SAN GIOVANNI DECOLLATO

Questa è tinta fatta col vitriuolo, e difatti appena un signore vi poggia il dito del pipistrello della mano se lo sporca, se lo anilifica.

Mastro Agostino Miciacio

Inizio riprese: 16 settembre 1940 - Autorizzazione censura e distribuzione: 28 dicembre 1940


Titolo originale San Giovanni decollato
Paese Italia - Anno 1940 - Durata 89 min - Colore B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Amleto Palermi - Soggetto Nino Martoglio - Sceneggiatura Amleto Palermi, Aldo Vergano, Cesare Zavattini - Produttore Liborio Capitani - Fotografia Fernando Risi - Montaggio Duilio A. Lucarelli - Musiche Cesare A. Bixio, Alexandre Derevitsky, Armando Fragna - Scenografia Piero Filippone, Vittorio Valentini


Totò: Mastro Agostino - Titina De Filippo: Concetta, la moglie - Silvana Jachino: Serafina, la figlia - Franco Coop: don Raffaele, il barbiere - Osvaldo Genazzani: Giorgio Maria Santapola, il fidanzato di Serafina, - Bella Starace Sainati: nonna Provvidenza - Eduardo Passarelli: Orazio, il lampionario - Augusto Di Giovanni: don Peppino Esposito - Mario Siletti: Teodoro Cupis, l'amministratore - Giacomo Almirante: il pretore - Oreste Bilancia: testimone al processo - Peppino Villani: inquilino del vaglia - Peppino Spadaro: mastro Vincenzo, il calzolaio - Grazia Spadaro: Rosalia - Dina Romano: Donna Filomena, la cartomante - Renato Chiantoni: l'avvocato difensore - Gorella Gori: testimone al processo - Edmondo Starace: Cancelliere - Maso Marcellini: Don Benedetto - Vincenzo Fummo: Inquilino - Mario Ersanilli: Ometto dalla barba bianca - Emilio Petacci: Il Pubblico Ministero Lanzetti - Raffaele Balsamo: Inquilino del palazzo - Milla Papa - Liliana De Curtis


San_Giovanni_decollatoSoggetto
Mastro Agostino Miciacio è un portiere e ciabattino napoletano che venera un dipinto raffigurante un'immagine di San Giovanni Battista decollato. Agostino ha l'abitudine di parlare con l'immagine sacra e di tenere acceso un lumino a olio presso l'immagine stessa in segno di devozione. Ogni notte però l'olio sparisce.
La devozione del portiere è tale da spingerlo a fare anche dei festeggiamenti che per la loro rumorosità gli tirano addosso le ire dei vicini e della sua famiglia; viene processato e poi assolto per semi-infermità mentale.
Il guappo Don Peppino vorrebbe imporre ad Agostino le nozze fra Serafina, figlia di quest'ultimo, e Orazio, un lampionaio suo protetto: ma Serafina rifiuta categoricamente e assieme al suo innamorato, un giovane studente, fugge dai nonni di lui nel paese di Montebello Siculo, in Sicilia. Li raggiungeranno Agostino con la moglie Concetta e sarà proprio durante le nozze dei due giovani che Agostino scaccerà Don Peppino riuscendo anche a scoprire che era proprio lui il ladro di olio del lumino di San Giovanni che lui aveva preso a calci. La famiglia è finalmente riappacificata e riunita sotto l'immagine del Santo, che arriva al punto di accordare ad Agostino, sia pure temporaneamente, la "grazia" di rendere muta la petulante Concetta.

Critica e curiosità

Liborio Capitani, produttore del film, sta cercando un attore idoneo a rivestire il ruolo di Agostino Miciacio nella trasposizione cinematografica di San Giovanni decollato di Nino Martoglio, in sostituzione del povero Angelo Musco, deceduto per cause naturali pochi anni prima; scartati alcuni, si pensa a Totò. L’idea di Capitani suscita nel suo entourage discussioni e perplessità: che c’entra un comico metafisico come Totò con il personaggio farsesco di Agostino Miciacio, devoto ciabattino in rotta contro il violento pretendente della figlia? Anche Capitani si fa prendere dai dubbi; propone quindi ad Antonio de Curtis un provino prima della realizzazione del film. Memore del flop avuto con il provino alla Cines dieci anni prima, Totò propone di realizzarlo in ambito teatrale teatrale, chiedendogli di inserire in Fra moglie e marito... la suocera e il dito la famosa macchietta del beghino che prega profondendosi in vorticosi segni di croce e sdilinquimenti mistici. Una sera di giugno il produttore entra in un palchetto al teatro Valle per vedere di cosa sia capace questo comico di cui parlano tutti. Il contratto, dicono le cronache dell’epoca, viene firmato ventiquattrore dopo. (Sveliamo il mistero della nascita di un film, “Film”, n. 44, 2 novembre 1940, più sotto nella sezione "Così la stampa dell'epoca" l'articolo completo.)

Le riprese cominciano in settembre, a Cinecittà, e Antonio de Curtis si accosta all’esperienza con qualche tremore per la differenza culturale e recitativa tra lui e Angelo Musco. Liborio Capitani, produttore del film, inizialmente pensa di far dirigere il film a Gero Zambuto ma vista l'età ormai avanzata del regista opta per Cesare Zavattini e al rifiuto di quest'ultimo si decide per Amleto Palermi. Del cast fanno parte anche Oreste Bilancia, il primo dei testimoni nel processo contro mastr'Agostino, Peppino Villani, nome conosciutissimo del cafè chantant napoletano, e una piccola bambina di 7 anni che si reca da Miciacio/Totò per ritirare le scarpe della madre: si tratta di Liliana la figlia di Totò nell'unica apparizione cinematografica della sua vita. Totò si è sempre opposto a che sua figlia faccia parte del dorato mondo del cinema ma stavolta convinto da Capitani da il suo consenso. La piccola Liliana per questa parte nel film riceve come compenso una bambola. Dopo un inizio guardingo, regista e interprete entrano in sintonia e le riprese filano in un’atmosfera allegra e affettuosa. Palermi scopre un professionista duttile e generoso, Totò è felice di poter mescolare al rispetto per il copione i guizzi della sua comicità estemporanea, di attribuire al suo personaggio sguardi da cartone animato e salti da scimmia, e di spargere dove occorre la sua specialissima ansia di morte. Il prefinale in cui i protagonisti si massacrano lanciandosi piatti è improvvisato sul set su suggerimento di un Totò scatenatissimo, ampliando la trovata di un unico piatto che Miciacio avrebbe dovuto rompere in testa al guappo. La battaglia di stoviglie, alla quale partecipano fuori campo tecnici, amici di passaggio e pure il produttore del film, produrrà alla fine due quintali di cocci e qualche ferita, ad Augusto Di Giovanni (il guappo) e Titina De Filippo, entrambi colpiti alla testa, e allo stesso Totò, contuso a un braccio.

L’attore non dimentica la propria natura profonda, gli slanci dionisiaci, i fuochi d’artificio in repertorio, non abbandona del tutto la sua ansia funerea (pronto a farsi ‘decollare’ dal coltello di don Peppino, depone docile il capo su una guantiera, il collo talmente snodato che la testa appare già orrendamente spiccata dal busto). E in questo modo ottiene tra l’altro di sganciarsi dall’ingombrante modello-Musco.

