Totò cerca casa

Un posto da guardiano del cimitero non si rifiuta: a cimitero donato non si guarda in bocca. E poi in casa c'è un silenzio di tomba.

Beniamino Lomacchio

Inizio riprese: settembre 1949 - Autorizzazione censura e distribuzione: 5 dicembre 1949 - Incasso lire 515.000.000 - Spettatori 5.364.584


Titolo originale Totò cerca casa
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N - Audio sonoro - Genere Comico / Commedia - Regia (Stefano Vanzina) Steno, Mario Monicelli - Soggetto Alfredo Moscariello, Steno, Mario Monicelli, Vittorio Metz - Sceneggiatura Age (Agenore Incrocci), Steno, Mario Monicelli, Scarpelli - Produttore Ata, Roma - Fotografia Giuseppe Caracciolo - Montaggio Otello Colangeli, Renato Cinquini - Musiche Carlo Rustichelli, Amedeo Escobar Scenografia Carlo Egidi Costumi Anna Maria Feo - Trucco Giuseppe Annunziata


Totò: Beniamino Lomacchio - Alda Mangini: Amalia, la moglie - Mario Gattari: Otello, il figlio - Lia Molfesi: la figlia Aida - Alfredo Ragusa: il bidello - Mario Castellani: l'imbroglione - Pietro De Vico: il cinese - Flavio Forin: il vedovo - Giacomo Furia: Pasquale Saluto - Folco Lulli: l'ambasciatore - Marisa Merlini: la patronessa - Aroldo Tieri: Checchino, fidanzato di Aida - Luigi Pavese: il capoufficio - Enzo Biliotti: il sindaco - Cesare Polacco: il vicecustode - Lilo Weibel: la turca - Mario Riva: il proprietario dell'agenzia - Liana Del Balzo: la contessa - Nino Marchetti: il professore - Gino Scotti: il dinamitardo - Ina la Jana - Mario Molfesi - Luigi A. Garrone - Eugenio Galadini - Attilio Torelli - Claudio Melini - Bruno Cantalamasso


Toto_cerca_casaSoggetto

Roma, seconda metà degli anni quaranta. Beniamino Lomacchio, impiegato del Comune con moglie e due figli a carico, dopo aver perso la casa a seguito di un bombardamento avvenuto durante la Seconda guerra mondiale decide di trasferirsi momentaneamente in un'aula scolastica. Tutto fila liscio fino a quando il Comune decide di sgomberare gli sfollati per riaprire la scuola. 

Il simpatico Lomacchio comincia così una spasmodica ricerca della casa che lo porterà ad abitare in un cimitero (che abbandona sovrastato dalla paura), nello studio di un pittore e direttamente dentro il Colosseo. Dopo varie peripezie Beniamino riesce a prendere possesso di un lussuoso appartamento, ma in seguito scoprirà che un immobiliarista imbroglione lo ha affittato contemporaneamente a vari inquilini.

