Detti & Contraddetti: l'umanità per il principe Antonio de Curtis

Detti e contraddetti Uomo Maschera2


Si vede proprio che mi reputa amico, e io altrettanto lo tengo amico caro, perché altrimenti un signore come lui, che conosce mezzo mondo e ospita la gente meglio, sai che se ne farebbe di de Curtis e dell’attore!"

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977) A proposito dell'amico conte Paolo Gaetani

Il riso ha un’importanza sociale: esso attacca, è contagioso. Lo sbadiglio lo è ancora di più, ma la sua funzione è meramente corporale. Il contagio del riso invece è spirituale: esso unisce gli uomini, li livella, poiché nel momento culminante della barzelletta tutti gli uditori sono dominati dalla stessa impressione, nessuno può sottrarsi al riso.

(Antonio de Curtis/Totò, Due mamme e un comico - Una novella di Totò, “La Domenica del Corriere”, n. 41, 7 ottobre 1956)

Essere un bel bambino di sei anni, roseo, paffuto e chiacchierone, per poter dire a chi so io, con la santa innocenza di quell’età, tutto ciò che penso di loro.

(Totò e Franca coppia all'antica, cit.)

I panegirici e i trallalà sono futilità inutili, è l’arrivo dei dunque della vita a dimostrarla. E spesso è anche una questione di scelte perché, se dai retta alla gente, pare che tutti sono subito amici. Il mio amico qua, il mio amico là, vengono gli amici. Vorrei avere una lira per quante volte viene usata a sproposito questa parola che invece andrebbe detta raramente, con circospezione, poesia e remora, per dedicarla a pochi. Cosi, quando quelli che racimolano gli amici con il mestolo del friggitore si ritrovano soli, bene gli sta, perché, senti a me, gli uccelli si appaiano in cielo, ’e chiaviche in terra!

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

Da bambino trascorrevo interi pomeriggi alla finestra della cucina a guardare in cortile. A casa mi chiamavano ‘o’ spione’. Sempre, da ragazzetto, ho pedinato per chilometri e chilometri persone che destavano la mia curiosità; volevo sapere che vita conducevano, dove si recavano.

(Maurizio Costanzo, Un dramma d'amore nel passato di Totò, “Grazia”, Milano, 20 gennaio 1963.)

Mia madre mi chiamava "o’ spione", perché passavo le ore a guardare dentro le finestre della gente, sperando sempre di scoprirne i segreti. Certi giorni, da ragazzo, per strada, mi mettevo dietro una persona e la pedinavo per ore. per il gusto di penetrare un mistero

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Silvio Bertoldi, Oggi n.48, 1 dicembre 1966)

(Parigi, La Rive Gauche della Senna, allora roccaforte dei superstiti esistenzialisti: non gli piacquero).

Tutti unti, mascherati da topi cascati nell’olio. Pare che hai da prendere uno scalpello per scrostargli la sporcizia. Se questi sono gli esponenti del nuovo intellettualismo, evviva gli ignoranti!

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

(I francesi)

Questi hanno il culto delle cose loro, per cui poi, quando te ne vai, e le mangi, le annusi o le ascolti ti rammenti subito che sono francesi. Prendi la musica. Mica hanno ucciso tutto come noi, che abbiamo fatto fuori persino la canzone napoletana, un tempo famosa, e oggi la creiamo a chachacha, tanto per scimmiottare gli altri. Qui si sono fatti conoscere nel mondo con il Valzer Musette, e a Valzer Musette continuano comporre le loro melodie che poi vengono imposte da artisti come un Montand o una Piaf i quali evitano i ciuffi e i ciaffi dei cantanti nostrani ma di musica e di voce sentimento ne hanno a iosa.

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

Sono veramente fiero di essere meridionale. Almeno due volte l'anno ho bisogno di rivedere Napoli, di sentirne l'odore. La città è magnifica, ma lo è soprattutto la gente. A Napoli esistono due categorie di persone, quelle perbene e quelle... no. I mascalzoni, a Napoli, non esistono. Si, i napoletani mi piaccioni molto. Ma sono aperto a tutti gli italiani. Anche i siciliani, per esempio, mi stanno benissimo.

Un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell’uomo.

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Oriana Fallaci, L'Europeo n.17, 27 aprile 1963)

La vita costa. Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani. I cani costano e valgono più di un cristiano. Lei lo picchia e lui è affezionato lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell'uomo. Guardi gli uomini come si odiano: basta che si sfregiano 'nu poco l'automobile, subito scendono coi denti fuori, gridando. [...] Accade quindi che qualche anno fa andai a visitare un canile che era tenuto da una speculatrice. Certi cani tristi, malati. Allora feci cacciar via la speculatrice e costruii tanti bei capannoni con tante belle cucce. Qui li tengo i miei cani, per me sono come duecentoventi bambini. Certo costano: il personale di servizio, il veterinario, le medicine...

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Oriana Fallaci, L'Europeo n.17, 27 aprile 1963)

Amo molto i bambini, a patto che siano ingenui, sventati, dispettosi come si addice alla loro età. Non sopporto quelli saccenti che si sforzano di assomigliare ai loro genitori. Mi chiedo sempre se siano adulti mascherati da bambini o bambini mascherati da adulti.

Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo. Di amici... ne avrò due, forse. Sì, due ne ho: il conte Paolo Gaetani e il conte Fabrizio Sarazani. A parte il titolo, due che lavorano, come me: umili operai, come me. Perché vede: quella mia battuta «siamo uomini o caporali» non è affatto un gioco. Il mondo io lo divido così, in uomini e caporali. E più vado avanti, più scopro che di caporali ce ne son tanti, di uomini ce ne sono pochissimi.

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Oriana Fallaci, L'Europeo n.17, 27 aprile 1963)

Amo tanto gli animali per il semplicissimo motivo che li trovo migliori degli uomini. Per esempio, non si sognano mai di nuocere a qualcuno per pura malvagità e se, a volte, diventano cattivi è solo per colpa dei padroni che. li addestrano per essere feroci. Personalmente mangio più volentieri con un cane che con un mio simile. Come commensale è meglio un animale fidato che un falso amico.

Gli spagnoli sono molto simpatici, ma purtroppo mangiano solo cipolla. Io se non mi faccio al più presto un piatto di spaghetti muoio.

Le differenze di ceto esisteranno sempre, se non altro per un fattore biologico, e si vedono lampanti, come nei cani di razza e non, ad esempio su una spiaggia dove tutti seminudi indossano uno straccetto eppure fisicamente subito le origini di uno anziché di un altro.

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

Due sono le barzellette che mi hanno fatto ridere di più finora: il progetto di legge per l'abolizione dei titoli cavallereschi e quello che ha detto l'on. Scalfaro a proposito del prendisole della signora Toussan.

Eduà, eppoi tu lo sai, eri bambino ma l'ambiente lo hai conosciuto in prima persona quando venivi a salutarci, e tramite la testimonianza oculare di papà tuo, Zi' Federico, il fratello prediletto di mammà, l'unico che - e me lo ripeteva sempre - la aiutò quando combinò il guaio, che poi ero io. Povera mammà, le ho fatto piangere la gioventù! Mica era una pazziella ritrovarsi ragazza madre a quei tempi, in Napoli! Ragazza madre, e con le pezze al sedere, per giunta!

Un cane idrofobo fu seviziato e ucciso per aver morso un bambino. Tre o quattro ragazzacci gli spaccarono la testa a pietrate e poi lo gettarono nel Tevere con le zampe legate. Io piansi per quella povera bestia che andava messa in condizioni di non nuocere, ma senza quelle orribili torture. Mi consola il pensiero che nostro Signore ha certamente accolto quel cane in Paradiso. Lo tratta meglio di un angelo e magari gli ha messo pure l'aureola attorno al muso.

E' Dante che, nel canto V del Paradiso, ebbe a comporre il famoso verso: "Uomini siate e non pecore matte" che, in base alle mie considerazioni, potremmo modificare in: "Uomini siate e non dei caporali". Non è dei migliori endecasillabi. Però il suo contenuto riscatta la inevitabile deficienza poetica.

La battuta mi uscì spontanea, non è che l'avessi preparata. Evidentemente fu l'estrinsecazione di un pensiero che covava nel subconscio. Le premesse c'erano state tutte, scaturivano dalle angherie a cui quotidianamente venivo sottoposto da un caporale ignorante carognone, forte solo del fatto di trovarsi in una posizione di comando rispetto a noi. Era un fetente qualsiasi e non gli andava mai niente di quello che facevo. Gonfio quanto una vescica di strutto, imbrillantinato, si aggirava pettoruto, sbraitava con voce metallica e andava a spidocchiare ogni minima trasgressione, trattandoci come un padreterno che pesta una merda. La rivincita alle sue personali insicurezze si dilatava immancabilmente in un ordine ringhioso in una punizione. Diverse volte, pensandolo risentito mentre per sua disposizione ero di ramazza bloccato in camerata nell'ora della libera uscita, mi ero detto che il mondo, nella vita civile quanto in quella militare, era pieno di tipi come lui e così, d'istinto, avevo preso a dividere le persone in due categorie: i poveracci come me che a torto o a ragione servono da capro espiatorio e devono subire,e i caporali, ossia gli ex poveracci, assurti al grado di potenti e dotati di memoria corta e ambizioni lunghe, si trasformano in despoti e godono nel mettersi in ferro in capo e nel farti ballare appeso al filo di loro umori. Eh, non c’è niente da fare, la merda che monta puzza!... Comunque, quando me ne uscii in quella battuta i miei compagni per poco non cascano dalle panche a furia di applaudire con le mani e con i piedi. Si sentivano vendicati. E fu proprio il loro entusiasmo a spingermi a optare nel futuro per la carriera artistica, poiché intuii che, qualora ci fossi riuscito, l'esasperazione dei risvolti di un carattere e la sua mitizzazione avrebbero sempre trovato un pubblico consenziente. I ragazzi di quella sera erano gente semplice, con la disponibilità al riso tipica della loro età. Però rappresentavano anche il prototipo di eventuali spettatori a pagamento. E allora, perché non tentare?

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

Ero giovane allora e soldato semplice, semplicissimo. Mi avevano assegnato al ventiduesimo di Pisa e, quindi, distaccato a Pescia con un reparto della Croce Rossa. Il rancio lo ricordo ancora: brodo che sembrava acqua, pasta che sembrava colla per attaccare gli avvisi e carne che faceva concorrenza alle suole dei nostri scarponi. Allora, un giorno, sapete cosa faccio? Giuoco sull'equivoco, sissignori, giuoco! A Pescia, dico, chi mi conosce? Vado dal barbiere, mi faccio fare la tonsura come un seminarista e corro subito in trattoria. Là ci stava un amico mio al quale avevo già raccontato tutto. «Buonasera, reverendo - mi dice - si accomodi, si accomodi. Vedrà che qui si trova bene; ho già pensato io a raccomandarla al padrone». Quello intanto, vede le mostrine rosse e mi piglia sul serio per un prete. «Quale onore, reverendo!», e mi prepara uno di quei pranzi! Con lo sconto pure, per un riguardo al pastore di anime. Tutto era andato bene, capite?, e perché non dovevo seguitare ad approfittarne? Tirai avanti così per un pezzo, qualche volta pagando, qualche volta accettando con molto sussiego gli inviti che mi venivano fatti. Finché un giorno scoppiò la tragedia. Mi ricordo ancora che stavo mangiando una cotoletta: le cotolette, infatti, erano la specialità della trattoria, quando entrò un ometto vestito in grigioverde. Sul taschino sinistro portava una croce rossa. Un cappellano militare! E, neanche a farlo apposta, mi viene incontro; gli hanno detto che c'è un sacerdote e, naturalmente, lo vuole conoscere. La cotoletta non mi va né su né giù; vorrei giustificarmi, ma non riesco a spiaccicare due parole. Il reverendo, forse, ha già capito tutto; ma, intanto, la voce arriva al comando di reggimento. Il resto ve lo lascio immaginare!

I ragazzini e gli scugnizzi dei vicoli per campare, facevano le botte coi piedi. Erano diversi da oggi, tutta Napoli lo era. Ecco, adesso, ogni volta che ci torno - e arrivo sempre con una nostalgia che mi fa sbottare il cuore in petto - smanio per il momento di ripartire, mi acchiappa la tristezza... Non è più la syessa Napoli, la stessa gente, la città senza mezze misure che conoscevo, dove imperavano tanta miseria e poca ricchezza, ma di miseria aguzzaingegno si trattava e di ricchezza elegantemente splendida... Pare una corte dei miracoli in cui i pezzenti si sono vestiti da gngsters americani e i ricchi sono dei poveracci che hanno fatto denaro fresco. Via Caracciolo, la rammento bene, somigliava alla Promenade des Anglais: uno sberluccichio di luci, l'eco di note dal Borgo Marinari, tutto cadenzato dai cavalli nel silenzio in cui si respirava il mare, belle famiglie come quadri di Boldini ai balconi degli alberghi e sugli equipaggi tirati a lucido. Ora guardate qua, tale e quale il circuito di Indianapolis, la babilonia della malcreanza... Persino gli scignizzi hanno cambiato, sono diventati visiosi.

Via Caracciolo di allora era la fiaba che mi raccontavo ogni sera. E sognavo che un giorno, chissà, ci sarei andato tra quella gente, io, uno come loro, anzichè spiarla da lontano, ci sarei andato a bere champagne francese e ad ascoltare una canzone sonata apposta per me. Invece, ora che posso farlo, è tutto sparito, un mondo cancellato, e quando scendo all'Excelsior, che pare il cimitero degli elefanti tanto si è intristito, se sono fortunato ci incontro Ibn Saud, con seguito e harem, che puzzano quanto un basso del Pallonetto.

(Da "Totò, l'uomo e la maschera", di Goffredo Fofi e Franca Faldini, Ed. Feltrinelli, 1977)

"Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei principi cristiani, ammetterà che è speciosa e non fondata: il sentimento Cristiano, prima di essere da Lei invocato, per sottrarsi ad un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamento in pubblico locale sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l'obbligo di assumere conseguenze, specialmente per gli uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all'attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto a battersi, una maggiore sensibilità per ciò che è avvenuto, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa." Con questa missiva Antonio de Curtis sfidava l'Onorevole Scalfaro a duello.

Nella vita militare il conoscere determinati mestieri (barbiere, meccanico, autista, elettrotecnico, ecc.) presto o tardi consente di uscire dall'anonimato e di godere di un certo stato di privilegio, evitando così tutte le fatiche, le corvées e i turni di guardia. Turni di guardia e corvées costituiscono l'ossessione dei giovani i quali attendono con ansia la libera uscita per godersi tranquillamente, e se possibile con una bella figliola diciamo così indigena, le poche ore di evasione dall'atmosfera della caserma. A quei tempi mi piaceva la vita brillante del giovane di buona famiglia senza pensieri, sospiravo il suono della tromba che dava il via alla libera uscita e, rendendomi simpatico ai superiori con le macchiette teatrali, tentavo di conquistarmi l'esenzione dai servizi di guardia e di corvées che coincidono, puntualmente, con il permesso serale. Ma... c'era un ma che sbarrava le mie intenzioni ed i miei propositi; ed era incarnato da uno strano tipo di caporale ignorante e presuntuoso il quale animato da una irragionevole idiosincrasia per i militari soldati, abusando del suo grado, riusciva a privarci della sospirata breve libertà. Per quel che mi concerne, posso assicurarvi che mi riservava i servizi più umili e più bassi: la pulizia delle camerate, dei gabinetti e del cortile, la pelatura delle patate avevano in me l'abituale esecutore. E questo non era che il principio, l'inizio. A quel caporale tutto quello che facevo io non piaceva. Trovava da ridire su tutto, e pretendeva di farmi rifare i servizi anche se erano stati eseguiti con il massimo impegno e, lasciatemelo pure dire, alla perfezione. Egli urlava le sue osservazioni, spesso inconsistenti; e, soprattutto, urlava davanti ai superiori e agli altri militari concedendo le classiche aggettivazioni in uso sotto le armi: cretino, salame, addormentato, ecc. La vita militare non si era mai presentata sotto un aspetto eccessivamente gradevole, dato anche il mio temperamento insofferente; tuttavia per evitare le continue rappresaglie, assunsi un contegno disciplinato, eseguendo senza discutere i suoi ordini e subendo con rassegnazione le sue osservazioni. Questa mia tattica non ebbe un esito particolarmente felice. Il caporale scambiò la mia passività per debolezza e, forte più del suo grado che dei regolamenti, raddoppiò ingiustamente la dose, rendendomi veramente asfissiante la vita in comune.(...) Cominciai allora ad applicare questo sistema di catalogare le persone, in base ai mie rapporti tenuti sotto le armi con i caporali. (Non tutti intendiamoci sono così. Parlo solo di quei dati caporali odiosi anche ai loro colleghi). Abitualmente le persone che si frequentano vengono divise in amiche o nemiche, utili o nocive, buone o cattive. Io le divido in uomini o caporali. Per fare un esempio: la famiglia dei miei nonni paterni che si oppose, per ragioni di nobiltà, al matrimonio di mio padre con mia madre, appartiene ai caporali.

Caporali, vede, son quelli che voglion essere capi. C’è un partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti... Quelli, sa: sempre meglio dell’ingratitudine... All’ingratitudine io ci sono abituato e la accetto: con divertimento. Io non mi arrabbio mai per l’ingratitudine.

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Oriana Fallaci, L'Europeo n.17, 27 aprile 1963)

Sono nato in Rione Sanità, il più famoso di Napoli. Quel rione ha nome, in verità, Stella, e sta intorno alla stazione, ma per le buone arie lo chiamano tutti Sanità. La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. Erano riunioni perbene, niente pomiciamenti. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano. Non le schifezze di oggi. E così si passava il tempo, divagandosi. Io facevo scenette comiche, per gioco. Fu in quel modo che comincia. Finchè mi presi la cotta per la sciantosa e mi buttai. La Napoli di allora, degli anni intorno ai Venti, è scomparsa, non c’è più. Quella odierna è una cosa diversa, spesso non la riconosco. La mia Napoli è lontana. Adesso c’è il Napoli, alla larga! Tutte fregnacce, fetenzie, fracasso. Detesto il fracasso. Cosa ne è oggi del Rione Sanità? Era anche quello di Marotta. Per anni e anni, Marotta scrisse sempre contro di me, poi interpretai una parte nel film tratto dal suo libro “L’oro di Napoli”, e cambiò. Si mise a lodarmi e diventammo amici.

(Intervista ad Antonio de Curtis raccolta da Silvio Bertoldi, Oggi n.48, 1 dicembre 1966)

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