Fellini Federico

(Rimini, 20 gennaio 1920 – Roma, 31 ottobre 1993) è stato un regista, sceneggiatore, scrittore e fumettista italiano.

Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie le aveva già tutte scritte sulla faccia? Mi sarebbe piaciuto piuttosto dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento, che rendesse conto di come era, come era fatto dentro e fuori, quale era la sua struttura ossea, quali erano gli snodamenti più sensibili, le giunture più resistenti e mobili. Avrei voluto farlo vedere in diversi atteggiamenti in piedi, seduto, orizzontale, verticale, vestito ma anche nudo, per vederlo bene e farlo vedere, così come si fa con un documentario sulle giraffe, per esempio, o su certi pesci fosforescenti degli abissi marini. Avrebbe dovuto essere un'intervista fantastica, un tentativo di catturare il senso di quella straordinaria apparizione.


Mi ero appena seduto in quella stiva di pirati pronti a tutto, quando si fece sentire, via vìa più sonora e pungente, una musichetta da circo, una tarantella pazza e sinistra che percorse lo sgangherato stanzone come un irresistibile solletico. La platea si agitava tutta, allargava le cosce, sbracandosi nella posizione più comoda, con ingordigia: era scoccato il segnale che un accadimento ansiosamente atteso stava arrivando. Sembrava di stare in un aereo al momento del decollo, sulla pista di partenza... Ma Totò non apparve sul palcoscenico che continuava a restare vuoto e deserto. Arrivò dal fondo del cinema, si materializzò all'improvviso e tutte le teste si voltarono insieme, come una gran ventata. In un uragano di applausi, di urla di gioia, dì gratitudine, feci appena in tempo a vedere l’inquietante figuretta che avanzava rapidissima lungo il corridoio. Scivolava come su delle rotelline, una candela accesa in mano, il frac da becchino e, sotto l'ala della bombetta, due occhi allucinati, dolcissimi, da rondone, da ectoplasma, da bambino centenario, da angelo pazzo. Mi passò vicinissimo, leggero come un sogno e subito scomparve inghiottito dalle onde del pubblico che si alzava in piedi, lo acclamava, voleva toccarlo. Riapparve, ormai irraggiungibile, laggiù sul palcoscenico, si dondolava avanti e indietro, in silenzio, gli occhi che giravano come le palline della roulette. Poi, di colpo, la funebre macchietta soffiò sulla candela, alzò la tesa della bombetta e disse: «Buona Pasqua». Ma non era Pasqua. Era novembre.

È considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema. Già vincitore di quattro premi Oscar al miglior film straniero, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Nell'arco di quasi quarant'anni - da Lo sceicco bianco del 1952 a La voce della luna del 1990 - Fellini ha "ritratto" in decine di lungometraggi una piccola folla di personaggi memorabili. Definiva se stesso "un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo". Ha lasciato opere indimenticabili, ricche di satira ma anche velate di una sottile malinconia, caratterizzate da uno stile onirico e visionario. I titoli dei suoi più celebri film - La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, 8½ e Amarcord - sono diventati dei topoi citati, in lingua originale, in tutto il mondo.


Il miglior regista per un film comico è uno col quale non ho mai lavorato, ma che ritengo, dopo aver visto i suoi film e conoscendo il suo temperamento, il più adatto a dirigere una pellicola comica di alta classe: Federico Fellini. Con lui farei volentieri un film. Molti critici rimproverano ai miei registi di usarmi sempre con la stessa maschera, entro schemi per lo più fissi. C'è da ribattere che Charlot e Musco, per citarne solo due, sono stati sempre uguali grazie alla loro maschera. Perché si dovrebbe cambiare ogni volta? Perché ci si dovrebbe spersonalizzare? Con questa maschera qua ho lavorato nelle farse della commedia dell'arte, nel varietà, nel café-chantant, nella rivista, nelle operette, nella prosa dialettale e nel cinema: le sono affezionato come alla mia cosa più cara.

Antonio de Curtis


Infanzia e giovinezza 

Federico Fellini nasce a Rimini, allora in provincia di Forlì, il 20 gennaio del 1920 in una famiglia modesta. Il padre, Urbano (1894-1956) è un rappresentante di liquori, dolciumi e generi alimentari di Gambettola, cittadina situata a poco più di 20 km a ovest di Rimini, in direzione di Forlì. La madre, Ida Barbiani (1896-1984), romana del rione Esquilino, è casalinga. Fellini segue studi regolari, frequentando a Rimini il Liceo classico Giulio Cesare e rivela già il proprio talento nel disegno, che manifesta sotto forma di vignette e caricature di compagni e professori.

Il suo disegnatore preferito era lo statunitense Winsor McCay, inventore del personaggio di «Little Nemo». Ispirandosi al celebre personaggio, nella sua camera da letto aveva costruito con la fantasia un mondo inventato, nel quale immaginava di ambientare le storie che voleva vivere e vedere al cinema. Ai quattro montanti del letto aveva dato i nomi dei quattro cinema di Rimini: da lì, prima di addormentarsi, prendevano forma le sue storie immaginifiche.

Fellini, fin dall'età di sedici anni, mostrava una grandissima passione per il cinema, infatti, nel suo libro Quattro film, descrive che, tra gli anni 1936 e 1939, usciva di casa senza permesso dei genitori e visitava i cinema nella sua città.

Già prima di terminare la scuola, nel corso del 1938, Fellini prova alcune collaborazioni con giornali e riviste. La Domenica del Corriere gli pubblica qualche vignetta nella rubrica Cartoline dal pubblico, ma la collaborazione più duratura è quella che riesce a stabilire con il settimanale politico-satirico edito da Nerbini, Il 420, sul quale pubblica numerose vignette e rubrichette umoristiche, sino alla fine del 1939. Agli inizi dello stesso anno si era trasferito a Roma con la scusa di frequentare l'Università, in realtà per realizzare il desiderio di dedicarsi alla professione giornalistica.

Gli esordi

Fellini giunge nella capitale seguito dalla madre Ida, che nella città ha i suoi parenti, e dai due fratelli Riccardo e la piccola Maddalena; prende alloggio in via Albalonga, fuori porta San Giovanni (nel quartiere Appio-Latino). Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Le prime esperienze del giovane Fellini rivelano che il suo obiettivo professionale non era tanto diventare avvocato (non sosterrà mai un esame) quanto intraprendere il lavoro di giornalista.

Federico Fellini esordisce infatti, pochi mesi dopo il suo arrivo a Roma, nell'aprile del 1939, sul Marc'Aurelio, la principale rivista satirica italiana, nata nel 1931 e diretta da Vito De Bellis. Collabora come disegnatore satirico, ideatore di numerose rubriche (tra le quali È permesso…?), vignettista e autore delle celebri "Storielle di Federico", divenendo una firma di punta del quindicinale. Il suo principale referente in questa fase è il cartellonista e caricaturista Enrico De Seta.

Il successo nel Marc'Aurelio si traduce in buoni guadagni e inaspettate offerte di lavoro. Fellini fa conoscenza con personaggi a quel tempo già noti. Inizia a scrivere copioni e gag di sua mano. Collabora ad alcuni film di Erminio Macario: Imputato, alzatevi! e Lo vedi come sei... lo vedi come sei? del 1939; Non me lo dire! e Il pirata sono io del 1940; scrive le battute per gli spettacoli dal vivo di Aldo Fabrizi.



Fellini e la censura - Patrizia Ferrara

Galleria fotografica e stampa dell'epoca

1951 Epoca Alberto Sordi intro

Il cammello dello Zoo di Roma è stato trasportato sulla sabbia di Fregene a vivere la sua ora di gloria. È un vecchio cammello stanco, disabituato alle fatiche e ormai dimentico di essere stato una volta «la nave del deserto». Cosicché, quando l’attrice Lilia Landi si è sistemata sulle sue gobbe per tentare la fuga verso l’ignoto, non ha voluto saperne di alzarsi e, infine costrettovi da pungoli e da grida, ha mosso qualche passo indolente per tornare a sdraiarsi subito dopo fra beduini e sulamite. A Fregene si sta girando «Lo sceicco bianco», patetica e garbata satira degli eroi dei giornali a fumetti. Lo dirige Federico Feliini, che firmò con Lattuada «Luci del Varietà» e ora si è deciso al gran passo della regia. Fellini ha trentanni. Intorno al 1940 fu «poeta di compagnia» di Fabrizi; poi, firmando «Federico», fu uno dei più apprezzati redattori di un giornale umoristico.

1951 Epoca Alberto Sordi f1

Negli ultimi mesi della guerra (aveva già sposato l’attrice Giulietta Masina), sbarcò il lunario inventando, col pittore Scordio, il «Funny Face Shop», una botteguccia dove i soldati alleati potevano ottenere una caricatura inquadrata in tipici ambienti della Roma antica e moderna. Fellini fuggì di casa a 17 anni e non si vergogna di dire che ha fatto più volte la fame. In un certo periodo si trovò a farla con Alberto Sordi, clienti serali della stessa latteria. Ora, in attesa di realizzare un secondo film sulle avventure dei suoi famosi «compagnucci della parrocchietta», Sordi è il protagonista de «Lo sceicco bianco», con Lilia Landi nella parte di un’eccelsa diva dei «fumetti», e con Brunella Bovo, timida e romantica sposimi provinciale giunta a Roma col desiderio di conoscere il suo «eroe». Il motto di Brunella Bovo è «acqua e cognac». «Lo sceicco bianco» è il suo terzo film: per la terza volta (dopo «Miracolo a Milano» e «La vendetta di una pazza») si vede costretta a inzupparsi d'acqua e a ingurgitare cognac per riscaldarsi. Ma non se ne lamenta. Nonostante i continui bagni, è lo specchio della felicità. Quarto interprete, il commediografo Leopoldo Trieste. Quando egli sognava solo palcoscenici, il povero Francesco Pasinetti gli aveva predetto : «Tu finirai attore». E Trieste è diventato il «comico Poldino».

«Epoca», 1951


1953 Tempo Alberto Sordi intro

Volendo dure ai Vitelloni un sottotitolo che lo descriva, ce n’è uno che pare proprio fatto apposta, « Scene della vita di provincia ». Non lo dico per sfottò, che sarebbe stupido. Lo dico perché (considerato casuale ogni riferimento a fatti e persone reali, cioè a Balzac) questo è praticamente il film di Fellini, una successione di scene ed episodi della vita provinciale, senza stretta concatenazione tra loro, ma solo apparentemente riuniti dall’affinità dell’ambiente e del costume. Questo frammentismo, in cui qualcuno comincia a vedere con ragione un’incipiente pericolo per il nostro cinema, è stavolta per combinazione una insita necessità del soggetto, trattandosi di rappresentare un mondo di sentimenti incompiuti e di esistenze senza scopo: il mondo ristretto ma tipico di una certa gioventù piccolo borghese di provincia, la quale, portata dall’insufflcienza stessa dell’ambiente, ripiega sopra una vita neghittosa e mediocre, cercando nei modesti spassi e nei piccoli piaceri d'ogni giorno il provvisorio surrogato a quei progetti di avventura e di evasione che vengono continua-mente rimessi.

In realtà benché ciondolino insieme dalla mattino alla sera, ciascuno di questi cinque vive per proprio conto, col propri desideri e i propri rimpianti, solo unendoli la comune noia, e il bisogno di reagire a questa noia, e insieme di distinguersi dalla stagnante normalità che li circonda, assumendo gesti e modi spregiudicati che sono una locale affettazione di snobismo. Sotto queste forme emancipate essi mantengono in realtà tutti i difetti del loro ambiente, la piccineria pettegola, l’indifferenza egoista (guardate come si disinteressano di Leopoldo, il letteratucolo illuso, e lo abbandonano solo proprio nel momento in cui l'infelice crede finalmente di varare il suo ennesimo dramma inedito), e qualche volta anche lo scherno cattivo (la risataccla sguaiata e interminabile degli amici che si allontanano sulla strada, dopo aver sentito che il padre di Fausto, il fatuo dongiovannino di paese, lo costringe a sposare la ragazza che aveva resa incinta, quando già egli si preparava a battersela). E' quella cattiveria, frutto di una convivenza troppo vicina, che confessava del resto anche Leopardi, quando era «vitellone» a Recanati:

«Ed aspro a forza - Tra lo stuol dei malevoli divengo»; solo uno speciale « vitellone », che non andava a donne, non giocava a biliardo e scriveva il greco e il latino come Bessarione. A parte le loro miserie, in fondo bravi ragazzi, bravi ragazzi all’italiana, attaccati alla famiglia, sicché resta alla fine un’impressione mista di scombinato e di patetico, di deplorazione e di simpatia.

Ho voluto mostrare prima come i lineamenti di questo ambiente e di questi tipi siano stati sostanzialmente veduti giusti, per dire adesso che i loro sviluppi non sempre lo sono. Chiaramente impostato e condotto è per esempio, nella sua sbruffoneria faceta e puerile scapestrataggine, il personaggio di Alberto, tenuto da Sordi, ma assolutamente sbagliato, nella sua uggiosa passività, è quello di Monaldo dato ad Interlenghi. Esso crolla completamente quando, in contrasto aperto con la sua intima drittu-ru e dominante malinconia (che è poi quella che lo condurrà, unica tra tutti, a salvarsi ossia a prendere un treno), acconsente ad aiutare il cognato, il quale gli ha sedotto e rende infelice lo sorella, a rubare un certo angelo scolpito nel solaio di un antiquario, episodio Irritante da cima a fondo, non soltanto perché psicologicamente sfasato, ma perché portato dilettantescamente (quel povero scemo preso come complice apposta perché fin dal primo momento sia chiaro che si faranno pescare!). Anche la partenza di Monaldo, quella partenza senza preparativi e senza destinazione, è un pleonasmo retorico, messo il per finire, e aggravato dall’intervento sul marciapiede del piccolo ferroviere deamicisiano che fa ciao ciao. Così il capitolo del tirocinio di Fausto nell’azienda di oggetti sacri, tutto ingenuo e tutto falso, dal crudo e maldestro tentativo di seduzione, al vermuth con predicozzo morale e conseguente trionfo dell’amore legittimo.

