De Filippo Giuseppe (Peppino)

peppino-de-filippo

All'anagrafe Giuseppe De Filippo (Napoli, 24 agosto 1903 – Roma, 27 gennaio 1980), è stato un attore, comico e commediografo italiano. È stato uno dei più importanti e apprezzati attori comici italiani, sia in ruoli di protagonista che di coprotagonista. Grande popolarità ebbe la sua presenza accanto a Totò in molti film di successo degli anni cinquanta e sessanta.

Figlio naturale del commediografo Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo nonché fratello di Eduardo e Titina, si esibì sui palcoscenici sin da bambino.
Dopo varie esperienze con diverse compagnie teatrali, sempre in ruoli da 'generico', nel 1931 fonda con i fratelli la Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo. È un'esperienza di grande successo: tournée in tutta Italia, nuove commedie, critiche entusiaste e teatri sempre pieni. Tuttavia nel 1944, per dissidi con il fratello Eduardo (dovuti anche alla relazione che Peppino aveva iniziato con Lidia Maresca, che divenne poi la sua seconda moglie[1]), Peppino lascia la compagnia. Questa separazione darà modo a Peppino di trovare un suo stile come autore, distinguendosi da Eduardo per il tono delle sue commedie, più leggero. Anche come attore Peppino avrà modo di mostrare tutta la sua versatilità; si ricordano in particolare due interpretazioni che danno la dimostrazione della capacità di Peppino di uscire dai limiti del teatro brillante e dialettale: quella de Il guardiano di Harold Pinter, diretto da Edmo Fenoglio nel 1977 con Ugo Pagliai e Lino Capolicchio, e quella di Arpagone ne L'avaro di Molière.

Ma Peppino non è legato solo al teatro: probabilmente la sua grande popolarità è dovuta soprattutto al cinema e alla televisione. Il suo sodalizio con Totò in diversi film ha dato vita ad una delle più celebri e acclamate coppie comiche del cinema italiano. I due attori, infatti, avevano una straordinaria intesa e capacità di compensarsi, e Peppino De Filippo può considerarsi senza dubbio il partner migliore di Totò, al punto che nel suo caso il termine "spalla" sarebbe senz'altro riduttivo. I loro film furono straordinari successi di pubblico, sebbene la critica dell'epoca li snobbasse; in particolare si ricordano: Totò, Peppino e la malafemmina (memorabile la scena della lettera dettata da Totò e scritta da Peppino, divenuta un vero cult, affettuosamente citata da Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere), Totò, Peppino e i fuorilegge, La banda degli onesti. Ha lavorato anche con Federico Fellini e Alberto Lattuada in Luci del varietà: sarebbe poi tornato a lavorare col Maestro riminese nell'episodio Le tentazioni del dottor Antonio, inserito in Boccaccio '70.
Altrettanto memorabile è il personaggio inventato per la trasmissione televisiva Scala reale: Pappagone. Un umile servitore, al servizio del Cummendatore Peppino De Filippo, in cui convergono le tipiche maschere del teatro napoletano (Pulcinella e Felice Sciosciammocca), inventore di un gergo particolarissimo ed esilarante. I suoi 'pirichè', 'ecquequa', 'carta d'indindirindà' entrarono nel parlato comune divenendo modi di dire diffusissimi. Alla fine del 1979 le sue ultime partecipazioni televisive dove, già malato, conduce il varietà televisivo "Buonasera con..." coadiuvato dalla collaborazione del figlio Luigi. Del programma televisivo De Filippo incise anche la sigla dal titolo "La gallina", uscito anche su 45 giri.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

J4 Peppino De Filippo Foto link


Peppino De Filippo, raccolta di articoli di stampa


1947 12 14 L Europeo De Filippo intro

Peppino De Filippo non ama la critica, o meglio sembra dare la preferenza a un critico solo: il pubblico. E' questo un altro dei tratti che lo distinguono da Eduardo. Quando Eduardo, rappresenta una commedia nuova, scritte da lui stesso (è ormai difficile che rappresenti commedie nuove d’altri autori), tutto è predisposto in modo di creare un avvenimento teatrale anche riguardo alle forme. Eduardo ambisce tutti i crismi; autore e attore, benché la sua origine dialettale e l'indole personale lo portino a tenere nella massima considerazione la sovranità, popolare, non ammetterebbe d’essere giudicato da una diecina di critici secondari. L’anno scorso, alla prima di Filumena Marturano, dopo il secondo atto ebbe il piacere di farsi fotografare nel suo camerino insieme a quasi tutti i critici milanesi Da Simoni a Campanile, quelle fotografie rappresentavano un giudizio avanti lettera. Peppino, invece, da un paio d'anni, rappresenta le sue commedie nuove in serate nelle quali in altro teatro venga rappresentata una novità più importante. Non è difficile rimandare uno spettacolo di ventiquattr'ore, o intendersi con la direzione di un teatro. Evidentemente la coincidenza è creata di proposito.

