Mantoni Corrado

Corrado Mantoni
Corrado Mantoni, detto Corrado (Roma, 2 agosto 1924 – Roma, 8 giugno 1999), è stato un conduttore televisivo, autore televisivo, conduttore radiofonico, attore, doppiatore, cantante e paroliere italiano.

Ha lasciato la sua firma, sia come presentatore che come autore, su molti dei più memorabili programmi televisivi italiani a partire dagli anni cinquanta, divenendo una presenza fissa e familiare del piccolo schermo, diventando in poco tempo uno dei personaggi televisivi più amati di sempre.

È per questo considerato uno dei padri fondatori della televisione italiana, insieme a Mike Bongiorno e Raimondo Vianello.

Prima che in televisione, fu molto attivo anche in radio (è considerato infatti il primo conduttore ufficiale della radio italiana), dove lavorò per oltre quarant'anni, divenendo anche qui uno dei personaggi più popolari ed apprezzati (fu lui ad esempio che annunciò eventi storici come la fine della seconda guerra mondiale o la vittoria della repubblica al referendum del 2 giugno 1946).

Svolse, pur se con minore intensità, anche l'attività di attore e doppiatore, sulla scia del fratello maggiore, Riccardo, con il quale per anni condivise anche lo pseudonimo Corima (ottenuto dalle iniziali dei loro nomi e cognome, in seguito utilizzato solo da Corrado), con il quale firmò molti dei suoi più famosi show radiofonici e televisivi.


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Corrado Mantoni, il “divo" di «Controcanale» ha ottenuto in poche settimane alla TV una popolarità più vasta di quella raggiunta in 17 anni alla radio.

«Non sapevo», ci ha detto Corrado commentando il successo ottenuto. «d’aver accumulato tanti amici durante la mia carriera. Ora che mi hanno visto, mi scrivono da tutte le parti d’Italia e non posso fare due passi per la strada senza essere riconosciuto; è una cosa che non mi era mài capitata e alla quale devo ancora abituarmi. Quando stavo alla radio, mi conoscevano tutti soltanto per la mia voce, e, appena mi allontanavo dal microfono, ridiventavo immediatamente anonimo. Un'unica volta, me lo ricordo ancora con meraviglia, un tassista romano riuscì a individuarmi. Salendo sulla sua vettura io dissi soltanto: "Alla stazione Termini", ed egli, senza nemmeno guardarmi, mi rispose: "Lei è Corrado". Ma fu .un’eccezione. Per il resto la radio non ha mai creato idoli come fa la televisione, neppure ai tempi del suo massimo splendore».

L’eventualità di divenire in breve tempo un "divo" della TV non entusiasma troppo Corrado Mantoni, il quale si considera tuttora un semplice impiegato della RAI, «proprio come un tecnico o un usciere», dice. D’altra parte l’improvvisa ondata di popolarità che lo ha investito non cambierà minimamente la sua condizione finanziaria, poiché egli continuerà a essere retribuito con uno stipendio fisso mensile.

Corrado si trova infatti ancor oggi nella stessa situazione di diciassette anni fa, quando venne assunto a Roma all’età di vent’anni come annunciatore del giornale radio. Quella professione, esercitata per breve tempo anche da suo fratello Riccardo (che oggi è uno dei più apprezzati registi televisivi), lo attirava a tal punto da fargli accantonare gli studi di giurisprudenza intrapresi due anni prima. L’attività dell’annunciatore era a quei tempi più complessa e faticosa di quanto lo sia adesso.

PIGNOLO E MALIGNO

Le trasmissioni non subivano i controlli accurati cui vengono sottoposte oggi e accadeva spesso che I testi da leggere contenessero errori del compilatore. Corrado si fece subito notare per la sua maestria nell’individuare le inesattezze e per il gusto con cui le faceva risaltare il più possibile. Imbattendosi in uno strafalcione nel corso della lettura egli usava fermarsi e dichiarare davanti al microfono:

«Chiedo scusa ma qui c’è scritto proprio così; mi auguro di potervi dare notizie più attendibili ne) prossimo giornale radio».

Nonostante questo, Corrado riuscì a compiere, in quei primi anni di carriera, passi da gigante. E nel 1949, finalmente, Corrado potè esordire come presentatore in una serie di trasmissioni imperniate sul contatto diretto col pubblico, che costituirono un eccellente trampolino di lancio verso quello che sarebbe stato il suo primo successo personale: Rosso e nero. uno spettacolo conclusosi soltanto alle fine del ’57 a causa della concorrenza fattagli da Lascia o raddoppia alla televisione. Senza saperlo Corrado fu con Rosso e nero uno dei primi presentatori a lanciare la moda dei giochetti col pubblico, che costituiscono ancor oggi il piatto forte dei più importanti spettacoli radiotelevisivi. La abilità e la spregiudicatezza con cui il giovane romano teneva a bada gli interlocutori con le sue frecciate gli valse in quel periodo il titolo di "presentatore cattivo", epiteto che ancor oggi calza perfettamente con la sua attività di commentatore del cinegiornale SEDI (i testi non sono però di Corrado ma di Ciorciolini).

Questa sua presunta "cattiveria" nei confronti degli ascoltatori Corrado Mantoni la giustifica come, un’esigenza professionale. «Gli spettacoli con l’intervento diretto del pubblico», dice, «costituiscono indubbiamente una trovata pubblicitaria, ma nello stesso tempo un grave pericolo per un presentatore. Guai se questi lascia che l’interlocutore prenda in mano le redini del discorso. Per il presentatore è come procedere su un terreno minato, in posizione di inferiorità. Quando non si riesce, nei primi minuti di conversazione, a instaurare un clima di reciproca fiducia con l’auditorio, conviene passare immediatamente all’attacco per evitare di doversi poi difendere affannosamente. È una tecnica che non ho inventato io e che veniva messa in pratica brillantemente anche dal povero Mario Riva».

SCHIAVI DELLE MACCHINE

Dopo la felice e lunga parentesi di Rosso e nero, Corrado Mantoni intensificò sempre più la' propria attività per la radio, di cui è attualmente un po’ il factotum, presentando ogni sorta di spettacolo, dall’oroscopo alla rivista, dalla trasmissione per le forze armate ai comunicati commerciali. Della televisione, Corrado non è entusiasta, nonostante riconosca che attraverso il video ha raggiunto In pochi mesi una popolarità nemmeno sfiorata in tanti anni di attività radiofonica. «Per quel poco che . conosco della TV», dichiara, «non credo che possa dare le stesse soddisfazioni che ricevo alla radio ogni giorno. Attualmente, ad esempio, sto compiendo un giro per i sanatori di tutta Italia con una trasmissione per i malati: Sorella radio. È un lavoro duro, difficile, a volte persino pericoloso. Ma diventa immediatamente meraviglioso quando si capisce di poter donare un briciolo di felicità a quel disgraziati. Il direttore di un istituto che abbiamo recentemente visitato con la nostra trasmissione mi spiegava di aver constatato che al nostro arrivo valeva per gli infermi più di una cura di quindici giorni. Sono parole che mi hanno reso felice e mi hanno fatto sentire più buono. Alla televisione, forse, si è troppo schiavi delle macchine. In una trasmissione come Controcanale il presentatore deve muoversi su una traccia prefissata, in un tempo prefissato, con un copione prefissato al quale non si può cambiare una virgola senza danneggiare un collega. Nulla viene lasciato all’estro e all’inventiva personale. Tutto sommato non so se riuscirò ad abituarmi a un slmile sistema, anche perché parto con due grossi handicap: avendo sempre fatto l’annunciatore o il presentatore di spettacoli improvvisati, non sono capace di fare le prove e inoltre non riesco a sorridere durante la trasmissione».

La possibilità che questi inconvenienti, a lungo andare, pregiudichino una sua completa affermazione sul video, non fa certo paura a Corrado Mantoni. Comunque vadano le cose in futuro, Corrado desidera tornare il più presto possibile al suo vecchio mestiere alla.: radio. Un mestiere di impiegato a stipendio fisso, che non offre certo le stesse garanzie di successo; e di popolarità di quello attuale ma che è forse l’unico che sa renderlo felice.

Paolo Occhipinti, «Oggi», anno XVII, n.1, 3 gennaio 1961


Si divertono gli autori a scrivere le battute dei varieté televisivi? Ne dubitiamo assai (ma allora perchè pensano che dovremmo divertirci noi?) Si divertono attori e presentatori a recitare le scenette scritte dai succitati autori? A guardarli non sembra. E' anche per questo che, nonostante gli applausi a comando e le risate degli invitati. i varietà televisivi risultano tanto sovente cosi noiosi. E «Il tappabuchi», che ci accompagna in queste settimane, non fa eccezione alla regola.

Eppure, ci sono casi nei quali attori e presentatori rompono il ghiaccio: ridono, perfino, senza che il copione lo preveda, alle loro stesse battute ed espressioni. Generalmente si tratta di casi nei quali una battuta o un gesto sopravvengono spontanei, inventati li per lì. E sono questi i casi nei quali si crea un'autentica comunicazione con il pubblico: questa, del resto, è la legge del palcoscenico ed è anche la legge del video. I comici autentici lasciano sempre un largo margine all'improvvisazione: i copioni, anche quando sono validi, rappresentano per loro più che altro un insieme di spunti, una traccia Ora. si potrebbe dire che i presentato-ri della nostra televisione non sono comici di mestiere, e che i comici di mestiere che si presentano dinanzi alle telecamere sono di livello modesto. E sarà anche vero. Temiamo però che a frenarli, o quanto meno a non stimolarli. siano anche i limiti rigidi che le «cautele» dei dirigenti della Rai fissano per loro.

Secondo noi, anche un presentatore come Corrado e un comico come Vianello alcune frecce al loro arco le avrebbero. E, di tanto in tanto, lo dimostrano. anche al «Tappabuchi». Il filone del contrasto tra presentatore e aiuto-presentatore non è certo un filone d’oro: e tuttavia, i loro duetti rimangono ancora la cosa più sopportabile dello spettacolo. Pensiamo, anche, all'abilità con la quale, non sempre con risultati di un medesimo livello naturalmente. Corrado sa condurre un gioco di per sè scontato e privo di autentiche possibilità comiche come quello dei cassetti. Corrado sa far «rendere» i concorrenti, sa anche prenderli in giro con discrezione: basta paragonare la sua vivacità, la sua comunicativa allo scipito paternalismo di Mike Bongiorno per avere la misura delle sue capacità, non straordinarie ma nemmeno scadenti. E pensiamo, per altro verso, a certe trovate mimiche di Vianello. a certi suoi silenziosi monologhi, che, coltivati, potrebbero rendere molto dinanzi alle telecamere. Del resto, non è forse vero che il duo Tognazzi-Vianello fu uno dei maggiori successi televisivi?

Adesso immaginate che, al «Tappabuchi», il giuoco del telefono-amico fosse autentico, non costruito in studio per fare da semplice pretesto alle povere battute scritte dagli autori del copione. Con la telesezione sarebbe facilissimo telefonare dagli studi a una qualsiasi persona in una qualsiasi città italiana. Ecco: quali possibilità potrebbe aprire questo per Corrado e Vianello? Quali sorprese? Ma è proprio delle sorprese che in via Teulada si ha terribilmente paura.

Giovanni Cesareo, «Noi donne», anno XXII, 1967



E' morto Corrado, il cattivo buono, l'inventore della tv sadomaso che maltratta gli esibizionisti per, far sentire chi è a casa più intelligente di chi va in tv. Chiunque l'altra sera abbia visto Mara Venier agitarsi con triste allegria dentro l'ennesimo baraccone di «gente comune» può capire quanto ci manca e ci mancherà uno come Corrado. In un paese di dilettanti allo sbaraglio, lui era un professionista. Con la sua voce morbidamente arrochita, un Sandro Ciotti corretto al miele, Corrado ha percorso in cinquant'anni di carriera tutte le tappe dell'imbarbarimento televisivo, avendo sempre cura di conservare un segno - la battuta perfido/bonaria, il sopracciglio marcato - che testimoniasse il suo distacco dagli aspetti più volgari del mestiere che amava.

Esordì alla radio con una buona notizia, annunciando agli italiani la fine della guerra. Noi della «Fazio Generation» lo ricordiamo in una serie di «Canzonissime», mentre si intrattiene con il nostro primo amore: la sgambettante Maga Maghella interpretata da Raffaella Carrà. Fra i suoi delitti a fin di bene c'è il battesimo di «Domenica In», che si è poi rovinata crescendo. Corrado usava la gente ma non la disprezzava come certi finti «presentatori del popolo» con la lacrima sempre innescata. Non si prestava a qualunque bassezza pur di piacere. Sapeva conservare una certa eleganza anche nell'annunciare un programma di pietanze o gli stonati della «Corrida». Insomma, era un presentatore normale. In un paese normale sarebbe passato quasi inosservato. Nel nostro, invece, quel signore in smoking che non diceva parolacce e che come Vianello comunicava soprattutto con i silenzi, è sembrato per decenni quasi un titano. Lascia un erede, Paolo Bonolis. Purché il ragazzo non esageri. Corrado aveva 75 anni


«Noi due avevamo un modo simile di scherzare ma soprattutto possedevamo, come diceva lui, il dono delle pause»

Nello scorso inverno, durante la serata di Canale 5 «Tre tenori», Corrado ebbe modo di ripetere a Raimondo Vianello, protagonista con lui e con Mike Bongiorno dello show, un invito già pronunciato altre volte: «Perchè non facciamo qualcosa insieme?». Il tempo per realizzare il progetto non c'è stato e Raimondo Vianello, ieri pomeriggio, ancora non riusciva a crederci: «Provo un grande dispiacere, non sapevo che Corrado stesse male, solo ieri, mentre stavamo lavorando, io e mia moglie siamo venuti a sapere che era grave, ma non avremmo mai immaginato una scomparsa tanto repentina». Mentre Sandra Mondaini non smette di piangere e di Corrado ricorda «il finto cinismo che in realtà nascondeva una grande sensibilità d'animo», Vianello preferisce ricordarlo «con il suo sorrìso».

Quello di quando per la prima o unica volta i due lavorarono insieme, in una trasmissione della fine degli Anni 60 intitolata «Il tappabuchi». «Beh, parliamo di tanto tempo fa. Andammo a fare quella trasmissione perchè ne era saltata un'altra e io dissi che avrei accettato solo so l'avessero chiamata con il nome giusto, cioè appunto "Il tappabuchi". In effetti era il primo esemplare di programma contentitore, corno quelli che si fanno adesso; noi recitavamo insieme, poi c'ora Nanni Loy con la sua candid camera. Io e Corrado avevamo un modo simile di scherzare, adesso provo una gran nostalgia per quell'esperienza tanto lontana». Non trova che abbiate anche avuto in comune quel modo gentile ma implacabile di prendere in giro la gente? «Si, avevamo dei punti in comune, anche se io tendevo di più alla recitazione. Corrado diceva "abbiamo questo gran dono delle pause" e io osservavo "si, ma come facciamo insieme, so tutti e due stiamo zitti?". Sia di me che di lui hanno sempre detto che eravamo pigri e invece abbiamo sempre lavorato; ci univa anche l'amore per la discrezione, il desiderio di non stare al centro dell'attenzione e di mantenere intatta la nostra privacy».

Che cosa apprezzava di Corrado? «Quel suo distacco bonario, il modo piacevole con cui metteva in imbarazzo la gente che andava volentieri a farsi prendere in giro da lui. E questo perchè non c'era mai un clima di forzatura. Corrado veniva dalla gavetta, aveva accumulato un'enorme esperienza, non a caso è stato anche autore tv, possedeva veramente il senso dello spettacolo». Seguiva la «Corrida»? «Non la vedevo tanto spesso, ma penso che bisognava essere molto bravi a condurla. Certo, era una trasmissione un po' cinica, però, come diceva sempre Corrado, "sono loro, gli ospiti, che ci vogliono venire"». Chi è oggi, secondo lei, l'erede di Corrado? «Non so, certo lui ha fatto più scuola di altri e molti delle nuove generazioni si sono ispirati al suo stile. Forse Lippi ha un po' ereditato da lui, anche se adesso la maniera di presentare è molto cambiata, come d'altro canto tutta la televisione». In che modo? «Adesso parlano tutti velocemente, tanto velocemente che non si capisce neanche bene quello che dicono e forse non è nemmeno importante capirlo. Noi, invece, facciamo le pause, tutta un'altra cosa. La verità è che la fine di Corrado apre un altro vuoto in una tv che sta diventando sempre più aggressiva e anche forzatamente trasgressiva. La trasgressione, secondo me, dovrebbe venir fuori da sola, altrimenti è volgarità e la volgarità è inutile».

Fulvio Caprara, «La Stampa», 9 giugno 1999



«Era il mio mito ed il mio sogno quando arrivai dall'America Noi due siamo stati gli ultimi figli del bianco e nero»

«Ho pianto, mi dovete scusare. La televisione non è solo una scatola magica. E' storia di vita, porta dentro uomini e memorie da raccontare. E' normale che abbia pianto. Corrado per me era un sogno, un mito». Dice così Mike Bongiorno, il più grande dei senatori tv. Ma se dovesse raccontare Corrado in tre parole che cosa direbbe? «Un tipo inimitabile, sornione, simpatico. Direi che era uno che non aveva bisogno di parlare. Ecco, questo direi. Bastava che lui facesse un sorriso che si capiva subito cosa pensava. Alla Corrida, per avere il suo giudizio su un concorrente, ara sufficiente inquadrarlo». Quando l'aveva conosciuto? «L'ho conosciuto a Roma. Arrivavo dall'America. Mi dissero: ti diamo una trasmissione radio. Il "Motivo in maschera", si chiamava. C'era sempre un grande movimento nei corridoi della radio. Lo incontrai così. Lui faceva solo radio. Forse, mi prese in giro subito, già allora...».

Perché la prendeva in giro? «Beh, sì. Sempre. Io e lui scherzavamo sempre su chi fosse il vero papà della tv. In realtà sono io proprio per quello che ho detto prima, perché Corrado all'epoca era un divo della radio e non riusciva a ottenere l'autorizzazione a lavorare in tv. Così debuttai io per primo». Perché ha detto che era un sogno, un mito? «Ricordo l'ammirazione che avevo per lui quando subito dopo la guerra lo sentivo alla radio. Io ero in America e mi dicevo chissà se un giorno riuscirò a essere come lui. Fui fortunato perché alla fine dogli Anni Quaranta, cominciai a fare il corrispondente della Rai dagli Stati Uniti e poi riuscii ad arrivare in Italia». E Corrado? «Lo conobbi dopo. Noi siamo gli ultimi figli del bianco e nero, di un'epoca che sembra già lontana, ma che è irripetibile, perché è l'epoca dei pionieri. E' morto davvero un personaggio che appartiene alla storia della radio e della televisione» Chi resta di quell'epoca, Mike? «I senatori sono Bongiorno, Corrado, poi Vianello come attore e solo adesso come presentatore. L'ultimo è Baudo. E la senatrice è la Carrà». Ma possiamo dire che Corrado è stato l'uomo che ha portato in tv l'ironia dei nostri vicini, la simpatia di un'Italia minore? «Sì, l'ho detto prima. Era molto simpatico. Aveva un sarcasmo particolare. Aveva bonomia, era- no belle le sue smorfie, gli occhi. Era un grande personaggio».

Quante volte vi siete trovati insieme in trasmissioni tv? «Ah, tante volte. Con la Carrà c'è imo sketch famoso che questa sera manderanno in onda chissà quante volte per ricordare Corrado. Io facevo l'idraulico che veniva a rompere le scatole a Raffaella Carrà e a Corrado che era il suo amante. Molto divertente, non so se l'avete visto». E con Corrado quante altre volte? «L'ultima poco tempo fa, quando fecero quella trasmissione in nostro onore, "I tre tenori". E' anche l'ultima volta che l'ho visto. Purtroppo, mai più pensavamo che lui stesse già male. Alla cena, dopo il programma, lui era già partito. Tanto per cambiare, pensai. Perché lui era una persona molto schiva ed era difficile coinvolgerlo in feste o occasioni comuni che non fossero strettamente di lavoro. Non posso dire che eravamo amici, perché non l'ho frequentato poi così tanto. Però, Corrado fa parte della mia vita, della mia giovinezza». Oggi che ricordo ne ha? E' un ricordo triste? «No. Quando ci vedevamo eravamo sempre molto allegri. Lui mi prendeva sempre in giro. Era un personaggio con un suo umorismo sarcastico. Mi ricordo che prima dei "Tre tenori", l'avevo visto un'altra volta, a Roma, per una trasmissione in "suo onore».

Pierangelo Sapegno, «La Stampa», 9 giugno 1999


Caro Corrado, mi hai profondamente ferito e non ci credo ancora che tu sia volato via, troppo presto. Tu non hai età, tu non sei malato, sei solo voluto andar via in silenzio, con discrezione come hai vissuto in privato, da sempre. Se oggi sono generosa con i miei compagni di lavoro, se uso l'ironia e l'autoironia, se sono vicina alla gente, se non ho paura di essere positiva, se mi faccio rispettare quando serve, se amo stare dietro alle telecamere e sentirmi utile come autore tv, se non ho timore di mostrare i miei sentimenti, ma con riserbo, lo devo anche a te. Sono stata fortunata: il primo compagno del primo lavoro importante, come era «Canzonissima», era fondamentale per tracciare il modo con cui intraprendere il cammino futuro di una giovane attrice che non conosceva la tv. E tu mi hai insegnato tanti valori e comportamenti che non scorderò mai. Te lo devo e te lo prometto. Sono le 15 e 25 e sul Televideo, dopo la notizia della tua scomparsa, appare una scritta: «E' un grande giorno per la pace nel Kosovo...». Strana combinazione, senza commento. Non ti dimenticherò mai, mai, mai. Ti voglio bene.

Raffaella Carrà, «La Stampa», 9 giugno 1999


Col sorriso sornione e un pizzico di cinismo è stato trai padri fondatori delia Rai Poi ha contribuito all'irresistibile ascesa dei canali Fininvest negli Anni Ottanta - Iniziò a lavorare nel '44 con la radio creata dagli Alleati Condusse programmi molto popolari da «Canzonissima» a «Fantastico» e nel '76 inventò «Domenica In»

Corrado Mantoni è morto ieri a Roma. Stava per compiere 75 anni. «Neoplasia polmonare», afferma il freddo comunicato oltre il quale la famiglia, da sempre schiva e riservata, come riservatissimo era lui, non è voluta andare. I funerali si svolgeranno in forma privata. Corrado era la Corrida. E non soltanto per assonanza, o per popolarità. Anche per vocazione. Quella vocazione beffarda e sarcastica che il presentatore ostentava, mitigandola con il sorrìso sornione e con il distacco.

Prima di tutto da se stesso e dal suo ruolo. Dietro il suo cinismo, c'era quel salutare distacco che indicava al telespettatore la via: guardate che scherziamo, suggeriva, guardate che stiamo giocando. E giocando giocando ha inventato in Italia quello che adesso si chiama il «reality show», e che porta le persone comuni a fare spettacolo di loro stesse. Il significativo sottotitolo della «Corrida» (ultima edizione ràltr'anno su Canale 5, quando umiliava continuamente «Fantastico» di Raiuno nello scontro del sabato sera) era «dilettanti allo sbaraglio». Corrado li portò in tv come già negli Anni Sessanta li aveva portati alla radio, sempre con successo.

I personaggi chiamati ad esibirsi erano spesso talmente impreparati da suscitare i fischi e gli schiamazzi del pubblico in sala, gli sguardi complici tra il conduttore e il direttore d'orchestra, il suo complice, il maestro Pregadio. Da notare il «mix» sapiente dei partecipanti scelti per lo spettacolo: in mezzo a coloro che accettavano di essere messi alla berlina, c'era sempre qualcuno che sapeva fare quello che prometteva. In modo da garantire, in quella sorta di circo che era il programma, la presenza del pagliaccio ma anche quella del clown bianco. Nato nel 1924, Corrado cominciò a lavorare, nel '44, al PWB, Public Work Bureau, il servizio radiofonico americano.

Poi diventò annunciatore dell'Eiar («avevo una bella voce», scrisse nella sua autobiografia «... E non finisce qui», uscita per Mondadori nel febbraio di quest'anno), poi dalla radio passò alla televisione. Tanta televisione: «La prova del nove», «Il tappabuchi», «La trottola», due Canzonissime con Raffaella Carrà e le «Domeniche in» degli Anni Settanta (ancora una volta, un pioniere), che condusse insieme con Dora Moroni. Fino al terribile incidente che paralizzò lei per tanto tempo e portò lui su una sedia a rotelle. Dopo un «Fantastico», sempre con la Carrà, ci ni il suo definitivo passaggio alla Fininvest. Era il 1983, lui fu chiamato a rendere familiare la fascia del mezzogiorno.

E nacque quel «Il pranzo è servito» che fece dire a Berlusconi, dopo aver visto la prima puntata: «Bene, me ne faccia trecento». Nell'86, l'idea geniale di portare la Corrida sul video. Soltanto quest'anno Corrado non l'aveva condotta. Aveva girato l'episodio pilota di uno sceneggiato in cui interpretava se stesso nel ruolo di presentatore-investigatore. Il 21 novembre, con Bongiorno e Vianello, aveva partecipato ad un omaggio che Costanzo e Mentana avevano reso ai Grandi Vecchi della tv italiana. Era sempre ironico, ironiche le gag con gli altri due, mentre si rinfacciavano reciproci rimbambimenti. In quell'occasione aveva detto a Costanzo, non riuscendo a scordare la morte: «Se dovesse capitare a me, ricordatemi senza fronzoli».

Alessandra Comazzi, «La Stampa», 9 giugno 1999



«E non finisce qui» è il titolo dell'autobiografia che Corrado pubblicò nel febbraio di quest'anno, una lunga intervista raccolta da Fiero Magi, giornalista e amico di antica data, oltre che vicino di casa, in campagna. Esordisce ammonendo: «Non voglio raccontare la mia vita. Voglio che la mia sia una confessione, non un diario. Sono un presentatore, non uno storico». Di questo «racconto di un presentatore» pubblichiamo alcuni passi significativi.

ALLA RADIO, IL GIORNO DEL PROVINO
Non era ancora finita la guerra, Corrado aveva vent'anni e cercava lavoro. Aveva una bella voce, l'Eiar aveva bandito un concorso. Il giovanotto ci provò. «Il giorno del famoso provino arrivai con una paura fottuta e con il terrore di essere respinto. Perché per me a quel punto la radio era diventata ormai un'ossessione. Peggio: un sogno che dovevo immancabilmente realizzare. Tra gli esaminatori c'era Vittorio Veltroni, il padre di Walter. "Io ho gli americani che stanno sotto casa", mi disse. Io risposi: "Senta Veltroni, noi qui abbiamo ancora i tedeschi . Insomma, metà Roma era tedesca e metà americana».

POVERI MA BELLI
Alla fine della guerra, le radio ricostruì quasi immediatamente i suoi impianti e riprese a funzionare con regolarità. Corrado visse quegli anni difficili ed esaltanti nello stesso tempo leggendo le notizie alla radio. Ma anche realizzando un programma coinè «Sorella radio» che veniva portato in giro per l'Italia. «Ogni settimana eravamo in un ospedale diverso. A volte un sanatorio, a volte un manicomio. Al manicomio di Roma, Santa Maria della Pietà, monsignor Bardelli terminò il suo intervento dicendo: "E che lo Spirito Santo discenda su di voi. Un ricoverato seduto nelle ultime file, un tipo magro, allam¬ panato, si alzò in piedi con gli occhi che luccicavano e nel silenzio più totale disse: "No, io non scendo proprio da nessuna parte". Lo fecero scendere due infermieri.

IL PRIMO SUCCESSO
Avvenne con il programma, sempre radiofonico, «Il rosso e il nero». Corrado era un precursore, lo è stato lungo tutta la sua camera: qui, per la prima volta, fece intervenire gli ascoltatori nel programma. «Ruotava tutto intorno a un gioco. La trasmissione iniziò a richiamare pubblico. I giochetti, che ora si fanno sia alla Rai sia a Mediaset, si può dire che siano nati con "Il rosso e il nero". La trasmissione ebbe tanto successo che arrivò una circolare della direzione che vietò l'intervento del pubblico, perché ormai la gente faceva letteralmente a pugni per partecipare. Poi il programma fu ripreso anche in televisione. In una puntata mi fu affiancata Sofìa Loren, che non ricordo se era già Loren o era ancora Scicolone».

ARRIVA LA POPOLARITÀ TELEVISIVA. E LA RIVALITÀ?
Dopo aver presentato, nel 1949, un programma alla tv sperimentale della Triennale di Milano, Corrado esordisce ufficialmente sul video nel 1960, con «Il rosso e il nero». Come altri colleghi, passava disinvoltamente da un mezzo di comunicazione all'altro. «Ho sempre cercato di creare in studio un'atmosfera amichevole, non ho mai fatto il divo, e così sono sempre riuscito a mettere tutti, tecnici e artisti, nella condizione di dare il meglio. Non c'era rivalità con Bongiorno, Tortora, Baudo, seguivamo filoni diversi: Bongiorno conduceva i quiz, Tortora trasmissioni di carattere giornalistico e io facevo varietà. Baudo un po' di tutto, ma senza dare noia a nessuno. Fino a quando non è stato, come dire, il notaio sempre presente della Rai».

IL DEBUTTO CON CANZONISSIMA
Era il 1970, arrivò per Corrado il momento della consacrazione televisiva, compiuto attraverso il rito del sabato sera e delle sue canzoni. «Raffaella Carrà e io fummo riconfermati per due anni consecutivi. Non era facile farsi riconfermare, perché questo dipendeva esclusivamente dal livello dell'audience. Avevamo avuto un successo notevole, anche e soprattutto per le indubbie capacità di Raffaella. Una donna piacevole, provocante, ma mai scorretta né fuori luogo»

«DOMENICA IN» MOLTIPLICATO TRE
Corrado condusse tre edizioni del contenitore che cominciò con lui. Fu durante la terza edizione che ebbe il terribile incidente d'auto con Dora Moroni, una tragedia che, al solito, diede adito anche a pettegolezzi. Durante la prima edizione, nel 1976, anno della crisi del petrolio, le auto non potevano viaggiare, la gente andava in bicicletta. E non guardava la televisione. «Venni chiamato per tenere gli italiani a casa. Meno si viaggiava in automobile e meglio andava l'economia. Il programma fu anche l'antesignano del talk show, io parlavo con gli ospiti. Si facevano, è vero, un sacco di chiacchiere, che però spesso risultavano divertenti (...). Al secondo anno ero deciso ad abbandonare "Domenica in", perché temevo di inflazionarmi. Ma accadde una cosa incredibile. Venne fuori che l'anno successivo la trasmissione sarebbe stata affidata a Pippo Baudo. Quando cominciò, lui dichiarò: "Non faremo più una presentazione in pantofole". Io gli risposi che aveva ragione e che la gente da quel momento si sarebbe messa le scarpe comode per uscire di casa in modo da non vedere "Domenica in". So che Baudo la prese male (...). Nelle prime puntate della terza edizione dovetti condurre la trasmissione seduto su una sedia a rotelle perché mi era capitato quel terribile incidente automobilistico di cui i giornali parlarono per giorni e giorni. Mi spostavano da un punto all'altro dello studio. Poi ho cominciato a stare meglio e a reggermi con il bastone».

LA FININVEST E BERLUSCONI
Il passaggio da Rai a Fininvest avvenne nel 1986, senza clamori né polemiche, secondo il costume di Corrado. Con il Cavaliere si trovava bene, lo ammirava «per la sua semplicità». «Registrai il numero zero del "Pranzo ò servito" e ovviamente Berlusconi venne invitato in sala di proiezione ad assistere. Non aprì bocca, né fece un gesto per tutta la durata del programma. Alla fine si alzò, mi venne incontro e mentre io, malgrado il mio passato di professionista, ero come impietrito, mi tese la mano dicendomi: "Bravo, me ne faccia trecento"».

E FU CORRIDA
L'idea di trasferire sul video fi programma radiofonico degli Anni Sessanta che portava «dilettanti allo sbaraglio» maturava da anni nella testa di Corrado, che non aveva mai dimenticato i sondaggi che raccontavano il gradimento del pubblico. Eppure quando, nell'86, si decise di tentare l'esperimento, il presentatore era perplesso: «La televisione non è la radio, temevo che l'impatto con gli ospiti non fosse, alla fine, gradevole. Volevo che la trasmissione risultasse come uno di quegli scherzi che i toscani chiamano con una parola antica, cioè una burla, che si fa in compagnia di gente simpatica, senza remore o falsi pudori».

LE RACCOMANDAZIONI
Nonostante i timori di Corrado, la formula del programma ottenne un clamoroso successo. Tutto filò liscio, anzi, cominciarono ad arrivare le raccomandazioni per partecipare. «Risultato, zero. Una volta mi telefonò l'onorevole De Mita per raccomandarmi un tizio. Di li a qualche giorno mi giunse una seconda telefonata nella quale De Mita ribadiva la raccomandazione. Le richieste proseguirono par un paio di settimane. Richieste alle quali continuavo garbatamente a dire di no. Poi mi misi in sospetto. Feci telefonare alla segreteria di De Mita e venni a sapere due cose: la prima era che il parlamentare non mi aveva mai chiamato, era in viaggio nel Sud per la campagna elettorale e tutto aveva per la testa fuor che raccomandare qualcuno alla Corrida. La seconda è che quell'uomo che imitava benissimo la voce di De Mita era un grullo qualsiasi. Lo contattammo e lo mandammo alla direzione generale della Rai». Una recente immagine di Corrado Mantoni con MaraVenler.A sinistra con l'amico-rivale Pippo Baudo, che di lui dice: «Permeerà come un fratello maggiore, e se faccio questo mestiere lo devo a lui. Gli ho sempre voluto bene e gliene vorrò sempre».

Alessandra Comazzi, «La Stampa», 9 giugno 1999


 

 

 

 

«Corriere della Sera», 9 giugno 1990


«L'Unità», 9 giugno 1990

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«Il Piccolo di Trieste», 9 giugno 1990

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Foto: Getty Images



Riferimenti e bibliografie:

Paolo Occhipinti, «Oggi», anno XVII, n.1, 3 gennaio 1961