Alla scena dei rumorosi festeggiamenti per il Santo potrebbe essersi ispirato Luciano De Crescenzo nel suo film 32 dicembre, uscito nel 1988. La scena in cui Totò resta seduto a tavola in casa dei nonni del futuro genero, e cerca di trattenere il vino e le pietanze prima che vengano portate via, sarà ripresa fedelmente da Mario Mattoli nel film "Miseria e nobiltà" (a sua volta rifacimento dell'omonimo film diretto da Corrado D'Errico sempre nel 1940 e basato sulla celebre commedia del 1888 di Eduardo Scarpetta). Anche nel film di Mattoli, Totò cerca di "difendere" le abbondanti portate preparate dal cuoco, padrone di casa. Un altro fattore che accomuna i due film, seppure non di primaria importanza, è l'equivoco secondo cui Totò e Titina si presentano ai parenti del futuro genero rispettivamente come un professore e una nobile (Concetta, evidentemente poco abituata al termine "aristocratici", parla di sé specificando "noi aerostatici"), mentre in Miseria e nobiltà i poverissimi protagonisti si fingono tutti nobili.


Così la stampa dell'epoca


Totò calzolaio

Favorito da un viso asimmetrico, dove sembrano giocare le linee di antiche maschere greche. Totò, alle volte, buttato sul palcoscenico, pare tirato fuòri pari pari da un corteo hacchico. Allora una felicità istintiva del moto lo conduce a bizzarrie che tolgono il respiro alla platea; gli angoli della sua satiresca figura e gli spigoli di fantomatiche ossa, sembrano staccarsi per una danza geometrica tutta fuori d’equilibrio e di gravità. L'uomo si snatura, ridotto a stracci impalpabili, sotto i quali si affaccenda a irridere sè medesimo, un viso meridionale e furbesco. In questi momenti, un fuoco intimo e nascosto lo trasfigura: gli occhi da Pulcinella ammiccante, la bocca tirata a sorrisi astuti e concilianti, o le parole marcate che sembrano pronunciate dalle labbra.

Totò, pur dotato di mezzi eccezionali — fonti di riso immediato e sovente convulso — non è stato ancora definito bene, ma è stata notata la fantasia spontanea che si accende in lui, con trovate briose per ogni situazione, man mano che nella sala cresce l'entusiasmo. Che cosa gli manca, per togliere il punto fermo in un discorso su di lui? Il buffone se si va a stringere, ci sfugge tra le dita.

Cosi tutta la sua aerea baracca pare fragorosamente piombare in terra. Gli manca essenzialmente una cosa; uno sfondo che da lui dipenda e lo accompagni. Le strade popolari e melanconiche definiscono e inquadrano di colpo in una sensibile e concreta cornice il personaggio di Charlot. gli ostacoli meccanici o naturali, talvolta immani, attorniano Buster Keaton; corteggi fragorosi, g nel muto, squallidamente annuvolati di polvere, punteggiano le azioni di Harold Lloyd o di Laurei e Hardy. Ma Totò, nè in teatro, nè in cinema possiede attorno a sè e nemmeno se li trascina dietro, quei contorni di cose non mai casuali, che danno corpo e stile a una creazione.

Totò ha bisogno, cerne nessun altro, di regìa; e Zavattini, che s'è messo in testa di farne un suo personaggio cinematografico, e che è uomo capace di donare generosamente a Totò quella ricchezza di stile e di moralità che gli manca, lo ripete ogni giorno. Nel cinema, dopo due esperimenti poco felici (Fermo con le mani e Animali pazzi), Totò viene chiamato a tentativi più maturi. La sua prima pellicola della nuova serie è San Giovanni decollato, ora in cantiere. Dalla tradizionale interpretazione di Musco al funambolesco Totò, è un esperimento curioso, anche perchè Zavattini è (assieme con Aldo Vergano, talento equilibrato ed esperimentato) l’autore della sceneggiatura. Amleto Palermi è il regista.

Dalle prime immagini, si direbbe che lo sfondo si vada concretando. Totò calzolaio sta vincendo una grande battaglia per Totò, «astro» sostanzioso del cinema italiano.

G.P. «Tempo», 14 novembre 1940


1940 10 19 Film San Giovanni decollato intro

Abbiamo scritto della «piattata» a non di una «piattata», poiché negli ambienti cinematografici la piattata è una sola: quella del «San Giovanni Decollato ».

Amleto Palermi ha compiuto il miracolo della moltiplicazione dei piatti: il piatto che Totò (alias Agostino Miciaccio), protagonista del film, doveva rompere sulla testa di Don Peppino il guappo, ha dato ali alla fantasia del nostro regista il quale ha ordinato per il giorno dopo mille piatti. Il dialogo si è trasformato in coro e le scene si sono susseguite con un ritmo ridoliniano e qualche cosa di più attraverso scale, camere, corridoi: i piatti volavano per l'aria, si rompevano sulle pareti del tinello siciliano, sulla tesla di Pastorelli, degli invitati, sfioravano le venerande chiome di Bella Starace Sainati e di Maso Marcellini, uscivano dalle finestre, rientravano dai praticabili, volteggiavano tra le lampade da 500.

— Datemi dei piatti da rompere ed io sarò felice — aveva detto Totò.

Amleto Palermi e Giorgio Bianchi, allora, sono andati al di là dei più folli desideri dell'attore creando una sequenza che sembra diretta da un giocoliere, da Rastelli, con l'anima vendicativa del commesso delle terraglie in «Se avessi un milione ».

Ma la faccenda ha avuto degli aspetti singolari anche da un punto di vista psicanalitico: abbiamo visto persone molto severe che nella loro vita non hanno mal fatto male ad una mosca, prese da una frenesia distruttiva: l'avv. Silos, direttore di produzione, lanciava nella mischia, da fuori campo, piatti, piattini, fondine; l'operatore Risi supplicava Palermi di lasciargliene tirare almeno uno e, infine, incredibile ma vera, Liborio Capitani, usciva dal suo famoso riserbo e partecipava alla «piattata» dando grida di gioia ogni volta che un suo proiettile colpiva nel segno.

— Mirate giusto — gridava il produttore.

E aveva ragione, poiché l’effetto di un piatto che si rompe in cento pezzi sulla fronte dei propri simili ò sicuro, irresistibile.

Per 48 ore il teatro N. 6 è stato il paradiso dei cocci, l'eden del nostri desideri finalmente liberati: tutti erano tornati ragazzi, con la totale allegria delle comiche finali. E Palermi sorrìdeva con la sua straordinaria malizia dopo aver scatenato la battaglia che resterà memorabile nella storia dei film « tutti da ridere ».

