L'allegro fantasma

Margherita, Margherita, strazio e tormento della mia vita, se ritorni tu, l'uccellino del mio giardino paffutino, canterino, ah, birichino, si indispone e se ne va, vola e va!

Nicolino-Gelsomino-Antonio

Inizio riprese: dicembre 1940 - Autorizzazione censura e distribuzione: 31 marzo 1941


Titolo originale Totò allegro fantasma
Paese Italia - Anno 1941 - Durata 65 min - Colore B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Amleto Palermi - Soggetto Carlo Ludovico Bragaglia, Ettore Maria Margadonna, Amleto Palermi - Sceneggiatura Carlo Ludovico Bragaglia - Produttore Capitani-Fono Roma - Fotografia Vincenzo Seratrice - Montaggio Giacinto Solito - Musiche Dan Caslar diretta da Alberto Paoletti - Scenografia Gastone Medin

Totò: Gelsomino di Santa Paola in arte Alberto di Torrefiorita; Nicolino di Santa Paola; Antonino di Santa Paola; Pantaleo di Santa Paola, il padre dei gemelli - Franco Coop: Maurizio Devalier, l'editore musicale - Elli Parvo: Erika, la segretaria - Paolo Stoppa: Gigetto - Amelia Chellini: zia Lia - Dina Perbellini: zia Giovanna - Isa Bellini: Rosa, Trio Primavera - Wilma Mangini: Lilli, Trio Primavera - Thea Prandi: Titti, Trio Primavera - Luigi Pavese: Temistocle, il padre - Augusto Di Giovanni: Asdrubale, il cacciatore di leoni - Claudio Ermelli: il maggiordomo - Livia Minelli: la cameriera - Giulio Donadio: il brigadiere - Lydia Johnson: la soubrette - Gioia Collei: la ragazzina - Emilio Petacci: Anatolio, il maggiordomo di Devalier - Rio Nobile: Vernon, l'impresario - Mario Giannini: il giovane biondo - Giuseppe Rinaldi: (scena tagliata) - Jone Salinas (non citata nei titoli di testa)


L_allegro_fantasmaSoggetto

Il nobile Pantaleo Di Santa Paola è defunto da poco ma nel preambolo al suo testamento si legge una sua confessione nella quale dichiara di avere avuto in gioventù una relazione con una cavallerizza di circo dalla quale nacquero due figli gemelli. La rivelazione sconvolge non poco i numerosi parenti: le sorelle nubili di mezza età Giovanna e Lia, lo scorbutico cugino vedovo Temistocle, le figlie adolescenti di quest'ultimo, Rosa, Lilli e Titti, e l'irascibile cugino Asdrubale, con fama di spericolato cacciatore di leoni. Rosa, Lilli e Titti riescono per caso fortuito a trovare Nicolino, uno dei gemelli, e lo scambiano per il loro musicista preferito, Alberto Di Torrefiorita, che è in effetti il secondo figlio di Pantaleo e della circense. La ricerca proseguirà con altre esilaranti avventure che vedranno avvicendarsi la figura di Totò in diversi fantasmagorici personaggi (si scoprirà che c'è anche un terzo gemello, che sbarca il lunario travestendosi da leone per un circo), attorniati da una famiglia che vuole minare la loro incolumità per riscuotere il denaro lasciato da Pantaleo. Alla fine l'entità dell'asse ereditario sarà sufficiente per accontentare i tre gemelli e tutti gli altri parenti. Il "fantasma" a cui si fa riferimento nel titolo sarebbe Pantaleo stesso, che si manifesterebbe alle sorelle spostando mobili e oggetti vari, soprattutto il suo enorme ritratto; in realtà però si tratta di un trucco escogitato dal maggiordomo per spaventare le attempate signorine.

Critica e curiosità

Le riprese principali si svolgono tra novembre e dicembre del 1940, dopodiché Palermi chiude anche L'elisir d'amore e si getta a capofitto in La donna senza nome, è il suo sesto film in due anni, ma non riuscirà a concluderlo, stroncato a 51 anni da una veloce malattia (o forse dal superlavoro) nell'aprile del 1941. Rimasto senza padre, L’allegro fantasma ristagna per mesi in sala di montaggio: uscirà nell’autunno 1941, suscitando nella critica piccoli rimpianti e qualche alzata di spalle.