Peppino sa che le sue commedie non reggono a un vaglio rigoroso, e sa che i sostituti dei critici più che esprimere un giudizio si attengono alla cronaca della serata. E' quel che basta. Il suo pubblico gli è fedele, composto di gente alla buona che va in teatro per veder lui, sicura di vederlo alla ribalta per tre quarti della commedia e disposta ad attenderlo pazientemente ogni volta ch’esce di scena. E' un pubblico che non si domanda nemmeno se la stessa commedia recitata da un altro attore, gli procurerebbe altrettanto diletto. Così è accaduto dall'ultima sua commedia Il bandito sono io. E' una farsa della quale i giornali si sono occupati pochissimo. Andò in scena, annunziata all’ultimo momento all’Olympia di Milano, la stessa sera, in cui all’Odeon andava in scena una novità di Géraldy annunziata da una settimana. Anche ai critici dei settimanali la cosa sembrò di poca importanza, ma la farsa si rappresenta da quindici sere e andrà avanti per un pezzo. C’è dentro di tutto, lazzi antichi, situazioni acquisite, battute nemmeno sempre rivestite a nuovo. Ma la vivezza di Peppino è tanta che nessuno ci pensa. E del resto è ammissibile anche un teatro scacciapensieri.

E' ammissibile soprattutto per gente che pensi poco, ma intanto la rivalità Eduardo-Peppino continua. Bei tempi, quelli dei primi De Filippo. Non erano Eduardo, nè Peppino nè Titilla, ma tutti insieme. Si sapeva che i tre fratelli avevano caratteri difficili, che fuori del teatro non erano divertenti e allegri come apparivano sulla scena, e per averne conferma bastava incontrarli dopo la recita in qualche casa amica. Peppino stava seduto ore ed ore su un divano, con repressione di uno il quale non si avveda della gente che gli si muove attorno. Eduardo non stava mai fermo, ma era difficile vederlo sorridere, e dai muscoli della sua faccia in continua vibrazione si diffondeva una penosa inquietudine. Titina, o era assente o aveva l’aria aggressiva. Sul palcoscenico, tuttavia, quel trio era perfetto. Tanto perfetto che anche adesso, nelle belle commedie di Eduardo, c’è sempre una parte per Peppino, recitata da altro attore e che invece si vorrebbe vedere interpretata da lui.

Cominciò Titina ad andarsene con Taranto. Lasciò il teatro per la rivista, e la distinzione era più che altro formale. Nelle riviste di Taranto la commedia ha gran parte, e nella recitazione dei De Filippo sono sempre presenti tanto l’eredità di Scarpetta quanto la memoria dei loro inizi che sono legati all’avanspettacolo e al caffè-concerto. Le farse di Peppino, in questo senso, significano appunto un ritorno allo stile dei primi tempi. Dopo un po’ d anni anche Peppino e Eduardo si divisero e gli appassionati del loro teatro pensarono con rammarico che non avrebbero più potuto riascoltare Natale in casa Cupiello. Eduardo si riuniva a Titina e la ricollocava in primo piano, ma l’antagonismo con Peppino s’inasprì, si esasperò, diventò, dicono, cattivo. Entrambi napoletani, entrambi autori di commedie, entrambi portati alle parti comiche (benché la sensibilità di Eduardo sia più ricca e profonda), pur contrastandosi cercarono di distinguersi imo dall’altro. Il dispetto indusse Eduardo a privarsi perfino del cognome che da tempo ha cessato di figurare nei manifesti delle sue compagnie: tanto lo conoscono tutti. Necessità pratiche indussero Peppino a rinunziare al dialetto napoletano e a circondarsi di attori che recitano in lingua. Ma anche questa rinunzia non ha niente di concreto. Le compagnie di Peppino e le sue commedie, sebbene tradotte in lingua italiana, rimangono tipicamente dialettali.

Il dissidio è profondo e non si sa quando nè come potrebbe aver fine. Esso mette a dura prova i rappresentanti del Reame di Napoli che sono numerosi in ogni città d’Italia. Nessuno vorrebbe dare la preferenza a uno dcji due fratelli; tutti si comportano con Eduardo badando di non offendere Peppino, e con Peppino in modo di non urtare la suscettibilità di Eduardo. A Milano, maestri di questa pratica sono don Peppino Somma e i fratelli Petriccione, Per essi vedere i De Filippo riuniti in una sola compagnia sarebbe un grande avvenimento e sicuramente in segreto sperano che ciò accadrà. Ma quando i piatti sono rotti è difficile riaggiustarli.

Raoul Radice, «L'Europeo», anno III, n.50, 14 dicembre 1947


1950 12 03 L Europeo Peppino De Filippo intro

Peppino De Filippo s’è tolta la maschera di Pulcinella ma sotto ce n’era un’altra: la sua

Roma, novembre

Peppino De Filippo legge con molta attenzione tutto ciò che si scrive sul suo conto. Lo spirito polemico non gli fa difetto e di solito la reazione è immediata. Debuttò al Quirino più di un mese fa con la commedia « Gennarino ha fatto il voto », già rappresentata a Milano e a Napoli, ma nuova per il pubblico romano. In quell’occasione i critici di Roma, che per lo più sono larghissimi di elogi per Peppino attore, giudicarono con insolita severità Peppino commediografo. Nel giudizio ebbe peso una certa irriverenza che percorreva la farsa. Nessuno pose problemi confessionali, ma tutti ne fecero una questione di gusto. Peppino De Filippo s’indispettì e il giorno dopo, su tutti i muri in prossimità
del teatro, e altrove, apparvero manifesti di formato elettorale stampati in colori diversi. Ognuno di essi riproduceva con caratteri vistosi i giudizi favorevoli con cui Simoni, Palmieri, Carrieri, Terron ed altri avevano accolto la prima di « Gennarino ». Sia dipeso da ciò, o dal fatto che la prima sera anche il pubblico del Quirino si era divertito, la farsa fu rappresentata senza interruzioni per più di un mese.