Totò si moveva come un pesce nell'acqua in mezzo alle alate stoviglie, la sua mimica esplodeva in schivate di prima e di seconda, il suo collo ondeggiava come quello di un cobra per evitare i proiettili dei suoi nemici. Ma ecco il resoconto di questa « piattata », resoconto che nella sua semplicità ed esattezza vi darà l'impressione di quello che è avvenuto nel teatro N. 6 durante i giorni 4 e 5 ottobre:

Piatti rotti: 1000
Attori feriti: 3
Metri di pellicola girata: 2000
Lanciatoli di piatti in scena: 50
Lanciatori di piatti avventizi: 10
Lanciatori di piatti furtivi: 5
Ore straordinarie di lavoro: 12.

Parliamo dei feriti.

Primo, l'attore Di Giovanni, in fronte. L'ex Benvenuto Cellini non si allarmò. Andava contro i piatti a testa bassa, come un toro. Per un bersaglio cosi accogliente si erano specializzati Mariano Cafiero e Fede Amaud aiuto-registi. Enrico Glori, venuto in teatro por una visita di colleganza, sostituiva per alcuni minuti i «lanciatoli incaricati» e rompeva con una risata sinistra da « Fornaretto di Venezia» un'insalatiera sulla cervice di Di Giovanni, poi si allontanava. (Vi preghiamo di credere alle nostre parole, questo è un rapporto obiettivo). La ferita pare sia stata provocata dalla costa di un piatto lanciato da un elettricista. Un po' di alcool e subito dopo Di Giovanni riprendeva a ruggire tra una nuvola di schegge e di cocci davanti a Totò che pareva un «misirizzi ».

Secondo: Totò. Ferito vero e proprio, no. Una contusione al braccio. E dall'incidente il nostro comico traeva motivo per fare dell'umorismo.

— Dove siete colpito? — domanda» vano tutti ansiosamente.
— Indovina un po? — rispondeva Totò.

Chi lo toccava, chi lo auscultava, venti mani palpavano il suo corpo con affettuosa premura, e Totò gridava: «acqua, acqua... fuoco, fuoco». «Faccio cosi anche col mio medico! » spiegava.

Amleto Palermi impassibile osservava ia scena: il suo mento correva a destra e a sinistra cercando un'idea:

— Faremo un film «Totò malato» — disse Palermi.

E infatti un consulto al letto di un malato come Totò che dice al medico: «Indovina un po'? » suscita non comuni trovate.

Terzo: Titina De Filippo. Qui la cosa si fece piuttosto seria. La ferita fu piccola, ma sotto l'occhio. Titina non è certo una donna schizzinosa, è concreta e autentica, ma per un'ora mormorò una dozzina di volte:

— Madonna do Carmine, un po’ più su e l'occhio se n'ora andato.

Con l'immaginazione propria degli attori. Titina si vide di già guercia, provò una grande pietà di sè stessa, giurò che non avrebbe ripetuta lo scena.

Liborio Capitani girava su o giù per il teatro come un orso in gabbia, indagava per rintracciare il colpevole, ma per fortuna non si seppe chi era stato l'inesperto colpitore. Palermi commentò il fatto tecnicamente.

— Peccato, la scena era perfetta.

Si sparse, bisogna confessarlo, un po’ di panico* e nelle scene successive, che si dovettero infatti scartare e ripetere, i piatti sembravano tirati da
mani di fata, cadevano timidi al suolo come uccelli spennacchiati.

Non sappiamo se la cosa sia spiritosa, ma ci hanno riferito che al ristorante, durante la pausa, l'attore Passarelli ordinando una cotoletta abbia aggiunto: «Senza piatto».

Titina si lasciò convincere a riprendere la scena solo quando Liborio Capitani o Amleto Palermi si assunsero il ruolo di lanciatori di piatti.

— Se me li tirate voi, ho fiducia.

Misteri dell'anima umana. Chi sa perchè un regista, per quanto celebre, e un produttore, per quanto illustre, davano garanzia alla famosa attrice napoletana di essere dei precisi lanciatoli di piatti.

In un angolo Silvana Jachino diceva a Osvaldo Genazzani, suo dolce sposo nel film, e lo diceva con quell'aria assorta, distratta che fa di questa giovane una delle più maliziose conversarci del mondo:

— Io non ho che un sogno, essere colpita da un piatto lanciato dal senatore Agnelli, da Domenico o da qualche altro personaggio dell'alta finanza.

L'episodio di Titina, in America avrebbe giustificato da solo un grande scalpore nei giornali: una leggera infiammazione agli occhi di una nota attrice provocò, come si sa, l'interessamento della Casa Bianca. Ma inserito nella tumultuosa vicenda — il fonico Bianchi dice di non aver mai registrato un fracasso tanto infernale — diventava un fatto prevedibilissimo, poiché una simile lotta doveva avere i suoi eroi, le sue vittime.

Alla fine, seduto su due quintali circa di cocci, raccolti dagli attrezzisti in un angolo del teatro, Liborio Capitani dichiarava ad Amleto Palermi che era profondamente soddisfatto anche se la spesa della « attata » aveva superato il preventivo di ben 30 mila lire.

Argo, «Film», 19 ottobre 1940


1940 11 02 Film San Giovanni decollato intro

1940 11 02 Film San Giovanni decollato FotoUna sera del giugno 1940 in un palchetto del Valle c'era Liborio Capitani. Sul palcoscenico Totò rappresentava la rivista «Tra moglie e marito la suocera e il dito ». Si notava un altro spettatore d'eccezione in poltrona, Ramon Novarro.

Capitani nascosto nell'ombra rideva cercando di non farsi, scorgere. Dal pubblico? No, da Totò. Spieghiamo più avanti il mistero. Intanto diciamo che in quel palchetto nasceva il «San Giovanni decollato» film.

Capitani accarezzava da tempo la idea di tradurre sullo schermo la famosa commedia di Martoglio: se n'era assicurati i diritti, ma non aveva ancora trovato l'Interprete ideale. Girava per i varietà come un bracco, poi assumeva quella sua aria dolcissima e distratta con la quale riesce a dire cosi spesso di no. Un giorno aveva detto: « Io vedo i manifesti: San Giovanni decollato interpretato da Totò ». Gli bastava, come un sogno, per ruminare il progetto. Procedeva cauto, ascoltava i pareri di cento persone sopra Totò o mai si era trovato in mezzo a così acerbi dissensi. Per alcuni la commedia non era adatta allo spirito metafisico di Totò, per altri solo Totò poteva rinfrescare la figura di Agostino Miciacio servendosi delle sue qualità d'interprete meno popolari ma evidenti per gli uomini di teatro. Poche volte in quell'ufficio di via della Mercede la polemica era stata così accesa: telefonavano dai giornali, antichi amici si facevano vivi per incoraggiare o scoraggiare il nostro produttore. Il quale entrava da un uscio, riappariva da un altro, ascoltando, socchiudendo gli occhi, mettendosi e levandosi il «appello.

Da quel frastuono, da quella battaglia intorno a Totò si fortificava in Capitani la convinzione che l'idea era vitale e avrebbe tratto dalle discussioni uno degli elementi di più sicura e ori-» ginale curiosità. Ma ci volle quella prova del fuoco: Capitani aveva tanto sentito parlare della preghiera di Totò come di un pezzo classico del comico napoletano dove si sposavano meravigliosamente i suoi due aspetti: il recitativo e il creativo. Inserita nella rivista, d'accordo con Totò disposto a sostenere l'esame. «la preghiera» fece cadere le ultime esitazioni del produttore. Ventiquattro ore dopo, si firmava il contratto.