Antonio de Curtis ha in preparazione la nuova rivista: il regista cerca così di sopperire alle carenze con la sua abituale versatilità, facendosi spesso sostituire dall’aiuto Pier Luigi Faraldo (nel San Giovanni aveva collaborato Giorgio Bianchi), lasciando spazio a improvvisazioni e trovate occasionali, modificando perfino la storia sul set (così fanno credere alcuni resoconti giornalistici che propongono sviluppi e anche personaggi differenti): il brodo viene allungato con le canzoncine del coprotagonista Trio Primavera (Isa Bellini, Wilma Mangini e Thea Prandi) e la partecipazione speciale di Lydia Johnson, gloriosa soubrette russa. Totò ci mette le sue famose occhiate in tralice, i suoi tipici sberleffi, le sue corsettine goffe, i battibecchi senza senso con la spalla (stavolta Luigi Pavese), ma a dispetto delle ambizioni dichiarate e di quel formidabile titolo, ne l'Allegro fantasma di funereo e deformato non c’è proprio nulla.

Il film è il quarto di Totò e rappresenta una vera e propria chicca per gli amanti del genere. I limiti, abbastanza evidenti, del soggetto e della sceneggiatura sono compensati dalla presenza della figura-marionetta del comico napoletano, scatenato nella commedia degli equivoci che lo porta a interpretare ben tre parti diverse, nei dialoghi serrati di straordinaria comicità (soprattutto i battibecchi con il terribile "cugino Asdrubale"), e notevole anche come cantante nell'interpretazione delle canzoni da lui scritte, "Margherita, Margherita" e "Girotondo". L'azione è inoltre scandita dai leziosi (e molto datati per il gusto di oggi) intermezzi canori del Trio Primavera, un terzetto di giovanissime che godeva di una certa notorietà all'epoca.

Anche in questo film Totò si sdoppia, si triplica, il film viene girato in fretta da Palermi sia perchè nel frattempo sta preparando un altro suo film (Elisir d'amore) sia perchè di lì ad un paio di mesi Totò sara' in teatro con Anna Magnani in "Quanto meno te l'aspetti" e quindi non potrà dedicare molto tempo alle riprese.

Totò / Gelsomino canta "Margherita", canzoncina d'avanspettacolo. Nel dopoguerra il film prenderà il titolo di "Totò allegro fantasma".


Così la stampa dell'epoca


La comicità di Totò

Fino a qualche mese fa non avevamo neppure una minima idea di quali potessero essere le possibilità cinematografiche di Totò. In meno di mezz'ora, invece, una sera, ci rendemmo conto ch'esse erano notevolissime per quantità e qualità.

Volevamo conoscerne la più recente esperienza e vedere un po‘ se quel suo film, maltrattato dalla critica o freddamente accolto dal pubblico della prima visione, ci poteva offrire per lo meno qualche indizio sulle sue effettive attitudini. Fu soltanto al principio dell'ultima estate che, frugando negli elenchi cinematografici del « Messaggero », trovammo finalmente che Animali pazzi era in programma all'« Ottaviano », cinema rionale popolarissimo. Era di domenica e ne fummo contenti perchè sapevamo che — in materia di film comici — nessuna proiezione più istruttiva e sintomatica di quella domenicale in una sala di periferia.

1941 Allegro fantasma 02 L

Al film non eravamo ben predisposti e solo una vera curiosità per la prova di Totò ci aveva spinto in quella sala. Non avevamo trovato neppure posto a sedere e, in quel fittume di gente, l’atmosfera cosi pesantemente festiva non era davvero la più propizia per conquistarci favorevolmente. Ricordiamo poco o nulla del film, ma ricordiamo Totò che sullo schermo continuava ad essere infallibilmente Totò.

Ad ogni suo apparire il pubblico rideva e la risata nasceva piena e si propagava irresponsabile e contagiosa; restava nell'aria per rinnovarsi ancor più clamorosamente e bastava un semplice atteggiamento, un'espressione qualsiasi del protagonista a suscitare lo scoppio del più generale e felice ottimismo. Fu, appunto, in quel clima di totale e misteriosa euforia, che avemmo la prima rivelazione delle indiscutibili virtù comiche di Totò attore cinematografico. La stessa vicenda del film passava in seconda linea; poteva anche non interessare e persino non piacere. L'interessante, per noi, era che l'attore piaceva al pubblico, comunicava direttamente, faceva ridere.