Era una rivincita, ma a Peppino il successo non bastò; tant’è vero che alla sua seconda novità « Per me come se fosse », prima che si alzasse il sipario ha sentito il bisogno di venire alla ribalta e dire qualche parola circa la data di nascita della commedia. Tenacia nel sentirsi offeso che è la prova di un impegno che oltrepassa la permalosità. Del resto la testardaggine è tra i motivi dominanti del teatro di Peppino, é il carattere dell'uomo cocciuto è forse tra quelli ch’egli esprime con maggiore ricchezza di particolari. Anche Camillo, protagonista di « Per me come se fosse », entra nel numero. Camillo, dopo una partita a carte con la moglie, un amico e un vicino di casa, ha sognato che la moglie e il vicino lo tradivano. Peppino non si stacca mai troppo dalla propria origine, nè da alcuni temi fondamentali del teatro farsesco! Perciò lascia capire che la cagione del sogno di Camillo potrebbe consistere, non in un legittimo sospetto, ma nell’aver mangiato a cena troppi fagioli.

II sogno, crudele e ossessionante, gli apparve tuttavia con troppa chiarezza per poter dimenticarlo. Di esso Camillo cerca prove concrete, interroga il vicino, la moglie, l’amico (il quale era arrivato con un cocomero che si ingrandiva a vista d’occhio); e non riuscendo a ottenerle si rivolge a un avvocato chiedendo che tutti i particolari dell’incubo siano esposti ai magistrato.

L’avvocato è un imbroglione, lo capiscono tutti; l’antico, il quale non ne dubita, pensa di riportare l’ordine nella mente di Camillo mediante una droga e la recitazione di un secondo sogno riparatore. Intanto la moglie, fino allora fedele, angustiata dalla irragionevolezza del marito incomincia a considerare con occhio diverso l’uomo che nei sogni del marito è il suo amante. Cioè nel momento in cui la realtà sembra aver vinto una allucinazione, il sogno incomincia a farsi reale. Tutto questo è nella regola, va dallo « Sgana-relle cocu immaginaire » di Molière al « Cocu magnifique » di Crommelynck; e prima di Molière c’era già stato nella commedia dell’arte un « Arlecchino cornuto per opinione ».

Ma senza rinunziare all’antico, la farsa spesso è più pronta della commedia ad accogliere idee, atteggiamenti e indagini della vita moderna, e a piegarli ai suoi fini. Ferravilla fu tra i primi a collocare sulla scena un telefono e a servirsene per parlare « con Lucifero in persona »; collegato con l’inferno non domandava cose trascendenti, ma notizie dell’amico Brambilla.

Ora è la volta della metapsichica. Altri se ne occupano con maggiore sussiego, si adoperano a porsi un problema e ad approfondirlo; Peppino, e diciamo pure il teatro napoletano (anche se la sua compagnia recita in lingua ed egli ha sostituito il borghese al povero diavolo che fu per qualche anno la maschera di attualità), è più disinvolto e più vivo. Il problema, anche se esiste, è introdotto nella farsa come notizia di cronaca, nuovo congegno comico o motivo di sorpresa. Diventa il problema di Pulcinella, che è sempre lo stesso, ma che aggiornato ci guadagna.

Di questo tipo, Peppino è erede diretto. Ancora al principio del secolo, a Napoli, quando Pulcinella compariva in casacca bianca, il pubblico invitava l’attore a togliersi per un attimo la maschera. Peppino se l’è levata per sempre, e alla bravura del gesto e delle intonazioni ha aggiunto la mimica della faccia. Le sue farse rispondono bene anche a questo suo gioco eccezionalmente ricco.

Raoul Radice, «L'Europeo», anno VI, n. 49, 3 dicembre 1950


Sposato tre volte, dalla sua prima moglie Adele Carloni ha avuto un figlio, Luigi, che continua con successo l'attività paterna; in seconde nozze sposò l'attrice e soubrette Lidia Maresca (attiva con il nome d'arte Lidia Martora), sorella di Marisa Maresca, sposata dopo una convivenza trentennale nel 1971, poche ore prima della morte dell’attrice. Nel 1977 sposa Lelia Mangano, sua partner in compagnia.


Rastrellamenti fascisti

Eravamo nel 1944 quando i tedeschi si preparavano a lasciare Roma per l’avanzare delle truppe alleate dal Sud. Io mi trovavo al Teatro Eliseo a svolgere una stagione teatrale con la mia compagnia. Improvvisamente non si sa come, perché e da chi Totò, avendo saputo che tanto io quanto mio fratello Eduardo dovevamo essere “prelevati” dai tedeschi e condotti al Nord, si preoccupò di inviarci, in segreto, un amico ad avvertirci. Io e mio fratello interrompemmo le recite e trovammo sicuro rifugio presso la casa di una nostra cara amica nel rione Parioli. Totò ne venne a conoscenza. In quella bella accogliente dimora vi rimasi ben trattato e foraggiato con tutti i riguardi una quindicina di giorni ma sempre cercando nel mio cervello la ragione vera per cui ero stato costretto a tenermi nascosto. “Forse”, pensavo “mi sarò lasciato sfuggire qualche frase pericolosa... ma Totò come ha fatto a sapere? Che gli avranno riferito? Che sia stato uno scherzo...?” Il tempo passava in questa atmosfera di dubbio e sempre impaurito e preoccupatissimo. L’eventualità che qualcuno potesse scoprire il mio nascondiglio non mi faceva dormire sonni tranquilli.

Un giorno la cameriera di casa venne a dirmi che fuori, in sala, c'era una ragazza che chiedeva un mio autografo e che per ottenerlo poteva mostrarmi un biglietto di “raccomandazione”. Impensierito accettai di ricevere la ragazza e questa mi diede a leggere il suo bigliettino. Su questo era scritto: “Caro Peppino, questa bella ragazza desidera un tuo autografo, il mio l’ho già dato, le ho detto il tuo indirizzo, accontentala, Antonio”. Antonio era semplicemente Totò. Si può immaginare il mio disappunto. Andavo gridando per tutta la casa: “Ma Totò è scemo? Mi vuole fare fucilare? Ma come? Mi fa nascondere e poi va dicendo in giro dove sono nascosto? Ma è pazzo?” Nondimeno accontentai la ragazza che, ridendo ironicamente... se ne andò. In casa si dettero tutti da fare per calmarmi. Avessi avuto Totò nelle mani, in quel momento, lo avrei maltrattato seriamente. Fu tanto il mio “nervoso” che decisi di non partecipare alla cena. Avevo i nervi fino alla cima dei capelli. Ma poi... i pensieri, le preoccupazioni... mi fecero cambiare idea e... “poscia più che il dolor potè il digiuno”. Mi presentai in camera da pranzo e... dovetti subire lo sfottò di tutti i presenti.

A guerra finita, tornata la calma e la serenità negli animi di tutti, quando ebbi l’occasione di rivedermi con Totò gli domandai: “Ma Anto’? Chi venne a dirti che i tedeschi ci volevano portare al Nord? Fu uno scherzo? Dimmi la verità!” Rispose: “Uno scherzo? Fossi matto. Tutti gli artisti dovevano essere portati in alta Italia. Io pure. Ringrazia Dio che venni a saperlo da persona sicura”. “E la ragazza”, soggiunsi io, “quella dell’autografo?” “Quello si,” rispose lui, “quello fu uno scherzo!” Uno scherzo! Cosa da pazzi. In quell’epoca! Roba da infarto. Finalmente, come Dio volle, Roma vide le truppe alleate per le sue antiche vie fino allora tenute sotto il pesante tallone tedesco.

Peppino De Filippo


Il ricordo più divertente è un ricordo tragicomico... Era proprio il periodo della guerra. Io lavoravo al Valle e i De Filippo stavano all'Eliseo. Un amico mi chiamò dalla questura dicendomi che i tedeschi volevano arrestare me e i De Filippo. Allora telefonai a un amico per andarmi a nascondere. Prima di recarmi da lui, passai all'Eliseo per avvisare i De Filippo. Eduardo non c'era, c'era Peppino. Gli dico: «Peppì, qui succede così e così, bisogna scappare». «Ah sì, scappiamo, dove scappiamo? Dove scappiamo?» «Tu la prendi alla leggera, scherzi?» gli faccio. «Vengono i tedeschi, chi sa cosa ci vogliono fare...» «Ah, vengono qua? E dove ci portano? In albergo?» «No» gli dico, «ci fucilano!». E me ne andai, cioè corro a nascondermi da quest'amico che mi avrebbe ospitato gentilmente. Naturalmente nessuno doveva sapere che ero lì. Dopo mezz'ora che sto là, quest'amico mio viene e mi dice: «Senti, c'è una cugina mia che ti vuol conoscere, che ti ha visto a teatro, è una tua ammiratrice...». Dico: «Don Lui'», si chiamava Luigi, «Don Lui', nessuno deve sapere che sto qua...». «Sì, ma è una parente...». «Vabbe', Don Lui'...» Questa viene, piacere... piacere... e compagnia bella. Dopo un'oretta torna lui e dice: «C'è un mio compare...». Questo per due giorni di seguito. Alla fine dico: «Don Lui', qui dove sto io lo sa tutta Roma. Se i tedeschi chiedono dove sta Totò... tutti gli dicono che sta qua...».

Antonio de Curtis


Durante l’occupazione tedesca, misi in scena Quando meno te l’aspetti, una rivista scritta in collaborazione con Galdieri. Con Galdieri ho sempre avuto una splendida collaborazione, io mi occupavo degli sketch comici, lui del resto. Quando meno te l'aspetti aveva tutto un significato politico, era cioè “quando meno te l’aspetti la sorte muta”, e poi c’erano tante battute che si riferivano al regime di allora e che la gente captava immediatamente. Insomma, in quegli anni, quando c’era un regime che imponeva di non aprire bocca, la aprivamo magari con la paura, come nel caso mio...

Abbiamo avuto noie terribili e una bomba sul teatro, il Valle, e poi tutti i giorni richiami dal Ministero della Cultura Popolare. Pochi giorni prima della liberazione di Roma ebbi una telefonata dalla questura e una voce anonima mi disse: “Si nasconda perché verranno a prenderla”. Allora io tagliai la corda e mi rifugiai nella casetta di alcuni amici vicino Colleferro. Ma ci durai poco perché, di tutti i posti al mondo, ero andato a imboscarmi proprio vicino a una polveriera, con gli aerei americani che tutti i giorni venivano per bombardarla. Cosi tornai a Roma e mi eclissai in periferia. Si, i fascisti e i tedeschi volevano proprio portarmi al nord perché io con le battute della rivista in cui mettevo della malignità me la prendevo con loro. Ma del resto, vedevo i rastrellamenti, le fucilazioni, mica potevo restarmene a fare lo gnorri, e che caspita! Certo, ne abbiamo passate... Al nord volevano portarci anche Eduardo De Filippo, fui io ad avvertirlo.

Antonio de Curtis


Caro mio amico Totò. Mi diceva sempre di voler recitare in prosa con me. Con me solo, diceva, avrebbe voluto tentarlo. Ma come era possibile? Che avrebbe guadagnato economicamente, lui che soprattutto tartassato dal Fisco, più di ogni altra cosa, in fatto di lavoro, doveva mirare solo al guadagno del momento? Infatti, ogni volta che cominciavamo un film, se ne usciva con questa frase: «Basta... sono stufo, Peppì, di questa fatica... altri quindici film e poi... basta: mi ritiro e faccio teatro!».

Peppino De Filippo


 

In quel tempo un nostro caro amico, Michele Galdieri, figlio del celebre poeta e drammaturgo napoletano Rocco Galdieri “Rambaldo”, morto prematuramente nel 1921, volendo seguire le orme paterne che a suo tempo s’era anche rivelato un fertilissimo autore di spettacoli di rivista, prima per la compagnia di Eduardo Scarpetta, poi per altri complessi artistici dell’ambiente teatrale napoletano, ci propose un copione d’una rivista che molto argutamente rifletteva la vita sociale di quell’epoca e in particolar modo quella di Napoli, una grande città sempre male amministrata e per questo eternamente disordinata, confusa e imprevedibile, adattissima quindi a satireggiarla e a criticarne gli usi e i costumi. Il copione di Galdieri però aveva una storia. Per quanto il nostro amico l’avesse proposto a parecchi impresari teatrali napoletani non era riuscito a “piazzarlo”. Si sosteneva che il testo valeva poco per cui non sarebbe piaciuto. Ma a me e a mio fratello, leggendo attentamente, quel testo piacque moltissimo, e cosi proponemmo a Galdieri di formare con noi due una gestione capocomicale sociale e di rappresentare subito la rivista col titolo polemico La rivista che... non piacerai Galdieri accettò. Eravamo tre giovani ognuno con il cervello pieno d’idee fresche e con tanta volontà di sfondare in qualche modo, come dire: rompere finalmente quel muro fatto di mafia e camorra che stringeva quella parte di Napoli rivistaiola come in una morsa dalla quale non sembrava mai possibile potersene liberare; ma noi, sotto molti aspetti, ci riuscimmo, con meraviglia di non pochi negrieri di quel genere teatrale. Facendoci anticipare del denaro da una nota strozzina formammo la compagnia e ordinammo scene e costumi. Un coraggio da leoni! Mano mano che si spendeva, i soldi andavano esaurendosi, ma noi fidavamo pienamente sul successo dello spettacolo e non tememmo di firmare cambiali su cambiali. Come Dio volle, dopo un mesetto di prove, la rivista andò in scena nella seconda metà di luglio del 1927 e il successo fu incondizionato e clamoroso! Un consenso di pubblico e di critica eccezionale. L’indomani dell’andata in scena tutta Napoli commentava più che favorevolmente l’avvenimento teatrale. Figuriamoci la felicità mia, di mio fratello e del caro Galdieri.

(...) Mi scritturai nella Compagnia Molinari del Teatro Nuovo che in quell'epoca si preparava a mettere in scena il suo solito spettacolo di rivista col titolo Pulcinella principe in sogno...! (titolo ricavato da un volume di versi di Ugo Ricci, edito dalla Editrice Tirrena di Napoli, 1928). Vi ci aveva collaborato anche mio fratello Eduardo scrivendo per l’occasione l’atto unico Sik-Sik, l’artefice magico (una vicenda tra il comico e il grottesco sulle vicissitudini di un prestigiatore da strapazzo, della sua compagna e del suo “compare” di lavoro). Poiché Eduardo edio guardavamo il teatro secondo il nostro gusto e maniera e sempre come da tenerlo in un alone addirittura sacrale, per godere — sia pure in uno spettacolo rivistaiuolo — un po’ di mano libera... pensammo di formare un gruppo di attori con noi due a capo e inserirlo nella formazione Molinari.

Un mezzo per poterci sentire un poco più indipendenti, infatti la gestione Molinari avrebbe dovuto scritturare me e Eduardo come capocomici di quel gruppo che avremmo proposto. La nostra proposta venne accettata, il gruppo venne costituito con la denominazione Ribalta Gaia e inserito nello spettacolo come ditta a parte. La formazione artistica fu la seguente: Eduardo, io, Titina nostra sorella con il marito Pietro Carloni, Carlo Pisacane, Agostino Salvietti, Tina Pica e Giovanni Berardi. Fu quello, in verità, l’inizio della vera fortuna di noi De Filippo. Fu in quella occasione che il nostro nome di attori, ben capaci di uscire dalle vecchie formule teatrali (in cui, per esempio, si tollerava bene che un attore entrando in scena potesse rispondere con un profondo inchino all’applauso di saluto che gli indirizzava il pubblico), cominciò a correre sicuro e veloce sulla bocca di tutti. Del successo enorme che ottenne quello spettacolo di rivista la parte del leone spettò al Sik-Sik di mio fratello Eduardo.

Dopo un breve e disastroso corso di recite al Puccini di Milano, poiché era già stato stabilito per contratto con la Suvini-Zerboni, passammo al teatro Excelsior di corso Vittorio Emanuele e si può immaginare con quale stato d’animo depresso e impaurito. Se si fosse ripetuto anche li lo stesso tonfo artistico del Puccini, potevamo considerarci rovinati. Ma la fortuna, finalmente, ci volle assistere e il successo, un successo davvero inaspettato arrivò ad ali spiegate. Il pubblico dell’Excelsior ci tributò un consenso inimmaginabile per intensità e convinzione. Gli applausi, al calar del sipario, non riuscimmo a contarli tanti ne furono. Ci sentimmo ripagati di tutte le sofferenze morali dei giorni precedenti e incoraggiati a riprendere il nostro lavoro sostenendolo con maggiore fiducia e tenacia. Nonostante, però, il magnifico lusinghiero successo, sarebbe stato difficile procurarci in quel momento altri contratti tanto più che con l’approssimarsi della stagione autunnale, l’impresario Aulicino del Teatro Nuovo di Napoli, nel preparare i suoi spettacoli di rivista per l’inverno, desiderava scritturarci col nostro solito gruppo Ribalta Gaia e il contratto fu presto stipulato. Nel corso iniziale della stagione, riuscimmo a convincerlo di farci tentare nel suo teatro uno spettacolo scritto da me dal titolo: Tutti uniti canteremo in due atti e uno in un atto già rappresentato altrove: Don Raffaele ’o trumbone. La nostra proposta fu accettata, anche perché la condizionammo al nostro contratto invernale, le due commedie andarono in scena e il successo, giuro, fu davvero strepitoso.

Immediatamente dopo, io e mio fratello, incoraggiati dal successo che aveva ottenuto il nostro spettacolo di prosa, cominciammo a far programmi per una nuova sortita e detto fatto concludemmo e sottoscrivemmo un breve impegno per avanspettacolo della durata di una sola settimana, come prova, con la direzione del cinema-teatro Kursaal di via Filangieri in Napoli nei pressi di via dei Mille. Era questo un locale frequentato dalla Napoli bene, abbastanza grande, pulito, di stile moderno e provvisto di un piccolo palcoscenico attrezzato alla meglio per spettacoli di prosa. Con il nostro solito gruppo di attori vi debuttammo la sera del 21 dicembre del 1931 con un atto unico scritto appositamente da mio fratello dal titolo: Natale in casa Cupiello. Quel genere di teatro in chiave essenzialmente umoristica, che in Natale in casa Cupiello (prima maniera) si manifestava in senso assoluto dalla prima all’ultima parola del testo, fu il fattore primo dell’enorme successo di arte, stile e carattere. Quel nostro senso teatrale d'humour mai fino allora conosciuto sufficientemente sui palcoscenici italiani, quel parlare, cioè, con sorriso amaro di cose affatto liete, quel presentare con un velo di comicità ora spesso ora lieve ciò che in realtà è triste e penoso, deludente e doloroso... fu il cardine intorno al quale si mosse il nostro successo. Quel successo che poi in breve valse ad imporci, con grande prestigio artistico, in tutto l’ambiente teatrale italiano. I napoletani, in massa, cominciarono ad affluire nella elegante sala di via Filangieri che in pochissimo tempo cominciò a registrare esauriti su esauriti tanto che dovemmo prolungare il contratto di altre due settimane e il nome dei tre De Filippo: Peppino, Eduardo e Titina cominciò a passare di bocca in bocca e sempre con maggiore stima e curiosità. Un vero e indimenticabile trionfo artistico quel debutto! L'impresario del cinema-teatro ci propose un terzo prolungamento di contratto e alla fine la fortunata stagione si protrasse per ben sette mesi consecutivi: dalla fine del di unico nuovo per settimana: ad ogni cambiamento del programma cinematografico: ogni lunedi in genere!

Peppino De Filippo


Teatro

Trampoli e cilindri, (Un atto in dialetto napoletano) (1927)
Un ragazzo di campagna, originariamente rappresentato con il titolo Tutti uniti canteremo (Farsa in due parti) (1931)
Don Rafele 'o trumbone, (Commedia in un atto) (1931)
Spacca il centesimo, (Commedia in un atto) (1931)
Miseria bella, (Farsa in un atto) (1931)
Una persona fidatissima, (Farsa in un atto) (1931)
Aria paesana, (Storia vecchia uguale per tutti in un atto) (1931)
Amori e balestre!, (Farsa in un atto in dialetto napoletano) (1931)
Sto bene con l'elmo, (commedia in un atto unico) (1931)
Cupido scherza e spazza, (Farsa in un atto in dialetto napoletano) (1932)
Quale onore, (Farsa in un atto) (1932)
Caccia grossa, (Un atto ironico romantico) (1932)
Cinque minuti dopo, (Atto unico) (1932)
Uno, due e tre - Hop...là (atto unico) (1932)
A Coperchia è caduta una stella, (Farsa campestre in due parti) (1933)
La lettera di mammà, (Farsa in due parti) (1933)
Quaranta ma non li dimostra, (Commedia in due parti in collaborazione con Titina De Filippo) (1933)
Il ramoscello d'olivo, (Farsa in un atto) (1933)
I brutti amano di più, (Commedia romantica in tre parti) (1933)
Lorenzo e Lucia, (commedia in tre atti) (1934)
Liolà (dalla novella di Luigi Pirandello, trasposta in dialetto napoletano) (1935)
Un povero ragazzo, (Commedia in tre atti e quattro quadri) (1936)
Il compagno di lavoro, (Un atto in dialetto napoletano) (1936)
Il mio primo amore (atto unico dei fratelli De Filippo, radiotrasmesso) (1937)
Bragalà paga per tutti!, (Un atto in dialetto napoletano) (1939)
Il grande attore, (Commedia in un atto) (1940)
Una donna romantica e un medico omeopatico, (Da una commedia - parodia in cinque atti di Riccardo di Castelvecchio. Riduzione in tre atti in dialetto napoletano) (1940)
...di Pasquale del Prado, (rifacimento in tre atti di Lo chicos crescen di Darthes e Damiel) (1941)
Prestami cento lire, (atto unico di A. Vacchieri, versione napoletana di Peppino) (1941)
Non è vero... ma ci credo, (Commedia in tre atti) (1942)
I casi sono due, (Commedia in tre atti) (1945)
Quel bandito sono io!, (Farsa in tre atti e quattro quadri) (1947)
L'ospite gradito!, (Tre atti comici) (1948)
Quel piccolo campo..., (Commedia in tre atti) (1948)
Per me come se fosse!, (Commedia in due parti e quattro quadri) (1949)
Carnevalata, (Un atto)(1950)
Gennarino ha fatto il voto, (Farsa in tre atti) (1950)
I migliori sono così, (Farsa in due parti e otto quadri) (1950)
Pronti? Si gira!, (Satira buffa in un atto) (1952)
Pranziamo insieme!, (Farsa in un atto) (1952)
Io sono suo padre!, (Commedia in due parti e quattro quadri) (1952)
Pater familias, (Commedia in un atto) (1955)
Noi due!, (Commedia in un atto) (1955)
Un pomeriggio intellettuale, (Commedia in un atto) (1955)
Dietro la facciata, (Commedia in un atto) (1956)
Le metamorfosi di un suonatore ambulante, (Farsa all'antica in un prologo, due parti e cinque quadri. Con appendice e musiche di Peppino De Filippo) (1956)
Il talismano della felicità, (Farsa in un atto) (1956)
La collana di cento noccioline, (Commedia in un atto) (1957)
Omaggio a Plauto, (Un atto) (1963)
Tutti i diavoli in corpo, (Un atto) (1965)
L'amico del diavolo, (Commedia in tre atti) (1965)

 Filmografia

Tre uomini in frac, regia di Mario Bonnard (1933)
Il cappello a tre punte, regia di Mario Camerini (1934)
Quei due, regia di Gennaro Righelli (1935)
Sono stato io!, regia di Raffaello Matarazzo (1937)
L'amor mio non muore, regia di Giuseppe Amato (1938)
Il marchese di Ruvolito, regia di Raffaello Matarazzo (1939)
In campagna è caduta una stella, regia di Eduardo De Filippo (1939)
Il sogno di tutti, regia di Oreste Biancoli e Ladislao Kish (1940)
Notte di fortuna, regia di Raffaello Matarazzo (1941)
L'ultimo combattimento, regia di Piero Ballerini (1941)
A che servono questi quattrini?, regia di Esodo Pratelli (1942)
Le signorine della villa accanto, regia di Gian Paolo Rosmino (1942)
Non ti pago!, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1942)
Casanova farebbe così!, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1942)
Campo de' fiori, regia di Mario Bonnard (1943)
Non mi muovo!, regia di Giorgio Simonelli (1943)
Ti conosco, mascherina!, regia di Eduardo De Filippo (1943)
Io t'ho incontrata a Napoli, regia di Pietro Francisci (1946)
Natale al campo 119, regia di Pietro Francisci (1948)
Vivere a sbafo, regia di Giorgio Ferroni (1949)
Biancaneve e i sette ladri, regia di Giacomo Gentilomo (1949)
La bisarca, regia di Giorgio Simonelli (1950)
Luci del varietà, regia di Federico Fellini e Alberto Lattuada (1950)
Signori, in carrozza!, regia di Luigi Zampa (1951)
La famiglia Passaguai, regia di Aldo Fabrizi (1951)
Bellezze in bicicletta, regia di Carlo Campogalliani (1951)
Cameriera bella presenza offresi..., regia di Giorgio Pastina (1951)
Totò e le donne (1952)
Ragazze da marito (1952)
Non è vero... ma ci credo (1952)
Una di quelle (1953)
Siamo tutti inquilini (1953)
Il più comico spettacolo del mondo (1953)
Martin Toccaferro (1953)
Via Padova 46 (1953)
Peppino e la nobile dama (1954)
Un giorno in pretura (1954)
Le signorine dello 04 (1955)
Piccola posta (1955)
Motivo in maschera (1955)
Io piaccio, regia di Giorgio Bianchi (1955)
I due compari (1955)
Il segno di Venere (1955)
Gli ultimi cinque minuti, regia di Giuseppe Amato (1955)
Accadde al penitenziario (1955)
Cortile (1955)
I pappagalli (1955)
Un po' di cielo (1955])
Totò, Peppino e la malafemmina (1956)
Totò, Peppino e i fuorilegge (1956)
Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956)
La banda degli onesti (1956)
Peppino, le modelle e chella là (1957)
La nonna Sabella (1957)
Vacanze a Ischia, regia di Mario Camerini (1957)
Totò, Peppino e le fanatiche (1958)
La nipote Sabella (1958)
Tuppe, tuppe Maresciallo (1958)
Anna di Brooklyn, regia di Vittorio De Sica e Carlo Lastricati (1958)
La cambiale (1959)
Arrangiatevi! (1959)
Pane, amore e Andalusia (1959)
Policarpo, ufficiale di scrittura (1959)
Ferdinando I, re di Napoli (1959)
Signori si nasce (1960)
Letto a tre piazze (1960)
Chi si ferma è perduto (1960)
A noi piace freddo...! (1960)
Genitori in blue-jeans (1960)
Il mattatore (1960)
Gli incensurati, regia di Francesco Giaculli (1960)
Il carabiniere a cavallo (1961)
Totò, Peppino e...la dolce vita (1961)
Totò e Peppino divisi a Berlino (1962)
I quattro monaci (1962)
Il mio amico Benito (1962)
Il giorno più corto (1962)
Boccaccio '70 (1962)
Totò contro i quattro (1963)
I quattro tassisti (1963)
I quattro moschettieri (1963)
Gli onorevoli (1963)
Adultero lui, adultera lei (1963)
La vedovella (1964)
Made in Italy (1965)
Rita la zanzara (1966)
Ischia operazione amore (1966)
La fabbrica dei soldi (1966)
Soldati e capelloni (1967)
Non stuzzicate la zanzara (1967)
Zum Zum Zum la canzone - Che mi passa per la testa (1968)
Zum Zum Zum n 2 (1969)
Lisa dagli occhi blu (1969)
Gli infermieri della mutua (1969)
Ninì Tirabusciò la donna che inventò la mossa (1970)
Giallo napoletano (1979)

Prosa radiofonica
RAI

Ventiquattr'ore di un uomo qualunque , di Ernesto Grassi con Peppino De Filippo, Mario Siletti, Luigi De Filippo, Lidia Martora, Gina Amendola, regia di Peppino De Filippo, secondo programma, lunedì 3 ottobre 1955 ore 21

Onoreficenze

Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— Roma, 2 giugno 1975


Riferimenti e bibliografie:

  • Salvatore Tolino, Mostra storica permanente della Poesia, del Teatro e della Canzone Napoletana, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1999.
  • Pasquale Sabbatino e Giuseppina Scognamiglio (a cura di), Peppino De Filippo e la comicità nel Novecento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2005, ISBN 88-495-1058-6.
  • Pasquale Sabbatino e Giuseppina Scognamiglio (a cura di), Per Peppino De Filippo attore e autore, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2010, ISBN 978-88-495-1792-7.
  • Peppino De Filippo, su CineDataBase, Rivista del cinematografo
  • Peppino De Filippo, su Internet Movie Database, IMDb.com
  • Peppino De Filippo, su AllMovie, All Media Network
  • Peppino De Filippo, su filmportal.de
  • Peppino De Filippo, su Discogs, Zink Media
  • Peppino De Filippo, su Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana
  • Peppino De Filippo - Vesuviolive.it, su vesuviolive.it
  • Peppino De Filipo in "Una famiglia difficile", Marotta, Napoli, 1976
  • Peppino De Filippo ne "La Voce di Napoli", 22 aprile 1967
  • Peppino De Filippo, Strette di mano - Il principe De Curtis, “Il Messaggero”, 13 aprile 1969
  • "I De Filippo e il teatro borghese", Enrico Fulchignoni, «Tempo», anno IV, n.62, 1 agosto 1940
  • Raul Radice, «L'Europeo», anno III, n.50, 14 dicembre 1947
  • Gian Gaspare Napolitano, «L'Europeo», anno VI, n.32, 6 agosto 1950
  • Raoul Radice, «L'Europeo», anno VI, n. 49, 3 dicembre 1950
  • Corrado Pavolini, «Epoca», anno II, n.52, 6 ottobre 1951