E il mistero? Capitani non voile mostrarsi straordinariamente entusiasta per elementari ragioni psicologiche.

— Mi piacete — disse a Totò, — Io sono pronto.

Totò, abituato alle lodi, si aspettava dei superlativi: quindi non osò chiedere una cifra americana. Capitani vedeva dentro come fa Agostino Miciacio in una delle più allegre clamorose sequenze del film.

Quella sera Capitani, seguito dal solito codazzo di luogotenenti, percorse via Nazionale a piedi. E cominciava a impostare il secondo problema:

— Chi è donna Concetta, la moglie di Agostino Miciacio?

Subito (e furono almeno una diecina) passarono nell'aria buia i più brillanti nomi, da Pina Renzi a Tecla Scorano, a Amelia Chellini, alla Pica. Qualcuno disse:

— Titina De Filippo.

E Capitani interruppe la discussione senza commentare, augurando a tutti la buona notte. Il mattino dopo partiva per Napoli un telegramma al quale Titina De Filippo rispondeva affermativamente.

A questo punto il lettore avrà capito che nella creazione di un film il produttore c'entra per qualche cosa. Anzi, l'idea motrice nasce e dovrebbe nascere prima di tutto nella testa del produttore: anche sul vaglio delle molteplici proposte che quotidianamente gli vengono fatte, il produttore porta, selezionando e accettando, un vero e proprio contributo creativo.

Per questo si può sostenere che una grande cinematografia, anche se ha tutti i quadri in ordine, per farli funzionare, armonizzando i vari valori, ha bisogno di grandi produttori.

Dobbiamo dirlo? Produttori che abbiano intuito industriale ma insieme artistico: « che vedano ». Infatti la decisione di un film è un atto creativo, una specie di « prima assoluta » nella testa di chi vi arrischia tempo e danaro. Basta sbagliare un addendo, sia esso il regista o l'interprete o lo sceneggiatore, perchè i conti materiali ed estetici non tornino più. Basta, insomma, non individuare i nomi per la cosiddetta distribuzione dei ruoli per scardinare alla base le più belle intenzioni.

Il rosario delle preoccupazioni non finì con Titina De Filippo. Per tre mesi si avvicendarono elementi di primissimo ordine; il copione conobbe l'esperienza di teatro di Gero Zambuto, la, tecnica di Aldo Vergano, l'estro di Zavattini. Poi venne Amleto Palermi con la sua personale e irrompente immaginazione, scompose il lungo lavoro degli altri per ricrearlo in una perfetta parabola cinematografica. Il lavoro cominciato il primo luglio assumeva contorni precisi e confortanti dopo tre mesi, novanta giorni durante i quali il produttore aveva fatto 700 telefonate, 200 telegrammi, sedato 100 dialoghi troppo vivaci, spronato Caio e animato Sempronio.

In mezzo alle polemiche esterne e ai momenti di ebrezza o di panico, immancabili durante la gestazione di un film, nell'intrigo dei piccoli e dei grandi interessi che circondano il capitale necessario alla nascita di 3000 metri di pellicola, chi conservava una calma bonaria e umana era Liborio Capitani. Era sicuro di arrivare in porto l'idea lo aveva convinto sempre più ed era fermata in due nomi: San Giovanni decollato e Totò. Per muovere la grande macchina si chiamò Palermi: un'altra intuizione. Palermi entrò me il vento nell'organizzazione del film e in 48 ore scoperse Totò attore. Chiamò al suo fianco il regista Giorgio Bianchi e il giorno 16 settembre si dava il primo colpo di manovella a Cinecittà.

E i problemi non erano esauriti. Totò con la parrucca o senza? Capitani e Palermi si appartarono due ore a risolvere il quesito, come, vedrete nel film. Ora si sta dando l'ultimo colpo, stanno girando gli ultimi 200 metri: Agostino Miciacio nella sua ennesima conversazione con il santo miracoloso.

— Mi fate o non mi fate il miracolo di far cadere la lingua a mia moglie?

Liborio Capitani sorride più apertamente; ogni tanto guarda Palermi una grande voglia di abbracciarlo. Fra due ore tutto è finito. Nel teatro numero 7 cominceranno ad abbatte il cortile dell'architetto Filippone che risuonò delle gaie musiche di Cherubini e Pagano, le due spalle del mago Bixio. Ma la Capitani comincia una nuova fase: il lancio e la distribuzione del film...

G.B.St., «Film», 2 novembre 1940


La comicità di Totò

1941 Allegro fantasma 02 LFino a qualche mese fa non avevamo neppure una minima idea di quali potessero essere le possibilità cinematografiche di Totò. In meno di mezz'ora, invece, una sera, ci rendemmo conto ch'esse erano notevolissime per quantità e qualità.

Volevamo conoscerne la più recente esperienza e vedere un po‘ se quel suo film, maltrattato dalla critica o freddamente accolto dal pubblico della prima visione, ci poteva offrire per lo meno qualche indizio sulle sue effettive attitudini. Fu soltanto al principio dell'ultima estate che, frugando negli elenchi cinematografici del « Messaggero », trovammo finalmente che Animali pazzi era in programma all'« Ottaviano », cinema rionale popolarissimo. Era di domenica e ne fummo contenti perchè sapevamo che — in materia di film comici — nessuna proiezione più istruttiva e sintomatica di quella domenicale in una sala di periferia.

Al film non eravamo ben predisposti e solo una vera curiosità per la prova di Totò ci aveva spinto in quella sala. Non avevamo trovato neppure posto a sedere e, in quel fittume di gente, l’atmosfera cosi pesantemente festiva non era davvero la più propizia per conquistarci favorevolmente. Ricordiamo poco o nulla del film, ma ricordiamo Totò che sullo schermo continuava ad essere infallibilmente Totò.

Ad ogni suo apparire il pubblico rideva e la risata nasceva piena e si propagava irresponsabile e contagiosa; restava nell'aria per rinnovarsi ancor più clamorosamente e bastava un semplice atteggiamento, un'espressione qualsiasi del protagonista a suscitare lo scoppio del più generale e felice ottimismo. Fu, appunto, in quel clima di totale e misteriosa euforia, che avemmo la prima rivelazione delle indiscutibili virtù comiche di Totò attore cinematografico. La stessa vicenda del film passava in seconda linea; poteva anche non interessare e persino non piacere. L'interessante, per noi, era che l'attore piaceva al pubblico, comunicava direttamente, faceva ridere.

E poiché la comicità secondo noi, consiste soltanto in questo; far rìdere, potemmo infallibilmente apprezzare in Totò disposizioni cinematografiche di sicurissima qualità.

Ne avemmo conferma più tardi assistendo alla lavorazione, prima, e alla proiezione poi, di alcune scene di San Giovanni decollato, divertentissime. Qui abbiamo avuto una misura ben più esatta del valore di attore che ha Totò. Quelle risorse comiche, naturali nella sua maschera ed istintive nel suo temperamento, si sono espresse con immediata autorità nell'interpretazione di un personaggio che aveva già avuto, in teatro, una esemplare definizione.