E poiché la comicità secondo noi, consiste soltanto in questo; far rìdere, potemmo infallibilmente apprezzare in Totò disposizioni cinematografiche di sicurissima qualità.

Ne avemmo conferma più tardi assistendo alla lavorazione, prima, e alla proiezione poi, di alcune scene di San Giovanni decollato, divertentissime. Qui abbiamo avuto una misura ben più esatta del valore di attore che ha Totò. Quelle risorse comiche, naturali nella sua maschera ed istintive nel suo temperamento, si sono espresse con immediata autorità nell'interpretazione di un personaggio che aveva già avuto, in teatro, una esemplare definizione.

Totò ha « recitato » benissimo la parte di Agostino Miciacio rappresentandola alla Totò ma vivendola in tutta la sua più profonda e delicata sostanza umana.
Ed è forse questo l'indizio migliore delle sue possibilità interprerative, che sono autentiche e che, in un attore proveniente dal teatro di varietà, possono definirsi veramente eccezionali.

Ci è piaciuta, inoltre, quella sua prontezza nel raccogliere gli insegnamenti e nel l'intendere felicemente i mezzi e i moti vi della recitazione cinematografica. Per un attore dai tratti e dai gesti così marcatì, la macchina da presa poteva rappresentare un pericolo. Totò lo ha superato disciplinando la sua nativa esuberanza partenopea, controllandosi e lasciandosi controllare, intuendo agevolmente le esigenze del cinema, dando a tutte le sue espressioni — anche alle più caratteristiche — il giusto limite e la giusta misura.

Spetta ad Amleto Palermi il merito di aver formato compiutamente la maturità cinematografica di Totò.

Il regista ha saputo «portare» l'attore, come un fantino di classe può condurre un puro sangue in corsa. Lo ha « tenuto » alla partenza, gli ha fatto superare di volò i primi ostacoli, lo ha lasciato andare a vittoria sicura..E' stata la sua una « condotta » perfetta per intelligenza e accortezza. Ma Palermi ha dato, oltretutto, a Totò una materia comica, schietta, nutrita, di effetto sicuro. Sulla traccia della notissima commedia di Martoglio egli ha confezionato su misura l'abito adatto per il suo attore. Palermi ha fatto sbizzarrire l'estro portentoso delle sue improvvisazioni, seguendo le regole dell'arte con tutti quanti i ferri del mestiere. E ne è nato un lavoro chiaro, squillante, tutto italiano.

Terminata appena la lieta fatica del San Giovanni decollato, ecco già intenta ad un nuovo lavoro la coppia Palermi-Totò. Si gira a Cinecittà L'allegro fantasma, gaia vicenda dove Totò, in molteplici incarnazioni, moltiplicherà gli effetti della sua irresistibile comicità.

Una comicità sostanziosa e franca, che arriva al pubblico immediatamente.

Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940


1940 12 14 Film Allegro Fantasma intro

Avevamo incontrato il marchese Antonio De Curtis due mesi fa, a pochi giorni dall'inizio di S. Giovanni decollato. Allora avevamo parlato con lui del film che stava per iniziarsi, delle sue speranze e dei suoi timori. Questa volta Totò ci accoglie con un altro viso. Ci siamo incontrati pochi minuti fa al ristorante di Cinecittà.

— Ci vediamo dopo? — aveva domandato passando avanti al nostro tavolo — Sto al teatro uno.

1941 Allegro fantasma 00 L

Al teatro uno si sta realizzando l'Allegro fantasma, per la produzione Capitani - Fonoroma. Quando entriamo, il teatro è ancora in penombra; gli operai stanno sistemando alcune scene. Totò è in un salottino: un salotto vecchiotto con certe belle poltrone pesanti; è disteso più che seduto.

— Beh! come va?

E’ la domanda d'obbligo, soltanto che è Totò a rivolgerla a noi. Ci sediamo. Dall'ambiente vicino giunge rumore di martelli che battono.

— Stanno modificando una scena, dice Totò; che poi ricade nel suo abituale mutismo.

— Sei contento?

— Contentissimo. San Giovanni decollato è riuscito assai meglio di quello che speravo. Fino ad oggi le mie prove in cinematografo non sono state eccessivamente fortunate. Ma questa volta, spero, il pubblico mi vedrà con un volto nuovo. Ho trovato il mio regista. Palermi non è soltanto un uomo di mestiere sicuro: è anche dotato di un enorme intuito e lo ha profuso a mio favore.

