Don Camillo torna come Zorro

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Non è improbabile che al secondo episodio ne segua un terzo col ritorno di Peppone.

Roma, marzo

Nel febbraio dell’anno passato, conclusa la lavorazione il del Don Camillo, Julien Duvivier si congedò da Gino il Cervi e da Fernandel con un «arrivederci» che non aveva il solito sapore convenzionale. Il regista aveva trovato un'atmosfera ideale nel piccolo mondo di Giovanni Guareschi. D’altra parte, anche gli interpreti principali del film si staccavano a malincuore dai loro personaggi: Fernandel aveva finito quasi per identificarsi nel «curato d'assalto»; Gino Cervi, anche lontano dai teatri di posa, assumeva talvolta, senza avvedersene, atteggiamenti da «Peppone». L’arrivederci di fine lavorazione fu quindi, più che altro, un augurio. Progetti di dare un seguito a Don Camillo non ce n’erano ancora. Tanto è vero che le scene posticce vennero tutte distrutte. La tonaca di Fernandel, il «Crocifisso parlante», la sciarpa rossa di Peppone finirono in uno dei tanti magazzini di Cinecittà.

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Montanara. Un balletto di Fernandel tra una ripresa e l'altra del film.

Quando il successo del film indusse i produttori a riprendere il discorso su Don Camillo, l’unica difficoltà da superare fu proprio quella della ricostruzione degli ambienti. Il racconto cinematografico, come è noto, si concludeva con la partenza del parroco di Brescello verso l’esilio. Lasciava la bocca amara perché il «curato d'assalto», la figura più attraente del piccolo mondo di Guareschi, chiudeva in quel modo la sua avventura. Un seguito si rendeva quasi necessario : restava da vedere quel che sarebbe accaduto a Brescello dopo l'allontanamento del prete; e quel che a lui sarebbe capitato a Montanara, la scomoda residenza assegnatagli. Il ritorno di don Camillo si è proposto di colmare queste lacune.

Il nuovo film, che in questi giorni si trova al montaggio, ha inizio appunto con l'arrivo di don Camillo a Montanara. Appena giunto in prossimità dell’abitato, il parroco sente gii squilli di una banda. Per un momento s’illude che la popolazione voglia festeggiare lui, non tanto per la sua persona, quanto per la sua veste. Ma quelli di Montanara non ci pensano neppure. La banda sta suonando in onore di un ciclista del paese. Il prete, tra la folla, passa quasi inosservato. Raggiunge la sua nuova parrocchia, una specie di granaio col tetto sostenuto da un tronco d'albero. Qui viene accolto in malo modo da una donnetta. «Sappiamo», gli dice subito, «come voi trattiate i peccatori! A colpi di panca e a legnate... Ma qui non ci sono che donne e vecchi... Non è un posto dove si possa fare il "ciclone”...».

La nuova sede è squallida, deprimente. Una vera e propria punizione. Il prete l'accetterebbe volentieri se avesse almeno con sé il Crocefisso della Bassa, quello con cui discuteva alla buona nei momenti difficili. E, in paese, non c’è neanche un tipo che assomigli in qualche modo al Peppone di Brescello, col quale poter discutere e sfogarsi. Niente di niente, insomma. Ma se don Camillo si trova male, Peppone non sta meglio di lui. A Brescello, il «prete d’assalto» è stato sostituito da un sacerdote bravissimo e per nulla battagliero. Peppone pronuncia discorsi incendiari, ma non c'è gusto senza oppositori. Il sindaco ha poi un'altra grave preoccupazione: Brescello è uno dei paesi minacciati dalle piene del Po. Sarebbe necessario costruire dighe a protezione dell'abitato e dei campi Questa esigenza è avversata dall'«agrario» Caglila. (Gli altri facciano pure quel che vogliono, dichiara hn non darà un palmo di terra né ima lira). «Solo don Camillo», dicono alcuni, «avrebbe forza ed argomenti per vincere quell'ostinazione». Lo stesso Peppone Unisce col rimpiangere il «prete d’assalto». Infine, per bene del paese, si rassegna a passare sotto le forche caudine del vescovo. Come una volta gli chiese l’allontanamento di don Camillo, ora ne solleciterà il ritorno.

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Fernandel festeggiato a Roma da un gruppo di metropolitani.

II prete che parla col Cristo rientra cosi a Brescello. Ci arriva proprio mentre, in un incontro di boxe, un pugnatore sta facendo il prepotente. Don Camillo riafferma subito la sua autorità con un paio di pugni bene assestati. Riprende quindi la vecchia schermaglia con Peppone. In paese, l’odio che divide gli abitanti si è esteso anche ai giovanissimi. Peppo (Toni Jacquot), figlio del sindaco comunista, e il Gagnola junior (Enzo Staiola), figlio dell'agrario ribelle, se ne danno di santa ragione ogni volta che si incontrano. Tra una scazzottatura e l'altra, rientra a Brescello il fascista Marchetti (Paolo Stoppa), che, in altri tempi, aveva dato l’olio di ricino anche a Peppone e a don Camillo. Il sindaco lo riconosce e lo insegue. Ha con sé un bottiglione di purga, per attuarla sua tardiva vendetta. 11 fascista ripara in sagrestia e si impadronisce dello schioppo del parroco, Peppone è costretto a ritirarsi, abbandonando il suo carico d’olio di ricino. Don Camillo, che ha assistito indifferente alla scena, appena il sindaco è uscito, si sostituisce a lui. Non ha voluto darla vinta a Peppone, mantiene giusto che il fascista provi egli stesso quel che fece provare agli altri... Le sue braccia robuste valgono, del resto, molto più di un fucile, e scarico per giunta.

La situazione di Brescello si va facendo sempre più difficile: con le piogge, il Po si gonfia. Proseguono intanto gli scontri tra i ragazzi rivali. Durante uno di questi pugilati, il figlio di Peppone rimane ferito; il Cagnola junior, temendo le conseguenze, si rifugia su di un palo dell'alta tensione. Preghiere e minacce non servono a farlo scendere. Come sempre, è don Camillo a riuscire nell’intento Dopo aver liberato il giovane Cagnola, il prete va a parlare col suo Cristo: «Signore», dice, «i padri si odiano... i ragazzi pure. Chi potrà fermare tutto ciò? Voi stesso, che vi siete fatto mettere in croce per quei maledetti, non potete farci nulla...». Ma la voce del Cristo replica: «Abbiamo tempo... Non disperiamo...». Infatti, la solidarietà umana tra gli stessi nemici non tarda a manifestarsi quando le acque del fiume invadono il paese. L'inondazione non dà torto all'agrario Cagnola, il quale sosteneva che le dighe non avrebbero potuto reggere; dà ragione, però, anche a Peppone invadendo i vigneti dell'agrario caparbio, che sarebbero stati risparmiati da tempestive opere di difesa.

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Montanara. Gli scolari del villaggio dove si gira «Il ritorno di don Camillo».

Durante l’evacuazione di Brescello, i paesani dimenticano i rispettivi colori politici. Solo don Camillo e Peppone. il primo dalla chiesa, con l’acqua fino alla cintola, il secondo dalla piazza, proseguono l'abituale polemica. Il fiume continua a salire. Scene di disperazione si alternano ad oscuri atti di eroismo. In quei momenti drammatici, i rossi, i bianchi e i neri finiscono col salvarsi a vicenda. La sciagura porta alla pacificazione. Anche i due ragazzi rivali si abbracciano alla fine e Peppone, nel lasciare il paese per accompagnare i profughi, rivolge a don Camillo uno sguardo di fiducia, quasi di riconoscenza. Il «prete d’assalto» resta al suo posto per confortare i pochi che non possono partire e per difendere il paese dagli «sciacalli». Mentre il film si chiude, don Camillo guarda verso il cielo e ripensa forse alle parole del suo Cristo: «Non disperiamo...».

Il primo Don Camillo si concluse con l'esilio del prete. Questo secondo episodio, con la partenza del sindaco. Ancora una verità, così, resta la possibilità di un «ritorno». Duvivier, Fernandel e Gino Cervi, invece di dirsi ancora arrivederci, è probabile che si diano addirittura un appuntamento.

Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno IX, n.14, 2 aprile 1953


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Renzo Trionfera, «L'Europeo», anno IX, n.14, 2 aprile 1953