Totò ha « recitato » benissimo la parte di Agostino Miciacio rappresentandola alla Totò ma vivendola in tutta la sua più profonda e delicata sostanza umana.
Ed è forse questo l'indizio migliore delle sue possibilità interprerative, che sono autentiche e che, in un attore proveniente dal teatro di varietà, possono definirsi veramente eccezionali.

Ci è piaciuta, inoltre, quella sua prontezza nel raccogliere gli insegnamenti e nel l'intendere felicemente i mezzi e i moti vi della recitazione cinematografica. Per un attore dai tratti e dai gesti così marcatì, la macchina da presa poteva rappresentare un pericolo. Totò lo ha superato disciplinando la sua nativa esuberanza partenopea, controllandosi e lasciandosi controllare, intuendo agevolmente le esigenze del cinema, dando a tutte le sue espressioni — anche alle più caratteristiche — il giusto limite e la giusta misura.

Spetta ad Amleto Palermi il merito di aver formato compiutamente la maturità cinematografica di Totò.

Il regista ha saputo «portare» l'attore, come un fantino di classe può condurre un puro sangue in corsa. Lo ha « tenuto » alla partenza, gli ha fatto superare di volò i primi ostacoli, lo ha lasciato andare a vittoria sicura..E' stata la sua una « condotta » perfetta per intelligenza e accortezza. Ma Palermi ha dato, oltretutto, a Totò una materia comica, schietta, nutrita, di effetto sicuro. Sulla traccia della notissima commedia di Martoglio egli ha confezionato su misura l'abito adatto per il suo attore. Palermi ha fatto sbizzarrire l'estro portentoso delle sue improvvisazioni, seguendo le regole dell'arte con tutti quanti i ferri del mestiere. E ne è nato un lavoro chiaro, squillante, tutto italiano.

Terminata appena la lieta fatica del San Giovanni decollato, ecco già intenta ad un nuovo lavoro la coppia Palermi-Totò. Si gira a Cinecittà L'allegro fantasma, gaia vicenda dove Totò, in molteplici incarnazioni, moltiplicherà gli effetti della sua irresistibile comicità.

Una comicità sostanziosa e franca, che arriva al pubblico immediatamente.

Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940


1941 01 18 Cinema San Giovanni Decollato intro[...] «San Giovanni Decollato», se cosi può ancora chiamarsi questa riduzione cinematografica, ha tradito, a parer mio, le speranze e le aspirazioni di Liborio Capitani, il quale, dopo avere avuto il merito di rivelare cinematograficamente il grande e indimenticabile Musco ed aver dato alla cinematografia nazionale alcune opere veramente significative, ha voluto, mantenere vivo nel nostro ricordo il compianto attore siciliano offrendo alla macchina da presa una delle commedie più significative e più a successo del suo repertorio teatrale.

Non si è pensato, però, che il «San Giovanni» proprio per queste ragioni, cioè per essere troppo, nel ricordo del pubblico, legato alla interpretazione di Musco, avrebbe richiesto da parte del nuovo interprete doti, se non maggiori, per lo meno eguali a quelle dell'artista che aveva reso celebre una commedia altrimenti destinata a non divenirlo mai o a restare seppellita nel repertorio delle piccole compagnie dialettali.

Totò sa ancora troppo di rivista per assumersi un sì oneroso impegno. Anche nel «San Giovanni» egli fa poggiare tutta la sua comicità in quelle grottesche espressioni dialettali, in quelle facili e - ahimè - troppo sfruttate deformazioni di linguaggio che hanno fatto la sua fortuna nel teatro di varietà e che possono avere la loro ragione di essere e di divertire solo nel teatro di varietà.

Son dieci anni che il pubblico ride in teatro per le «bazzecole quisquilie e pinzellacchere» di Totò. Era necessario portarle anche nel cinema? Era necessario condire il «San Giovanni» con le stesse spezie e gli stessi aromi un po' svaniti di un gusto artistico un po' dubbio con cui Totò da anni condisce le sue macchiette tipicamente dialettali? lo penso di no. E penso di no, perchè, anche dopo aver visto il «San Giovanni», resto dell'opinione che dei nostri attori comici Totò è ancora il più cinematografico, quello capace, per le sue doti più che artistiche naturali, per quella sua maschera cosi grottescamente e comicamente fotogenica, per quel muoversi cosi strambo e originale, di dare al nostro cinema un « tipo» comico nuovo e francamente divertente.

Chi deve scoprire questo «tipo»? Totò o il regista? Io penso: il regista. Totò è troppo legato ancora al varietà, e più che al varietà, al successo che ottiene in varietà per dimenticare sè stesso e tentare di dare alla luce un Totò nuovo, un Totò cinematografico, un Totò di una comicità meno dialettale ma più elaborata e consistente.

Come ho già detto, del «San Giovanni decollato» di Martoglio è rimasto, in questa riduzione, solo il titolo. Gli sceneggiatori hanno saputo trasformarlo in modo completo e, direi quasi, devastatorio. Una specie di farsa che non fa ridere, senza la più piccola trovata, senza - ad eccezione di quelle di Totò già note da un ventennio - la più economica battuta. E si che di occasioni la trama originale ne offriva parecchie. Quando si pensa che per scrivere questa sceneggiatura, scritta e riscritta tre volte, si sono impiegati circa quattro mesi, bisognerebbe sospettare che gli sceneggiatori passino le loro ore di lavoro come i critici passano quelle di ozio!

Inutile dire che anche in «San Giovanni» abbiamo la solita scena finale a base di piatti In faccia. E' l'unica che faccia sorridere. Ma se si pensa che, dopo quanto tutti hanno scritto sul nascente film comico italiano, per far sorridere è necessario ancora ricorrere al piatto in faccia o al l'innaffiamento, cioè ai due elementi comici sui quali vennero costruite l prime « comiche » di Mack Sennett e dei Fratelli Lumière, vien da piangere...

L'ambientazione del film è buona. Esso è costruito con quella signorilità e larghezza di mezzi che distinguono tutti i film di Liborio Capitani. Il quale ha ancora una volta avuto il merito di avere tentato di dare al cinema italiano qualcosa degno di essere ricordato. (E poiché si parla tanto di un «cinema d'arte», in contrapposto a quello di «cassetta», bisogna dire che Capitani è uno dei pochi produttori italiani che non dicono mal di no quando si tratta di lare un tentativo coraggioso). Insieme a Totò lavora anche Titina De Filippo, ottimamente truccata, ma non, nella recitazione, all'altezza delle sue possibilità.

Consiglio, a chi sì reca a vedere questo film di portare con sè dei batuffoli di cotone. E ciò per non correre I il rischio di divenire sordo, dato che dalla prima scena all'ultima ognuno del protagonisti fa a gara a chi grida più forte. Ho il piacere di salutarvi. Arrossendo, umilmente corro a raggiungere i colleghi critici nei luoghi di piacere ove, per mantenersi in esercizio, sono raccolti.

