Come si fa una rivista?

Rivista

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Come si fa una rivista? Anche «Scenario» mi onora di questa domanda; e ancora una volta io rispondo: — Non lo so. Se lo sapessi ne trarrei profitto per non sbagliare mai. lì sbaglio sempre. Perché anche quando il Pubblico, la Critica, gli Incassi dicono che tutto va bene, io solo, guardando il mio spettacolo, dal buio fondo della sala, mi convinco sempre più d'avere sbagliato. L’ho chiesto allora ad un mio più che intimo nemico, il quale, in fatto di «riviste», la sa lunga: — Come si fa una rivista?

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Durante la prova; da sinistra, Franco Coop, Ermanno Roveri, Vera Vort, l'autore Michele Galdieri e il maestro Filippini.

— Anzitutto pensandola — mi ha risposto. — Molti credono che bastino venti battute comiche, cinque o sei canzonette, un comico a successo, molte belle donne, un pizzico di piume e due o tre pacchi di lustrini. Altri credono che basti fare un giretto nei teatri di Parigi e di Londra e avere buona memoria. Altri... lasciamo andare. E si trascura la cosa più importante: pensare Io spettacolo. Costruirlo nelle sue linee generali, curarlo nei dettagli, così come si fa per ogni altra forma di teatro, insomma, ricordando che una «rivista» per essere tale e non puro e semplice spettacolo di varietà deve parlare al cervello, al cuore, agli occhi dello spettatore e colpire sempre giusto, sia nel la satira, sia nel sentimento, sia nelle visioni coreografiche. Satira, sentimento, coreografia. Ecco i tre cardini su cui posa lo spettacoli di rivista: tre cardini artistici eminentemente, per uno spettacolo di solito e giustamente anche, considerato antiartistico.

Satira, dice Melzi, è componimento poetico che mordendo il vizio mira a correggere i costumi. Sentimento: giudizio, intelligenza, espressione viva di ciò che si sente. Coreografia: arte di comporre balli, pantomime e di segnare i passi e le figure della danza.

Tre parole, tre leggi che, se rispettate, dà uno all'autore di rivista il diritto e il dovere di prendere sul serio il suo spettacolo e di presentarlo nel modo più degno. Tutto ciò, naturalmente, in teoria. Chó, in pratica', le cose vanno molto differentemente.

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Pina Renzi in funzione di statua, nella rivista "Disse una volta un biglietto da mille", di Galdieri.

La satira, qualche volta, è soltanto velenosa sbavatura, maldicenza, denigrazione. Altra volta volgare pretesto per tentare di far passare al di là della ribalta sconcezze e vecchi «lazzi». A ciò fortunatamente mette riparo la Censura teatrale che da molti che «non ci sanno fare» viene dipinta come una vecchia arpia, come tremendo mostro in agguato.

Tutto si può dire, di tutto si può presentare il lato comico, grottesco, ma come, con quale tatto, con quale garbo e soprattutto con quale serenità, bisogna farlo! E in tal caso la Censura diventa collaboratrice preziosa: non sono le sue forbici a tarpare le tue ali se queste ali si tengono nel cielo e non guazzano nel fango, ma anzi fa in modo che n stino quanto più su è possibile.

Il sentimento, cioè l’espressione viva d ciò che si sente, è bandito dagli spettacoli del genere. Male. È proprio quell'esprimere sinceramente quel che tu senti e che gli spettatori hanno sentito forse prima di te a proposito d’un’arte, d’un provvedimento d'una nuova o vecchia usanza o che so io che ti dà il consenso della parte eletta de pubblico e nobilmente lo chiama in teatro E ciò induce l’autore a servirsi non di sim boli e di fantocci, ma di uomini veri, de passato e del presente, con le loro passioni i loro gusti, le loro tendenze, i loro affetti i loro rimpianti, le loro speranze e le loro delusioni, anche nel teatro di fantasia come in quello della commedia. La vera ragione della morte dell’operetta è qui: la mancanza assoluta di sentimento, di umanità dalle sue trame. Principi di carta pesta e duchesse di pasta frolla. Dove solo per poco è entrato il sentimento, la morte ha perduto.

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Un altro quadro della stessa rivista "Disse una volta un biglietto da mille"

Un'operetta di Bonelli ha trionfato a Berlino. Tutti conosciamo quell'operetta: c’è del sentimento e della poesia che trovano ancora risonanza nel cuore del mondo.

La coreografia molti credono che si debba limitare ad una sconcia esposizione di carne umana. Perciò molti autori nei loro copioni, tra una scena e l’altra, scrivono: «Qui, una danza». No. Le scene coreografiche devono essere pensate, come il testo. Scritte e descritte in copione, perché esse servono a commentare e talvolta ad esprimere da sole, ancora, un pensiero. Il compito del coreografo è quello di segnare i passi e le figure della danza, di sviluppare in armonica bellezza il discorso mimato .inventato soltanto dall’autore. E le ballerine devono essere belle non perché si debba, come tanti credono, attribuire al pubblico l’insana ansia di sensazioni carnali, ma perché senza bellezza non c’è armonia e senza armonia non c'è coreografia.