In altra occasione avevamo parlato di certe possibilità che Totò crede di avere. Egli punta ad una comicità nuova, più raffinata; saremmo tentati di dire: surreale. Totò afferra al volo la parola e non la molla più.

— Si. Infatti era in questo che speravo. Palermi mi ha capito e in questo film mi sta dando il modo di esprimere un mondo che ho dentro di me e che credevo non sarei mai riuscito a far vedere al pubblico. Vedi? — aggiunge — Il mio fisico potrà anche far ridere al primo sguardo; Ma non si capisce mica bene perchè susciti un sorriso. Non ho la classica linea comica; se guardo le mie fotografie, mi vedo angoloso, angoscioso, come un uomo normale visto in uno specchio deformante. Nei miei lineamenti c'è qualcosa di indefinito; vogliamo dire ima bella frase? che tende all'infinito. E' su questa deformazione delta realtà quotidiana che io devo puntare: e soltanto io questo modo, credo, potrò arrivare ad avere veramente una personalità cinematografica.

— Chi sei in questo film?

— Guardami — dice Totò indicando un quadro ad olio appeso alla parete. Nel quadro è effigiato Totò come antenato. Un Totò ottocentesco, in abito severo e col mento adorno di una magnifica barba.

— Io sono quello, cioè il suo fantasma. Un fantasma che passeggia tranquillamente nella casa in cui ha abitato e di cui nessuno ha paura tanto fu amato da coloro che lo conobbero. Nei panni di fantasma mi trovo benissimo, vado dove mi pare, a qualunque ora, e posso fare qualunque cosa. Senza dover dare retta ad una logica di maniera.

— Ma ieri ti ho visto in altri panni.

— Si perchè non sono soltanto un fantasma ma anche altre tre persone vive. Un musicista, un portalettere e un vagabondo. Tre persone che assomigliano come gocce d'acqua alla buonanima e che, in fondo, non si capisce bene se non siano tutti e tre la stessa persona, cioè il fantasma, che ama divertirsi. Oppure — dice dopo un attimo di riflessione — potrebbe essere l’antenato che nella sua vita successiva è riuscito a dividersi in tre, forse per maggiore gioia di coloro che gli vogliono bene. Di queste tre vite, o meglio di questa vita scomposta in tre, Palermi ha fatto una vera creazione adattandola alle mie possibilità Non sono mai stato contento di un film come di questo.

— Non mi racconti altro?

— No. Segreto. Se no come faccio a sorprendervi ? Vorrete almeno lasciarmi questa soddisfazione.

Le lampade di scena si sono accese e Totò, chiamato dal regista, torna al suo posto. Adesso è musicista. Prende posto al piano e batte ritmicamente qualche nota. Le tre ragazze del Trio Primavera prendono posto intorno a lui. Totò suona e le tre ragazze cantano. Suona accompagnando la musica con quel divincolarsi della persona che gli è caratteristico. Le ragazze devono faticare per trattenere il riso. Una prova, poi viene io primo piano il «cìack».

Quando la scena è finita, usciamo con Totò. Va in camerino a cambiarsi la parrucca poiché nella scena successiva dovrà impersonare il vagabondo. Ci salutiamo davanti alla scaletta dei camerini. Ma, dopo averlo lasciato, lo incontriamo un'altra volta. Lo incontriamo nel viale buio, davanti al teatro. La persona che ci sfiora nella penombra non può essere che lui: a meno che non sia il suo fantasma.

U. de Franciscis «Film», 14 dicembre 1940


1941 10 18 Oggi L allegro fantasma introDi solito i casi testamentari, che offrono spunti per commedie e film, vogliono essere pretesti coi quali gli autori mirano a descrivere caratteri e sentimenti. Davanti al notaio, in casa del morto, gli eredi ri manifestano non più per quelli che sempre sono apparsi, ma, una volta tanto, per quelli che sono intimamente. Lo spettacolo che danno di sé resta fra i più divertenti e insieme i più tristi; ed è veramente l’ultimo atto d’una commedia, quando i nodi ri sciolgono e la verità esce fuori sorprendente e spietata contro gl’ipocriti.

La lettura del testamento finisce con l’essere anche un’altra e meno ristretta lettura: dove, non che i caratteri individuali, vengono pure messi in evidenza, sotto una luce crudelmente viva come il lampo di magnesio, i costumi di una società e di un paese.

