Donnarumma Elvira

Elvira Donnarumma

(Napoli, 18 marzo 1883 – Napoli, 22 maggio 1933) è stata una cantante italiana.

Biografia

Iniziò a cantare giovanissima nei locali di Napoli, incontrando immediatamente un successo che la spinse a trasferirsi a Roma, dove si esibì al Teatro Olimpia, diventando una delle più gettonate e ricercate interpreti della canzone napoletana.

Di aspetto florido e dai modi vividi e briosi, in netto contrasto con l'esile figura di vamp che il fenomeno del divismo andò a breve a diffondersi, si esibì ancora giovane, nel 1894 al Circo delle Varietà, nel ruolo di "piccola canzonettista". Scritturata poi dai fratelli Resi, impresari del café-chantant Eden, si esibì in numeri "a solo" e in duetto.

I luoghi che la resero celebre furono i café-chantant e i teatri di varietà come la Birreria dell'Incoronata nella sua città natale, della quale divenne poi il gestore. Tra le tante nuove stelle della canzone che lanciò nel suo locale vi fu Ersilia Sampieri.

Lavorò anche al teatrino del porto, chiamato il Petrella, dove era costretta a subire gli schiamazzi del pubblico. La sua già avviata carriera, comunque, decollò a Roma, al Teatro Olimpia, dove il suo nome apparve in cartellone e un pubblico entusiasta decretò il successo delle sue esibizioni[1].

Si congedò dalle scene, ormai gravemente malata, l'anno prima della sua morte, avvenuta nel 1933[2]. Ottenne attestati di stima da parte di molti personaggi pubblici e del mondo dello spettacolo, tra le quali Matilde Serao ed Eleonora Duse.

Risiedeva in una casa in via Flavio Gioia, dove era solita ricevere le visite degli ospiti e dei cantautori in cerca di fortuna. Incise dischi per le etichette discografiche Pathè, Phonotype, Favorite e Voce del Padrone.

Ancora oggi è considerata una delle più celebri interpreti della canzone napoletana.


A Napoli, nelle audizioni di Piedigrotta, in modesti locali della periferia e in quei tipici ricevimenti settimanali nei salotti della piccola borghesia che si chiamavano periodiche, si facevano notare un giovanotto grassottello e bassino e una ragazzina dal fisico insignificante, ma con grandissimi occhi parlanti ed espressivi: sono Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma.

Elvira Donnarumma, figlia di un modesto, sconosciuto attore napoletano, rinchiusa nei confini dei quartieri popolari di Pendino e Porto, era destinata a calcare le scene dei piccoli teatri di periferia in drammoni, farse e commediole dell’epoca.

Ma, sul finire del secolo, a poco più di dieci anni, si esibisce per caso in un teatrino estivo sul mare di Posillipo, per cantarvi alcune canzonette di successo. Viene subito notata e i competenti la definiscono un portento. Non sbagliano : poiché come canta quella ragazzina e come interpreta le canzoni, e, con esse, i sentimenti e le passioni del popolo, non l’ha mai fatto nessuno.

Di Giacomo scrive per lei i versi di ’E ccerase, Vincenzo Valente li musica e quando la piccola Elvira porta alla ribalta la nuova canzone è un delirio di entusiasmo. E’ questo il passaporto per la celebrità, ed Elvira diventa la cantatrice ufficiale della canzone napoletana, l’ambasciatrice del sentimento e della passione di Napoli su tutte le ribalte italiane.

Per oltre quarant’anni, questa deliziosa, insuperabile interprete desta l’entusiasmo delle platee più disparate e l’interesse di scrittori, poeti, giornalisti, somme attrici come la Duse, scrittrici famose come la Serao, pittori celebri come Mancini e Migliaro. Pienotta, di bassa statura, niente affatto bella, non conosce sex appeal nè eleganza, sicché, fuori della scena, appare come una buona modesta e insignificante massaia della piccola e minuta borghesia napoletana, ed a questo ritratto ella istintivamente intona tutta la sua vita privata. Nell’arco dei suoi anni due o tre uomini: un modesto giovane compositore, che presto morirà di tisi, un medico, che le è vicino per molto tempo come compagno e guida, e, infine, verso gli ultimi anni, un uomo molto più giovane di lei, che quasi segretamente la sposa.