Osvaldo Scaccia


«Film numero tre con Totò protagonista, San Giovanni decollato è stato tratto dalla commedia di Musco, volevamo dire di Nino Martoglio. Come l’attore siciliano aveva tagliato e cucito sulla sua misura il lavoro, cosi ora Amleto Palermi, regista del fllm, ha messo assieme un rifacimento sulla misura di Totò. Il quale evidentemente cerca se stesso, o cerca la sua personalità cinematografica; dopo le prime discusse pellicole. Fermo con le mani e  Animali pazzi, eccolo ora all'« ubi consistam », ad un lavoro meno audace, e singolare, ma più fruttuoso del precedenti. Nella terza tappa cinematografica Totò mostra al avere più esperienza e sicurezza, senza dubbio perché l'affiatamento con Palermi è riuscito; già la sua maschera ha una consistenza, sullo schermo, ed un rilievo. Se gli riuscirà di sottrarsi all’atmosfera paradossale, da giornale umoristico, che tuttora sembra gli sia cara, e accentuerà la tendenza, ora in erba, a divenire un tipo, vero e umano, Totò avrà portato utilmente a termine uno studio e un’elaborazione di cui già si vedono i primi buoni risultati.[...] la risata é più spontanea e frequente. Perchè il fllm è riuscito divertente: senza che Titina De Filippo, Silvana Jachlno, Franco Coop, il De Giovanni e gli altri minori interpreti abbiano messo gran che del loro, ma tutti essendosi affiancati in armonico assieme intorno a Totò.»

«Corriere della Sera», 20 dicembre 1940


«[...] Totò è un grande comico, vero erede di quella tradizione della commedia dell'arte, che la morte di Petrolini pareva avesse dovuto estinguere. Un poco ricorda infatti Petrolini - la asimmetria del volto, il naso e il mento sproporzionati, la bocca grande e arricciata - ma ancora non si è umanizzato come il maestro. Certo la sua comicità non il risultato di una astrazione marionettistica dalla vicenda, per mezzo d'una maschera "di bronzo" come quella di Macario (o di Buster Keaton) ma nasce invece da una reazione umoristica e occasionale la situazione e da un portamento clownesco e lazzarone, che lo individua immediatamente. [...] In fondo,Totò è alle sue prime armi, nel cinema, ma è un'ottima recluta; sarebbe bastata una regia più accurata, una fotografia più inventiva e un ritmo meno descrittivo e più attivo per fare con questa pellicola dell'ottimo cinema. Le trovate sono generalmente buone: soprattutto nella seconda parte indichiamo quella del piatto su cui Totò depone la testa per farsela tagliare e quella del canto muto: ma la pellicola, che risente per quello che ha di meglio, della collaborazione di Zavattini alla sceneggiatura, non ne è tuttavia completamente sottoposta al suo controllo, come avremmo desiderato, per godere della collaborazione sua, della sua vena comica, con quella di Totò, italianissima maschera».

B.Y., «Tempo», IV, 83, Milano, 26 dicembre 1940


«Ci è sembrato, dopo questo ultimo film di Totò, che l'avvenire di questo comico, ormai tanto popolare da noi, sia più in dipendenza del cinema che del teatro. Totò per essere gustato deve venir preso isolatamente, spogliato della sua naturalezza di uomo per diventare unica’ mente e solamente personaggio, quel personaggio: Totò. In altre parole la sua mimica, per venire completamente afferrata deve allontanarsi da ogni elemento che porti una distrazione dall'esterno, deve concentrarsi tutta in se stessa. E questo in teatro non è possibile, questo lo si raggiunge solo con il cinema. Il cinema crea una relazione diretta tra lo spettatore e l'immagine dell'attore che il teatro disperde quasi sempre, e scopre così maggiormente il vero volto, le vere possibilità di una figura che agisce e recita.

Se vi è un attore in Italia, in questo momento, che è tutto visivo, che potrebbe raggiungere i suoi effetti anche senza muovere le labbra, presentando unicamente se stesso in quella specie di « trance » comica che lo invade, questo è Totò. Per questo abbiamo detto che il destino di Totò è sullo schermo e che riposa unicamente sulla sua stessa fotografia in movimento. Palermi ha fatto un buon lavoro di questo San Giovanni decollato, ma non il lavoro che Totò avrebbe potuto dare. Sembrerebbe che qua e là egli abbia avuto fretta di finire, o che la vis comica del suo interprete non lo convincesse completamente. Peccato, perchè la fusione di due elementi tanto disparati quali il mondo della fantasia di Totò e quello rustico e paesano della vecchia commedia avrebbero potuto faT nascere casi e momenti del tutto nuovi e impensati.

Ad ogni modo San Giovanni decollato resta un buon film, uno di quei film, che testimoniano ancora il continuo miglioramento del lavoro italiano e sopratutto la sensibilità e il gusto degli uomini che a tale lavoro dedicano le proprie forze e la propria intelligenza. Bene tutti gli altri e cioè Titina De Filippo, Franco Coop sempre svagato e simpatico. Di Giovanni, Silvana Jachino, Genazzani, Marcellini e Bella Starace Sainati.»

Giuseppe Lumi, «Cinema», Roma, 25 gennaio 1941


«(Il regista) Ha saputo portare l’attore, come un fantino di classe può condurre un puro sangue in corsa»

Silvano Castellani - Comicità di Totò, «Film», n. 47, Roma, 23 novembre 1940


«Palermi ha fatto un buon lavoro di questo San Giovanni decollato, ma non il lavoro che Totò avrebbe potuto dare.»

Giuseppe Isani «Cinema», n. 110, 25 gennaio 1941, cit. in Orio Caldiron


«Ecco finalmente un film che fa vedere le grandi risorse cinematografiche di Totò [...]. A saperlo adoperare, a capirlo egli può fare dei film veramente importanti.»

Ercole Patti «Il Popolo», 12 gennaio 1941


«Se c'è un attore in Italia che è tutto visivo, che potrebbe raggiungere i suoi effetti senza muovere le labbra, questo è Totò, presentando unicamente se stesso in quella specie di trance comica che lo invade quando è Totò. [...]»

Giuseppe Isani (gennaio 1941)


«Il film è tratto dall'omonima commedia di Nino Martoglio, che Musco fece conoscere ai nostri pubblici più diversi. Inutile quindi ricordarvi avventure e disavventure, sproloqui ed escandescenze di Agostino Miciacio, scarparo emerito, alle prese con la moglie, la figlia e il «suo» san Giovanni. Commedia vernacola se mai ve ne fu, non troppo ricca d'azione, concitata di un ritmo sovente soltanto verbale, il trarne un film era impresa assai difficile. Palermi e i suoi collaboratori se la sono cavata con un abile e furbesco compromesso tra cinema e teatro. [...]»

Mario Gromo, «La Stampa», 16 dicembre 1940


Totò è un grande comico, vero erede di quella tradizione della Commedia dell'arte che dopo la morte di Petrolini sembrava dovesse estinguersi. [...]