Di queste commedie e di questi film ne abbiamo visti molti, troppi magari; commedie e film generalmente intonati ad una moralità veristica e piccolo-borghese, spesso addirittura dialettale; abbiamo ancora da vederne uno in cui l’estro, la fantasia, gli umori del suo autore escano indispettiti da quei limiti.

L'allegro fantasma, penultimo film dello scomparso Amleto Palermi, può far pensare dal titolo che qualche nuovo spirito abbia rianimato un motivo tanto vecchio e usato; senonché il « caso testamentario » narrato in quel film non ha tali pretese, ed è soltanto lo spunto per inscenare una farsa interpretata dal comico Antonio de Curtis, più conosciuto col nome d'arte di Totò. Ma la farsa, cioè, in fin dei conti, Totò, non va affatto male. Magari, dato che, trattandosi di un comico, ri esce necessariamente dalla logica verista, si poteva spingere con più fiducia le sue avventure nel campo dell’assurdo e del sorprendente. Era forse troppo per un regista come il povero Palermi, abile e qualche volta intelligente, ma di un gusto tutt’altro che brillante ed estroso.

Eppure, dicevamo, il film va bene, fila piacevolmente, e Totò fa ridere; è un film divertente. È il più bel film di Totò. Il celebre comico del teatro di varietà vi enumera tutte le sue doti, le sue trovate, i suoi ingarbugliati discorsi; il piccolo uomo col cappello a barchetta e il passo frettoloso, maltrattato da tutti ma alla fine protetto dalla sorte, assale da ogni parte, non lascia tregua con i suoi scherzi d’una petulanza metafisica.

E, come se un Totò solo non bastasse, lo spettatore ha il piacere d’incontrare a metà del film un secondo Totò, per poi verso la fine fare la conoscenza di un terzo Totò : spavaldo il primo, timido e gentile il secondo, burlone il terso. Dite poco! Tre Totò in un solo film: c'è da ridere abbastanza.

L’arte di Totò tutti hanno imparato a conoscerla sulle scene del varietà, e nell’Allegro fantasma Palermi non ha fatto che trasferirne i motivi e le forme sulla tela dello schermo; ma in fondo il comico Antonio de Curtis è un attore molto adatto a raffigurare personaggi cinematografici, un po’ alla maniera di Charlot. Forse, del primo Charlot, quello appunto delle farse. Totò ancora non «pensa cinematograficamente»; sullo schermo egli resta troppo un attore del varietà; tuttavia, a differenza di tanti altri, come Nino Taranto per nominarne uno, non gli mancano le qualità per essere anche un attore cinematografico. Volevamo dire, più che attore, personaggio.

La fortuna di Charlot, come personaggio, si sa da che cosa è dipesa: dall’aver egli trovato i termini essenziali di una figura tipica, che ritornerà di film in film, approfondendosi di volta in volta sempre di più, fino ad entrare nell'affetto degli spettatori e in una specie di mitologia della società moderna. La nascita di questo personaggio nel cinema americano rappresentò la nascita di uno stile e di una poesia. Lo stesso si dovrà dire, sebbene in tono minore, di un Buster Keaton. Questa comunque è la strada più sicura e ambiziosa per un attor comico. Totò, come suol dirsi, ha « i numeri » per diventare un vero personaggio cinematografico. Trovi i suoi elementi, le sue lìnee principali; ritrovi, anche, un nome meno da palcoscenico; e poi si scrivano dei soggetti apposta per lui. Si rischierà di far nascere qualche cosa di nuovo nella nostra cinematografia.

Gino Visentini, «Oggi», 18 ottobre 1941


«[...] Né registi né scrittori sono ancora riusciti a dar vita, quando si tratta di Macario e di Totò, a qualcosa che non sia la solita scena comica alla Ridolini o la solita trasposizione sullo schermo della comicità d'avanspettacolo. Ne L'allegro fantasma si ride solo per Totò, per un Totò più da rivista che da cinema, per un Totò un po' meno dialettale del solito, ma alla fine, nella sua comicità, sempre piuttosto regionale. [.. .]Nessuno, malgrado i passati esperimenti, si è provato seriamente ad adattare allo schermo questa comicità, cercando di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che non fosse un'ennesima ripetizione di quella comicità che ha fatto la fortuna teatrale del titolato macchiettista napoletano. Totò continua anche sullo schermo ad essere Totò e i canovacci dei suoi film ad essere le copie carbone di quelle scene comiche che da bambini abbiamo apprezzato attraverso l'interpretazione veloce e saltellante di Ridolini, Fatty, Buster Keaton. L'allegro fantasma non fa, in questo senso, eccezione alla regola: è una vecchia scena comica, basata essenzialmente sulle smorfie di Totò e su qualche trovatina non davvero nuova di zecca. [...]».

