenui. Franzi e Bambi sono i superstiti di quel gusto, contaminato (o migliorato?) dal sopraggiungere della rivista, di un’altra moda, dalle prime canzoni sincopate. Il café-chantant morì con lo sviluppo del cinema, con l’abbinamento del varietà alle proiezioni cinematografiche ; quando la trasformazione del gusto impedì a un pubblico austero e composto la partecipazione chiassaiola alle esibizioni delle divette, quando i «numeri» non furono più sostenuti dalla foga e dalla libidine dei «blasés», quando fu necessario saltare a pesce sopra una siepe di baionette. Svuotato delle sue vecchie formule il varietà agonizzò e morì. L’Accademia della Foppa ha tentato una riesumazione, il pubblico si è abbandonato al can-can finale, ha gridato, ha riso, ha pianto ma ha sempre tenuto d’occhio l’orologio pronto a scattare per non perdere l’ultimo tram della notte.

Alfredo Panicucci, «Epoca», anno II, n.27, 14 aprile 1951


Epoca
Alfredo Panicucci, «Epoca», anno II, n.27, 14 aprile 1951