Muore a poco più di cinquant'anni, senza che i grandi successi della sua carriera artistica avessero donato alla sua vita di donna un palpito solo, un solo sorriso e una sola gioia.

Mario Mangini


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

1917-02-02-Il-Messaggero-Elvira-Donnarumma

Il debutto di Elvira Donnarumma alla Sala Umberto è stato un vero avvenimento di arte. La nostra geniale artista ha cesellato le canzoni napolitane in modo sorprendente che, già udite per dei mesi, attraverso l'arte squisita della Donnarumma hanno assunto forma di arte vera ed hanno avuto un risalto speciale per l'eletto e colto pubblico, che, come sempre, gremiva la Sala Umberto.

La Donnanmma ha miniato in modo ammirevole Si me sonno Napule di Libero Bovio ed E. Tagliaferri, ed ha fatto un'interpretazione tutta nuova della Serenata 'e pulicenella del Bovio su musica di E. Cantilo. Ha cantalo Ladra e Buon giorno a Maria di E. A. Mario, facendone risaltare tutti i pregi poetici e musicali ed ha detto in modo mirabile Pusilleco dorme su versi di E. Murolo con musica di R. Faldo. Mo so lontano! di Bovio e Tagliaferri, ha avuto un grande successo. Ha drammatizzato con una linea piena di signorilità Pupatello di Bovio su musica del maestro Buongiovanni, ed ha detto in modo brillante Tarantella cu'a sciasse e la canzone Comm’è doce di Vincenzo Valente.

Ottimo tutto il resto del nuovo programma, di cui fanno parte artisti di prim’ordine ed il valoroso ed originalissimo comico Fassio, che è stato applauditissimo.

Al botteghino nei due spettacoli è comparso il Tutto esaurito.

«Il Messaggero», 2 febbraio 1917


 


La capinera napoletana

E qui c’è un po’ di Elvira Donnarumma, la sublime Elvira della quale Mimi Maggio collezionava fotografie con dediche affettuosamente sincere, da collega a collega, nel ricordo di molte partecipazioni comuni a spettacoli di varietà, quando non era d’obbligo l’accoppiata Donnarumma-Pasquariello.

Elvira Donnarumma 05 LUn po’ di Elvira, deliberatamente staccata proprio da Pasquariello, il suo finto fidanzato, ma, per molti versi e per diversi anni, “l’altra metà”, nei manifesti e negli spettacoli. E senza alcun riferimento, a proposito di “metà”, a Alberto Montagna, maestro di pianoforte e compositore di canzoni e di marce, l’artista morto giovane di tisi, ancora sognando di sposare la cantante.

Alberto e Elvira cominciano a volersi bene lavorando insieme nella fiaschetteria all’Incoronata di don Luigi Antoniani, “’o cecato”. Alberto al pianoforte, Elvira sulla pedana, ogni sera per tante sere, e il maestro scrive, su misura per Elvira, qualche buona canzone. Per citarne una, letteralmente scomparsa: La bocca, definita «briosa e biricchina» quando fu lanciata nel 1901 e rimasta nel repertorio della “capinera” fino alle sue ultime esibizioni.

Lontana, infine, l’idea di tentare graduatorie, né di voler professare femminismo o antifemminismo per conto terzi.

Elvira, “cantante” già a sette anni quando interpreta ’E ccerase di Di Giacomo e Valente, si fa signorinella arrivando “di casotto in casotto” alle tavole del già vecchio Teatro Petrella, a poca distanza dalla sua abitazione in via Flavio Gioia numero 2845.

Recita nelle farse di Pulcinella con suo padre, Alfonso, sarto di giorno e pessimo attore di sera, e partecipa al programma di canzoni che segue la prosa. Impresario e istituzione del Petrella è don Carmine Roma, che si permette il lusso di licenziare la bambina-cantante per punirla a causa di un’assenza per malattia. Morto anche il padre, Elvira accusa i primi problemi di salute e la madre, che la accompagna ogni sera nelle peregrinazioni di artistina con il costante problema della scrittura, prega, invano, tutte le Madonne del mondo per vederla “sanata” e scoprirle, finalmente, un po’ di rosso su quelle guance eternamente segnate dalla sofferenza.