Gian Luigi Rondi (dicembre 1940)


1941 02 02 La Domenica del Corriere intro

Se gli spettatori delle pellicole comiche avessero modo di assistere alla ripresa di quei lavori che riescono più o meno felicemente a suscitare la loro ilarità, stupirebbero nel constatare quel che talvolta costi in fatiche e preoccupazioni (ed anche in solenni arrabbiature!) la fabbricazione di una risata.

1941 02 02 La Domenica del Corriere f1

Il film comico è tra i generi cinematografici più difficili: si tratta di rendere disinvolte situazioni paradossali, e per giungere a tanto registi, autori ed attori debbono mettere alla frusta tutte le loro risorse. Così accade che dopo prove e riprove, quando tutti sono stufi e ristufi di girare la stessa scena con piccole varianti, e la testa è divenuta pesante e la tensione nervosa si è andata facendo acuta... quando, infine, la situazione sembra resa nel modo migliore, puoi allora vedere il regista battere un pugno convinto sul tavolino più prossimo e - gli occhi fuor dall’ orbita, i nervi a fior di pelle — gridare: «Perdinci! Spero che così si dovrà ridere sul serio! » Alle parole farà eco null’ altro che qualche «Meno male! » mormorato qua e là, e un generale sospiro di sollievo.

Un tempo...

Una volta la pellicola comica era cosa più facile; il nostro Polidor, che fu certo l'attore comico più popolare del suo tempo, (e benché quasi sessantenne nutre ancora qualche velleità cinematografica, tanto che lo si è visto di recente nella parte secondaria di un ottimo lavoro) assicurava che per far ridere il pubblico del cinema bastava aggirarsi attorno a questa ricetta : « Una dozzina di ruzzoloni, dieci uova fradicie gettate in piena faccia, un secchiello di vernice colorata da far cadere addosso al protagonista rigorosamente vestito' di bianco, il qual protagonista leggendo il giornale finirà in una' botola aperta sul marciapiede. A contorno una vicenda che permetta di compiere memorabili litigi con la suocera, invariabilmente personificata da una donna-ciclone ».

Genere farsesco che faceva pericolare sotto le più rumorose risate le volte dei saloni cinematografici; genere che ora crollerebbe sotto un uragano di fischi.

Allora si voleva strappare la risata ad ogni costo: «o ridi o ti sparo! » Oggi, su un’ora e mezza di programmazione, il pubblico non vuole più d'ima decina di minuti di risate vere e proprie; per il resto del tempo gli basta sorridere.

...e oggi

Nemmeno la seconda maniera, che si ebbe con la ricetta americana, pare abbia più fortuna.

A Cinecittà, dopo qualche sforzo riuscito solo in parte, si è invece sulla buona strada; ha cominciato Macario (da notare che il divertente attore piemontese è quant’altri mai nervoso ed irascibile prima di entrare nel raggio d’azione dell'obbiettivo) che con le sue « barzellette» ed i pomelli rossi sugli zigomi, ha già saputo dare al cinema italiano... diecimila metri di pellicola divertente. Ha continuato Totò il quale, dotato di una maschera che ricorda da vicino quella di Buster Keaton, vi ha aggiunto quei prodigi distorsionistici che sono una sua specialità personale.

E con Macario e Totò vi è ormai a Cinecittà tutta un’altra serie di attori specializzati, dove non mancano neppure le donne, prima tra le quali Titina De Filippo l'incapacità femminile a «render bene» nel film comico, specie nel confronti della donna giovane e graziosa. Si era convinti che le donne non potessero strappar altro che sospiri accorati (se non proprio accorate lacrime!) agli spettatori del cinema; negli ultimi film di Macario abbiamo invece visto una... ragazza in gamba quale può essere la versatile Silvana Jachino, mostrarsi capace di far nascere la risata più spontanea. E questa... è un'altra conquista del cinema!

Jori (Foto Vaselli), «La Domenica del Corriere», anno XLIII, n.5, 2 febbraio 1941


I documenti

Mastro Agostino e il santo

Mastro Agostino

Mastro Agostino Miciacio è un portiere e ciabattino napoletano che venera un dipinto raffigurante un'immagine di San Giovanni Battista decollato con cui egli parla e cui accende sempre un lumino a olio in segno di devozione. Ogni notte però l'olio sparisce. La sua devozione è tale da spingerlo a fare anche dei festeggiamenti che per la loro rumorosità gli tirano addosso le ire dei vicini e della sua famiglia. Viene processato e poi assolto per semi-infermità mentale. Il guappo Don Peppino vorrebbe imporgli di far sposare sua figlia Serafina a un lampionaio suo protetto: Serafina assieme al suo innamorato, un giovane studente, fugge dai nonni di quest'ultimo nel paese di Montebello Siculo, in Sicilia. Li raggiungeranno Agostino con la moglie e sarà proprio durante le loro nozze che Agostino scaccerà Don Peppino riuscendo anche a scoprire che era proprio lui il ladro di olio del lumino di San Giovanni che lui aveva preso a calci. La famiglia è finalmente riappacificata e riunita sotto l'immagine del Santo.


Totò cantante: discografia e incisioni per la Columbia - Disco D.Q. 36783

Il disco venne reclamizzato nel bollettino Columbia dell’aprile 1942 con il codice BQ 6026, sequenziale rispetto ai primi due dischi sopra riportati, ma non appare nella pubblicità del canzoniere della radio del maggio 1942. L’esemplare in possesso dell’autore presenta il codice D.Q. 3678 (probabilmente il disco fu commercializzato solo poco più tardi, considerato che nel già citato bollettino è reclamizzato un disco di Wanda Osiri con il codice D.Q. 3671).

Contenente due canzoni cantate da Totò tratte dal film “San Giovanni decollato” (Capitani film - 1940) musica di Armando Fragna (1898-1972), versi Bixio Cherubini (1899-1987), orchestra del Maestro Consiglio:

“LA MAZURCA DEI VENT’ANNI” (CB 10739)
“LA QUADRIGLIA DI FAMIGLIA” (CB 10740)

 

La versione de “La mazurca dei vent’anni” nel disco è differente da quella presente nel film ed è arricchita da una strofa aggiuntiva. Il brano “La quadriglia di famiglia”, non presente nella versione cantata nel film, riprende la struttura musicale della quadriglia ballata nella sequenza della festa nuziale ed è adattata a canzone con il testo di Cherubini.



 

Corrado Vitelli


Quel lavoro era il cavallo di battaglia di Angelo Musco e farlo io, in cinematografo, poteva sembrare presunzione. [...] Durante la lavorazione del film cercai di tenermi lontano dall’imitare l’attore siciliano.

Antonio de Curtis



Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Risente pesantemente della struttura teatrale e di una trama né originale né appassionante. Alla fine dei conti, le cose apprezzabili sono alcune trovate di Totò che, in un film mediocrissimo come questo, fa però capire il suo indubbio talento. Tolta Titina De Filippo, gli altri non paiono degni del livello del duo. Importante storicamente, sinceramente evitabile. Risente pesantemente della struttura teatrale e di una trama né originale né appassionante. Alla fine dei conti, le cose apprezzabili sono alcune trovate di Totò che, in un film mediocrissimo come questo, fa però capire il suo indubbio talento. Tolta Titina De Filippo, gli altri non paiono degni del livello del duo. Importante storicamente, sinceramente evitabile.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Dissido!".
  • Tratto da una commedia di Martoglio e ambientato tra Napoli e un piccolo paese siciliano, è una delle prime esperienze cinematografiche di Totò. Come molto spesso accade per i film interpretati dal grande attore partenopeo, la carica e la simpatia del personaggio sovrastano la struttura narrativa piuttosto semplice ed elementare della commedia e costituiscono principale motivo di visione dell'opera.
  • Portinaio napoletano venera l'immagine della testa di San Giovanni a cui dedica tutte le attenzioni. Piccola commedia dalle ascendenze nobili (Martoglio, con lo zampino di Zavattini) e dalle connessioni paradossali e fantasiose. Totò ai quasi esordi cinematografici "buca" la pellicola con una fisicità esplosiva e una verbalità debordante da avanspettacolo, sicuramente primordiale rispetto alle evoluzioni successive ma efficace per il livello elementare dell'opera. In parte godibile anche oggi.
  • Tra i primi film di Totò è forse il più riuscito, grazie a una sceneggiatura calibrata meglio del solito, che permette al protagonista (già in fase di maturazione espressiva) di dare il meglio potendo contare su situazioni divertenti e ben sviluppate. I litigi tra Totò e Titina De Filippo sono uno spasso, Coop una buona spalla e il guappo di Di Giovanni dà il giusto pepe alla vicenda. Qui e là Totò si concede improvvisazioni degne di nota e anticipa trovate future (il pasto dopo il pranzo che tornerà in Miseria e nobiltà).
  • Rifacimento della versione senza sonoro del 1917, diretta da Telemaco Ruggeri e interpretata da Angelo Musco, protagonista anche in teatro del lavoro di Nino Martoglio. Totò dà voce al personaggio devoto all'immagine di San Giovanni e ne dà tanta, da par suo, usando già quegli aggettivi e quei sostantivi ricercati e inusitati che poi ci abituerà a sentire nei suoi lavori futuri. Usa molto il linguaggio del corpo e la speciale mimica facciale, ma già mostra tutte le sue doti di attore di razza. Titina De Filippo lo affianca degnamente.
  • Pochade teatrale di un ancora giovane Totò che nonostante un'esilissima trama mostra le sue grandi sfaccettature mimiche e regala qualche battuta inframmezzata da giochi di parole esilaranti. Il clima da avanspettacolo e la leggerezza sono evidenti. Titina è sempre presente.
  • Divertente commedia in puro stile napoletano con tanto di guappo di quartiere a mettere sotto scacco l’istrionico ciabattino interpretato da Totò. Il soggetto non è sgangherato e, per quanto semplice e con un epilogo alquanto prevedibile, non annoia. Totò è più che mai legato alle sue radici teatrali e alla sua maschera, con movenze da marionetta e uno spirito tarantolato e, se non fosse per Titina De Filippo, farebbe terra bruciata attorno a sé per la differenza di spessore con il resto degli attori.
  • Brillante farsa cinematografica di Palermi (chiamato a dirigere dopo il rifiuto di Zavattini) che prende spunto da una commedia di Martoglio. Totò, reclutato all'ultimo momento, dona alla pellicola il suo tocco superiore, ben supportato dalla vecchia amica Titina De Filippo e affina il suo repertorio di smorfie e di lazzi. La sceneggiatura è semplice e immediata, per far presa sul pubblico dei tempi. Naturalmente datato, si guarda con nostalgia e curiosità senza badare troppo a imprecisioni e incongruenze. Si ride di gusto.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I dialoghi travolgenti fra Totò e Titina, quasi tutti improvvisati.
  • Questa garbata e gentile farsa di Palermi, tra franche risate e analisi di costume, ci descrive l'Italia dello strapaese, un mosaico di facce, tipi, folclore, beghe familiari e condominiali e sopratutto ricca di una spontanea ed istintiva religiosità popolare. Per la prima volta Totò, nell'ambito delle farsa dialettale e della vis comica napoletana, non é più solo un burattino o una marionetta ma una persona in carne e ossa con un nome e cognome e svolge il lavoro di portiere-ciabattino. Film convincente.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò inizia, con questo film, ad esercitarsi con costanza e metodo con i suoi tipici giochi di parole che hanno sempre qualcosa di assurdo e metafisico.
  • "San Giovanni decollato" doveva essere interpretato da Angelo Muscio, ma la prematura morte del grande attore siciliano, impose alla ribalta un giovane napoletano di belle speranze, Totò. In verità non ci troviamo davanti ad un vero e proprio esordio, (é il terzo film del principe) ma già appare chiaro che diventerà un grande, grande al punto di ritenersi inadeguato, a sostituire Muscio. La storia del film è ben articolata, datata ma godibile, il ciabbattino, un gioiello di semplicità, intriso di quel "candore impudico" tipico del personaggio Totò.
  • Dopo l'interessante esordio di Fermo con le mani, Totò si arena un po' con i succesivi Animali pazzi e Totò nella fossa dei leoni. Ci pensa Amleto Palermi a rispolverare il grande talento dell'attore napoletano con questo lavoro, tratto da Nino Martoglio. Affiancato da Titina De Filippo e da Franco Coop, Totò illumina la storia con battute e gag a raffica. Il film scorre bene, non vi sono punti morti nemmeno quando Totò è assente dalla scena. Da ricordare anche l'interpretazione della Mazurka dei Vent'Anni, sempre da parte del protagonista. MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il processo ad Agostino, le reticenze col futuro suocero (che lo scambia per un notabile professore).

La censura

San-Giovanni-Decollato-censura Duplicato del verbale (datato 10 giugno 1947) della Commissione Revisione Cinematografica datato 23 marzo 1972
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Quando Totò sta parlando con la sua moglie (verso metà film), egli indossa una camicia scura, ed il suo colletto, con il passare delle inquadrature, prima è verso sinistra,poi verso destra, poi verso sinistra...
  2. Quando Totò sta mangiando una pizza con dei suoi amici, egli indossa un cappello, che, nelle varie inquadrature, prima è verso destra e poi è al centro.
  3. Nelle scene finali, Totò tira dei piatti al vero ladro che lo voleva decollare. I piatti sono palesemente di scena perché si sbriciolano prima che vengano tirati.

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La scalinata dove Orazio (Passarelli) ringrazia Don Peppino (Di Giovanni) per aver organizzato l'incontro con Serafina (Jachino) e la sua famiglia è Salita Petraio, a Napoli

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • G.P. «Tempo», 14 novembre 1940
  • Argo, «Film», 19 ottobre 1940
  • G.B.St., «Film», 2 novembre 1940
  • Silvano Castellani, «Film», 23 novembre 1940
  • Jori (Foto Vaselli), «La Domenica del Corriere», anno XLIII, n.5, 2 febbraio 1941
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema
  • Le foto e testi dell'articolo "Totò cantante: discografia e incisioni per la Columbia" sono di proprietà di Corrado Vitelli. © Vietata la riproduzione, anche parziale.