E allora, si chiederà qualcuno, com'è che gli hanno dato il premio? Glielo hanno dato per l'altra metà, che forse è la più importante: per l’acutezza e sincerità di certe notazioni ambientali, per la grazia disinvolta con cui sono colti i giochi e gli umori dei giovani, e per il suo delicato sottofondo di nostalgia. Insomma è un premio duto sulla parola. Si può ben dare un premio sulla parola. Aspettiamo di vedere adesso se la manterrà.

Filippo Sacchi, «Tempo», 1953 


1954 07 15 Cinema Nuovo Federico Fellini intro

Anche Fellini risponde all’inchiesta fra gli sceneggiatori, intrattenendosi sui segreti del mestiere: qual è il numero ideale di collaboratori per una buona sceneggiatura? Tre per chiacchierare, dice Fellini, due soli per lavorare. Ma anche dalle chiacchiere possono uscire spunti e idee, buoni sempre a qualcosa

1) Qual è l’importanza della sceneggiatura nel film? 

La sceneggiatura è un punto di partenza, un promemoria più o meno dettagliato, al quale il regista deve dare anima. Può servire per precisare caratteri e personaggi; certe volte può spingersi fino a suggerire atmosfere precise; se però il regista non riceve questi suggerimenti oppure li tradisce, la sceneggiatura rimane, quando lo è, una cosa bella per se stessa, ma rispetto al film è come se non fosse mai esistita. In linea generale si può dire tuttavia che quando la sceneggiatura è fatta da gente abile, esperta, ed è congegnata in modo tale da suggerire il ritmo del film, se pure il realizzatore non si distacca dalla mediocrità, essa sarà come una macchina che darà un suono non sgradevole. 

2) La sceneggiatura deve essere articolata in funzione del regista — della sua personalità, della sua poesia, del suo stile — oppure è il regista che deve adeguarsi alla sceneggiatura?

Non credo che il regista debba adeguarsi alla sceneggiatura. Penso che un regista, anche nell’accezione più modesta di realizzatore di spettacolo e non di autore, dovrebbe partecipare alla stesura della sceneggiatura, esserne uno degli autori. Nel caso che egli non vi partecipi, gli sceneggiatori dovrebbero sempre lavorare in funzione della sua personalità, del suo stile, eccetera.

1954 07 15 Cinema Nuovo Federico Fellini f1

3) Qual è il vero autore del film?

Il vero autore del film, nel caso che si debba parlare di autori cinematografici, è il regista. Nel raso di realizzatori di spettacoli, la paternità può essere divisa tra regista e sceneggiatori. Per quanto riguarda, a esempio, Rossellini, con il quale ho lavorato come sceneggiatore, anche se talvolta mi è accaduto di svegliare la sua fantasia con alcune proposte, riconosco che egli è l’unico autore dei suoi film. Cosi penso di Charlie Chaplin.

4) Quali sono le differenze che corrono tra il dialogo cinematografico, quello teatrale e quello del romanzo? Quali sono le caratteristiche e le difficoltà del dialogo cinematografico?

Non si può evidentemente definire quali sono le caratteristiche del dialogo cinematografico in generale; esse mutano da film a film. Il film “ italiano ”, per esempio, ammette un certo tipo di dialogo, il quale è completamente diverso da quello teatrale. In una inquadratura di donne alla fontana, per esempio, si potrebbero forse adoperare delle battute di un verismo letterario o teatrale? La cosa veramente importante e bella del cinema neorealista è che esso non sopporta trucchi. Talvolta avviene che ci si giovi nella sceneggiatura della collaborazione di esperti autori teatrali, i quali fabbricano battute belle, allusive, efficaci sul piano lirico; mettete quelle battute in bocca ai personaggi del film e sùbito vi accorgete che sono false e stonate. Un mugolio, una battuta sciatta hanno invece un sorprendente sapore di verità, dico di verità artistica. Ritengo quindi che tra dialogo cinematografico e teatrale vi sia una differenza sostanziale; mentre il primo è senza dubbio più vicino a quello del romanzo.

5) Come deve svolgersi, per riuscire utile e produttiva, la collabo-razione fra sceneggiatori?

Credo che il numero ideale di persone perché la collaborazione fra sceneggiatori riesca proficua sia quello di tre. Devono essere naturalmente tre persone che si conoscono, che si stimano, che siano di uguale cultura o quasi, che abbiano le stesse sollecitazioni fantastiche. In tal caso anche il tempo perso in chiacchiere apparentemente vuote e inconcludenti è proficuo. Poi ci si intende senza tante spiegazioni, quasi secondo cifre. Tre naturalmente servono per chiacchierare; due bastano al momento di lavorare. Io e Pinelli per esempio (con il quale ho sempre lavorato) ci dividiamo alle volte le scene e il dialogo relativo. Condizione comunque indispensabile per un risultato utile è che la collaborazione si svolga sempre in funzione di quello che il regista sente; ciò dà chiarezza alle idee e al lavoro. 

1954 07 15 Cinema Nuovo Federico Fellini f2

6) Quali problemi crea, per la sceneggiatura, il cinema neorealista e, in particolare, il personaggio neorealista?

Problemi veri e propri no; direi delle diversità eccitanti, per esempio sul piano della realizzazione. Vi può accadere di immaginare, a tavolino, una scena realizzata in un certo modo, situata in un certo ambiente, una fattoria a esempio. Andate sul posto e trovate una fattoria affatto diversa. E’ sconcertante ed eccitante insieme. Innanzitutto vi accorgete che se quanto avete immaginato è valido rimane valido, anche se Cambiente è diverso. Poi (fatto questo molto importante) venendo a contatto con quell’ambiente, con gente vera, con persone reali, la vostra fantasia riceve nuovi impulsi e quello che fate è migliore di quello che avete immaginato. Bisogna stare attenti, naturalmente, a non prendere abbagli, a non scambiare una curiosità per il particolare con la verità, è necessario insomma un fulmineo criterio di scelta; ma, ripeto, anche se talvolta mi è accaduto di trovare bianco al posto di nero, non mi sono mai spaventato e di questo atteggiamento di umiltà verso la realtà in definitiva ho avuto sempre di che rallegrarmi e non dispiacermi. La stessa cosa debbo dire dei personaggi, la cui scelta mi è stata molte volte imposta dalla umanità persuasiva dei loro volti, affatto differente spesso dal tipo che avevo pensato.

Federico Fellini, «Cinema Nuovo», 15 luglio 1954


1956 04 05 La Gazzetta di Mantova Federico Fellini intro

«Gazzetta di Mantova», 5 aprile 1956 - Federico Fellini


1957 05 12 Gazzetta del Popolo Federico Fellini intro

Pietro Pintus, «Gazzetta del Popolo», 12 maggio 1957


1962 06 23 Tempo Federico Fellini intro

Pare ormai certo che il nuovo film di Fellini sia ambientato in una stazione termale: quasi niente si sa però sulla trama. Conservando il segreto il regista intende difendere la propria libertà creativa

Roma, giugno

Fellini ci costringe a peccare. Di indiscrezione se non altro. Da anni cerchiamo di corrompere i suoi collaboratori più fidi, di addormentare le sue guardie del corpo, accettiamo inviti a pranzo, beviamo tre aperitivi imo dopo l’altro nella speranza di riuscire a trovare qualcuno che ci aiuti a rintracciare il bandolo della matassa. Cioè del suo nuovo film. «Perchè vi interessa tanto sapere che cosa sto facendo?» domanda lui. «Perchè lo fai in segreto» gli rispondiamo. «Ma credi veramente che ai lettori importi conoscere in anticipo la trama di un film?». «E chi lo sa? Forse sì, forse no. Ma una cosa è certa: a questo punto la tarantola della curiosità ha morsicato proprio noi giornalisti. E a noi interessa tutto ciò che cerca di sfuggire alla nostra attenzione. Abbi pazienza dunque». Lui alza le spalle larghe e tonde, si aggiusta con una manata da ex-contadino l’esile cappelluccio di paglia che gli copre i capelli ribelli e sbuffa. «Ma io non capisco...» dice con voce lamentosa. E invece capisce benissimo. «Perchè non vuoi credermi quando ti dico che non lo so di preciso nemmeno io che cosa farò?». «Ti credo, ma questo futuro pieno di incognite non vieta che tu abbia una linea da seguire, un tipo di storia da raccontare...». «Ma, ma, ma... ma certo che le l’ho».

«E allora? E’ proprio questo che vogliamo sapere». Il gioco potrebbe continuare all’infinito. Fellini è un mastino: s’è attaccato al silenzio e non molla la presa nemmeno morto. Scommetto che se un giorno venisse fuori su un giornale l’idea che sta veramente rimuginando, per la rabbia cambierebbe il film seduta stante. E’ fatto così, il romagnolo.

1962 06 23 Tempo Federico Fellini f1Gli esterni del film vengono girati a Roma all'EUR, in un boschetto appartato il più possibile e fuori dagli sguardi indiscreti. Qualche fotografo tuttavia è riuscito a superare gli sbarramenti e a scattare, di nascosto, un certo numero di fotografie di scena. Ecco il regista dietro la macchina.

1962 06 23 Tempo Federico Fellini f2Tra le comparse e tra i generici di Fellini non mancano neppure questa volta frati e suore. Gli attori del film affermano di non sapere neppure con certezza in quale epoca la storia sia ambientata: potrebbe essere, per i vestiti, attorno al 1930, ma potrebbe essere anche oggi. Anche l’architettura di scena è ambigua.

Comunque vediamo un po’ se riusciamo a dargli un dispiacere. Del film che sta girando si parla da un pezzo. Diciamo da quando finì ”La dolce vita’’. Ma aveva tante idee per la testa. C’era un "Viaggio con Anita”, c’era persino una storia impostata sulla vita di Suor Maria Cabrini. Lui lasciava che si parlasse di questa o di quella e magari, per creare confusione, ci aggiungeva qualche altro titolo. Di fantasia ne ha molta. Un bel giorno un giornale francese pubblicò in poche righe "il prossimo film di Fellini". Non l’ho sotto mano ma ricordo benissimo la tramina. Un letterato di mezza età costretto dal fegato o dai reni a trascorrere un certo periodo di tempo in una stazione termale, si annoia e comincia a giocare all’esame di coscienza. Cioè tira i primi conti delia sua esistenza. Fra un bicchiere e l’altro ricorda i luoghi dove è stato, le persone che ha incontrato, le avventure che hanno lasciato, un segno nella sua vita. Tutto qui. Quando lesse queste righe Fellini si arrabbiò, cercò chi poteva averle ispirate, lo trovò. Era un involontario errore di uno dei suoi col-laboratori fissi. Riavutosi si affrettò a smentire tutto. «Non è vero, non so che cosa girerò, non ho scelto nessun attore, è tutto per aria».

Ma, stranamente, questa trama continuò ad essere contrabbandata come quella buona. E ora, vedendo le fotografie che qualcuno ha scattato di nascosto, (appollaiato su un albero, commettendo il solito peccato di indiscrezione e, per di più, rischiando un castigo immediato e ospedaliero se il ramo si fosse sentito solidale con il regista), ci sembra che quel filo conduttore sia proprio quello buono. Ecco lì, ricostruita in un boschetto di eucalipti vicino all’EUR, la stazione termale (Montecatini, Chianciano, Fiuggi, Castrocaro?) piena di ometti e donnette, fraticelli e suorine, infermiere carine, bic-chieroni col manico. Ecco Mastroianni con i capelli imbiancati, come si conviene a uno scrittore cinquantenne che non è passato indenne fra le rughe della vita. Ci sono la Cardinale e la Koscina con il camice bianco e il passo un po’ stanco a furia di andare su e giù davanti alla macchina da presa, coperta contro il sole, da un cappelluccio oblungo.

E c’è Sandra Milo. Passa e nessuno la riconosce, ingrassata di cinque chili, vestita tipo anni ruggenti, con la bocca a cuore e la parrucca. Vede un amico e lo saluta. Quello si ferma, la guarda e poi tira via credendo che si tratti di una comparsa. Lei lo rincorre e gli dice: «Ma perchè non mi saluti più? Sono Sandra... non mi riconosci?». E giù risate, manate sulle spalle.

«Ma va là... fatti vedere... e come ti hanno combinata? Che personaggio fai?».

«Non lo so... come tutti del resto».

«Ma avevo letto che ti eri ritirata».

«E’ vero, avevo rinunciato a un film di Cayatte e a uno di Pietrangeli perchè avevo deciso di non fare più del cinema. Ma un giorno è piombato in casa Fellini seguito da un codazzo di gente. Poi è venuto per dodici giorni di seguito a mangiare da noi e mi ha convinto. A fare che cosa? Non lo so. Quando vengo qui mi dà dei foglietti di carta con le battute che devo dire. Io me li studio e poi gli chiedo qualche spiegazione. Ma lui non ne dà. Fidati di me, dice, vedrai che tutto andrà bene. Poi guarda se sono ingrassata come aveva prescritto. Lui voleva cinque chili. Sono riuscita a metterne insieme quattro ma non riesco ad andare più in là. Anzi mi sembra che sto dimagrendo di nuovo. Se se ne accorge è un disastro». «Ma così conciata... qualcosa del personaggio dovrai pure sapere». «Macché. Il primo giorno vedendo il vestito, la parrucca, la bocca a cuore come Mary Pickford, sono andata da lui e gli ho detto: ma questo è un vestito da millenovecentoventinove. E lui: e chi te l’ha detto? Guardalo bene. Io lo guardo bene e mi sorge un dubbio. Potrebbe anche essere moderno. Se ne vedono in giro. Ma la bocca a cuore? Non vuole dire niente, niente... E non è facile recitare senza sapere il retroterra e il futuro di un personaggio. Lui spiega tutto... I movimenti voglio dire, li prova e li riprova e noi facciamo quello che dice. I primi giorni non mi trovavo a mio agio. Ma adesso mi ci sto abituando. Del resto anche Mastroianni, anche la Cardinale e la Koscina sono nelle stesse condizioni».

1962 06 23 Tempo Federico Fellini f3Claudia Cardinale è, con Sandra Milo e Sylva Koscina, una delle interpreti femminili. Da quel che si è potuto vedere la sua parte dovrebbe essere quella di un’infermiera in camice bianco. L’attrice afferma però di non conoscere affatto lo svolgimento della storia e di recitarne giorno per giorno un piccolo frammento.

1962 06 23 Tempo Federico Fellini f4Il protagonista è Marcello Mastroianni. Secondo le indiscrezioni più attendibili, confermate in parte dai capelli bianchi dell’attore, Mastroianni sostiene la parte di un maturo uomo di lettere, in cura in una stazione termale, che rivive il proprio passato. Nel film appare anche Anouck Aimè.

Che bravo questo Fellini. Pur di non darla vinta ai curiosi si arrampicherebbe sugli specchi. Del resto non è quello che noi curiosi stiamo facendo? Non ci stiamo arrampicando sugli specchi e sugli alberi per non dargliela vinta? E’ un gioco, lo sappiamo benissimo. Ma, a furia di giocare, ci sta venendo il dubbio che sia un gioco serio. Voglio dire che forse, dietro la testardaggine di Fellini, c’è qualcosa di più solido e vero e necessario di una semplice impuntatura per scommessa. Non vuole trovarsi impigliato in una trama precisa, su una strada senza diramazioni, che scorre in mezzo a un paesaggio fisso. Che Fellini sia un regista-autore non c’è dubbio. Perchè dunque non riconoscergli, come a tutti gli autori, il diritto di non scoprire le carte fino a quando il gioco della fantasia non sarà terminato? Anche il romanziere quando si mette davanti alla pagina bianca ha un’idea in testa, sa più o meno che cosa vuol dire. Ma non sa come i suoi personaggi vorranno arrivare al porto. E nessuno pretende di saperlo. Questa è una libertà che tutti riconoscono al narratore. Perchè negarla al regista-autore?

Ve lo immaginate che cosa succederebbe se uno di noi andasse da Moravia o da Pratolini a dirgli: «Egregio signore, sappiamo che sta scrivendo un libro, ci vuole per cortesia raccontare la trama?».

Ma questo naturalmente nessuno lo fa. Perchè dunque sottoporre Fellini e gli altri registi-autori a questo tour de force? Perchè il cinema arte commerciale ci ha abituato a sapere tutto in anticipo. Tutti vogliono sapere per filo e per segno come si svolgeranno le cose fra tre mesi, fra un anno. Tutti, dal produttore (che vuole la sceneggiatura di ferro) alla Banca che vuole la stessa cosa per i finanziamenti, dall’attore al Ministero. I registi finora sono stati al gioco. Ma qualcuno si ribella, reclama la sua libertà fino in fondo. In nome di che cosa potremmo negargliela?

Franco Calderoni, «Tempo», anno XXIV, n.25, 23 giugno 1962 


1956 Tempo Federico Fellini intro

Federico Fellini, regista cinematografico, è nato a Rimini nel 1920. Se ne andò a Roma a diciott’anni, solo, e divenne disegnatore umoristico per il "Marc’Aurelio". Cominciò a scrivere copioni e sceneggiature per le riviste e per i primi film di Aldo Fabrizi. Dopo la guerra fu uno dei creatori del neorealismo, soprattutto come sceneggiatore di Rossellini (da "Paisà” a "Francesco"). Debuttò nella regia con "Le luci del varietà" insieme a Lattuada; poi, da solo con "Lo sceicco bianco". Vive a Roma, è sposato con l’attrice Giulietta Masina.

1956 Tempo Federico Fellini f1Domanda. - Qual è secondo lei dalla fine della guerra in poi il film più "italiano" che sia stato prodotto?

Risposta. - I vitelloni.

D. - I suoi sogni sono in bianco e nero oppure a colori?

R. - A colori.

D. - Esiste una attrice o un attore con cui abbia sempre desiderato e mai potuto girare un film?

R. - No.

D. - Chi è, a suo giudizio, l’uomo più malvagio che sia esistito?

R. - Il produttore Dino De Laurentiis, che per il mio prossimo film ri ostina a non volermi dare l’operatore Martelli.

D. - Qual è secondo lei la cosa che meglio esprime 11 nostro tempo?

R. - Il richiamo del sesso.

D. - Qual è secondo lei il colmo dell’imbecillità umana?

R. - Volevo dire "rimpiangere il fascismo”, ma non mi riconosco in questa risposta. La verità è che io ho simpatia anche per gli imbecilli e credo alla loro funzione.

D. - Accade talvolta di udire che la malvagità non esiste e che sia causata soltanto da ignoranza. Qual è la sua opinione in proposito?

R. - La malvagità esiste. Mi pare difficile incontrare un ignorante malvagio, mentre invece conosco personalmente tipi coltissimi e veramente malvagi.

D. - Se la radio comunicasse che i marziani stanno per sbarcare sulla terra, quale sarebbe la sua prima reazione?

R. - Farei le capriole dall’entusiasmo.

D. - Se le venisse concesso di porre un microfono a suo piacimento, sotto la sedia di quale dei suoi contemporanei desidererebbe collocarlo, allo scopo di ascoltarne le parole?

R. - Gli uomini m’incuriosiscono tutti allo stesso modo.

D. - Il giorno del giudizio universale le viene affidata, a sua scelta, la difesa di Robespierre, di Hitler oppure di Mussolini Quale dei tre personaggi che le ho citato sceglierebbe come suo cliente?

R. - Mussolini. Se non altro, questo cliente lo conosco meglio degli altri due.

D. - Quale di queste domande potrebbe secondo lei servire (onore che mi è stato fatto da Giuseppe Marotta) di pretesto ad un racconto o ad un soggetto?

R. - Quella deli’ attricetta che per pubblicità inscena un finto suicidio e sbaglia dose e muore davvero.

D. - Che cosa manca agli italiani per essere felici?

R. - Niente. Mi sembra siano più felici di tanti altri.

D. - Qual è secondo lei la "vera misura” della ricchezza di un uomo?

R. - Intende la ricchezza materiale? Non creda che voglia fare lo spiritoso, ma in questo caso come vera misura della ricchezza di un uomo non saprei indicarle altro che il suo conto in banca.

D. - In ima sua recente dichiarazione alla stampa Coc-teau ha avuto occasione di dire "questa è la generazione dell’autostop". Vuol dirmi qual è in proposito la sua opinione?

R. - Non mi piacciono le definizioni. Non ci credo.

D. - Qual è secondo lei la ragione più profonda dello sconcertante successo di "Lascia o raddoppia?".

R. - Un insospettato, benefico, confortante senso di fiducia verso il prossimo. Lo sconosciuto che ci passa accanto, non è più un nemico misterioso impenetrabile, ma potrebbe essere un amicone simpatico, intelligente, che sa cucinare benissimo, conosce la geografia, possiamo fidarci di lui, farci aiutare, partire insieme per un viaggio avventuroso. Questo è uno dei motivi. L’altro (ugualmente importante) è che, seduti comodamente in poltrona possiamo assistere al crollo di questo sconosciuto amico, partecipando al suo linciaggio senza venirne accusati.

D. - Una dote particolare che distingue i francesi è l' "esprit”. Che cosa possiedono gli italiani che li caratterizzi altrettanto distintamente?

R. - Ammessa la prima parte della domanda, vorrei rispondere: la fantasia.

D. - Ritiene che la mancanza di spirito sia un bene oppure un male in un individuo e che in ogni caso limiti o no il suo successo nella vita?

R. - Come si fa a dirlo? In ogni caso non credo proprio che la mancanza di spirito limiti il successo nella vita. Anzi.

D. - Un mio amico era solito distinguere gli uomini in due grandi categorie traendo conseguenze dal fatto che essi amassero ovvero non amassero le bestie. Trova lei legittima codesta definizione? Se sì, per quale motivo?

R. - No. Conosco gente che adora gli animali ed è ferocemente indifferente verso gli uomini.

D. - Qual è secondo lei il più grave difetto di queste domande?

R. - Che spesso per la concisione della risposta l’intervistato è costretto a nascondersi dietro una battuta di spirito, insincera e nemmeno tanto spiritosa.

D. - Ha seguito lei queste interviste?

R. - Non tutte.

D. - Quale le è sembrata, per ciò che concerne le risposte, la più sincera?

R. - Di quelle che ricordo, le risposte di Pietro Germi.

D. - Se le fosse concesso un atto di potenza assoluta, come lo esplicherebbe?

R. - Vinte tutte le tentazioni di carattere umanitario (Tutti liberi! Tutti intelligenti! Via le malattie!), credo sinceramente che lascerei ogni cosa al suo posto e col suo destino. Userei la mia provvisoria potenza soltanto per divertirmi un po’, curiosando dentro e fuori da questo mondo.

D. - Qual è secondo lei la differenza tra Manon Lescaut e Nanà?

R. - Nanà mi è più simpatica.

D. - Qual è secondo lei la cosa che rende maggiormente ridicolo un uomo agli occhi di una donna?

R. - Lo so, e lo sa anche lei, ma si può scrivere qui sopra?

D. - Esiste un complimento che sia capace di infastidirla altrettanto quanto un insulto?

R. - Purtroppo no. I complimenti, anche se insinceri, mi fanno sempre piacere.

D. - Condannato all’inferno, per quale colpa ritiene potrebbe esservi destinato?

R. - Le bugie. Ne dico molte, anche senza motivo.

D. - Qual è la domanda più indiscreta che secondo lei possa essere rivolta ad una donna?

R. - Dipende da quale donna. Comunque, per una donna al di sotto dei venti anni nessuna domanda è indiscreta

D. - Vuol citarmi un caso generico oppure specifico in cui solitamente il giudizio di un uomo è in contrasto con quello della folla?

R.'-Se si tratta di un uomo intelligente, il suo giudizio sarà quasi sempre in contrasto con quello della folla.

D. - Qual è secondo lei "le mal du siècle”?

R. - L’incertezza.

D. - Costretto a trascorrere un anno in un’isola deserta in compagnia di una di queste tre donne: Sofia Loren, Novella Parigini, Anna Magnani, su quale delle tre cadrebbe la sua scelta e per quale motivo?

R. - Sofia Loren, ma non soltanto per il motivo che lei si sente autorizzato ad immaginare. Per me, Sofia, rappresenta qualcosa di più: una mammona bellissima, all’ombra della quale uno può dormire senza paure e senza rimorsi.

D. - Quale del luoghi comuni, ovvero delle cosidette "frasi fatte”, le riesce più insopportabile?

R. - Dipende da chi le dice. Da certa gente sopporto tutto. Eppoi le frasi fatte ci aiutano a capire meglio con chi abbiamo a che fare.

D. - Trovandosi per la prima volta di fronte ad un suo simile, sente il bisogno di formulare immediatamente un giudizio su di lui? Se sì, in base a quale particolare si forma una sua impressione?

R. - No, non sento questo bisogno. La gente mi piace immaginarla come più mi fa comodo.

D. - Se le restasse mezz’ora di vita cosa farebbe?

R. - Mezz’ora forse è un po’ pochino per tentare di rimediare i pasticci di trenta-sei anni. Mah, non so, farei un’ultima passeggiata in macchina insieme alla creatura che più mi ha xwluto bene, in giro per la città, chissà chi incontriamo? E gli ultimi dieci minuti mi dirigerei solo, spaventato e incuriosito, verso la campagna.

D. - Quale epigrafe vorrebbe sulla sua tomba?

R. - Ma niente. Federico.

D. - Morendo quali beni rimpiangerebbe?

R. - Tutti. Rimpiangerei anche le disgrazie!

D. - Dovendo organizzare un pranzo di cinque attrici famose in modo che la situazione non ne risultasse imbarazzante, chi inviterebbe?

R. - Imbarazzante per chi? L’imbarazzo è uno stato d’animo sconosciuto alle attrici.

D. - Una soubrettina in mal di pubblicità decide di inscenare un piccolo suicidio per far parlare un poco di sè. Inghiotte, a tale scopo, una certa quantità di sonnifero, ma sbaglia e muore. Vuol dettarmi un epitaffio per la sua tomba?

R. - Questa domanda che lei ha già rivolto ad altri, mi ha sempre messo a disagio. Mi fa una gran pena questa tipetto che lei ha inventato. Ha tutta la mia simpatia, la mia pietà.

Dice Fellini che il difetto più grave di queste domande è quello di costringere l’intervistato ”a nascondersi dietro una battuta di spirito, insincera, e nemmeno tanto spiritosa”. E' evidente che Fellini ha voluto, nelle sue risposte, evitare in special modo, la tentazione di nascondersi. Prima ancora che la natura delle sue stesse risposte sta a dimostrarlo il tono che le informa, un po’ inconsueto rispetto a ciò che si legge, e che fa pensare al bisogno, sentito da Fellini, di rispondere senza soffermarsi a riflettere. Egli evita così la battuta, la risposta concisa, non cerca in modo alcuno di essere spiritoso, e quando ci riesce, si sente che ciò è avvenuto, diciamo, a sua insaputa. Alcune fra le domande che gli ho rivolto sono rimaste senza risposta, o almeno senza una risposta convincente, ma ciò non deve far sospettare, in lui, il desiderio, sia pure inconsapevole di sfuggirvi, il che essendo una prova di insincerità verrebbe a contraddire tutto quello che ho detto, ma la necessità di rinnegare una do-manda, che si rivela a suo giudizio insincera, o falsa dalle sue fondamenta. Altre volte Fellini si mostra indeciso; l'incertezza è per lui il "male del secolo”. In altre parole il regista de "La Strada" lascia, per quanto concerne la sua personalità, cadere l'accento, su questo elemento dubitativo proprio di chi nella vita e quindi nell’arte è costretto ad affrontare grandi problemi.

Enrico Roda, «Tempo», 1956


1969 Radiocorriere TV Giulietta Masina intro

«Radiocorriere TV», 1969 - Giulietta Masina e Federico Fellini


1993 10 10 La Stampa Federico Fellini morte intro1

ROMA. Il lungo sonno di Federico Fellini è turbato dall'incubo dell'accanimento terapeutico. Un'insistenza nelle cure per chi oramai da tempo ha superato la barriera tra la vita e il non esserci più. Un sottilissimo filtro dato dalla coscienza. E la coscienza oramai ha abbandonato da tempo il corpo di Federico Fellini. E non ci sono speranze. L'encefalogramma è piatto, lo hanno confermato ancora una volta ieri i medici, e il quadro clinico si fa sempre più grave. Anche la capacità di Fellini di respirare autonomamente si fa sempre più debole. Un soffio che la febbre - ieri è salita ancora - potrebbe far cessare da un momento all'altro. E allora, solo allora, si potrebbe parlare di morte clinica. Una soglia di morte che per la scienza non è ancora la fine. Solo l'arresto del cuore può terminare la vicenda umana di una persona. E così sarà per Fellini, a meno che non intervenga una crisi. «Stiamo scendendo la china a grande velocità - ha spiegato ieri Maurizio Bufi, aiuto del reparto di rianimazione - e prima ancora di attenderci che l'attività cardiaca venga meno è più probabile aspettarci un ruzzolone».

Fino ad allora la vita di Federico Fellini rimane affidata al respiratore automatico. E in molti chiedono che venga staccata la spina. Lo fa anche Giuseppe Visco, virologo primario dell'ospedale Spallanzani di Roma. «Se l'elettroencefalogramma è piatto - dice si dovrebbe pensare a staccare la spina». «Con Federico Fellini - spiega Visco - si dovrebbero seguire la regole normali e fare quello che si fa con qualsiasi altro paziente. Le valutazioni dovrebbero essere fatte collegialmente dall'equipe dei curanti. Non si può decidere da fuori. Ma forse e ora che i colleghi si decidano, se è accertato che non c'è più alcuna possibilità di ritorno». Fernando Aiuti, immunologo dell'Università "la Sapienza", premette che la decisione spetta ai familiari e ai medici curanti. Ma, aggiunge, «se fosse mio padre, con l'elettroencefalogramma piatto e la tracheotomia, staccherei la spina». Due voci autorevoli che si aggiungono al coro che da giorni - da quando cioè si sono perse le speranze di un recupero - chiede che Federico Fellini venga lasciato morire in pace. Alessandro Gasparetto, primario del reparto di rianimazione che ospita il regista, reagisce seccato a questi appelli che suonano come un'accusa. «Non c'è accanimento terapeutico nei confronti di Fellini», ripete il primario oramai da giorni. Ieri l'ennesimo chiarimento: «A quelli che mi accusano di protagonismo rispondo che sto svolgendo il mio ruolo con dignità umana e professionale. Stiamo solo vigilando che non succeda qualcosa di eccezionale. Non stiamo più somministrando farmaci correttivi di deficienze, ma solo sostanze che apportino un minimo sostegno nutrizionale».

E la scelta dei medici rianimatori del policlinico è approvata anche dal presidente degli anestesisti rianimatori, Bruno Giardina. «L'impostazione finora seguita - ha commentato - appare corretta. Le speranze di un ritorno sono minime, per non dire nulle. Ma chi è moribondo merita di essere assistito, pur senza accanimento terapeutico». Mentre le polemiche si moltiplicavano ieri a via Margutta Giulietta Masina ha vissuto il giorno più lungo. Chiusa in casa ha vissuto da sola, con il conforto della sorella Maria, l'anniversario dei cinquant'anni di matrimonio. Si aspettava una sua visita al policlinico che non c'è stata. Giulietta ha voluto evitare la curiosità invadente dei cronisti. L'assedio alla casa di Fellini e al reparto di rianimazione che dura, senza soste, da due settimane ha fatto parlare un teologo, il francescano Gino Concetti, di «accanimento giornalistico». «Che l'opinione pubblica venga informata della malattia o del suo processo - spiega il religioso - è un segno di solidarietà, di affetto e di stima. Ma si deve evitare che attorno al soggetto si accenda un interesse esasperato, strumentalizzato e strumentalizzabile, che rischia di sconfinare nella più bieca delle speculazioni».

Maria Corbi, «La Stampa», 31 ottobre 1993


1993 10 10 La Stampa Federico Fellini morte intro2

SAINT-VINCENT. Paolo Villaggio messaggero: l'interprete dell'ultimo film di Federico Fellini, «La voce della luna», porterà a Giulietta Masina le due grolle d'oro che il Maestro non ha mai ritirato. Gli è stato chiesto dagli organizzatori della manifestazione di Saint-Vincent durante la lettura dei premi di quest'anno. Villaggio stava per lasciare la sala quando il direttore del festival. Felice Laudadio, lo ha fermato: «Paolo non andartene, dobbiamo darti un incarico». E Villaggio lo ha ascoltato sulla porta, poi ha commentato: «Sarò un po' Villaggio e un po' Masina. Va bene». Federico Fellini è il regista più premiato a Saint-Vincent. Ha vinto quattro grolle d'oro. Due le aveva ritirate di persona, nel 1960 per «La dolce vita» e nel 1963 per «8 e mezzo». Due erano rimaste nel Centro congressi, quelle che avevano premiato ((Amarcord» (1973, vinse anche l'Oscar) e «La città delle donne» (1980).

e. m., , «La Stampa», 31 ottobre 1993


1993 10 10 La Stampa Federico Fellini morte intro3

ROMA. Sarebbe stato un Fellini blasfemo? O il Maestro sarebbe stato soggiogato dal ruolo sommo del Vicario di Cristo in terra, dallo «scandalo» che papa Giovanni fece scoppiare nella Chiesa con la sua «ottimistica imprudenza»? «Federico Fellini voleva fare un film su Giovanni XXIII. Fellini e Giulietta Masina pensavano concretamente a questo progetto e me lo fecero sapere», racconta l'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, che fu segretario del Papa fin dalla sua ascesa al soglio pontificio nell'ottobre '58 e che oggi è tornato là da dove il cardinale Roncalli era partito, a Sotto il Monte, nel Bergamasco. «Era l'inizio del '63, un anno di grandi eventi per la Chiesa. In quei giorni c'era stata l'enciclica "Pacem in terris". Giacomo Manzù aveva consegnato a Giovanni XXIII i tre bronzi che io raffiguravano. Vennero in Vaticano alcune persone mandate da Fellini e dalla Masina.

Mi contattarono per sapere se c'era una disponibilità da parte nostra su un progetto del genere. Il regista - mi dissero - pensava a qualcosa di mezzo, e di nuovo, tra "La giornata del Papa" realizzato dalla Rai nel marzo '59 e il lungometraggio "Concilio Vaticano II" dell'ottobre '62, che aveva commosso personaggi come Cesco Baseggio, Giuseppe Marotta, Salvatore Quasimodo». Aggiunge: «Io dissi no... sì... no... Presi tempo. Perché il Papa era molto malato, anche se allora non lo si diceva espressamente. E sarebbe stato impossibile portare lì il regista, impensabile farli incontrare. Raccolsi del materiale e lo mandai a Fellini. "Maestro, questo - intanto - le servirà" gli scrissi. Mandai i discorsi del Papa, messaggi, colloqui, una biografia, alcuni album fotografici di quelli che la Santa Sede pubblicava ogni anno, il mio "Le sette lettere": conferenze che contenevano episodi, citazioni, quanto poteva aiutare a capire il personaggio e inquadrare l'ambiente. Il regista rispose. Con molta finezza. Nel ricordo di tutte quelle polemiche in seno alla Chiesa che si erano scatenate nel '60 dopo l'uscita della 'Dolce vita', polemiche che avevano coinvolto - e diviso - sia alti prelati sia giornali cattolici». La lettera di Fellini è indirizzata a monsignor Loris Capovilla - Vaticano.

Reca la data del 13 aprile '63. E' scritta a macchina, perché questa si scusa il regista - «è una necessità data la mia grafia». Contiene i ringraziamenti per le pubblicazioni «che Ella mi ha l'atte avere e che spero mi si permetterà di interpretare come un segno favorevole della benevolenza del Santo Padre». I saluti sono «devoti». La firma - autografa nel tratto tipico di Fellini, ondeggiante e armoniosa, è evidenziata da una bella sottolineatura. Per l'artista quello era uno dei tanti periodi di pausa e di ricerca, di ripensamenti e di invenzioni, tra la conclusione di un film e la gestazione del successivo. Il 14 ottobre '62 erano finite le riprese di «8 1/2». Dopo sarebbero venuti il lancio della pellicola, il viaggio in America, il Festival di Mosca, i premi, i dibattiti, le analisi, l'Oscar. Nell'inverno '63-'64 sarebbe maturata l'idea di «Giulietta degli spiriti», le cui riprese sarebbero incominciate nell'estate del '64. Fellini si staccava allora da una fase della sua strepitosa ricchezza inventiva e si avviava verso altre tematiche e altri modi di racconto. Incontrava le persone più disparate. Faceva esperienze audaci, come assumere Lsd (sotto controllo medico).

Ancora una volta - come ha benissimo raccontato Tullio Kezich nella biografia del regista pubblicata da Camunia - la cerchia felliniana era testimone dell'inquieto e spesso incomprensibile rovello del regista, «legata agli umori, alle improvvisazioni, alle reticenze dell'artista». Giulietta Masina e poche persone erano al corrente dell'ipotesi di un film su papa Giovanni e dei contatti con il Vaticano. Ma il progetto lo avrebbe realizzato, nel '65, un altro regista: Ermanno Olmi con il suo «... E venne un uomo». Non il Maestro. Spiega l'arcivescovo: «Il precipitare degli eventi impedì il seguito dell'approccio voluto da Fellini. Giovanni XXIII morì il 3 giugno '63».

Liliana Madeo, «La Stampa», 31 ottobre 1993


1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte intro

La lunga discesa verso il buio

ROMA. Dopo aver lottato due settimane, Federico Fellini è morto. Contro tutte le previsioni, era riuscito ad arrivare alla data del suo cinquantesimo anniversario di matrimonio con Giulietta, sabato scorso. Poi, ieri, ha detto addio. Erano da poco passate le undici quando il fischio della macchina che lo teneva in vita ha avvertito gli infermieri che la situazione stava precipitando. A mezzogiorno un arresto cardiocircolatorio ha messo fine al suo lungo calvario. Ma nessuno ne ha informato Giulietta Masina, che ha avuto la notizia dalla televisione. Tra le disposizione pratiche che ha poi dato, un «no» all'autopsia e all'invio di fiori. Ha invece espresso il desiderio di offerte alla casa di riposo per artisti «Lyda Borelli» di Bologna. Anche il presidente Scalfaro ha voluto essere presente, con una breve visita alla camera mortuaria e una preghiera. Il presidente francese Mitterrand ha dichiarato in un messaggio: «Il mondo ha perso uno dei suoi più grandi creatori, capace di sposare la poesia con la realtà».

1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f1

Federico Fellini è morto. Ha lottato per due settimane tentando, come faceva sempre per i suoi film, di modificare la sceneggiatura della sua fine. E in parte c'è riuscito arrivando, contro tutte le previsioni, alla data del suo cinquantesimo anniversario di matrimonio con Giulietta, sabato scorso. Poi, ieri, ha detto addio. Erano da poco passate le undici quando il fischio della macchina che lo teneva in vita ha avvertito gli infermieri che la situazione stava precipitando. Maurizio Bufi, aiuto del reparto di rianimazione è subito tornato al reparto. Ma ormai non c'era più nulla da fare. A mezzogiorno un arresto cardiocircolatorio ha messo fine al lungo calvario del regista. Il primo ad accorrere al policlinico è stato Gianfranco Turchetti, il medico di fiducia e amico di Fellini. Poi, disperati, sono arrivati gli amici più cari. Gli angeli custodi che hanno vegliato la lunga discesa verso il buio di Fellini. Pietro Notarianni, Roberto Mannoni, Marco Sperduti, Maurizio Mein non hanno mai abbandonato il loro amico e compagno di set. «Non ti preoccupare te lo proteggiamo noi», diceva Notarianni alla Masina che al telefono voleva continuamente notizie. Ma l'ultima notizia, la più amara, l'attrice la ha saputa seccamente dalla televisione. Fellini è stato portato, subito dopo il decesso, alla morgue del Policlinico protetta da un cordone di polizia. Là in una sala spo. glia il corpo di Federico Fellini dovrà rimanere per ventiquattro ore, il tempo degli accertamenti medico legali. Ma senza autopsia. Così ha chiesto Giulietta Masina e così probabilmente sarà fatto visto che - hanno spiegato i medici della rianimazione - sulla malattia di Fellini «non esistono quesiti clinici sostanziali». Molte le visite alla camera mortuaria. Ma pochi hanno avuto il permesso di vedere il maestro.

Vittorio Taviani è arrivato, commosso, nel pomeriggio. «Io Federico Fellini non lo voglio pensare morto», ha detto. «Lo immagino vivo e vestito di bianco che cammina su una passerella inondata di luce». Proprio come facevano i parenti redivivi nell'ultima scena del film «Otto e mezzo». Davanti alla morgue anche Paolo Villaggio che ha lavorato con Fellini nel film «La voce della luna». «Ricordare il maestro ha dichiarato con voce rotta dall'emozione - in un minuto è impossibile. Mi riempie di gioia, però, che gli italiani, in genere descritti come un popolo ''i cinici, questa volta avvertono che è morto uno dei grandi italiani del secolo. E' come se i fiorentini si accorgessero che che non c'è più il campanile di Giotto». Il presidente della Repubblica Scalfaro ha voluto essere presente. Una visita breve, il tempo di una preghiera, densa di commozione. All'uscita dalla camera mortuaria Scalfaro - accompa- gnato dal rettore dell'Università La Sapienza, Giorgio Tecce aveva le lacrime agli occhi. Domani la salma di Federico Fellini sarà esposta per tutta la giornata nel teatro cinque di Cinecittà. Uno dei posti in cui il regista è stato più felice. E per questo Giulietta Masina, la sua compagna di una vita, vuole riportarcelo per l'ultima volta. Ad accogliere il maestro ci sarà una delle scenografia del film «L'intevista». Un enorme cielo azzurro e una grande foto dove Fellini appare di spalle con il cappotto e la solita sciarpa, illuminato da una lama di luce. «Solo nel capannone del teatro cinque - disse una volta Fellini posso riprodurre il mondo dove qualunque rischio io affronti trovo sempre a proteggermi dai precipizi delle cadute la grande rete delle mie radici, dei miei ricordi, delle mie abitudini, la mia casa, insomma, il mio laboratorio».

I funerali di Fellini verranno celebrati mercoledì alle 11 dal cardinale Silvestrini nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Poi il regista verrà portato a Rimini dove c'è la tomba di famiglia. Quello di Federico Fellini è stato un lungo addio alla vita. I medici da subito, da quando il 16 ottobre il regista è entrato in coma, avevano lasciato poche speranze. I danni al cervello erano troppo gravi e il fisico non avrebbe retto a lungo. Al momento del ricovero in rianimazione ci si aspettava la fine del regista in poche ore, al massimo qualche giorno. E invece il tempo si è moltiplicato. «Federico è sempre stato un gran lottatore», diceva il medico personale del regista Gianfranco Turchetti per spiegare quello che per tutti, anche "per i medici era incomprensibile. Un'incredibile resistenza che la scorsa settimana ha portato addirittura a un accenno di miglioramento. Sabato 23 un'operazione, la tracheostomia, aveva permesso a Fellini di respirare meglio, anche se sempre aiutato. «Non ci aspettavamo segni di tanta vitalità. Siamo su un crinale su cui tutto può accadere», spiegava il direttore del dipartimento di neurologia del policlinico Cesare Fieschi. Ma il miracolo non c'è stato e dal crinale è iniziata la discesa. Lunedì scorso per la prima volta il bollettino ha parlato di peggioramento. Un' infezione che ha colpito reni e polmoni è stato il primo segnale della fine. Giovedì poi, l'elettroencefalogramma di Fellini è risultato piatto. Solo una leggera capacità respiratoria separava oramai il regista dalla morte clinica. La febbre ha accelerato la fine. E il lungo calvario di Fellini ha fatto insorgere chi combatte l'accanimento terapeutico. Un punto, questo, su cui i medici che curano il regista sono stati molto chiari da sempre: non spettava a loro «staccare la spina».

Maria Corbi, «La Stampa», 1 novembre 1993


1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte intro2

Sarà difficile, e brutto, vivere senza Feliini: e non soltanto perché ci manca il regista italiano più grande e famoso nel mondo, l'autore di opere meravigliose che sono state per gli spettatori un'esperienza della vita più che uno spettacolo, il maestro di cinema che a infiniti altri premi aveva appena aggiunto il quinto Oscar, l'artista che con la sua stessa esistenza rendeva l'Italia meno povera ma che da oltre tre anni non lavorava, tentava invano di fare un nuovo film. Sarà brutto, e difficile, anche essere privati di un uomo così straordinario, così geniale, intelligente, affascinante, spiritoso, affettuoso, così capace di capire e interpretare le persone e i fatti, così generoso verso la memoria del passato e severo verso i guasti del presente. La sua vitalità e curiosità del mondo, l'autoironia divertita, non s'erano attenuate nel corso del tempo; né i riconoscimenti, gli onori, la celebrità, l'ammirazione e la leggenda avevano cambiato la sua indipendenza e originalità di pensiero, quella visione del mondo divenuta proverbiale origine d'un aggettivo-idea internazionale, dell'eloquente neologismo «felliniano».

C'è una vecchia vignetta disegnata tanto tempo fa da Ettore Scola per un settimanale satirico, con il titolo «Divisi ma uniti». A Roma, marciano in corteo un fascista, un prete, un aristocratico, un laico, un comunista, un vagabondo, una prostituta, un omosessuale, portando tutti insieme un immenso striscione con scritto «Abbasso Feliini», e sotto le accuse di ciascuno dei manifestanti, «comunista! immorale! populista! cattolico! fascista! capitalista! moralista! bruto!»: prima di venir accettato da tutti, Feliini era stato da molti attaccato e insolentito, circondato di diffidenze e critiche, perché nessuno poteva annetterselo, attribuirselo, etichettarlo, impadronirsene. Ma nessuno come lui ha cristallizzato e narrato le componenti perenni dei carattere italiano, sentimentalismo e cinismo, cattolicesimo e leggerezza, familismo e infedeltà, comicità e tetraggine, idealismo e avidità, loquacità e ipocrisia: sin dal suo primo film, «Lo sceicco bianco», 1952, con un Alberto Sordi chiamato a recitare l'idolo del sogno e l'impotenza a mantenere le promesse dell'avventura.

E il suo cinema, accusato di enfasi barocca e di reinventare in studio ogni realtà, persino il mare o Cinecittà, racconta come niente altro la storia degli anni italiani: il fascismo, l'occupazione tedesca, la guerra e il dopoguerra, prima scritti per Roberto Rossellini in «Roma città aperta» e «Paisà», poi rivisitati in «Amarcord» e «Roma»; il modesto ma fulgente edonismo I960 ne «La dolce vita»; l'aria chiusa e le censure moralistiche dell'egemonia democristiana ne «Le tentazioni del dottor Antonio»; il disordine minaccioso dei Settanta in «Prova d'orchestra»; il mutamento dei ruoli sessuali e il femminismo ne «La città delle donne»; il caos contemporaneo frastornato di parole ne «La voce della Luna», rimasta la sua ultima opera. Gli specialisti continueranno a lungo a studiare, definire e analizzare lo splendore figurativo, lo stile unico di Feliini. Gli spettatori gli saranno grati per sempre d'aver nutrito la loro fantasia, d'avere interpretato e arricchito la loro vita con immagini assolute: l'alta, aerea, inutile tecnologia della costruzione metallica di «Otto e mezzo»; la grande sfera da demolizione che irrompe come un pericolo concreto nella lotta parolaia di «Prova d'orchestra»; la ruota fiabesca del pavone d'inverno, il labirinto nevoso di «Amarcord»; e il Rex, nave lucente di tutti gli incanti e di tutte le speranze, che scompare deludendo nel buio della notte.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993


1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte intro4

Un artista straordinario, un poeta civile, un grande italiano: così le massime autorità dello Stato hanno ricordato Fellini nei loro messaggi a Giulietta Masina. «Tutto il popolo italiano partecipa al suo grande dolore e all'immenso vuoto che rimane nella ricchezza dell'arte italiana - ha scritto il presidente Scalfaro -. La voce di questo straordinario artista, unita alla sua, gentile e cara signora, continuerà nell'Italia e nel mondo a ripetere parole di vita che non conoscono tramonto». «L' Italia - afferma il presidente del Consiglio Ciampi - ricorda Fellini come un suo grande poeta civile; il cantore della migrazione tra provincia e citta; l'interprete delle solitudini e degli smarrimen¬ ti nel mutamento dei costumi collettivi; il cittadino che svelò in Prova d'orchestra la sua severa passione politica». Memore di una lunga amicizia, il presidente del Senato Spadolini sottolinea che Fellini «è riuscito a trasmettere un messaggio che reca un forte valore simbolico: il primato dell'uomo di fronte ai mille tentacoli con i quali il potere pretende di limitare e reprimere le nostre libertà, speranze, sogni». «Serberò incancellabile - ha detto il presidente dela Camera Giorgio Napolitano - il ricordo del mondo che egli ha saputo comporre con autentica, rara capacità di intuizione e creazione artistica e che è diventato parte del mondo di ciascuno di noi, della nostra fantasia e sensibilità».


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La cerimonia degli addii fra Federico Fellini e Giulietta Masina si è conclusa. «No - dicono gli amici della coppia - Giulietta non vedrà più Federico». Non lo rivedrà nella luce soffusa del reparto rianimazione, con il viso sovrastato dai tubi e le apparecchiature da cui per quindici giorni è stato trattenuto in quello stato di silenzio inconsapevole che non era vita e non era ancora la morte. Non lo vedrà neppure ricomposto negli abiti scelti dalle sue mani amorevoli e portati al Policlinico dagli amici di sempre - Pietro Notarianni e Roberto Mannoni - subito dopo il decesso.

«Giulietta non andrà da Federico» assicurano gli amici. Nell'appartamento di via Margutta le sono vicini in tanti, una decina di persone almeno, nelle ore che scorrono lente da quando la notizia della fine è arrivata, attesa quanto dolorosa. La Masina aveva la tv accesa, alle 12,55: allora il Tg2 ha interrotto la normale programmazione per annunciare al mondo che la vita di Federico Fellini - un genio del cinema - si era spenta. In casa c'erano solo le donne che da anni vivono accanto a Giulietta. I primi momenti di raccoglimento e strazio li ha vissuti così, nella preghiera e nel pianto, senza testimoni, senza che nessuno potesse frugare nella sua memoria e nel suo cuore. «Nessuno l'ha informata. Lo ha saputo dalla televisione» ha detto la sorella, Maria Luisa, doppiamente addolorata, accorsa in via Margutta alle 13,45. «Lo avete saputo prima voi di lei» ha ribadito ai giornalisti con aria accigliata, nella prima visita alla Masina in tutta fretta, Roberto Mannoni. Al quarto piano dell'antico palazzo alle spalle di piazza del Popolo, il silenzio e la riflessione solitaria non duravano a lungo. Arrivavano gli amici, i parenti.

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E parole, telegrammi, voci che portavano sia l'eco del grande vuoto che Fellini lascia sia il rumore della vita che continua, il chiasso del giorno festivo nella celebre strada dove - all'aperto è in corso l'annuale esposizione di cento pittori. Giulietta ha incominciato ad affrontare il tempo del suo lutto. Non ha preso sedativi. E' rimasta appena un poco sul letto. Ha voluto ricevere le persone care. Ha pregato, con monsignor Silvestrini. Ha parlato di Federico, ma anche di altro, con tutti. Le sue forze sono esili, anzi esilissime, ma la sua energia sorprende tutti. «E' lei che fa coraggio agli altri» dice Rinaldo Geleng, che fu loro testimone di nozze cinquant'anni fa. «E' una donna attraversata dal dolore, ma con una forza che le viene dalla fede grandissima» riconosce Silvestrini. Un'amica, Germana, se ne va con gli occhi pieni di lacrime: «Sta soffrendo tanto. L'unica cosa che può aiutarla è l'affetto di tutti noi e un po' di discrezione». Anche in un momento così atroce il suo stile non si smentisce, e Giulietta ritrova quella concretezza che incantava Fellini e cementava la loro complicità. Ha saputo pensare a prò- blemi materiali. Ha dato disposizione - come già era avvenuto sulle visite da ammettere al Policlinico - perché non si replicasse quello che era successo a Rimini dopo il malore di Federico di quest'estate, e non si attivasse la sarabanda degli amici, degli ammiratori, dei presunti amici e ammiratori. Ha detto no all'autopsia, perché non c'è niente da scoprire, nessuna malattia come causa della morte da individuare.

Sì - invece - all'«omaggio» di Cinecittà al Maestro, con la camera ardente in quello che fu uno dei templi della sua creatività. Ha espresso il desiderio che gli amici non inviino fiori, ma offerte alla Casa di riposo per artisti «Lyda Borelli» di Bologna. E quando Liana Orfei arriva per portare le sue condoglianze, le viene detto che la signora sta riposando, non può riceverla. «Capisco. Le dica solamente che le voglio bene» mormora nel citofono la Orfei, fra la ressa dei cronisti e dei fotografi.

Liliana Madeo, «La Stampa», 1 novembre 1993


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Il rapporto tra il cinema di Fellini e la poesia viene sottolineato da tre poeti che hanno amato molto i suoi film. Attilio Bertolucci ricorda di aver conosciuto Fellini mentre girava «La dolce vita». Un giorno lui e Pasolini vennero invitati dal regista ad assistere al montaggio dell'episodio del suicidio del professor Steiner. «Espressi qualche perplessità sul quel punto della sceneggiatura e Federico mi disse con dolcezza che avrebbe tenuto conto delle mie osservazioni. Non ne tenne poi nessun conto e fece benissimo. Il Fellini che mi è più caro è quello che va da «La strada» e «I vitelloni» a «Otto e mezzo». Nel Fellini romano le tendenze riminesi si espandono verso il barocco e producono i frutti più maturi». Per Giovanni Giudici, che ricorda «Amarcord» come il film che più lo ha commosso, «la vena migliore del regista era quella che derivava dalle sue origini vagamente crepuscolari, che davano spunti già alle colonnine che pubblicava sul «Marc'Aurelio». Per Mario Lu- zi, che ha amato particolarmente «La strada» e «Prova d'orchestra», Fellini è stato «lo champagne» del cinema italiano.

«Si parla sempre e soltanto di Fellini regista, ma c'è un altro Fellini da ricordare: a mio giudizio, e non soltanto mio, è uno dei pochi narratori italiani di questa seconda metà del secolo. E non soltanto un narratore, ma anche un poeta». Così Carlo Bo ricorda il regista 1 in un'intervista alla televisione di San Marino: «Nella nostra memoria sono registrate certe immagini di poesia pura, così come nella nostra memoria c'è il segno di un narratore che ha saputo raccontare la vita quotidiana della gente comune e nello stesso tempo inserire in questo racconto dei lampi di immaginazione, di fantasia, che ne hanno esaltato la forza e la misura. E infine c'è un altro Fellini che ha avuto, almeno per me, una grande importanza: è il Fellini della «Prova d'orchestra», che in un momento di grande confusione ha ricordato al nostro Paese quali sono le forze vere della vita, quali le regole e a che cosa ci dobbiamo attenere».

«Senza Fred il mondo sarà più vuoto e noioso. E l'Italia sarà molto più noiosa e vuota». Lo ha detto lo scrittore americano Gore Vidal, che in «Roma» aveva interpretato se stesso, aggiungendo un ricordo del suo primo incontro con il regista: «Ci eravamo conosciuti negli Anni Sessanta a Cinecittà: io lavoravo alla sceneggiatura di «Ben Hur», lui stava girando «La dolce vita». Io lo chiamavo Fred, lui mi chiamava Gorino. Quando, anni dopo, mi chiese: «Gorino, vorresti recitare con me?» gli risposi che non l'avevo mai fatto. Ma lui mi rassicurò, dicendomi che nel film aveva una parte anche lui. Così finimmo nella pellicola tutti e due».

r. c., «La Stampa», 1 novembre 1993


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1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f3Che anno era? Il '38, il '39?» si chiedeva Federico Fellini nel suo libro Fare un film. «Facevo il giornalista e il direttore del giornale voleva un'intervista con Osvaldo Valenti. Così quella mattina era la prima volta che entravo a Cinecittà. Fingevo una gran disinvoltura, come Fred MacMurray nel film dove faceva il giornalista, ma in verità ero molto intimidito e sono rimasto sotto il sole a guardare a bocca aperta le torri, gli spalti, i cavalli, le torve palandrane, i cavalieri imbottiti di ferro e le eliche di aeroplani in funzione che sollevavano ovunque nuvoloni di polvere; richiami, grida, trilli di fischietto, il frastuono di enormi ruote in corsa, clangore di lance, spade, Osvaldo Valenti in piedi su una specie di biga...». C'è in questo brano tutto il Fellini regista, il mondo falso e affascinante di Cinecittà, la finzione del cinema come luogo della fantasia. E c'è un'indicazione biografica, che ritroveremo nell'Intervista, il film-documento del 1988, che ci consente di datare alla fine degli Anni Trenta il suo incontro con la «macchina» cinematografica.

Fellini aveva allora diciott'anni. Era nato a Rimini il 20 gennaio 1920, figlio di un rappresentante di commercio e di una casalinga. Ragazzo vivace ed estroverso, si capisce ben presto che l'ambiente di Rimini gli sta stretto. Disegna caricature, collabora a giornali umoristici, scrive per L'Avventuroso e, giunto finalmente a Roma, inizia una vera e propria attività giornalistica, non trascurando di disegnare fumetti e vignette per il Marc'Aurelio. Ma è il cinema che lo attrae in particolar modo: quell'universo fantasmagorico diverrà, a partire dagli Anni 50, il suo universo quotidiano. A partire dal 1939, sebbene non ancora «accreditato», è sceneggiatore di quattro film comici di Macario e poi di commedie romanesche di Aldo Fabrizi e di altri film simili. Con Rossellini, dopo la seconda guerra mondiale, inizia il vero lavoro di cineasta. Ed è strano che proprio il maestro del neorealismo, il regista che aborriva i teatri di posa e Cinecittà, gli abbia insegnato più di altri il mestiere.

Con lui Fellini girò Roma città aperta e Paisà, con lui interpretò Il miracolo, secondo episodio del film L'amore, e collaborò per Francesco, giullare di Dio e per Europa '51. E' lo stesso Fellini ad affermare: «Rossellini è stato una specie di metropolitano che mi ha aiutato ad attraversare la strada. Gli riconosco, nei miei confronti, una paternità come quella di Adamo: una specie di progenitore da cui siamo tutti discesi». E tuttavia non esordirà con Rossellini come regista, ma con Alberto Lattuada, per il quale aveva scritto le sceneggiature di alcuni film. Con Lattuada gira nel 1950 Luci del varietà, una storia ambientata nel mondo dell'avanspettacolo, un po' di maniera, ma già tratteggiata con quei toni, fra l'umoristico e il sentimentale, che saranno propri del Fellini maturo. Poi, da solo, realizza Lo sceicco bianco e I vitelloni, due film che si collocano decisamente nel solco di quell'autobiografismo rivisitato e stravolto da uno stile personalissimo, di cui saranno piene le opere successive, sino al recente La voce della luna. Ma il film che lo farà conoscere al pubblico internazionale è La strada, premiato alla Mostra di Venezia e insignito dell'Oscar (ne riceverà altri per Le notti di Cabiria, Otto e mezzo e Amarcord).

Con La strada, che suscitò non poche polemiche presso la critica italiana, Fellini non soltanto si affermò autore originale, ma anche, soprattutto, regista ormai libero dagli schemi del neorealismo. Ed «antineorealistici» saranno i film successivi, sempre più legati a una poetica personale, sempre più «felliniani» nel bene e nel male. Cioè ricchi di elementi geniali, addirittura effervescenti di invenzioni e di proposte anche di forma e di linguaggio, ma a volte ripetitivi, chiusi in una sorta di schematismo etico ed estetico, come se Fellini non riuscisse a liberarsi da talune sue manie e fobie. Nel 1960, dopo Le notti di Cabiria e Il bidone, che in parte riprendono temi e forme della Strada, egli realizza quello che ancor oggi è considerato il suo capolavoro, film-simbolo di un'intera stagione del nostro cinema e della nostra società: La dolce vita. Polemiche a non finire accompagnarono l'uscita del film sugli schermi, elogi e critiche serrate, entusiasmo e condanna. Fellini era ormai diventato il «regista» per antonomasia, il creatore di un universo cinematografico irripetibile. Seguirono altri capolavori, altri film discussi e che fecero discutere, ma che confermarono l'assoluta maestria del regista, la sua straordinaria forza visiva, il suo estro vivacissimo, solo qua e là incrinato da qualche improvvisa debolezza dell'invenzione e della fantasia. Nel 1962 Le tentazioni del dottor Antonio, un episodio di Boccaccio '70; nel 1963 Otto e mezzo; nel 1965 Giulietta degli spiriti; nel 1968 Toby Dammit, un episodio di Tre passi nel delirio; nel 1969 Fellini Satiricon.

Poi, negli anni seguenti, altri capitoli della sua «autobiografia» cinematografica, ogni volta corretta e stravolta: in certi casi quasi documentaria (Roma, 1972; Intervista, 1988), in altri poetica, memoriale (Amarcord, 1973; la città delle donne, 1980; La voce della luna, 1990), in altri ancora nascosta fra le pieghe di una rappresentazione simbolica, o falsamente storica, o anche esplicitamente «politica» (I clowns, 1970; Casanova, 1976; Prova d'orchestra, 1979; E la nave va, 1983; Ginger e Fred, 1985). Un mondo cinematografico che rimarrà nella memoria: una serie infinita di immagini, di personaggi, di ambienti, attraverso i quali Fellini è riuscito a darci, della società italiana dagli Anni Cinquanta agli Anni Novanta, una rappresentazione assolutamente originale, all'apparenza fantastica, irreale e magari assurda, ma a ben guardare autenticamente realistica.

Gianni Rondolino, «La Stampa», 1 novembre 1993

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«Quello che mi preoccupa», dice Federico Fellini, e non pare di buonumore, rettifica, si corregge subito, sminuendo e accentuando il suo stato d'animo, «quello che m'infastidisce, quello che mi scoccia è che di questo filmetto si possa dare, forse è inevitabile che si dia, un'interpretazione politica, una riduzione rozzamente politica...». Si ferma, mi fissa con indubbia severità, come se fossi stato io, ad avanzarla, una simile interpretazione riduttiva, rozza e riprovevole. «Bisognerebbe proprio evitare una cosa del genere. Ma come evitarla, se è inevitabile?...». E' chiaro che non sono in grado di fornirgli una risposta valida. Una qualsiasi risposta, anche invalida. Riprendiamo a passeggiare in attesa che la prima copia di Prova d'orchestra sia pronta per la proiezione d'assaggio, una proiezione assolutamente non ufficiale per interpreti e amici d'infanzia. Cinecittà è deserta.

Attualmente Fellini, con i suoi fedeli, è l'unico cliente. Il pomeriggio radioso evidenzia la solitudine, i nostri passi risuonano intimiditi, il verde, che prima o poi dovrà pure essere vinto dall'autunno, ammicca in toni quasi commoventi di commiato, gli edifici dei teatri di posa e degli uffici, anche se ridipinti di recente in un appetitoso color biscotto, non nascondono la loro decadenza. Fellini interpreta con molta naturalezza la parte dell'ultimo regista del cinema italiano, dato e non concesso che di cinema italiano si possa continuare a parlare. «Prova d'orchestra, s'intitola il mio filmetto, e racconta appunto una prova d'orchestra. Perché non accontentarsi di questa spiegazione? La storia di come un branco di orchestrali pigri, divisi, rissosi possa unirsi nell'esecuzione perfetta di una cosa pensata da un altro. Un'utopia realizzata...». Il primo a non accontentarsi della spiegazione appena fornita è, ovviamente, Fellini. Non se ne accontenta per nulla, sebbene ostenti di convincersene. «Un filmetto girato in fretta, per la televisione, in diciotto giorni lavorativi. Diciotto giorni, mettitelo in mente, perché magari pure tu credi alla favola di Fellini lo Sprecone. Poca gente, giusto i professori dell'orchestra, e mica sono tutti professori sul serio. Di professori autentici ce ne saranno quattro o cinque.

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Gli altri, però, hanno la faccia da professori autentici, hanno la faccia dei loro strumenti, gli somigliano. Era tanto tempo che volevo raccontare una prova d'orchestra. Se la lavorazione de La città delle donne non fosse stata bruscamente interrotta, non me la sarei tolta, questa voglia, ma, trovandomi disoccupato, mi sono ricordato di un contrattino firmato con la televisione in un momento d'incoscienza, e, già che c'ero, ho provato a rispettarlo. Immodestamente, ti dico che ho fatto quello che volevo fare...». Fellini è a Cinecittà dall'anno scorso. Ci è venuto per girare La città delle donne, un soggetto progettato dapprima come la metà di un film in collaborazione con Ingmar Bergman, abbandonato, ripreso, riabbandonato, ripreso un sacco di volte in seguito, ripreso, pareva definitivamente, per una produzione curata da Franco Rossinelli per Bob Guccione, il padrone di Penthouse. Poi il progetto de La città delle donne è stato riabbandonato, pareva definitivamente, ma Fellini ha continuato ad abitare quello che è ormai il suo appartamento a Cinecittà, e, all'occorrenza, può essere il cicerone più informato e sugge- stivo di questo dolce e malinconico deserto. Siamo sul bordo della cosiddetta piscina, uno stagno non proprio rassicurante, ai margini del quale si ergono nei primi veli del crepuscolo minacciosi casermoni d'appartamenti in costruzione. «Si avvicinano, si avvicinano», dice Fellini, con un certo languore, e, infatti, i cantieri sprofondano nell'acqua nell'impazienza di guadare lo stagno. «Ce li troveremo qui dentro una di queste mattine. Il terreno di Cinecittà è di proprietà del principe Torlonia, e lui aspetta solo che scada la concessione. Un valore di centinaia e centinaia di miliardi per la speculazione. Se invece si sapessero fare le cose sul serio, Cinecittà potrebbe essere il più grande centro cinematografico europeo, più grande di quello di Pinewood, più grande di quello della Bavaria Film. Con il ciclo completo. Ma si vogliono fare le cose sul serio?...».

Sospira nel nugolo di moscerini che ci assale. «Sono capitato per la prima volta da queste parti quarant'anni fa. Come giornalista. Inviato di Cinemagazzino. Avevo diciassette o diciotto anni. Cinemagazzino era diretto da un sarto, un sarto, non un sardo, il titolare della Premiata Sartoria Reanda di via Gregoriana. Mi ero presentato chiedendo di collaborare, e lui, sputando i suoi spilli da sarto, mi aveva detto di provare a intervistare Osvaldo Valenti. Così ho preso il tranvetto azzurro che partiva dalla stazione per Cinecittà...». Torna a sospirare, e il nugolo di moscerini si infittisce. «Stavano girando La corona di ferro. Valenti era in piedi su una biga. Ma i miei occhi si sono votati a quell'altro. Lassù, a mille metri d'altezza, su una poltrona Frau saldamente avvitata alla piattaforma della gru, gambali di cuoio, foulard di seta indiana, un elmo in testa e tre megafoni, quattro microfoni e una vernina di fischietti al collo c'era lui, Alessandro Blasetti o il Regista...». Sono i moscerini sempre più impazziti a riportarci al chiuso per la proiezione. Il buio in sala imita il buio che ormai si addensa fuori. E, dunque, ecco apparire l'auditorio decaduto dove si svolgerà la prova d'orchestra, ecco arrivare alla spicciolata gli scalcagnati orchestrali, ecco presentarsi il direttore d'orchestra non molto meglio messo ma ancora dotato di pretese, ecco rinnovarsi, inasprirsi e degradarsi il loro dissidio.

Certo la riduzione rozzamente politica è tentazione persino troppo facile. L'auditorio che sta andando a pezzi è la nostra povera patria, la conflittualità permanente è l'incapacità ad accordarsi dei partiti, la rissosità degli orchestrali è l'anarchia degli italiani, il direttore, prima contestato, poi quasi invocato, è quel dittatore che ogni disordine insanabile parrebbe suggerire come necessario. Tentazione persino troppo difficile da respingere, la riduzione rozzamente politica, ho l'impressione che, quando Prova d'orchestra uscirà dal recinto di Cinecittà, Fellini sarà più chiacchierato dello stesso Leonardo Sciascia: non si tratta davvero del semplice racconto di una semplice prova d'orchestra. Ma ho pure un'altra impressione, ho l'impressione di trovarmi davanti alla confessione più turbatamente privata di Fellini dopo Otto e mezzo. La vita per il prigioniero di Cinecittà è il cinema. Il cinema da Regista, da Maestro, da Direttore d'Orchestra. Ma nello stesso tempo Fellini è visceralmente nemico di ogni dittatura individuale o collettiva...

Oreste del Buono, «La Stampa», 1 novembre 1993


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1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f6Anthony Quinn, l'indimenticabile Zampano della Strada, ha rilasciato la dichiarazione forse più poetica: «In paradiso San Pietro gli consegnerà un bellissimo copione scritto da lui, Shakespeare, Dante e D'Annunzio. Con la possibilità di scegliere tra i grandi attori di tutti i tempi, da Clark Gable a Marilyn Monroe». Il fotografo e fotoreporter Tazio Secchiaroli, che ispirò il Paparazzo della Dolce vita, ha fatto il commento più personale: «Fellini ha dato una nuova dimensione alla mia vita e al mio lavoro. Mi cercò perché voleva conoscere la mia mentalità e il mondo dei paparazzi. Dal 1959 ho seguito tutti i suoi film, fotografando lui, i suoi interpreti e le sue scene» In tutto il mondo la notizia ha provocato reazioni di cineasti, attori, attrici, letterati, intellettuali. «E' morto uno dei più grandi artisti del nostro tempo»: così a Londra la Bbc ha informato i telespettatori inglesi, nel notiziario televisivo serale. «Un gigante i cui film restano pietre miliari per la cultura mondiale»: questo il commento della televisione russa. In America, James Ivory, uno dei registi più raffinati, ha detto: «Sono cresciuto con Fellini, ho sempre adorato i suoi film. Era unico: nessuno può essere come lui». Anche Wim Wenders, amato regista tedesco, ha dichiarato di essere cresciuto con Fellini: «La mia infanzia è stata segnata dai suoi film».

In Francia il presidente Francois Mitterrand ha dichiarato che «il mondo perde uno dei suoi più grandi creatori, capace di sposare la poesia con la realtà». Lo ha definito «un mostro del cinema mondiale, la cui opera ò nel nostro cuore e nella nostra anima. E' difficile con le parole aggiungere qualcosa al suo genio». «Abbiamo perduto il nostro mago»: così si è espressa Melina Mercouri, l'attrice greca ministro della Cultura nel suo Paese «Piango Fellini - ha detto - che ha dato tenerezza all' esistenza, umanità ai sogni e humour al quotidiano e che ha identificato la sua vita con il cinema e il cinema italiano con il suo nome». Il debutto di Fellini dietro la cinepresa avvenne con il regista Alberto Lattuada: «Lo volli accanto a me per Luci del varietà. Dopo ci siamo un pochino allontanati, ma ci siamo sempre sentiti e salutati con molto calore». Per Vittorio Taviani, il cinema di Fellini era il sogno: «I suoi film dovrebbero farli vedere ai giovani, perchè in questo mondo senza spessore e senza utopia, il suo cinema era il sogno. Fellini dava ai suoi spettatori l'impossibile e i giovani oggi hanno bisogno di questo». Per Francesco Rosi le opere di Fellini sono un album di famiglia degli italiani: «Nei suoi film troviamo gli italiani con le loro qualità e i loro difetti, ma trattati sempre con fraternità e amore». Anche secondo Giorgio Strehler, «Fellini ha saputo mostrare, come nessun altro, la realtà italiana con lucidità e partecipazione. E ha saputo sorridere con innata bontà delle debolezze umane, sempre alla luce di una domanda estrema sul nostro destino».

«E' una grande luce che si spegne: e adesso siamo tutti nel buio»: così Sofia Loren, raggiunta per telefono in California. L'attrice ha ricordato il suo ultimo incontro con il regista: «Ci eravamo visti per la consegna dell'Oscar: era ancora così pieno di vita». Monica Vitti aveva conosciuto Fellini quando faceva la doppiatrice: «Mi aveva scelto per doppiare una delle donne protagoniste di Le notti di Cabiria. E' stato un amico imprevedibile, pieno di fantasia e umorismo». Di Paolo Villaggio il commento forse più commosso: «Si dice che siamo un popolo di cinici, ma questa volta vedo con grande gioia che tutti hanno capito che è morto uno dei grandi italiani del secolo».

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993

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WOODY ALLEN Era l'Italia

«Per noi americani era l'Italia». Woody Alien, il regista di Manhattan e Stardust memories - giudicato il più fellinano dei suoi film - ha definito la morte di Federico Fellini «una perdita insostituibile»: «Fellini è stato l'uomo di cinema più originale dei nostri tempi. La sua morte è la perdita più atroce per la cinematografia del secolo. Siamo tutti cresciuti attraverso i suoi film. Non potrà essere sostituito». Nei giorni scorsi il regista newyorchese aveva contribuito a un volume-rassegna dedicato al «maestro di Rimini» in occasione della retrospettiva «TuttoFellini» al Film Forum di Manhattan: «E' raro in un secolo come il nostro - aveva scritto Alien - poter dire di un personaggio che abbia influenzato assolutamente tutti».

GASSMAN Un poeta

«Fellini ha vissuto sempre in un suo mondo poetico, anche alla ricerca di un contatto con forze curiose e misteriose», dice Vittorio Gassman. L'attore aveva incontrato il regista per il suo Ulisse e la balena bianca, ispirato a Moby Dick: «Fellini era molto vicino al mondo dei simboli e amava e sapeva raccontare le follie, quelle apparenti, che sono poi le granai saggezze». Gassman confessa di essere stato soprattutto impressionato dal fatto che «uno come Fellini sia stato colpito proprio nella mente». Uno stato d'animo condiviso da Giorgio Albertazzi: «Sono addoloratissimo, ma non potevo assolutamente accettare l'idea che sopravvivesse come un vegetale, Fellini, uno degli uomini che con le sue visioni ironiche e giocose ci aveva insegnato a vivere nel bene e nel male».

MASTROIANNI Genio amico

«Come si fa a racchiudere il genio di un regista e il sentimento dell' amicizia sincera che a lui mi legava in una battuta, peggio ancora in un aneddoto?», confessa Marcello Mastroianni. Del genio di Fellini a lui piace ricordare soprattutto Otto e mezzo: «Non perché in quel film ci sia io, ma perché lo ritengo un ritratto preciso di un uomo sensibile e intelligente di quegli anni, in cui ci aspettavamo grandi cambiamenti che poi non sono venuti: è una singolare radiografia di una coscienza tormentata, di un uomo che vorrebbe cambiare anzitutto se stesso e non ci riesce. Credo però che la gente ricorderà soprattutto La dolce vita: fu un film-evento, più facile da capire per il grande pubblico e che divenne presto un fenomeno di costume».

MEL BROOKS Un filosofo

«Fellini? Il genere di uomo sul quale ho modellato la mia carriera - ha dichiarato Mei Brooks, il regista di Frankestein junior e L'ultima follia - perché è sempre stato un filosofo capace di fare film molto divertenti e commoventi. Resterà uno dei pilastri più significativi della storia del cinema. Dallo Sceicco bianco a Amarcord i suoi film, per me, hanno sempre avuto dell'incredibile. E' stato bello vederlo di persona e parlargli. Quando era sul palcoscenico agli Oscar dell'anno scorso mi è sembrato che Fellini era il padre di tutti quanti noi. Un altro come lui non si troverà tanto facilmente. Nell'arco di un secolo emergono poche persone con una visione e un grande talento come il suo. Molto pochi. De Sica, forse e Bergman. E Fellini»,

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993


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1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f7Strano: nessuno ha mai detto Giulietta Fellini né «la signora Fellini». Al massimo «la moglie di Fellini», ma raramente. Giulietta Masina è sempre stata per tutti Giulietta Masina. La sua essenza o personalità non s'è mai dissolta nel matrimonio durato cinquant'anni e spezzato soltanto dalla morte, nell'unione bellissima da cui sono nati grandi film, «La strada», «Le notti di Cabiria», «Giulietta degli spiriti», «Ginger e Fred», e l'ammirazione del mondo per l'attrice internazionalmente amata, soprannominata Gelsomina col nome del più toccante dei suoi personaggi felliniani. S'erano sposati ragazzi (lui ventitré anni, lei ventidue) nel caos guerresco del 1943 a Roma, e si somigliavano poco.

Giulietta, che sin da piccolissima viveva con gli zii romani, era una giovane attrice di prosa appartenente alla borghesia benestante, cresciuta nell'amore per la cultura: il padre primo violino all'Opera di Bologna, lo zio professore collega e amico di Luigi Pirandello, la zia moderna e d'idee aperte, sempre a teatro, all'Opera, alle mostre, ai concerti. Federico era figlio d'un commesso viaggiatore riminese, un provinciale emigrato a Roma tra camere ammobiliate e avanspettacoli, un umorista che lavorava un po' per i giornali e un po' per il cinema, inventava gags per Aldo Fabrizi, disegnava vignette, ideava sketches per la radio e soggetti, s'arrangiava, a volte ricco, a volte senza una lira, insomma uno di quei giovanotti inaffidabili che le famiglie d'epoca definivano «artisti, spostati» oppure «senza arte né parte», ma così seducente da diventare irresistibile. Anche dopo sposati e dopo la morte a un mese dell'unico figlio Federichino, per tutto il tempo del loro lungo e forte matrimonio continuano a somigliarsi poco. Giulietta è una solida cattolica osservante, credente nei riti, nella preghiera, nelle gerarchie della Chiesa; Federico è curioso d'ogni forma esoterica di religione, di magia, di comunicazione extrasensoriale. Giulietta crede nel dovere e nella forza di volontà, Federico crede nei segni, nei sogni e nella psicoanalisi junghiana.

Federico dimentica che i soldi esistano, Giulietta amministra il patrimonio comune. Giulietta ama ballare, è bravissima in tutti i nuovi balli, e Federico non sa accennare un passo. Giulietta fuma molto, Federico smette presto e neppure sopporta più l'odore del tabacco. Federico rinuncia presto a guidare, a Giulietta piacciono le spider veloci oppure le possenti Cadillac. Giulietta governa la casa, dà struttura alla loro vita, e Federico obbedisce o disobbedisce con impazienza insofferente alle regole domestiche. Lei ama le grandi famiglie, la calda presenza dei parenti, le feste tradizionali; lui le detesta e appena possibile le sfugge. Giulietta ama la casa; lui che è sempre in giro le telefona quattro, cinque, dieci volte al giorno, quasi volesse tenerla sotto controllo. Tutt'e due assicurano di non essere gelosi: quando a lei attribuiscono flirt con Richard Basehart e con Salvato Cappelli o fughe da casa, lui nega impassibile; quando a lui attribuiscono innamoramenti per Anita Ekberg, per Sandra Milo o per altre, lei dichiara di conoscere suo marito molto meglio dei giornalisti. Tutt'e due si rispettano, hanno la massima solidarietà reciproca: lui non saprebbe stare senza di lei; lei dice di considerare il matrimonio molto riuscito. Ha ragione: e forse quel perfetto matrimonio all'italiana è una delle interpretazioni migliori d'una gran donna che ha recitato per amore ogni virtù domestico-famigliare, avendo in realtà un autentico temperamento da attrice estroso, brillante, narcisista, appassionato. Un conflitto emergeva sul set.

Le donne, l'amore, la paura, l'attrazione e il bisogno delle donne restano essenziali nel cinema di Fellini: sono soprattutto le sue donne alte e sontuose dal gran petto e dal gran sedere, così diverse da Giulietta, ad avere colpito, nel mondo, la fantasia degli spettatori. Fra la terribile Saraghina, il carnale trionfante Mito Anita Ekberg, la piccante e ridanciana Amante Sandra Milo, la intelligente Moglie scontenta Anouk Aimée, la provvida e servizievole Claudia Cardinale in camice bianco da Governante o da Infermiera, Giulietta Masina è uno straordinario personaggio poetico a parte: e secondo suo marito quel personaggio piaceva poco a lei che, come ogni vera attrice, avrebbe voluto recitare l'eroina, la santa, la guerriera, la protagonista tragica o sublime. Raccontava Fellini: «Giulietta si ribella al mio modo di vederla, che probabilmente non considera suggerito da una mia naturale inclinazione e dalla mia esperienza professionale, ma che vede come l'imposizione autoritaria di un marito capriccioso. Giulietta ignora il suo vero talento, non si conosce, diffida del suo estro comico e non vuol rendersi conto che ciò che la rende particolare è proprio quel gioco tra buffonesco e drammatico che il suo volto di clown può esprimere contemporaneamente. Giulietta vorrebbe essere il contrario del personaggio che fa con me. Ogni volta è recalcitrante, si sottomette dopo lunga resistenza. E io con lei sono più nervoso e più esigente, profondamente ingiusto». Lei risulta più reticente e generosa: «E' il miglior regista che io abbia mai avuto. Fa sgobbare molto. E' anche cattivo, quando serve. Per me è sempre stato un grande onore, oltre che una grande gioia, lavorare con Federico Fellini».

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993


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1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f8«Sarebbe una storia fantastica... Pensa che titolo: "Si erano lasciati trent'anni prima e si ritrovano per morire assieme!"... Ma lo sai che non sto niente male, qui nell'oscurità? E' come nei sogni, lontani da tutto. Un posto che non sai dove sia, come ci sei arrivato... Siamo dei fantasmi, che vengono dal buio e nel buio se ne vanno... Bisogna saper cogliere i segni...». Chissà se sono un segno, le battute di «Ginger e Fred», quando d'improvviso si spegne la luce nello studio tv e nel buio si sgretola il nostro Presente Continuo, dette l'altra notte sul teleschermo a Giulietta Masina da un Mastroianni ingrossato come Fellini, senza più capelli come Fellini, con addosso la grande sciarpa e il piccolo cappello di tweed quadrettato di Fellini da vecchio. «Ma non è vero che Marcello sia me, il mio doppio cinematografico, un alter ego», negava Fellini parlando dell'attore italiano più famoso nel mondo: di quello che davvero appare un sosia bello del regista nei suoi grandi film, «La dolce vita», «Otto e mezzo»; che ne «La città delle donne» ha interpretato l'allarmato sgomento felliniano di fronte a una nuova femminilità agguerrita; che ne «L'intervista» è tornato (appesantito, troppo truccato, irriso dal costume da Mandrake indossato per uno spot pubblicitario dello smacchiatore Smack) ad evocare e rimpiangere, insieme con l'invecchiata sterminata Anita Ekberg, il tempo incantato della giovinezza e della felicità.

Però niente doppio, niente alter ego, diceva Fellini che chiamava Mastroianni Snaporaz come un personaggio da fumetti, mentre lui chiamava il regista Callaghan come uno sceriffo western o un poliziotto newyorkese: «Metto il mio cappello in testa a Marcello non per identificarlo con me, ma per dargli una traccia, una suggestione, per creare un modo fluidico di trasmissione del pensiero. E' un'operazione molto delicata, possibile soltanto grazie a una profonda amicizia...». Mastroianni ha raccontato come nacque, trentaquattro anni fa, quell'amicizia.

Fellini, alla ricerca del protagonista de «La dolce vita», gli dette appuntamento a Fregene: «Era sulla spiaggia. "Ah, Marcellino", mi disse. "Ti ho chiamato perché mi serve un viso anonimo, una faccia da passante come la tua". Molto umiliato, tentai una rimonta: "Posso leggere qualcosa, vedere il copione?". E lui, rivolto a Flaiano che sedeva lì accanto sotto l'ombrellone: "Ennio, hai tu la roba per Marcello?". Flaiano mi porse una cartella contenente molti fogli, tutti bianchi. Su uno soltanto c'era un disegno: un uomo nudo nel mare, con un sesso lungo sino a toccare la sabbia sul fondo, e intorno a questo gran coso tante sirene che nuotavano ridenti. Il film, per Federico, era quello». Con qualche ulteriore tormento. Il regista lo costrinse a dimagrire dieci chili, fece di tutto per renderlo un poco più sinistro, con una faccia più torva e ricattatoria: ciglia finte, pallore giallino, occhiaie, abito nero, cravatta nera, qualcosa di luttuoso... Era il 1959, e nacque così un'alleanza, un'amicizia forte e complice rimasta immutata per sempre, segnata da due unici screzi: l'impuntatura di Mastroianni che rifiutava di mostrare in «Otto e mezzo» i polpacci ritenuti troppo secchi; gli infiniti, costosi e alla fine inutili rinvìi imposti all'attore da Fellini per «Il viaggio di G. Mastorna», mai realizzato. Ha detto Mastroianni: «Se Visconti era come un professore, se Antonioni è come un grande chirurgo (ti può salvare la vita, ma preferisci non ammalarti), se Elio Petri era come un fratello, se Marco Ferreri è come un altro fratello, Fellini è un compagno di banco».

Esattamente la stessa espressione usata dal regista, «Marcello è un compagno di banco», per descrivere la loro intesa non pretenziosa: «Con Marcello l'amicizia non è qualcosa di impegnativo, di etico. Non comporta obblighi, né doveri né retorica: è un vivere insieme, un trovarsi, un partecipare agli stessi scherzi, agli stessi imbrogli, alle stesse bugie... E' anche lo stare vicini senza avere niente da dirsi, soltanto per il piacere della compagnia, come due collegiali, due soldati in libera uscita: io impaziente, Marcello con la bocca storta per buttare il fumo dall'altra parte perché sa che il tabacco mi dà fastidio ma non può fare a meno di fumare...». Molti si sentiranno soli adesso che Fellini se n'è andato; Mastroianni sarà forse tra i più soli.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993


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L'ultimo sabato in cui Fellini poteva pensare a parlare, il 16 ottobre, di pomeriggio, in ospedale a Roma si lavorava come al solito. Domande, risposte: «Ha uno o più conti bancari in Svizzera?», «Ne ho cinquanta, e altri trenta a Montecarlo, sei a Santo Domingo, otto a New York, dodici ai Caraibi»; «Le piace Antonioni?», «Siamo delle stesse parti e, una volta sciolto il trio Rossellini-Visconti-De Sica, ci mettevano sempre in coppia, Fellini-Antonioni...». Intervistare Fellini, lavorare con lui per libri come «Un regista a Cinecittà» o «La voce della luna», è stato negli anni un grande privilegio, un grande piacere: narratore e parlatore seducente, visionario della realtà, creatore anche verbele d'immagini bellissime, conoscitore dei media, non deludeva mai l'interlocutore. Quelli che qui pubblichiamo sono testi di Fellini del tutto o in parte inediti, testimonianza d'un dialogo per il quale già si prova struggente nostalgia.

1993 11 01 La Stampa Federico Fellini morte f9Donne - Casanova

Alla fine del mio film, Casanova danza con un automa femminile, una grande bambola, un simulacro di donna: io m'identifico con Casanova non come superamante, ma come uno che non può amare le donne perché ama un'idea fantasmatica della donna.

Mussolini, Rossellini

Uno mi portò all'Ari, la società di produzione cinematografica di Vittorio Mussolini. Lo conoscevo. L'avevo visto spesso sulla spiaggia di Riccione, dove i Mussolini andavano d'estate, e anche al Grand Hotel di Rimini. Parlammo un po' di ragazze di Rimini che tutt'e due conoscevamo, poi mi dette da leggere la vita di Bottego, esploratore in Africa, e due romanzi di Emilio Salgari, «I predoni del Sahara» e «Gli ultimi Tuareg»: «Vedete voi». In quell'Ufficio Soggetti di Vittorio Mussolini faceva apparizioni saltuarie Roberto Rossellini. Eravamo quasi totalmente oziosi, lì in via Francesco Crispi a Roma. Con Rossellini stavamo affacciati a finestre contigue e parlavamo come due carcerati, uno di qua, uno di là, commentando le donne che passavano: io avevo vent'anni, lui ne avrà avuti ventisette. Rossellini sapeva fare fischi alla pecorara straordinari, potenti, stridenti. Fischiava alla finestra, al richiamo spuntava un ragazzino cameriere del bar all'angolo, a segni lui gli ordinava maritozzi con la panna: e parlava poi della panna per venti minuti. Quando appariva Vittorio Mussolini esplodeva un improvviso fervere di lavoro, ostentavamo d'essere occupati e zelanti come di fronte a un professore oaun padrone, facevamo a gomitate per accompagnarlo giù: e subito ricadevamo nel nostro ozio.

Vitellone? Mai

I miei protagonisti de «I vitelloni» sono abbastanza attempati, venticinque, ventotto, trent'anni. Io sono venuto via da Rimini che avevo diciassette anni. Non li frequentavo neanche. Sì, potevo vederli, ai biliardi o, d'inverno, sul lungomare, giovanotti incappottati che sfilavano a braccetto, che d'estate s'atteggiavano a conquistatori delle ragazze, che s'accompagnavano a casa l'un l'altro immersi in chiacchiere prive di ogni senso. Ma quel lento trascorrere del tempo da una bella stagione all'altra, quell'irresponsabilità, quella vita di provincia inerte, sonnolenta, ristagnante, opaca, nebbiosa, io non ho avuto proprio modo di viverli.

Film, bugie, verità

La domanda che la gente mi ripete sempre, tra imbarazzo e tirata d'orecchi, è: «Ma perché fa dei film dove non ci si capisce niente?». A forza di sentire questo ritornello, comincio a pensare anch'io di fare film dove non ci si capisce niente. Ma questo non mi sconforta: quando si è sinceri come me è giusto che ci si capisca poco. E' la bu- già che è chiara. La bugia la capiscono tutti. Ma la verità è molto difficile da afferrare. Un uomo, quando parla di se stesso, sinceramente, si presenta nel suo aspetto più contraddittorio.

Canzoni per sempre

Seguitano a piacermi per sempre le canzoni che ho conosciuto subito dopo la seconda guerra mondiale: quelle che erano l'accompagnamento della nostra scoperta dell'America, «Rosamunda», il boogie-woogie, «Moon Valley» di Glenn Miller, «Fascination», «Begin the Beguine»; e quelle che esprimevano la nostra desolazione, «Munasterio 'e Santa Chiara», «Solo me ne vo per la città», «Dove sta Zazà» che è un capolavoro, un gioiello. Tra le canzoni meno remote, una sola m'ha dato gli stessi brividi, la reazione scoperta di chi si sente ineluttabilmente aggredito: «New York, New York».

Malattia

Ho bisogno di odiare il film a cui sto lavorando, di considerarlo un tormento, una pena ingiusta, sproporzionata, immeritata: nel corso del tempo questo stato d'animo è diventato via via più nevrotico. Non so perché mi accada, perché debba considerare nemico il film e la sua realizzazione, quando invece so che è la mia situazione ideale, quasi la felicità. Forse ho bisogno di sentirmi solo, condannato; oppure di non essere identificato col film, per poter nel caso dire che non sono io ma lui a essere sbagliato, confuso, ignorante. Non so mai cosa rispondere quando al termine d'un film mi chiedono: «Sei contento?». Dico: «Sono contento perché è finita», come risponderei uscendo da una malattia: fare un film, come ogni altro atto creativo, ha un aspetto morboso, patologico. Aggiungerei: «Sono contento perché adesso posso ammalarmi di nuovo».

Televisione, odiata

Non sono uomo dagli sdegni incontenibili: però la televisione, plagiarne in marnerà pericolosa, mi fa proprio infuriare. Come il gioco del calcio. Tutto quello che tende a formare un collettivo, a condensare un consenso, a omologare, mi ispira massima diffidenza, mi re¬ spinge: gli assembramenti, i cortei, le processioni, i week end, i comizi, le feste, tutti i cerimoniali motivo di raduno e di riunione, mi mettono in stato di infelicità. Forse temo che la massa mi cancelli e annulli; forse questa ripugnanza è una difesa provvidenziale di un'individualità che so poco distinta; forse è l'esaltazione dell'Ego, inevitabile in un mestiere come il mio, che somiglia a quello di Papa o di Re.

Senza ideologia

Non sono protetto, sostenuto, guidato da nessuna ideologia, né religiosa né politica: sono veramente un cantastorie. Raccontando storie non parto da un'idea, tanto meno da un'ideologia: parto da un sentimento, da ricordi, suggestioni, personaggi che ho incontrato, nostalgie o presentimenti, cercando di vedere dove quel racconto vuole andare e, soprattutto, come vuole essere raccontato.

POESIA-ANAGRAMMA DI BENIGNI PER FELLINI

Ricco d'idee, infedele cieli di fiori crei Leccornie, donne, Dei Non c'è freno, direi L'inferno ed il delirio del dolce circo dice: Eccolo lì, è Fellini L'infido Re Felice.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 1 novembre 1993


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Riferimenti e bibliografie:

«Epoca», 1951