Adolfo Narciso giurava di essere stato raro scommettitore sulla magnifica carriera della Donnarumma. L’aveva vista - scrive nelle sue memorie - esibirsi nei primi numeri all’Eden in via Guglielmo Sanfelice.

«La futura diva uscì a cantare Ciribì, una canzone italiana in voga. Il suo vestitino povero, la sua figura esile, non la raccomandavano. Il pubblico, chiassoso e arcigno, le si mostrò ostile. Gli occhi di Elvira luccicarono di lacrime, la sua voce emozionata trovò accenti accorati; v’era qualcosa di strano in quell’artista obliata... Il vociare del pubblico si calmò e dall’ostilità si giunse agli applausi! Elvira pianse di gioia nel rientrare nel suo camerino, ma la sua gioia si cangiò in amarezza... In quella stessa ora si era spento il suo fidanzato Alberto Montagna... invocando il suo nome... S’incamminò verso la gloria. Elvira Donnarumma subì una trasformazione. I teatri e i varietà più in voga se la contesero. La pallida, esile fanciulla licenziata al Petrella, subita in teatrini e baracche napoletane, colei che si era macerata per anni la sua primitiva giovinezza, assurgeva, come per un miracolo, al posto massimo della celebrità. Eden, Fenice, Reai Politeama, Reai Mercadante, Bellini, divennero le sue palestre vittoriose. Di Giacomo, Russo, Bovio, Capurro, Murolo, Falcon, E.A. Mario, Nicolardi e tanti sospiratori del cielo azzurro di Napoli poetarono per la diva. Vincenzo Valente, Mario Costa, Ricciardi. Errico De Leva, Rodolfo Falvo. Di Capua, Cosentino, Nutile, Gambardella. Buongiovanni, Fonzo trassero dai loro scrigni canori le più vibranti, passionali melodie».

Minuta, non bella, due occhi che parlano al cuore. Due occhi «luminosi, irrequieti e ridenti, che le scintillano sotto la fronte ricciuta», scrive Libero Bovio.

Insisteranno molto sugli occhi della “capinera” quanti ne descriveranno, a futura memoria, le qualità. Elvira se ne va a cantare in cielo, a soli cinquant’anni, in una notte di maggio, il mese delle sue belle canzoni. Distrutta da una cirrosi.

Ricanta Bovio: «Possedeva una irresistibile arma di conquista: la simpatia. Motteggiatrice e caustica, spassosa e fremente, orgogliosa e ribelle, controllava con l’intelligenza prodigiosa il divino e pericoloso dono dell’istinto. S’era creata una voce, una piccola cultura, una bizzarra bellezza. Era ostinata e tenace. Nata di umile gente, non volle rassegnarsi al destino: tutta l'anima le cantava nel piccolo corpo infermo, ed ella volle essere la Cantatrice di Napoli. Prima di lei, Emilia Persico, alla quale Elvira contese e strappò il piccolo ramo di lauro; dopo di lei, una gloria di nostalgie e di ricordi. Nient’altro».

Don Liberato, che le vuole un gran bene, trasferisce l’incanto della poesia nella descrizione della vita di Elvira.

«Adorava le rose e il sole: non aspettava che la primavera. E allora cantava. Cantava sola sola, con la testina nascosta tra i ferri del balconcello fiorito, e con gli occhi illuminati da uno strano desiderio, da una vaga speranza che le colorava per poco il volto gialliccio».

Chi sa e ha voglia, può provare a simulare l’ascolto di una voce lontana: «Tu staie malata 'e cante, tu staie murenne, 'e cante...».

Dieci anni prima Bovio aveva scritto Chiove, che Salvatore Papaccio aveva cantato per la prima volta, accompagnato al pianoforte da Evemero Nardella, durante uno spettacolo al San Carlo organizzato dal quotidiano Il Giorno. Ma certe canzoni non hanno età. Elvira, benché malata, non aveva mai smesso di cantare, nemmeno dopo che il male l’aveva aggredita con violenza mentre era al Trianon con la compagnia di sceneggiate di Girard, a sfidare Fumo e compagni che lì giocano in casa.

Si amavano e si odiavano, ma la canzone li univa e fortemente, dice ancora Bovio, stavolta riferendosi alla “coppia” Donnarumma-Pasquariello. E amare Elvira, portatrice di immenso talento, non doveva essere difficile se, già nel 1912, l’artista riceve lettere aperte dal suo “milionesimo ammiratore” che le scrive indirizzando alla “Tavola rotonda”: «Gentile signorina, voi riuscite a compiere il più grande prodigio che una donna possa compiere: far dimenticare che è bella, per far ricordare che è grande. Il concetto non vi paia nietzescheano, né l’espressione vi apparisca povera. Io voglio dire che la vostra arte è così magnifica, fatta di così sottili sfumature d’interpretazione, di così poderose qualità d’artista, che se voi invece di cantare canzoni, recitaste sulla scena di prosa, sareste la rivale di Eleonora Duse; se calcaste le scene del San Carlo rinnovereste i fasti della Bellincioni; se scriveste i versi delle canzoni che cantate, sareste la D’Annunzio della musa partenopea. Ma voi cantate canzoni, le scegliete con gusto sicuro, con intuito preciso, le vivificate, le immortalate e siete la diva delle nostre composizioni. Ave, grandissima Elvira».

Nel poscritto, l'autore anonimo della grande scuderia Bideri - potrebbe, però, molto ragionevolmente, trattarsi di E.A. Mario - aggiunge: «Ascoltarvi in Ammoresperduto e in M' 'o diceva mammà, di Spagnolo ambedue; in Ammore ambasciatore, Flintana all’ombra e Canzona napulitana, tutte di E.A. Mario, e in quel capolavoro del Di Chiara che è I’ cu te, tu cu me!, vuol dire provare tutte le estasi della commozione che solo l’arte, la grande arte può dare»46.

Non è assolutamente rischioso “allargarsi” nei giudizi sulla Donnarumma, abbondantemente “certificata” già nel 1909, dal solito autorevole Ferdinando Russo tra «le più provette interpreti del canto napoletano», capace di far sentire attraverso il suo canto «tutta la bellezza del suolo e del cuore napoletani».

La profonda originalità del genio artistico di Elvira, dunque, è già identificata nella sua gaiezza istintiva, nella vivacità di impressione e di espressione del suo spirito giovanile, nella straordinaria unicità dei suoi occhi. E non c'e inno alla Donnarumma che non insista ancora sui suoi occhi. Come questo che è del 1914 e appare in un fascicolo edito da Bideri per la Piedigrotta. con ampio spazio riservato alla pubblicità della premiata fabbrica di organetti, mandolini e chitarre G. Quaglia, nuovo corso Garibaldi 345 (alla Ferrovia). Una pubblicità, diremmo, significativamente pertinente, perché annunzia una novità assoluta: un mandolino tascabile del peso di 300 grammi, «utilissimo per militari, viaggiatori, ragazzi, signorine. Ha il suono come il mandolino regolare e costa lire 9,50, compreso il metodo».

«Si imponeva il visetto minuto del quale ogni parte, naso, mento, labbro, concorre a suggerire l’idea di monelleria fanciullesca. Ma, nella delicata piccolezza dei lineamenti, c’è una cosa che regna sovrana: gli occhi. Sono larghi, profondi, mutevoli, sembra vogliano divorare il resto del volto ma, soprattutto, mostrano una letizia spontanea, una gioia inesauribile. Il lampo della passione li illumina, non li spaurisce; il breve languore della tristezza li fa tremolare, non annebbiare. E subito dopo li vedi spalancarsi, guizzar tra le palpebre, dardeggiare gai e prepotenti. Questo è il vero segreto di Elvira Donnarumma: dare all’arte, ridanciana e garrula del varietà, un’intonazione più elevata, trasformare i turbamenti e i belati in inni di gioia, di quella gioia che, attingendo la propria forza nello stesso dolore, feconda le più belle e più gloriose opere dell’ingegno umano. Di una sola cosa mi dolgo: che la convenienza e la circostanza, donando al teatro di varietà una splendida gemma, abbiano defraudato la scena di prosa di una artista che si sarebbe, certo, in quest’ultima elevata alle più superbe cime».

Elvira non canta un genere, ma tutti i generi. Questa versatilità è la sua unicità. Possono scimmiottarla, non imitarla, sostiene con assoluta competenza E.A. Mario. E il compilatore del fascicolo per la Piedigrotta della Canzonetta del 1915 presenta la capofila delle interpreti della casa editrice ripescando un altro giudizio categorico di Ferdinando Russo, che stavolta non nasconde l’ammonimento.

«Superare la Donnarumma è una povera illusione di chi crede troppo ciecamente alle proprie forze; è una vana speranza la quale nuoce anzi che giovare all’artista che vi si adagia su. Elvira Donnarumma non si supera che in un solo caso: sottoponendola a un’operazione chirurgica più pazza della pazzia, estraendole, cioè, il cervello e il cuore e sostituendoli con altri organi meno mirabilmente conformati. Soltanto così si potrebbe sperare o ci si potrebbe illudere di cominciare a gareggiare con lei. Ma è sempre una rapida via verso il manicomio». E buonanotte!

Ernesto Murolo si riserva, invece, il privilegio di descrivere la Donnarumma, nel privato della sua piccola ma ospitale casa di via Flavio Gioia, nei giorni in cui si preparano le canzoni della Piedigrotta del 1917 e musicisti e poeti invadono l’appartamentino, accoltivi con cordialità. In quella casa il comò è il deposito delle pagliette, il sofà a letto diventa il tavolo preferito da Ernesto Tagliaferri per la confezione delle partiture.

«Vi si stende bocconi il gigantesco ed occhialuto soldataccio, il capo curvo sul pentagramma, e non apre bocca se non per grugnire: “Gine’, nu bicchiere d’acqua” rivolgendosi alla preziosa, piccola Perpetua di casa Donnarumma. Al piano siede un'informe sagoma d’uomo che il quartiere Mercato - cantandone le superbe marce popolari - si ostina a circondare di soavi nomignoli: ’o bello guaglione, Erri-chiello ’o maestro, ’o bellillo, ’o schiavuttiello. In piedi, presso il tavolo da scrivere, Ferraro Correrà, anni trenta di arte, novantacinque canzoni a successo, lustri nove di età: mezzo toscano con bocchino, infisso nell’angolo della bocca, il bastone e il cappello in una mano, il fazzoletto madido di sudore nell’altra, ascolta.

Don Antonio Barbieri, soave soave, spiega che Simpaticonei mia, è una delle sue più fresche canzoni, tutta una carezza molle e sensuale, e che Pasquale Fonzo, che la rende così bene con la sua incantevole voce, ne ha “’ngarrata” la musica».

Sono lì, da Elvira, diva incontrastata in palcoscenico, donna umilissima nel privato, anche l’avvocato Festo Vetroni, per i contratti; Ferdinando Auricchio, “’o duttore” che ha in cura la padrona di casa; Cariuccio De Flaviis detto il cavaliere”, che prende appunti, una gamba sull’altra.

«Severo, austero, rasato, inceronato, raggiante. Egli dice che la villeggiatura a Bagnoli gli fa buon sangue: ma la verità è che al cavaliere gli ridono gli occhi perché sa di aver scritto, anche quest’anno, delle belle canzoni».

Arriva Gennaro Pasquariello, annunziando cremolate “appena ordinate” allo specialista Targiani, e che mai arriveranno. Lo segue Nicola Valente «con il naso, la fronte, gli zigomi rabescati di “bruscioli” di probabile innominabile provenienza», Tony Procida, «che ha perduto tutto il lato destro, ma non il rotolo di musica, che reca sotto il braccio». Ma, ecco, uno strepito in anticamera. La vetrata dell’uscio è scossa, l’impiantito oscilla, l’aria ondeggia: don Emilio Gen-narelli è penetrato, a fatica, nella piccola casa.

«Per un’incollatura lo “appassa” di altezza Amleto Ragona, travestito da soldato, improvvisamente di ritorno da Roma. Egli si ferma sotto la soglia, fiero e solenne: reca in bocca, a foggia di “coppetiello”, la “base” della sua malattia, riconosciuta all’ospedale, in una mano la licenza non chiesta e nell’altra una poesia per musica... richiestissima».

In piazza delle Mura Greche l’ultima “rappresentazione” di Elvira, nel maggio del ’33: una folla strabocchevole per l’ultimo saluto del popolo, dei napoletani veri che Libero Bovio interpreta nel suo discorso.

«È tutto un popolo, Elvira, tutto un popolo, lacrimoso e commosso, che segue la tua bara. È Napoli, ferita in un sentimento che è gioia e religione al tempo istesso: nell’amore del canto. Tu, più e meglio di ogni altro, della mia gente rendevi la sorridente malinconia, la racchiusa tristezza, il rassegnato dolore. La tua arte era lacrima e sorriso. Tutta Napoli ti luceva nei piccoli occhi luminosi che ancora ieri ti imbrillantavano il volto ingiallito. È commemorazione e celebrazione a un tempo: passa, stavolta, in gramaglie, è vero, ma passa nella sua ultima giornata di trionfo, in una grande giornata di sole, la canzone di Napoli».

Ai piedi della bara, pallido e sgomento, singhiozza Pasquariello, «l’ultimo custode di un mondo sacro al nostro sogno; gli sta accanto Maldacea, ma il grande comico stavolta non ride: agita le mani tremanti ed invoca il tuo nome. Chiamali a nome, rispondono tutti. Sono qui i tuoi poeti, i tuoi musicisti, quelli che tu più amavi».

È ancora Bovio a promuovere il 10 giugno, pochi giorni dopo la morte di Elvira, uno spettacolo commemorativo al Politeama47. Il grande teatro di Monte di Dio non riesce a contenere l’immensa folla di ammiratori della povera artista. Sono presenti i principi di Piemonte.

«Un profondo silenzio, una commozione indicibile si diffuse nel magnifico teatro durante l’esecuzione della rapsodia delle più belle canzoni che la Donnarumma portò al trionfo, con il fascino della sua arte magnifica», scrisse in copertina il compilatore del fascicolo di Piedigrotta della Canzonetta.

Dirige l’orchestra il giovane maestro Giuseppe Anepe-ta, al programma partecipano Armando Falconi, Raffaele e Luisella Viviani, Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Vincenzo Scarpetta, Tecla Scarano. Francesco Corbinci. E ovviamente Pasquariello, il più grande amico-nemico della “capinera”, salutato da autentiche ovazioni al finale di Brinneso, versi di Bovio, musica di Nicola Valente. Lo stesso fascicolo della Canzonetta che dà notizia della commemorazione di Elvira, pubblicizza, sempre in copertina, la “marcia fascista cadenzata” che si intitola Camicia nera: «Avanti, marciamo, legioni dell’Era Fascista, nel nome di Roma, di tutte le genti alla testa. La scure del Fascio, ci serva per ogni conquista, ci canti nel core, la voce di un unico amor!».

Nino Masiello


Discografia

78 giri

1908: Tarantelluccia/Suonno e fantasia (Favorite Record 5682-0)
1908: Strada sulitaria/Suonne sunnate (Favorite Record 5695-0)
1908: La palla/'O voglio (Favorite Record 5760-0)
1913: Nuttata 'e sentimento/Suspiro ardente (Pathè 14549)
1913: Canzona napulitana/'A canzona 'e Santa Lucia (Pathè 14662)
1914: Falena argentina/Stornelli semplici (Phonotype 1305)
1914: Senza fretta/Primmamatina (Phonotype 1306)
1914: Il bruno bersagliere/Canta abbrile (Phonotype 1308)
1918: Torna al paesello/Bambola (Phonotype 1955)
1918: Stornelli dei soldati/'O piano 'e guerra (Phonotype 1957)
1918: La figlia della strada/Dice a mamma (Phonotype 1972)

Note

  1. ^ Paolo Ruggeri, Canzoni Italiane, Fabbri Editori, 1994, pag.37-48, La sciantosa
  2. ^ Pasquale Scialo, La canzona napoletana, Newton&Compton, 1998, pag.52

Riferimenti e bibliografie: