Giulietta Masina: Charlot in gonnella

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Dopo dieci anni di bellezze “atomiche” Giulietta Masina rappresenta ora per il pubblico la rivincita della modestia, della bontà, del sentimento e del pudore. Il suo personaggio suscita emozioni e "fa tenerezza".

Quando, nell’agosto scorso, la rivista Time pubblicò una vasta inchiesta sul cinema italiano. il regista Federico Fellini aveva appena ultimato di girare La strada. Il giornale americano affermava, tra l’altro, che in Italia per diventare stelle di prima grandezza, sono sufficienti o comunque indispensabili alcuni attributi fisici. Fellini non ne era convinto, ma il lavoro gli impedì di intervenire nella polemica. A distanza di poche settimane, comunque, proprio dallo schermo del Festival e proprio dal suo film doveva giungere alla diffusa rivista americana la smentita più clamorosa, per merito di una attrice non bella, vestita di stracci, truccata da clown, trattata da animale, in cui egli aveva creduto come marito e come regista: Giulietta Masina.

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Giulietta Masina, patetica e comica Gelsomina nel suo ultimo film «La strada»

Il gioco preferito

Dopo dieci anni di strapotenza femminile, di bellezze «atomiche», di decolietés fulminanti, di veneri in deshabillé, di pin-up destinate a non farvi dormire, Giulietta Masina rappresentava, per il grosso pubblico, la rivincita della modestia, della bontà, del sentimento, del pudore. In una parola la rivincita della sostanza sulla forma.

L'attrice ne ebbe una prova la sera stessa della prima proiezione di gala: uscita dal Palazzo del Cinema, si trovò assediata da un pubblico minuto ed anonimo che le batteva le mani, le mandava baci, le gridava complimenti, la ringraziava. Giulietta Masina - che era al primo film da protagonista e non aveva mai assistito ad una sua proiezione con il pubblico in sala -scoppiò in lacrime. Era, in quel momento, la donna più felice del mondo.

Prima di vederla nel personaggio di Gelsomina, qualche critico l’aveva definita la Bette Davis italiana. Dopo La strada si è parlato di lei come di uno Charlot in gonnella, di un personaggio destinato non soltanto a rimanere tra i classici del cinema ma ad avere un seguito, a vivere altre avventure, a provocare nuove emozioni. Non è improbabile, perciò, che l’insistenza del pubblico induca i produttori a far risuscitare la compagna di Zampanò, anche se Fellini e la moglie han. no, per il momento, progetti diversi: tra l’altro quello di «girare» la storia di una patetica suorina di campagna cui si addirebbe magari anche il nome di suor Gelsomina.

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Sopra: Giulietta a un anno d’età. Giulietta viene da una tipica famiglia medio-borghese di provincia. Il padre fa l'impiegato ma fino ai trent’anni ha viaggiato l’Europa come violinista. Sotto: Giulietta a tre anni, a Roma. Sua madre, Fulvia Pasqualini è un’insegnante veneta, discendente di una famiglia che per generazioni si è dedicata all’insegnamento.
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È un fatto, comunque, che al di là del successo del film. Gelsomina rimane nel cuore del pubblico, viene ricordata ad ogni occasione, spesso la sua storia sembra davvero reale. Quante Gelsomine esistono, dunque, quante ne abbiamo conosciute? Le lettere che Giulietta Masina riceve giornalmente fanno capire che i personaggi creati da Fellini non sono poi così letterari, così fantastici, così ideali come qualcuno ha scritto. «Mio marito è Zampano» è l’espressione più frequente e più genuina che si possa leggere in queste lettere inviate da un pubblico nuovo ad una attrice genuina. Un pubblico chela Masina mostra di aver perfettamente capito se gli invia, invece della solita stereotipata foto da diva, l’immagine ancora viva, ottimista, per metà sorridente e per meta pietosa, di Gelsomina.

Giulietta Masina è una don na equilibrata, intelligente modesta, tendenzialmente saggia: conosce esattamente i propri meriti e difetti, le proprie possibilità e gli handicap. Se parlo del suo grande pubblico ha già pronta una spiegazione, a suo dire, plausibilissima: «Quando un cane fa una smorfia, quando un bimbo sorride dallo schermo di un cinema, tutta la sala improvvisamente si anima, freme, si commuove: nel buio, si alza e si placa un improvviso tramestio. È passata la tenerezza». Come quel bimbo. come quel cane, anche il viso patetico di Gelsomina, secondo lei, «ha fatto tenerezza», ha suscitato emozioni, ha catturato il suo pubblico.

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Sopra: Giulietta bambina con la zia di Roma, Giulia Sardi Pasqualini, presso la quale trascorse I infanzia e la giovinezza fino al matrimonio. Al Liceo delle Orsoline una suora missionaria te insegnò a dipingere, a suonare il piano, a cantare e a recitare. Sotto: un provino di Giulietta per «Luci del varietà», il film di Lattuada sceneggiato da Fellini.
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Quello di riuscire a far tenerezza è stato sempre il grande gioco preferito di Giulietta Masina. Domandatele cosa vorrebbe interpretare e vi sentirete rispondere Cosetta dei Miserabili o il ragazzino di Senza famiglia. Risalite nel tempo e la ritroverete a scuola dalle suore, intenta a recitare lacrimose poesie popolate di bimbe orfane e derelitte. Esaminate la sua attività teatrale, radiofonica, cinematografica e la scoprirete fitta di ruoli patetici, malinconici, sentimentali. Con una attrice meno dotata il pubblico avrebbe finito per annoiarsi, ma Giulietta Masina, cui non manca uno spiccato senso dell'umorismo, è riuscita ogni volta ad essere diversa, percorrendo a grandi passi la strada del successo.

Nel 1947 non aveva ancora pensato al cinema. Non ci avrebbe mai pensato se il regista Lattuada non l'avesse pretesa per un ruolo di secondo piano in Senza pietà: Giulietta Masina si guadagnò, con il Nastro d’Argento, il primo riconoscimento della critica italiana. In seguito Fellini e Lattuada la vollero in Luci del varietà: l’attrice, ancora con un ruolo di secondo piano, vinse il secondo Nastro d’Argento.

Evidentemente il marito la teneva d’occhio e andava saggiando già da allora la sua sensibilità e maturità in previsione del «grande debutto». Lei stessa doveva attenderlo da tempo, ma proprio per questo voleva esser certa di giocare una buona carta. «Vado avanti fino a cinquant'anni a recitare ruoli secondari» confessò ad una amica, «ma non taccio la protagonista finché non mi capita una parte come dico io.» Non ha dovuto attendere tanto.

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Giulietta Masina nel 1940, quando frequentava l'università, con un compagno. Recitava allora al teatro del «Guf», dove «si fece le ossa » passando da Goldoni a Bontempelli, da Pirandello a Brancati, con Fulchignoni, Guerrieri e la Proclemer. Giulietta con Federico Fellini nel 1944. Di Fellini Giulietta aveva interpretato un comico personaggio radiofonico, « Pallina ». Essi si conobbero quando si progettò di trarre un film dalla fortunata rubrica. 

Per i genitori, per le due sorelle minori, per il fratello, per la vecchia zia che l’ha cresciuta nella propria casa, iì successo di Giulietta Masina non è stato una sorpresa ma piuttosto la naturale conseguenza di una carriera intrapresa con serietà e puntiglio. E già da quando, una quindicina di anni or sono, la ragazza aveva manifestato per la prima volta il desiderio di dedicarsi al teatro, nessuno in famiglia aveva trovato a ridire, purché prima pensasse a laurearsi.

“Cico e Pallina”

Tale decisione, più che saggia, appariva coerente con i principi della famiglia, una tipica famiglia medio-borghese di provincia, scevra però di pregiudizi, e di vedute aperte. Oggi il padre di Giulietta Masina lavora alla Montecatini, ma fino all'età di trentanni aveva viaggiato mezz’Europa come violinista, gettando le basi di una carriera destinata al successo. Rampollo di una famiglia di musicisti, ne avrebbe certamente rinnovato i meriti se, a trent’anni, non avesse incontrato una graziosa maestrina veneta, Fulvia Pasquali, proveniente da una famiglia che per generazioni si era dedicata all’insegnamento. Gaetano Masina fu il primo a cedere: se ne innamorò, la sposò, mise da parte il violino per una attività più modesta e sicura. Ma quando la figlia primogenita mostrò le proprie tendenze artistiche, i genitori non si opposero in alcun modo.

A tre anni. Giulietta ballava il charleston e cantava Loia-Loia. Appena si riunivano nella sua casa bolognese un po’ di amici, la bimba finiva su un tavolo per dare spettacolo. Ma il terrore che potesse venirne una bimba prodigio, indusse i genitori a mitigare ogni sua tendenza. Quando la zia di Roma rimase vedova, Giulietta le venne inviata per farle compagnia. Avrebbe dovuto restarvi tre mesi, vi rimase tutta la vita, tornando a casa soltanto nei tre mesi estivi.

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La famiglia Masina al completo, fotografata alcuni anni fa. Da sinistra: Il figlio Mario, la figlia Eugenia, la madre Flavia Pasqualini, il padre Gaetano, Giulietta e la sorella minore Mariolina, gemella di Mario.

Giulietta Masina non andò ad una scuola pubblica che in quarta elementare: prima di allora studiò privatamente, sostenendo ogni fine d’anno l’esamino d’ammissione. Frequentò ginnasio e liceo dalle Orsoline di Sant'Angela Merici dove una suora missionaria, che aveva vissuto trentadue anni in Cina, le insegnò a dipingere, a lavorare il panno lenci con una matita elettrica, a decorare ceramiche, a suonare il piano, a cantare, a recitare. Più tardi Giulietta Masina smise le lezioni di piano perché aveva la mano troppo piccola, intensificò invece le lezioni di canto rivelandosi una promettente soprano lirico. Ma una volta all’università, il teatro prese il sopravvento.

Si «fece le ossa» con i ragazzi del GUF, dove si lavorava per pura passione, senza pretese di guadagno. Provò per mesi commedie destinate ad avere due sole repliche, per inviti, eppure non ebbe mai a rammaricarsene e. fin dalle prime rappresentazioni, la critica si accorse di lei, delle sue doti e possibilità. Debuttò in La famiglia dell'antiquario di Goldoni, un autore che le sarebbe rimasto sempre particolarmente adatto, cui seguirono I pazzi sulla moniugtui di Stefano Landi, Nostra Dea di Massimo Bontempelli, Frana allo scalo nord di Ugo Betti, Le trombe di Eustachio di Vitaliano Brancati, Il gatto con gli stivali di Lessing. Le furono compagni di lavoro in quel periodo. Fulchignoni, Guerrieri, la Proclemer, Chiavarelli, De Concini, Vasile.

Per amore esclusivo dell’arte Giulietta Masina recitò nella compagnia del teatro universitario per quattro anni, portando avanti di pari passo anche la sua tesi di laurea in lettere. Desiderosa di guadagnare qualcosa a tutti i costi, trovò tuttavia il tempo di dare, per cinque lire, lezioni private a ragazzi di liceo che, il più delle volte, apparivano molto più grandi e maturi di lei. Il giorno della prima lezione accadde comunque una mezza tragedia per il vivace intervento della vecchia zia che si ritenne profondamente offesa dalla decisione della nipote. E occorsero diversi giorni prima di convincerla che Giulietta non si lamentava di nulla, il suo desiderio di rendersi indipendente non preludeva ad alcuna rivoluzione familiare: semplicemente le piaceva lavorare, essere attiva, rendersi in qualche modo utile. La zia accettò a malincuore le lezioni private, ma non per questo allentò la propria materna sorveglianza e, ogni sera, continuò a raggiungerla in teatro 'dopo le prove, per accompagnarla a casa.

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Sopra: L’originale partecipazione, disegnata da Fellini per le sue nozze. Giulietta aveva deposto, prima di entrare in chiesa, ogni velleità artistica. Invece, oltre che una buona moglie, diventò anche un'ottima attrice. Sotto: Fellini e la Masina a Napoli nel 1944, durante la lavorazione di «Paisà», al quale Fellini collaborò. Dopo «La strada» Fellini e la moglie vorrebbero ora «girare» la storia d’una patetica suorina di campagna.
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Giulietta Masina non avrebbe avuto alcun bisogno di lavorare: come molte altre ragazze, poteva restare a casa in attesa di un marito, ma questo non era nel suo carattere e, quando le proposero di entrare nella compagnia di prosa di radio Roma, non esitò: la pagarono cinquanta lire al giorno. Nemmeno la zia, questa volta, ebbe a ridire, ma continuò a seguirla come una collegiale.

In quel periodo la radio inaugurò una trasmissione chiamata «Terziglio» che riuniva tre brevi composizioni di scrittori in voga. Federico Fellini, un giovane umorista già affermato, sceneggiò per quella trasmissione l’avventura di una coppia di sposini, Cico e Pallina, già celebri sulle colonne del Marc'Aurelio. Giulietta diede la voce a Pallina. La trasmissione ebbe

successo, Fellini venne invitato a sceneggiare altre avventure dei due personaggi, la Masina partecipò a tutte le trasmissioni che seguirono. Qualche mese dopo un produttore interpellò Fellini per un film su Cico e Pallina, gli disse di creare i personaggi adatti. Fellini telefonò alla radio, chiese dei due attori, . trovò soltanto l’uomo, gli fissò un appuntamento ma rimase profondamente deluso scoprendo che si trattava di uno squallido quarantenne, calvo ed obeso. Immaginò che anche la voce di Pallina avesse un aspetto altrettanto sgradevole. fu tentato di non incontrarla nemmeno, poi la curiosità ebbe il sopravvento. Le fissò un appuntamento, vi andò controvoglia, giunse in ritardo: ma trovò l’attrice così simile alla Pallina che aveva immaginato da entusiasmarsene subito.

Quella sera la zia dovette mettersi a letto con un raffreddore e Giulietta Masina potè dar prova della propria indipendenza accettando anche un invito a cena. Federico Fellini, da parte sua, si fìnse molto ricco, la portò nel miglior locale di Roma, senza trascurare nemmeno lo champagne ma poi dovettero tornare a piedi sotto la pioggia perché aveva finito la modesta cifra di cui era in possesso.

Il film sui due sposini non si fece più, ma «Cico» aveva trovata la sua Pallina. Due mesi dopo Fellini e la Masina si sposarono. Ripetendo un gesto che aveva fatto suo padre molti anni prima, Giulietta depose, prima di entrare in chiesa, ogni velleità artistica, decisa a rimanere soltanto una buona moglie. Invece doveva essere anche un’ottima attrice.


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L’ammirata interprete di “La Strada” è una donnina molto semplice che, al contrario di tante dive, non ama farsi fotografare perché dice di “riuscire sempre male” e alla quale l’esaurimento nervoso viene soltanto quando non lavora.

Fissate le nozze per il 30 ottobre 1943, Giulietta Masina e Federico Feilini si erano ripromessi di non ritardarle per alcun motivo. Né un 25 luglio né un 8 settembre riuscirono, infatti, a farli mutare di avviso. Un solo incidente, accaduto il 28 ottobre, rischiò di rimandarle definitivamente: Federico finì in una retata tedesca, si vide puntato un mitra alle costole, venne caricato su un camion diretto in Germania. Con una trovata degna d’uno dei suoi sketch si finse allora amico di un ufficiale della caserma, gli corse incontro baciandolo, riuscì ad evadere l’attenzione delle sentinelle. Tornato da Giulietta non ne volle più sapere di uscire, tanto è vero che si sposarono nello stesso palazzo, nella cappella privata di un monsignore infermo.

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Alla prima di «Gli innamorati» di Goldoni rappresentati al Teatro Ateneo quattro anni or sono. Giulietta Masina riceve le congratulazioni di Ingrid Bergman e Carla Del Poggio. Dopo aver interpretato in cinematografo tanti ruoli di donne perdute, il candido personaggio goldoniano fu una rivelazione. Sotto: Giulietta assieme al marito Federico Fellini.
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Lasciato il teatro per essere una buona moglie, Giulietta Masina fece il suo primo inatteso incontro con il cinema quattro anni dopo e non perché se ne occupasse suo marito. Occorsero, anzi, altri due film prima che Federico si decidesse a saggiarne le possibilità. Una sera Giulietta rientrò con un sorriso radioso; le avevano offerto di prender parte ad una serie di recite al teatro Ateneo. Sarebbe stato sciocco proibirglielo e Giulietta ottenne un successo personale in Gli innamorati di Goldoni. Ingrid Bergman, Eleonora Rossi Drago, Carla Del Poggio ed alcuni registi affollarono il suo camerino dopo la «prima». Poi Giulietta ritornò al cinema: Lattuada e Comencini, Rossellini e Coletti, Lizzani e Pastina le diedero più di una occasione per mettersi in luce. Dovevano comunque passare altri cinque anni perché il marito la portasse alla grande affermazione de La strada. Giulietta Masina, intanto, era tornata sulle scene del teatro delle Arti con Angelica di Leo Ferrero.

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Feilini sembra oggi completamente sicuro di lei e la vorrebbe in ognuno dei suoi film. «Se non avessi avuto Giulietta», confessa, «forse Gelsomina non sarebbe mai nata.» Il suo entusiasmo appare disinteressato, l'affetto non influenza il giudizio. «Senza paura di cadere in equivoci sentimentali», aggiunge, «è per me la più grande attrice che ci sia oggi in Italia.» Lo scrittore Giuseppe Marotta, meno assolutista, fa il suo nome nella rosa delle tre più importanti attrici italiane, con Lea Padovani e Silvana Mangano.

A Giuseppe Marotta non si può negare il merito di aver saputo riconoscere e giudicare la statura della Masina dalla sua prima prova. Dopo il ruolo della «segnorina» scanzonata in Senza pietà, lo scrittore fu il primo a definirla la «Bette Davis italiana». Giulietta Masina ne rimase commossa e gli scrisse un biglietto di ringraziamento. Marotta le rispose, questa volta privatamente, con una lettera di elogi e di auguri che l’attrice, superstiziosa per natura, conserva ancora nella borsetta come portafortuna.

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La Masina in una inquadratura di «Senza Pietà», il suo primo film che le fruttò, con l’assegnazione del Nastro d’Argento, il primo riconoscimento di tutta la critica italiana. Giulietta con Antonio Nicotra in «Ai margini della metropoli». 

Come «diva» Giulietta Masina si è rivelata una vera eccezione: benvoluta dalle colleghe, non le piace farsi fotografare perché dice: «Vengo sempre male». Se i giornalisti la cercano si nasconde intimidita, alle serate di gala preferisce un cinema di seconda visione sotto casa. È convinta che l'automobile sia una grande comodità ma le piace andare in autobus. Il traffico di una grande città, il passeggio della sera, il via vai delle ore di punta le mettono allegria. Fanatica per il ballo adora le feste, l'eleganza, la bella gente anche se il più delle volte la sua aspettativa rimane delusa.

Entusiasta del proprio mestiere, crede le sia impossibile recitare in ruoli che non le piacciono, ma è pronta ad ammettere che le è facile innamorarsi di un personaggio. Se dipendesse da lei vorrebbe interpretare una nuova versione di Senza cielo o di Piccole volpi. Il marito, invece, la vedrebbe nel ruolo di Giovanna d’Arco. «Era in fondo una Gelsomina», dice. Come Gloria Swanson adora lavorare: l’ozio, il riposo, la vita tranquilla le provocano l’esaurimento nervoso.

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Estate 1948: alla Casina delle Rose di Roma, la critica italiana conferisce a Giulietta Masina il Nastro d’Argento per la migliore attrice non protagonista dell'annata. Un altro Nastro le fu assegnato per «Luci del Varietà».

La soddisfazione maggiore Giulietta Masina l’ha provata festeggiando, con il marito, l’undicesimo anniversario di matrimonio nella città più grande d’Europa, tra gli applausi e le critiche favorevoli di mezza Inghilterra, confusa dalle serate di gaia e dall’incontro con la Regina.

Se, infatti, La strada ha ottenuto a Londra il maggiore successo tra i film presentati nella settimana del cinema italiano, a Giulietta Masina sono toccati gli applausi più lunghi, sinceri, entusiastici. E dopo la proiezione del film Gelsomina ha dovuto subire l’impetuoso assalto dei suoi nuovi ammiratori. Nella calca, una lady dai capelli grigio-azzurri si è fatta largo verso di lei, si è tolta con mossa decisa la collana d’argento e pietre dure che aveva al collo per donargliela in un impeto di affetto «For Celuomina!» le gridò mentre la folla rumoreggiante la trascinava, nuovamente lontano.

Il produttore Fortunato Misiano, che aveva assistito alla scena, mormorò: «Sembra il miracolo di S. Gennaro».

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Sopra: "Gelsomina" nel film «La strada». Sotto: la Masina con Elsa Merlini in una pausa di «Cameriera bella presenza».La Masina con Elsa Merlini in una pausa di «Cameriera bella presenza».
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Seguiti per strada da codazzi di ammiratori, Fellini e la moglie furono accolti nella hall del Savoy dall’orchestra che già suonava il motivo do- “ minante del film. L'attrice, distratta, non si rese conto di quello che stava accadendo finché tutto il salone non fu uno scroscio di applausi: da ogni parte la ringraziavano, le mandavano baci. L’indomani mattina, poi, cominciarono a giungerle telefonate e regali da ammiratrici e ammiratori che non avrebbe mai conosciuto. I produttori fecero a gara per distribuire il suo film che ottenne diciottomila sterline di minimo garantito contro le diecimila offerte per Pane, amore e fantasia.

I critici dei principali giornali non sono stati da meno: quello del New Chronicle la ha paragonata alla primavera, scoprendole una bocca più mobile di quella di Grock, uno sguardo sapientemente distratto come quello di Harpo Marx ed un mento radioso come quello di Margaret Rutheford bambina. Today cinema ha concluso con queste parole la recensione del film: «Se Chaplin avrà mai bisogno di una attrice di primo piano per un ruolo di orfanella, non dovrà cercare altro che Giulietta Masina».

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Sopra: Londra. Settimana del Cinema italiano. Si prova e si riprova in attesa delia grande serata. Indossato l'ermellino sulla gonna sportiva anche la Masina ha imparato l’etichetta di corte. Ma è esausta. Un fotografo ha voluto ricordare con questa foto le fatiche della «diva». Sotto: Giulietta Masina fotografata nella sua casa insieme con la nipotina Simonetta, primogenita della sorella Eugenia, moglie di un medico romano. L’attrice ha una vera passione per i bambini che spesso, dopo il film, la scambiano per una vera Gelsomina.
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A parte i successi ottenuti all’estero, è chiaro che Giulietta Masina tiene soprattutto al pubblico italiano che ormai la segue, l’ammira e l’assedia con sempre maggiore affetto. Per questo ha accettato di buon grado di intervenire di persona alle prime visioni del film nelle città più importanti d’Italia. Dopo Venezia, Milano, Roma, Genova è stata la volta di Vicenza e Bologna. A Vicenza, dove vive la famiglia, è stato inaugurato in suo onore il nuovo cinema Palladium con l’intervento del sindaco e delle autorità locali. A Bologna, sua città natale, l'hanno scongiurata di far risuscitare il personaggio di compagna di Zampanò.

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In sala, durante la proiezione del film, le è accaduto l’episodio più commovente della sua vita. Ogni volta che Gelsomina subiva un sopruso una bimbetta di tre anni scendeva gli scalini della galleria verso la sua poltrona, le prendeva una mano, gliela baciava in silenzio. Poi tornava via, verso la mamma.

Giorgio Salvioni, «Epoca», anno V, n.216 e 217, 21 e 28 novembre 1954 


Epoca
Giorgio Salvioni, «Epoca», anno V, n.216 e 217, 21 e 28 novembre 1954