Osvaldo Scaccia, «Film», IV, 42, Roma, 18 ottobre 1941


«[...] Attraverso quali peripezie i tre fratelli si ritrovano ed entrano In possesso di quello che loro spetta, malgrado l'opposizione di alcuni avidi parenti, si può vedere in questa fase di ordinaria fattura. Ma Totò ha l’istinto e il gusto dell’obbiettlvo cinematografico; e il suo mirabolante repertorio di dislocazioni facciali e vertebrali, le sue velocissime sequenze comiche, la sua incisiva nevrastenia farsesca sono assorbiti dallo schermo In modo sorprendente. Il povero Palermi che diresse il film sfruttò con maggiore pertinenza che nel «S. Giovanni decollato» la tecnica dell'attore. [...]»

def. [Sandro De Feo], «Il Messaggero», Roma, 9 ottobre 1941


«Un mosaico di episodi farseschi recitati a soggetto, è nell’Allegro fantasma, penultima fatica di un regista che ha concluso la sua operosa giornata, Amleto Palermi. Dallo scomparso Palermi questa pellicola trae l'inventiva facile, la scorrevolezza, il carattere frammentario; dall’attore Totò, che vi domina come protagonista, deriva il complesso del lazzi, appartenenti ai suo piacevole bagaglio comico, e, per certi sviluppi intravisti, la nostalgia di ciò che il film avrebbe potuto essere e non é. Perchè Allegro fantasma non ha impegnato a fondo né gli attori né il regista; è chiaro che esso è stato realizzato su un canovaccio nel quale variazioni e interpolazioni improvvisate hanno soverchiato il piano preordinato.[...] Tutt'e tre gli eredi inattesi, che i parenti terribili tentano di allontanare, senza riuscirvi, sono impersonati da Totò, il quale ha rinunciato a molte delle sue ambizioni di comicità nuova, lasciate immaginare dal film precedenti, per sfruttare !a gioconda chiassosità, la facilità degli equivoci, il crescendo della concitazione che il soggetto gli offriva. Una folla di interpreti, in particine minori, intorno a Totò [...]»

«Corriere della Sera», 4 settembre 1941


«Film gaio e concitato nel quale si aspettano al varco le irresistibili corsette di Totò, i suoi frenetici giri d'occhio, i suoi muti e fervidi discorsetti fatti muovendo soltanto le labbra, gli scatti della sua silenziosa e aerea follia. [...] Certe sequenze, come quella della colluttazione tra Totò e il falso cacciatore di leoni anche lui pretendente all'eredità, sono veramente felici e divertenti. Le risorse cinematografiche di Totò sono molte. Nei pochi film che egli ha fatto finora si è visto come certe sue espressioni colgano nel segno e siano di effetto immediato sul pubblico. Ma ancora il vero film di Totò, quello che sfrutti in pieno tutte le possibilità di questo attore, non è venuto fuori».

Pat. [Ercole Patti], «Il Popolo di Roma», Roma, 9 ottobre 1941

«Oggi ultime repliche del meraviglioso filmo « Il cavaliere senza nome ». Domani lunedì è preannunciato uno spettacolo in cui eccelle ancora una volta la comicità del Marchese De Curtis (Totò). Difatti, ne «L’allegro fantasma» vedremo il proteiforme Totò nelle vesti del vagabondo, del musicista, del domatore. A Totò fan degna, corona il Trio Primavera, Luigi Pavese e Fronco Coop.»

«Gazzetta di Parma», 7 dicembre 1942


La censura

L-allegro-fantasma-censura
Duplicato del verbale (datato 16 maggio 1949) della Commissione Revisione Cinematografica datato 13 novembre 1954
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


I documenti

Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  •  Farsaccia (quasi un musicarello) con trama abborracciata e non troppo divertente, che ha l'unica nota interessante nel farci vedere un giovane Totò impegnato i tre ruoli. Il resto del cast non brilla, un po' per la vicenda davvero insignificante (pure con dialoghi alla Qui, Quo e Qua), un po' per chiare difficolta recitative (il Trio Primavera, a parziale esclusione di Isa Bellini). Non più di *½ (Morandini, sorprendentemente, dà **½). Farsaccia (quasi un musicarello) con trama abborracciata e non troppo divertente, che ha l'unica nota interessante nel farci vedere un giovane Totò impegnato i tre ruoli. Il resto del cast non brilla, un po' per la vicenda davvero insignificante (pure con dialoghi alla Qui, Quo e Qua), un po' per chiare difficolta recitative (il Trio Primavera, a parziale esclusione di Isa Bellini). Non più di *½ (Morandini, sorprendentemente, dà **½).
  • Scemenza che neanche Totò riesce a salvare, con le sue espressioni, i suoi movimenti, insomma, quel linguaggio del corpo che è un suo marchio di fabbrica. Ma anche una Ferrari (Totò), se alimentata con acqua sporca, al posto della benzina (la sceneggiatura), non può che avere problemi; e non basta neppure che da uno diventi trino, per salvare la baracca, che sembra più un'opera teatrale di bassa lega, nonostante gli attori (a parte le tre nipotine canterine) siano di tutto rispetto. E' triste dirlo, visto il calibro dell'attore, ma questo Totò si può anche evitare di vederlo.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il maggiordomo, ex portalettere, che serve colazioni e pasti vestito ancora da postino.
  •  Trama esilissima per un Totò ancora acerbo cinematograficamente ma che tuttavia riesce a risollevare più di una situazione. In particolare i duetti con Pavese e Di Giovanni sono gustosi; più stucchevoli e datate le parti in cui Totò intepreta il gemello maestro di musica. Cast di comprimari non male in cui si distingue anche Stoppa, mentre il Trio Primavera è abbastanza insopportabile.
  •  Tra le primissime opere cinematografiche di Totò, ancora strettamente legato alla maschera che lo ha reso celebre nelle opere di rivista. Il copione non è esattamente il massimo e se escludiamo qualche ventata di ilarità suscitata dal comico napoletano, non resta molto in grado di accattivare lo spettatore. Le interpretazioni, poi, sono eccessivamente impostate risultando piuttosto leziose. Noioso e piuttosto insipido, a malapena potabile per chi vuole approfondire la filmografia del Principe De Curtis, qui comunque in piena forma.
  •  Commedia con vari intermezzi musicali messa in piedi per mostrare la versatilità di Totò che si divide in vari ruoli e arriva anche a cantare. Il Trio Primavera è limite e simbolo del film (stiamo nel 1941): secondo i gusti attuali ne rallenta il ritmo, ma considerando che la trama è quel che è e che all'epoca ci si divertiva anche così, la sufficienza gliela si può concedere.
  •  Un film appena sufficiente salvato dall'arte recitativa di Totò che interpreta tre gemelli modulando gamme e tonalità diverse all'interno di una connotazione recitativa sostanzialmente marionettistica e pantomimica lontana dai tratti più realistici e partenopei. Un Totò astratto ma gentile, irreale ma spigliato, fiabesco ma divertente, scaraventato dentro un film caotico e sciatto girato palesemente in gran fretta tutto in interni. Più che un film pare un cartone animato... Divertenti i duetti di Totò con Luigi Pavese e Augusto Di Giovanni. Film minore.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Deliziosi gli intermezzi canterini del Trio Primavera, anche se rallentano notevolmente il ritmo del racconto.
  •  Uno dei migliori film del "primo" Totò, ancora nella sua fase più surreale e "candida", che mostra il suo potenziale interpretando tre personaggi anche abbastanza eterogenei. La trama di per se stessa non è cattiva, ma è diluita dagli evitabili interventi musicali del Trio Primavera (non per nulla l'unico momento musicale che si ricorda è quello in cui il grande artista partenopeo interpreta la sua "Margherita"). Molte ingenuità ormai chiaramente datate, ma complessivamente godibile (sempre che non si abbiano troppe aspettative).MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che canta "Margherita".

Foto di scena e immagini dal set


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940
  • U. de Franciscis «Film», 14 dicembre 1940
  • Gino Visentini, «Oggi», 18 ottobre 1941
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema