Delia Scala: «ho ritrovato me stessa»

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Adesso che so come è andata a finire, non faccio che chiedermi perchè non sono passata alla rivista molto prima. Non credevo proprio, che pubblico e critica potessero tanto entusiasmarsi a vedermi sfilare in passerella. Eppure, non sono una Marilyn Monroe. Da tempo, da molto tempo aspettavo di sentire il pubblico cosi vicino a me, esattamente da cinque anni, da quando cioè decisi di fare del cinema. Mi conosco bene, io. So che nei film nei quali ho lavorato avrei potuto fare molto di più solo che m’avessero affidato interpretazioni adatte al mio temperamento. Invece, per un motivo o per l’altro, ho sempre sostenuto parti che non sentivo o che sentivo scarsamente. « Scampolo »: questo avrei sempre voluto essere sullo schermo, ma mai nessuno me ne ha dato la possibilità. Ora, strano a dirsi, ho finalmente ritrovato me stessa, attrice cinematografica, nel teatro di rivista.

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Delia Scala e Franca Gandolfi ("maschera d'argento" delle soubrettine) in «Giove in doppiopetto»

Per essere sincera, il giorno in cui incominciai la carriera di "soubrette" non sapevo nemmeno io che cosa avrei dovuto fare per essere diversa dalle altre pur bravissime colleghe. Non era con la mancanza di scale, di gioielli o di ancheggiamenti che potevo differenziarmi dalle altre. E’ stato Dapporto a darmi il suggerimento più intelligente: « Devi essere, sul palcoscenico, come sei nella vita privata. Avrai un successo strepitoso». E. a quanto pare, il successo è arrivato. Chiamandomi l' "antisoubrette", i giornali non potevano farmi complimento più bello.

Ma che paura, la sera del debutto! Le gambe mi tremavano e la voce mi usciva dalla gola a spizzichi. Fate presto voi a dire: per un’attrice del cinema, abituata alla macchina da presa, il debutto nel teatro non dovrebbe essere molto preoccupante. Un bel niente. Ne so qualcosa io. Di due cose, soprattutto, ero preoccupata: dell'incontro diretto col pubblico e del canto.

Vedete: quando si lavora nel cinema, se una scena non va. la si può rifare. Finita una sequenza. si può chiedere al regista: allora, come è andata? Se dice « bene », tanto meglio. Se dice «male», si rifà la scena fino a che tutto fila. Ma in teatro, se uno sketch va male, sono fischi. Ebbene, il pubblico mi spaventava per questo e anche per un altro motivo: quello di averlo a un metro di distanza, a guardarti con occhi pieni di curiosità. per "sezionarti" e criticarti subito, senza possibilità di appello. Quando ho messo piede per la prima volta nel teatro dove attualmente mi trovo, qui a Milano, mi sono sentita accapponare la pelle. « Ma io dovrei lavorare in un teatro cosi grande? ». dissi a voce alta. E d'istinto girai i tacchi come per andarmene. Fu Dapporto a prendermi sotto braccio e a farmi coraggio.

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In questa danza sul tino, nel "Mambo della vendemmia", Delia Scala dà dimostrazione della sua origine di danzatrice classica.

Negli anni della guerra

L'altra mia preoccupazione era il cantò. Quando io canto, mi vergogno come una ladra; mi vien da ridere a sentire la mia voce. Il primo giorno delle prove. salgo sul palcoscenico e, davanti a quaranta o cinquanta persone. Dapporto mi dice: «Vieni qui, Delia; cantiamo insieme, io e te, questa canzone». Mi mette in mano un foglio di carta sul quale erano scritte le parole e incomincia a cantare, accompagnato da Kramer al pianoforte: « E’ assai difficile il mestiere del marito ». al che io dovevo rispondere: « Ma è più difficile il mestiere della moglie ». Soltanto che a lui toccavano le note basse, méntre a me quelle altissime. Fu un mezzo fiasco. « Andiamo bene » dissi. Intervenne allora Kramer, che cambiò le tonalità delle note che dovevo cantare io, e tutto si risolse per il meglio. Adesso ho preso confidenza col pubblico e col canto e respiro molto meglio.