Che poi qualcuno le voglia belle per altri scopi, a noi non interessa affatto. Il successo (l'ima grande compagnia di riviste straniera era segnato dal numero delle macchine che attendevano all’uscita le ballerine, dopo lo spettacolo. A noi, confessiamo, dà persino tastidio uscire dal teatro e trovare cinque o sei baffuti gagà, in attesa di bionde danzatrici, tanto più che essi si guardano bene dal mettere piede in sala e dall'acquistare un biglietto.

Ma di solito si crede il contrario: l’autore di rivista è da molti ancora considerato un furbo speculatore della bellezza femminile e l'impresario, l’astuto «Madro» di svariate beltà internazionali.

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Un divertente quadro di "Disse una volta un biglietto da mille", affidato alla comicità di Ermanno Roveri e Franco Coop.

Allo stesso mio intimo amico, dopo il debutto d’una sua rivista a successo, alcuni giovanotti, facendogli mille complimenti, vollero «offrire un caffè». L’ingenuo cuor suo tremava d’orgoglio, benediceva tutte le ore di fatica dedicato a scrivere il copione, a mettere in scena lo spettacolo. Ma, ahimè, sorbito il caffè (che egli stesso tutto commosso, s’era affrettato a pagare per tutti) i giovanotti vennero al sodo: — Avete delle magnifiche ballerine... C’è quella bionda, alta, formosa che è un vero capolavoro... Dite, in confidenza, c’è niente da fare?

Volarono forse degli schiaffi: ma è certo che dopo un po’, analizzando la sua fatica, l'autore ebbe ben tristi pensieri. Egli, in sostanza, aveva offerto al pubblico un po’ di letizia, con qualche dialogo spassoso, qualche battuta ironica, qualche trovata gustosa; s’era servito cioè di quegli elementi teatrali leciti, onesti, dei quali si servono tutti gli autori del mondo, anche nell’altro campo; quello dell'Arte. Ma quale giovanotto si è mai sognato di offrire un caffè ad un autore di commedie per chiedergli poi a bruciapelo: — Scusate, con la prima attrice c’è niente da fare?

Strano destino quello d’un autore di rivista! La sua reputazione, il suo successo, la sua dignità dipendono da centomila cose lontanissime dalle sue abilità. Un siparietto che viene chiuso prima o dopo il momento giusto; un macchinista che ritarda a montare un praticabile e che obbliga i due attori che trattengono il pubblico a siparietto chiuso a tirarla così per le lunghe da stabilire in sala un senso di noia glaciale; un vestito male agganciato; un suggeritore che suggerisce troppo forte; un capocomico che vuole andare in scena ad ogni costo, anche se lo spettacolo non è maturo; un signore del pubblico che ha una tosse maledetta; un riflettore che s’incanta; un colore sbagliato; due gambe meno dritte delle altre, ecc. ecc.: migliaia e migliaia di piccole cose estranee piombano come mazzate sulle spalle del povero autore il quale, come è chiaro, non è responsabile.

Ecco perché è indispensabile, in tema di rivista, una collaborazione perfetta tra autore, impresa e capocomico. Ma ciò accade troppo di rado, perché l'autore possa serenamente attendersi dal suo spettacolo il meritato compenso. Se ciò avviene, il successo non manca.

Ma la maggior colpa d’un autore, specialmente di rivista, è proprio quella di avere successo. Nessuno — oltre quelli che le scrivono — pensa di poter scrivere commedie. Tutti — anche gli analfabeti — pensano di scrivere riviste. Così frivolo appare alla rappresentazione questo genere di teatro, che tutti, pienamente convinti, dichiarano: — Che ci vuole a fare una rivista!?

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La coreografica scena finale di "Disse una volta un biglietto da mille".

Difatti, non ci vuole niente. Bisogna saperla fare. E quando uno la sa fare, sono pasticci. Se le battute sono buone e spiritose e fanno ridere il pubblico, pacchi di lettere anonime giungono alle autorità competenti per denunciarle come oltraggiose contro Tizio, Caio, contro questa o quella istituzione. Se i dialoghi sono bonariamente comici, il critico parla di parole sguaiate, mentre le stesse parole oggi suonano in tutte le case, in tutte le famiglie. Se le coreografie sono belle ed efficaci, si parla di immoralità, di offesa al buon costume, mentre sulle spiagge, nei grandi balli, nelle grandi serate teatrali, va in giro tanta e tanta nudità femminile. Tutto ciò, ripeto, accade soltanto quando lo spettacolo ha successo. Perché, diversamente, il pubblico non ci va, l’impresa se la passa male, l'autore non guadagna un soldo, il capocomico mette i capelli bianchi, la compagnia si scioglie e tutti sono contenti.

Ho ringraziato con tutto il cuore il mio intimo amico per ciò che mi ha detto e gli ho promesso di scrivere una rivista, seguendo le sue leggi, i suoi avvertimenti, i suoi consigli.

E la scriverò. Avrò successo. Ma quando l’avrò avuto, avrò anche... una querela per plagio.

Michele Galdieri, «Scenario», anno VIII, n.2, febbraio 1939


Scenario
Michele Galdieri, «Scenario», anno VIII, n.2, febbraio 1939