I vitelloni

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Il nuovo film di Fellini. Il titolo desta più stupore che consenso perché il fenomeno del vitellonismo è ancora poco conosciuto

Federico Fellini parla sempre volentieri del suo lavoro cinematografico. Con chiunque largheggia nei particolari, spesso si lascia prendere la mano dall’entusiasmo. In questi ultimi 'tempi, tuttavia, s’è fatto stranamente riservato. Soprattutto, cerca ogni pretesto per non accennare al titolo del film che sta attualmente dirigendo. Il fatto è che, quando è costretto a pronunciarlo, trova in chi l’ascolta piò stupore che consensi. Invariabilmente si sente dire: «I vitelloni? Che titolo curioso! Cosa vuol dire?». Fellini è nato ed è vissuto fino all'età di diciannove anni a Rimini, una cittadina di provincia dove anche i ragazzi delle elementari sanno cosa voglia significare « vitellone». Per di più, essendo anch'egli un vitellone potenziale, non riesce a spiegarsi la quasi generale incomprensione per questo temine. Ha finito col seccarsi di dover chiarire ogni volta: « I vitelloni non sono altro che i gagà di provincia. Si tratta dei figli di papà, degli sfaccendati della borghesìa, comuni alle piccole e alle grandi citta. Soltanto, questi della provincia, hanno caratteristiche tutte particolari. Col mio film intendo contribuire ad una più larga conoscenza del vitellonismo... ».

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I «VITELLONI». Da sinistra in primo piano: Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, in seconda fila: Franco Interlenghi e Riccardo Fellini

Benché, come egli dice scherzando, la grande città lo abbia travolto giovanissimo, Fellini non s'è mai dimenticato della sua lunga esperienza provinciale. Quell’esperienza influì sulla sua vena umoristica all'epoca del suo debutto nel giornalismo e continuò a farsi avvertire, in seguito, anche nei suoi lavori cinematografici. Passato, un paio d’anni fa, dal ruolo di sceneggiatore a quello dì regista, era fatale che Fellini orientasse le sue simpatie verso il piccolo mondo nell'ambito del quale s’era formato. Del costume di provincia, il vitellonismo era il motivo che più l’attraeva. Per questo nel settembre scorso, con la collaborazione di Tullio Pinelll per il soggetto e di Ennio Fiaiano per la sceneggiatura, mise a punto i vitelloni. L’intento iniziale di Fellini era quello di ambientare l’indagine cinematografica a Rimini, la sua città, per sfruttare la personale conoscenza del vitellonismo locale. Ma il film correva il rischio di avere troppi punti di contatto con situazioni e personaggi reali. Per evitare risentimenti, Fellini costruì una città di fantasia, prendendo in prestito gli interni da Firenze, gli esterni da Viterbo e il mare da Ostia.

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ELEONORA RUFFO e Franco Fabrizi in una scena dei «Vitelloni ». Collaboratore al soggetto Tullio Pinelìi e alla sceneggiatura Ennio Fiaiano.

Quanto agli interpreti, il regista non rinunciò al desiderio di inserire nel film un «vitellone» vera il suo ideale sarebbe stato di sostenere personalmente il ruolo; ma l’impossibilità di recitare e dirigere nello stesso tempo, lo indusse ad una soluzione d’altro genere. Incluse, cioè, tra gli attori, anche suo fratello Riccardo, un po' più giovane, con qualche centimetro di statura In meno, ma esperto In vitellonismo quanto iuL Cosi, accanto ad Alberto Sordi, Franco Fabrizl, Franco Interlenghi e ai commediografo-attore Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini completò il quintetto dei Vitelloni. I ruoli delle donne sedotte o corteggiate dal gagà di provincia furono affidati ad Eleonora Ruffo. Lyda Baarova, Arlette Sauvage e Viva Silenti; le parti riservate ai « grandi », cioè ai mantenitori o alle vittime dei vitelloni, furono distribuite tra Paola Borboni, Enrico Vlarisio, Carlo Romano e Jean Brochard.

Il film, entrato in lavorazione dieci settimane fa, non si sarebbe retto su una trama vera e propria. Essendo cinque i personaggi principali, cioè il quintetto dei vitelloni, l'obbiettivo avrebbe seguito praticamente cinque storie, destinate a fondersi e confondersi, in certi momenti, una con l’altra.

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ROMA. L'attrice francese Arlette Sauvage, una delle interpreti del «Vitelloni», a Villa Borghese. A destra, Franco Fabrizi.

La vicenda cinematografica ha inizio con la chiusura della stagione balneare nella cittadina immaginaria creata da Federico Fellini. Al circolo del tennis si dà una serata all’aperto per l’elezione di Miss Sirena 1952. Interviene alla festa anche una «nota attrice del cinema, appositamente giunta da Roma». Sulla pedana da ballo un giovanotto tarchiato, bruno, canta con sentimento: «Solo me ne vo’ per la città».». La sua voce tradisce l'emozione del dilettante. Si tratta di Riccardo (Riccardo Fellini), uno dei cinque protagonisti del film. Gli altri, Fausto (Franco Fabrizl). Alberto (Alberto Sordi), Leopoldo (Leopoldo Trieste) e Moraldo (Franco Interlenghi), ascoltano compiaciuti, con aria di consumati e scettici intenditori. L’elezione della Miss ha luogo proprio quando si sta profilando all'orizzonte un temporale. Si accelerano i tempi e Sandra, sorella del vitellone Moraldo, viene acclamata reginetta. Gli ospiti del circolo non hanno molto tempo per festeggiarla. Un acquazzone disperde la piccola folla; la nuova eletta, insieme ai familiari e agli amici, si rifugia nel padiglione del circolo. Ma non sembra affatto felice per la fortuna che le è toccata. Ad un certo momento, anzi, viene colta da uno strano malessere. Cercano di rianimarla, mentre lei continua a ripetere: « Voglio morire», voglio morire». ». A quelle parole il vitellone Fausto, il bello del quintetto, se la squaglia. Ha la coscienza sporca. Tenta addirittura una partenza clandestina per la grande città; ma suo padre, un lavoratore tutto d’un pezzo, gliela impedisce. Di lì a qualche giorno Fausto deve cosi riparare, col solito convenzionale matrimonio, il torto fatto a Sandra.

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ROMA. L'attrice francese Arlette Sauvage e Federico Fellini mostrano una scena agli attori Alberto Sordi, Riccardo Fellini, Franco Fabrizi e Lepopldo Trieste.

Il gruppo dei vitelloni accusa un primo colpo. Ad ogni modo, quantunque abbia ormai moglie e sia stato costretto a fare il commesso in un negozio di arredi sacri, il bel Fausto non perde del tutto le vecchie abitudini. Nel ritagli di tempo, soprattutto la sera, continua a frequentare gli altri vitelloni Insieme a loro rincorre i soliti sogni; non la smette neanche di fare il «conquistatore». I cinque giovanotti non hanno un titolo di studio, una professione o un mestiere. La loro posizione è strettamente legata alle scarse possibilità delle .singole famiglie. Tuttavia, si sentono più importanti degli altri. Sono sempre in attesa di una offerta fantastica o di una straordinaria combinazione che li collochi su alti piedistalli della finanza, dell’industria. della cultura. Il momento più importante della loro giornata è quello del passeggio serale lungo il corso della piccola città. Consumano le scarpe f acendo la spola tra la gente, guardano con alterigia « i poveri borghesi » e con audacia le donne. In quei momenti si convincono addirittura di esser diversi e migliori degli altri. Non pensano neanche lontanamente che il loro destino è quello di confondersi tra la folla anonima. per cedere il passo ai vitelloni delle classi più giovani. In fondo, il film di Fellini ha come scopo preminente quello di mettere l’accento sulla lenta, inesorabile parabola del vitellonismo. Alle ultime battute di questa vicenda corale, infatti, i cinque giovanotti tanto baldanzosi nelle prime scene, hanno ormai perduto la fede nelle loro assurde speranze e nei loro sogni infantili. Il bel Fausto s’è gjà rassegnato ad una vita mediocre; Moraldo parte in cerca d’un lavoro qualunque. Gli altri continuano a frequentare il biliardo, tentano ancora di darsi un tono, ma, come vitelloni, sanno di avere ormai le ore contate.

Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno IX, n.17, 23 aprile 1953


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Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno IX, n.17, 23 aprile 1953