Il pubblico. Se potessi, a volte abbandonerei la passerella pei andare in platea a baciarmelo. Nella scena del "mambo della vendemmia”, ad esempio, ad un certo punto io faccio dei grandi salti su un tino. Quando sono quasi alla fine del quadro dopo aver compiuto una quindicina di salti, sento che il pubblico è tutto per me.

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Delia Scala in un quadro della rivista «Giove in doppiopetto»

Ho ventiquattro anni ed è questa la prima volta che faccio parte di una compagnia di rivista. Avrei dovuto debuttare tre anni fa con Walter Chiari ma mia madre me Io impedì. « Quando sarai un po’ più grandicella ci ripenseremo», mi disse. Da allora ho avuto parecchie offerte per far compagnia con Billi e Riva, lo stesso Dapporto e Rascel. Mi sono decisa a fare il grande passo, dal cinema alla rivista, il 14 maggio di quest'anno. Mi trovavo a Viareggio, in convalescenza per una broncopolmonite. Ai primi di quel mese. mi raggiunsero in quella località. Sirri per conto di Walter Chiari e Giovannini e Garinei per Dapporto. Ricordo che di giorno discutevo con Sirri nel bar del mio hotel; mentre di sera litigavo con Giovannini e Garinei nella sala da gioco. Alla fine, accettai di lavorare con Dapporto, un grande attore.

Ora sento di poter dire, come non mai, di essere nata col "pallino" del teatro. Fin da ragazza, la mia aspirazione più grande è sempre stata quella di ballare, ballare sulla punta dei piedi. A otto anni e mezzo, entrai nella Scuola di ballo del Teatro alla Scala di Milano. Un anno dopo, portai a casa a mia madre il mio primo "stipendio": cinque lire per aver ballato in un'opera di cui ora mi sfugge il nome. Per sette anni presi lezioni da Ettorina Mazzucchelli. Ballai nella "Bottega fantastica" di Rossini, feci una piccola parte in "Zazà" di Leoncavallo. sostenni la parte di Cappuccetto rosso nella "Bella addormentata nel bosco" di Chaikowski. Mi chiamavo, allora. Odette Bedogni. il mio vero nome. Non figurava in nessuna "locandina" ma ero felice ugualmente perchè potevo ballare e sulla punta dei piedi, per di più.

Ma quanti sacrifici dovemmo sostenere, io e la mia famiglia, per arrivare, fortunatamente con successo, alla fine del corso di danza. Sono nata a Bracciano, nel 1930; nel 1936 tutta la mia famiglia si trasferì a Gallarate e due anni dopo a Milano per restarvi fino al 1944. anno in cui la nostra casa milanese venne bombardata. Sfollammo allora a Campagnola, in provincia di Reggio Emilia. Quel trasferimento mi procurò un grandissimo dolore perchè mi costrinse a interrompere il corso di danza. In quel paese, dopo i primi giorni lenti e monotoni, diedi qualche spettacolo di beneficenza. Ballai anche all’ospedale di Novellara. per i soldati feriti. Inventavo io i balletti e danzavo con le scarpette della Scala.

Poi. un giorno, in paese scoppiò la tragedia: tre persone vennero uccise per motivi politici. Una di esse fu trovata riversa in un fossato. Rinvenni io il corpo di quel poveretto e guardandolo svenni. Il giorno dopo, per rappresaglia quindici ragazzi di Campagnola furono prelevati dalle rispettive case e condannati alla fucilazione. Alla sera alcuni contadini del paese vennero da me scongiurandomi di recarmi dal comandante del reparto militare del paese, che conoscevo. per convincerlo a sospendere l’esecuzione. Era già buio e il coprifuoco aveva imposto un silenzio di ghiaccio sul paese: avevo appena quattordici anni ma. ciò nonostante, decisi ugualmente di andare al comando per parlare con queirufficiale, Alberto Lodini. Quell’esecuzione non venne mai effettuata. A "liberazione” avvenuta, nel corso del processo contro il Lodini, la mia deposizione a proposito di quella mancata esecuzione collettiva, valse a salvargli la vita.

Passato quel triste periodo, nell’estate del 1944. scappai di casa per venire a Milano a continuare il corso di danza al Teatro alla Scala. Ecco come avvenne la fuga. La zia che ci ospitava a Campagnola comunicò a mia madre, un mattino, che si sarebbe assentata per qualche tempo dal paese per recarsi a trovare a Milano il suo fidanzato degente in un ospedale. Dissi a mia madre: « Vado anch’io. Voglio tornare alla Scala ». Ma la risposta fu negativa. Allora, cosi come mi trovavo, fuggii alla stazione. Quando vidi arrivare mia zia, mi infilai sul treno facendomi vedere da lei soltanto dopo che il convoglio s’era messo in moto. Attraversammo il Po su uno zatterone e arrivammo a Milano su un camion carico di sacchi di calce, bianche come fantasmi La zia. dopo tre giorni di permanenza a Milano, ritornò a Campagnola; io invece, benché non conoscessi nessuno, restai a Milano. Per oltre un mese dormii nella portineria dello stabile di mia zia, in Piazzale Libia 5, sul tavolo di cucina.

Sono stati molto grami, quei tempi, per me e per i miei. Mangiavo quasi sempre patate. Con quei quattro soldi che avevo, non potevo comperare altro. Quando poi la fame si faceva prepotente e io non avevo niente da mettere sotto i denti, andavo nel ripostiglio della portineria, tiravo fuori un martello e mi mettevo a rompere, a martellate, quel poco pane raffermo che mi riusciva di trovare. Era giorno di festa, per me, quando mia madre quasi rassegnata a lasciarmi a Milano. mi portava dal paese, di tanto in tanto, del pane bianco e del salame. Tutto ciò avveniva nell’autunno del 1944.

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Delia Scala in un momento di riposo
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Sposa a sedici anni

Infine, verso la fine di quell’anno, mia madre venne a prendermi: mi aveva trovato una sistemazione migliore, non lontano da Milano, per cui mi sarebbe stato possibile continuare a frequentare la scuola di danza.' Mi fece sfollare a Vimodrone, in pensione, presso una lavandaia. Lì la "lista del giorno" cambiò: non più patate ma polenta e latte. mattila e sera, sera e mattina. E quanti sacrifici per frequentare la Scala: tutte le mattine sveglia alle cinque, che ci fosse il sole, o la neve o la nebbia. A piedi, con un freddo cane, e sempre sola, fino al tram per Milano. Ore e ore di lezione di danza alla Scala, magari nelle cantine per sfuggire ai bombardamenti, e poi al* sera, al buio, ritorno a Vimodrone. Nel 1945 arrivò il giorno tanto atteso: alla Scala, nonostante una preoccupante slogatura alla caviglia sinistra, superai l’esame finale ottenendo il massimo della votazione.

A guerra finita, ritornai a Campagnola e nel 1946. all’età di sedici anni, mi sposai con un inglese. Andai ad abitare a Viareggio. ma dopo soltanto un anno di matrimonio chiesi ed ottenni la separazione.

La mia carriera cinematografica cominciò dopo. Sostenni il mio primo provino col regista Bra-gaglia a Roma, nel 1946, ma soltanto nel 1949 uscì il mio primo film. "Anni difficili”. Il mio nome divenne Lia della Scala per poi mutare definitivamente in Delia Scala. Il mio passato di danzatrice classica del Teatro di Milano servi anche a darmi un nuovo nome. Dal 1949 ad oggi ho interpretato, in totale, trentacinque film.

Per ora penso soprattutto a far divertire il pubblico. Poi. ma ancora non so fra quanto tempo, mi sposero: quando otterrò l'annullamento del mio primo matrimonio. Sono fidanzata a un giovane toscano che conobbi sul finire del 1947. Corre in automobile. a tempo perso, ed è anche bravo avendo vinto, tra l’altro, nel 1952, la Coppa della Toscana.

Delia Scala, «Tempo», anno XVI, n.43, 28 ottobre 1954


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Delia Scala, «Tempo», anno XVI, n.43, 28 ottobre 1954