Critica e curiosità

Carlo Ponti, il produttore della pellicola, ha messo al lavoro Steno e Monicelli, coadiuvati da Age e Scarpelli per la realizzazione del soggetto. Gli sceneggiatori evitano il modello rivistaiolo di Mattoli per buttarla sul neorealistico. Lo spunto giusto è lì a portata di mano, l’Italia è semidistrutta, tanti italiani sono ancora sfollati e senza alloggio; in pochissimo tempo abbozzano un soggetto su una famigliola in cerca di un tetto. Le ispirazioni sono le più varie: il fumetto di Attalo La famiglia Sfollatimi, la commedia Il custode di Alfredo Moscariello, la Camera fittata per tre, le vecchie comiche di Charlot, lo sketch dei timbri dall'Orlando curioso, il Totò bimbo piccolo da Tric Trac. Ponti, che non è riuscito nel frattempo a trovare un regista disponibile, chiede a Steno e Monicelli di dirigerlo loro stessi. Girato nell'estate del '49, sotto le insegne dell’indipendente A.T.A. Film, alla sua uscita fu un gran successo di pubblico. Venne poi esportato in Portogallo e presentato al pubblico il 24 novembre del 1950, con il titolo Totó Procura Casa. Carlo Ponti, produttore esecutivo della Lux, contattò Totò per girare in sette settimane il film L'imperatore di Capri e siccome le riprese terminarono in anticipo, Ponti convinse allora il comico napoletano a interpretare un altro film non con la Lux ma per conto suo; così, ispirandosi alla commedia Il custode di Alfredo Moscariello, nacque l'idea di questo film. Totò cerca casa nacque quindi per caso, non ci furono grandi preparazioni. Totò era libero per quattro settimane e Carlo Ponti, avendo già il contratto con l'attore, andò da Steno e Monicelli per qualche idea: «Ho bisogno di un'idea per Totò, fatevi venire in mente qualche cosa, scrivetela alla svelta. Intanto io cerco un regista e vedo di mettere in piedi il film.» Così i due registi scrissero la sceneggiatura insieme ad Agenore Incrocci e Furio Scarpelli. Finita la sceneggiatura mancava il regista, Ponti decise quindi di affidare il film direttamente e Monicelli e Steno. Per la realizzazione si ispirarono anche alla storia a fumetti La famiglia Sfollatini, disegnata da Attalo, un disegnatore umoristico a cui si è ispirato anche Fellini. I due registi volevano mirare a rappresentare un argomento diffuso: quale il problema dell'alloggio, intendevano dare "il ritratto di un'epoca e di una società in ebollizione. "Totò cerca casa" venne girato con un aspect ratio di 1,37:1 in formato 35 millimetri, con il processo cinematografico Spherical. Come in molti altri suoi film, Totò rivide e modificò molte delle scene scritte sul copione. 

La pellicola incassò 150 milioni di lire dell'epoca classificandosi al secondo posto nella classifica stagionale alle spalle di Catene di Raffaello Matarazzo. La pellicola incassò all'epoca ₤ 515.000.000, posizionandosi al secondo posto nella classifica stagionale alle spalle del film Catene di Raffaello Matarazzo. Gli spettatori nel periodo di proiezione del film furono 5.364.584. 

Il film è tratto dalla commedia Il custode, di Alfredo Moscariello. Il film spaccò a metà la critica: alcuni come Morando Morandini parlarono di "irresistibile parodia del neorealismo" e di un Totò "formidabile", mentre altri invece lo descrissero come un lavoro insufficiente, addirittura scabroso e pornografico.


Così la stampa dell'epoca


1949 12 24 Tempo Toto cerca casa intro

L’attore più “antico” del mondo è l’interprete ideale della eterna tragicommedia del povero diavolo che cerca una casa

La leggenda vuole che Totò, fuori di scena, sia un uomo molto stanco: di quella stanchezza aulica e distratta che affligge i re costituzionali e i loro ministri. Ma la leggenda, se pur si addice alla posizione sociale di Totò, è evidentemente falsa: non si comprende altrimenti come egli abbia potuto sopportare, e uscirne vivo, le fatiche cinematografiche che da qualche tempo gli vanno infliggendo alcuni produttori.

Tre anni fa Totò ci parlava dei propri rapporti col cinema come d'un amore mal corrisposto. Aveva l’aria di domandarsi accoratamente per quale misteriosa ragione nessun produttore o regista fosse mai riuscito a trasformare la sua grande maschera teatrale in una altrettanto grande maschera cinematografica. Forse pensava segretamente che, in queste cose, chi ha potuto ha sempre fatto, a un certo momento, da sè; oppure che, tutto considerato, non valesse la pena di staccarsi dalla polvere dei palcoscenici, dal calore della ribalta, da tutto ciò che ama, lui, ultimo erede dei Petito e degli Scarpetta, ultima maschera della Commedia dell’Arte.

Sono passate poche stagioni e ci accade di ritrovare Totò, inequivocabilmente, star. Lo ò nel significato internazionale della parola, per i suoi primati di popolarità, di produzione, di incassi. Nella sola estate del 1949 ha girato quattro film. I produttori giustamente se lo contendono. L’antico innamorato deluso è ora un ricco ereditiere. I suoi film costano poco, di tempo e di denaro: un mesetto, generalmente, e una, cinquantina di milioni; e rendono enormemente, perchè il pubblico lo ama e lo segue ogni giorno di più. E tuttavia sembra un po' buffo pensarlo star: come Esther Williams, Isa Barzizza e Gregory Peck. Lui stesso, immagino, si sente un po’ buffo in quei panni. Probabilmente per questo se ne scappa, quando può, rifugiandosi sul palcoscenico: è il suo modo di consolarsi per non aver trovato mai, nonostante tutto, quel certo produttore o quel certo regista; il suo modo di essere genuinamente se stesso.
Ma queste son malinconie critiche. La grande stagione di Totò è in pieno svolgimento. Non ancora spenti i clamori di Fifa e arena, non ancora accesi quelli dell' Imperatore di Capri, ecco due nuovi film in visione contemporanea nelle grandi città: Yvonne la nuit e Totò cerca casa, che presentiamo su queste pagine. E' l’eterna tragicommedia del povere diavolo che cerca casa. L’ha cercata sempre: era l’uomo delle caverne inseguito dal dinosauro, era l’uomo delle palafitte scacciato dall’alluvione, era Diogene, era l'Ebreo errante, era Robinson Crosué. Casa, dolce casa. Mito di oggi e di sempre. Chi dunque poteva meglio interpretarlo di questo attore che è il più antico del mondo?

Il soggetto e la regia sono di Steno e Monicelli: due noti soggettisti e sceneggiatori, qui per la prima volta in veste di registi. Essi hanno congegnato una trama arruffata e spiritosa, immaginando un piccolo impiegato municipale, con moglie e due figli, il quale alloggia nell’aula di fisica di ima scuola. Una casa è il miraggio di tutta la sua famigliola. Un giorno il poveretto crede di aver finalmente trovato un posto di custode che gli garantirà una abitazione: ma è il posto di custode di un cimitero. E’ facile intuire ciò che accadrà a Totò nella casa di un cimitero. Non gli resta altro scampo che la fuga. La famigliola in rotta ritorna alla scuola. Altri guai, altra fuga, altro alloggio. Questa volta è lo studio di un pittore ed è sufficiente una modella in frenesie nudiste per far sì che la famigliola si volga a precipitosa ritirata. Resta il Colosseo, quand’ecco apparire la fortuna, in forma di premio d’un concorso: un milione. E’ sufficiente un milione per trovare finalmente una casa? Ahimè no. E’ sufficiente soltanto per procurare altri ameni dolori, per far girare pazzamente la macchina degli equivoci e delle disavventure. Sicché, finalmente, alla sventurata famiglia non rimane che un solo alloggio: questo sicuro, comodo, ben riscaldato. Peccato che sul portone sia scritto: Manicomio.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», n.51, Milano, 24 dicembre 1949


«Che Totò sia il miglior comico italiano ed uno dei maggiori oggi esistenti in Europa, non c’è, credo, chi voglia mettere in dubbio. La sua vena è irresistibile e nessuno gli resiste, disarmato da un gioco mimico che non è parodia o nemmeno buffoneria, ma che dell’una e dell’altra ha il mordente ora burlesco, ora caustico, ora salace. Accende l'Ilarità con lepidi lazzi, la eccita con sortite clownesche, la scatena con improvvise girandole mimiche che scompongono il suo corpo nelle grottesche figurazioni di un'assurda pantomima arieggiando perfino le deformazioni di certa arte contemporanea. Ne risulta una comicità elementare e viscerale: si ride senza riflettere, trascinati da convulsi irresistibili e questo oblio totale della coscienza è forse il dono migliore che sa dare al suo pubblico.

Il carattere irrazionale del suo estro è un ostacolo pressoché insormontabile all'adattamento cinematografico; e per quanto abbia tentato il cinema non aveva saputo, fino ad oggi, utilizzare convenientemente li buffoneria metafìsica e surrealistica di questo popolare «farceur» che è tanto eccellente come mimo, quanto modesto come attore. «Totò cerca casa» è il più riuscito esperimento del genere: per la prima volta Totò dà allo schermo da che può e ciò che sa, Steno e Monicelli si sono opportunamente rifatti al modelli classici di Mak Sennet, di Cretinetti e di Ridolini congegnando le più spassose e inverosimili avventure farsesche intorno all’affannosa ricerca di un appartamento nel quale lo sfollato Totò possa riparare con i suol congiurati e fantasmi, sonnambuli e ladri, pascià e odalische si mescolano allegramente in episodi pieni di sorprese e di imprevisti sotto l'eterna ed infallibile spinta comica dell'equivoco. Non tutto è di buona lega nel film. Una minore facilità di invenzione, una più avvertita scelta di ingredienti, un gusto maggiore del particolare, avrebbero giovato all'insieme; ma l'incalzare degli sviluppi che si accavallano senza dare respiro, trascina infantilmente alla risata traverso effetti di schietta natura cinematografica. [...]»

E.C. (Ermanno Contini), «Il Messaggero», 15 dicembre 1949


1949 12 31 Il Mondo Toto Cerca casa R intro

Parecchi anni fa, quando cominciava a formarsi quel suo pubblico che non l'ha più abbandonato, l'attore Totò subiva un'intervista dell'«Italia letteraria», che scrisse di lui cose molto « intelligenti », nel tono messo di moda da Cocteau per trattare dei clowns e dei circhi equestri. Vi si accennava a Charlot e alla Commedia dell’Arte, al fumismo e al funambolismo. Altri articoli seguirono in altri giornali; in uno si lanciava l’ipotesi, sempre a proposito di Totò, di «un matrimonio tra Aristofane e Pierrot . Probabilmente Totò non legge quello che si stampa sul suo conto, lo ha dimostrato restando insensibile ai cambiamenti, restando fedele al suo istinto comico, anzi alle sue vecchie battute, che ogni tanto ancora oggi ripete, come se il tempo non fosse nemmeno trascorso da quando caracollava sulle tavole del teatro Principe. In un mondo teatrale cosi sconnesso, Totò rimane un punto fermo. E’ certo un attore inimitabile, che non è mai volgare, perchè i suoi gesti più volgari diventano arabeschi da contorsionista e le sue battute hanno la forza delle domande stupide. Oggi Totò è talmente definito che si è messo a fare un film dietro l'altro, non avendo nemmeno bisogno di una trama ma di una situazione. I titoli dei suo film recenti (Fifa e arena, Totò le moko, Totò cerca casa) fanno pensare che il suo pubblico non sia di eccessive pretese per quanto riguarda le storie, che vada al cinema per veder muovere, scattare, ridere Totò, come gli ha visto fare in teatro: libero dall'osservanza di un testo, padrone di fare e di dire ciò che vuole. Perlomeno, sullo schermo Totò dà questa piacevole sensazione, di inventarsi la parte man mano che il film procede. Come per la serie infantile di Pinocchietto, arriveremo a un Totò al Polo Nord, a un Totò garibaldino, a un Totò nel serraglio. I suoi incontri sono ormai fissati dalla pratica, e anche i personaggi .di contorno: una bella ragazza, un rivale, un amico (o «spalle»), che gli prepara le battute e sopporta ogni guaio. Totò si veste da donna, da bandito, da artista, da torero. Non ci sono limiti ai suoi travestimenti, e nemmeno ai suoi film, che ripropongono la vecchia «comica finale». Se il progresso cinematografico supererò alcune difficoltà pratiche, Totò potrà darci un film nuovo ogni sera.

Ennio Flaiano, «Il Mondo», 31 dicembre 1949


«Un film comico dovrebbe [...l costare almeno quanto un altro qualsiasi film di normale impegno», aveva dichiarato Comencini prima di iniziare L'imperatore di Capri. «Basta considerare che per un film comico bisogna girare, grosso modo, il doppio di inquadrature di un film drammatico se si vogliono ottenere e sfruttare effetti, movimento, eccetera. Naturalmente, queste osservazioni sono di carattere generale poiché, per mia fortuna, la Casa produttrice de L'imperatore di Capri, non vuol fare la politica della lesina ad ogni costo». [...]»

Alberto Anile


«Il pubblico ride, gli incassi saranno rilevanti e il produttore accarezzerà la cassetta, pronto a porre in cantiere un nuovo film del genere. Un film creato per un attore comico (Totò) ed affidato alle cure di uno stuolo — dal registi, Steno e Monicelll, agli sceneggiatori tutti — di tecnici del « genere ».
Al riguardo, però, sia al produttore che allo stuolo del « tecnici » vorremmo consigliare di passare, a propria istruzione, più volte questo film onde rivederlo a mente fredda per rintracciarne i molti errori e le troppe situazioni comuni nonché le tante banali — e forse anche volute — volgarità che hanno impedito il successo pieno del film stesso e costretto ancora una volta Totò a non possedere una maschera personale e viva.»

Vice, «Il Popolo», 15 dicembre 1949


«Opera di due soggettisti passati alla regia, Steno e Monicelli, è una specie di storia illustrata del cinematografo comico: un'antologia del principali stili alimentata da frequentl richiami alla farsa teatrale. Comincia come un film del secondo dopoguerra, applicando la comicità al neorealismo: prosegue con la rarefazione dell'assurdo, accentuando la caricatura sino alle esasperazioni surrealistiche: e conclude come un film del Primo dopoguerra, alla maniera di Ridolini. [...] Due o tre sequenze sono particolarmente azzeccate: cosi quella che satireggia la burocrazia, con la moltiplicazione del timbri sui documenti. (Ma l’avevamo incontrata nel recente film tedesco «Berliner ballade»). Il finale è vorticoso, con la corsa pazza di un’auto che sfonda le case e demolisce i monumenti: è quello, appunto, che si rifà alle comiche di trent’anni fa. In definitiva, è più il risaputo che il nuovo. Totò e i suoi compagni (la Mangini, la Merlinli, Lulli, Tieri, Billotti) si agitano da indemoniati correndo su strade che molti avevano percorso prima di loro. Ma riescono a far ridere; ci mancherebbe altro che non riuscissero a far ridere, con tutto il loro indemoniato sbracciarsi.»

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 15 dicembre 1949


«Il lavoro comprende numerosi motivi comici, che Totò sfrutta con abilità; ma si tratta, in complesso, d'un lavoro scadente. La comicità del film cade spesso nel volgare e nel pornografico; il lavoro contiene episodi molto salaci e battute scabrose, che ne fanno uno spettacolo moralmente censurabile. La visione è esclusa per tutti.»

(Anonimo), Segnalazioni cinematografiche in «Rivista del cinematografo», gennaio 1950


1949 12 08 8Otto intro

Se ricevete una cartolina così concepita: «Sto cercando casa, aiutatemi », una cartolina che reca in calce la firma autografa di Totò, non vi preoccupate. Sua Altezza Antonio De Curtis, l’uomo dalla doppia personalità, il distinto signore in abito grìgio che avete osservato più volte nella « hall » di un grande albergo o in un lussuoso bar alla moda di Roma o di Torino, non è sul lastrico. Chi cerca casa è il suo doppione; è Totò. Voi sapete già che Totò si sdoppia: è una specie del dottor Jekyll e del signor Hyde del teatro e del cinema. Il dottor Jekyll è l’uomo distinto che avete visto a bordo della sua macchina di lusso, e Sua Altezza De Curtis: ed egli non ha bisogno delle vostre modeste due camere e cucina. Ha un appartamento principesco ai Parìoli; un appartamento con i quadri degli antenati in giustacuore o in toga appesi alle pareti della biblioteca, con oggetti d’arte di un gusto squisito sui mobili, con una collezione di libri rari che farebbe girar la tetta al più difficile dei bibliofili. Ma il dottor Jekyll, cioè Sua Altezza De Curtis, cova dentro di sè un dramma: cioè tutte le sere, alle nove, diventa il signor Hyde. Da venti anni è così: ogni sera, ad eccezione del periodo estivo, quando diventa il signor Hyde ad ogni ora del giorno per la macchina da presa. Ed il signor Hyde, cioè Totò, cioè il comico travolgente che tutti avrete applaudito, indossa una vecchia «sciassa», caccia sulla testa una bombetta, infila intorno al colletto floscio della camicia un cravattino nero che è poco più di un laccio da scarpe e sale sul palcoscenico, o si avvia verso i teatri di posa.

E' questo l'uomo che cerca casa, non l'altro, non il suo doppione. Quale sia la vera personalità di quest'uomo davvero non so; perchè egli sostiene da maestro l'una e l'altra parte; è impeccabile come Sua Altezza De Curtis, è irresistibile come Totò. Forse ha due nature: e l’una ignora l'altra. Forse quando strabuzza gli occhi fa viaggiare con la velocità di un ascensore lampo il suo pomo d’Adamo, ignora di essere anche Sua Altezza De Curtis; e quando riceve ospiti nel suo appartamento ai Parioli forse non sa che la sera, per uno strano malefìcio, diventerà Totò. E per uno strano maleficio questo divertentissimo signor Hyde un bel giorno si è trovato senza casa. In questa situazione irresistibile l'han messo Steno, Monicelli e Metz che hanno scritto il soggetto del film «Totò cerca casa»; Steno e Monicelli che ne hanno curato la regia. Fracassi che ha diretto la produzione, l' «A.T.A.» che ha prodotto il film.

E da questa collaborazione è nata una vicenda divertentissima, paradossale, irresistibile: «Totò cerca casa». E' un modesto impiegato comunale, Totò, in questo film: si chiama Beniamino Lomacchio e vive accampato in una scuola assieme alla moglie Amalia (Alda Mangini) ed alla figlia Aida (Lia Molfesi). La signora Amalia però non vuol restare accampata: ed il povero Lomacchio cerca un appartamento: trova qualche posto in cui dormire un cimitero, lo studio dì un pittore, un manicomio — ma trova soprattutto donne, ovunque donne, donne per ogni gusto, lui che per le donne ha un debole. Trova donne come Marisa Merlini, come Lilo Weibel, la turca seducentissima, come Alda Mangini, e tante altre belle figliole. Assieme a Totò vi sono Enzo Biliotti, l'immancabile Mario Castellani, Luigi Pavese, Aroldo Tieri e Folco Lulli. Ma non sono loro ad attrarre Totò: sono le donne, la sua eterna ossessione. Perciò, come vi dicevo, se riceverete quella cartolina non preoccupatevi ; e lasciate che Totò cerchi casa. Gli fa piacere, in fondo: è il suo destino di «signor Hyde» del cinema.

«8Otto» 8 dicembre 1949


1992 07 15 La Stampa Toto Monicelli intro

Steno ed io diventammo registi per caso quando inventammo «Totò cerca casa». Per «Risate di gioia» la Magnani non lo voleva: «Abbassa il tono del film»

«Ok, parliamo dell'estate 1949. Allora girai il mio primo film, in collaborazione con Steno: Totò cerca casa». Mario Monicelli, con quel suo modo un po' brusco un po' sincopato di parlare, accetta finalmente di ripercorrere un pezzetto della sua lunga carriera. Non voleva farlo. «Non mi piace guardarmi indietro - aveva detto -. Il passato è passato. E, poi, non ho il gusto dell'aneddoto. Figuriamoci del pettegolezzo retrospettivo. Posso parlare solo del mio lavoro, del cinema. E' l'unica cosa che ho fatto nella vita».

Di cose, nella sua vita, veramente ne ha fatte moltissime. Ha 77 anni e fa cinema da quando era diciottenne. Ha girato una settantina di film e nella storia del cinema è entrato come uno dei maestri della commedia all'italiana. Ha lavorato con grandi attori e suoi sono alcuni capolavori come La grande guerra, I compagni, L'armata Brancalcone. Ma nel mondo dei ricordi s'inoltra malvolentieri. Mentre si muove con serena sicurezza fra gli interessi e gli affetti del presente. Eccolo sorridere - neanche tanto spesso - nella piccola casa dove è andato ad abitare con la sua nuova famiglia. Mostrare i quadri dipinti dalla giovane moglie. Raccogliere il pupazzo di peluche che la sua ultima figlia - Rosa, di 4 anni - ha piazzato sul più bel divano della stanza. E soffermarsi sul film cui sta lavorando, insieme con Suso Cecchi D'Amico e due esordienti.

«Vorrei fame - dice - una sorta di continuazione e controcanto di Speriamo che sia femmina. Lì raccontavo il rapporto fallimentare fra uomo e donna, la speranza per il mondo nelle relazioni nuove che le donne sanno instaurare fra loro. Adesso vorrei raccontare quanto le donne - passate attraverso l'esperienza del femminismo - hanno spaventato gli uomini, li hanno intimiditi, messi in fuga. lnsomma vorrei che le donne si prendessero un po' la responsabilità del fatto che i sessi non riescono più a trovare un'intesa fra di loro».

E Totò? Il regista fruga fra buste ingiallite mescolate a libri e dischi. Fatica a mettere ordine fra le foto di film disparati. Si diverte, qualche volta, nel rivedere una faccia. S'imbroncia, più spesso, davanti a visi di gente scomparsa, ragazze sparito dopo la breve parentesi in celluloide. Finalmente ecco una piccola antologica di Totò. Totò che ammicca, strabuzza gli occhi, avanza sghembo come solo lui sapeva fare. Monicelli riflette e dice: «Lui era speciale».

Racconta: «L'ho conosciuto nel '49, anche se - prima - l'avevo spesso incontrato. Insieme con Steno avevo scritto le sceneggiature di tanti suoi film di successo. Io e Steno eravamo una coppia molto richiesta quando noi dopoguerra ci fu quell'imprevedibile boom del cinema italiano. Tutti credevamo che - aperte le porte alle pellicole americane, finita la protezione che il regime aveva assicurato al nostro cinema - non ci sarebbe stato un futuro per noi. Molti si erano dirottati verso attività alternative: giornalismo, fumetti. Invece scoppiò il neorealismo. Nacquero - nonostante i pochi soldi, i mezzi tecnici scadenti - quei capolavori e tante pellicole di cassetta. I film costavano poco e rendevano. La gente faceva la coda davanti ai cinema. I produttori investivano e ci guadagnavano. Stimolavano anzi gli autori a sperimentare nuovo strade Insomma, fu un boom.

«Steno ed io diventammo registi per caso. Carlo Ponti aveva sotto contratto Totò per due mesi. Doveva fare un film per la Lux di Alfredo Guarini. Pensò di fame due di film, invece di uno. Allora si girava alla buona, senza la prosopopea di oggi. Ponti ci disse: inventatevi un soggetto, presto! E ci venne l'idea di Totò cerca casa. Il problema degli alloggi era drammatico. Le città erano semidistrutte. Quella storia teneva d'occhio l'attualità e - come si faceva alloro saccheggiava anche le idee di altri, gli spunti che venivano da una conversazione, il teatro napoletano tradizionale. L'episodio dell'alloggio nel cimitero, ad esempio, è preso di sana pianta da un alto unico - anonimo - del repertorio napoletano. Il clima era quello del tempo dell'opera buffa, di Cimarosa e Paisiello, quando un'aria si trasferiva da un'opera all'altra, e cosi una situazione, un personaggio. Le cose nascevano cosi, con grande felicità, in una maniera che poi si è perduta e che rimpiango molto. Si stava insieme, allora, registi, scrittori e attori. A Roma ogni sera sul palcoscenico di un piccolo teatro, l'Arlecchino, saliva a cantare o recitare chi voleva: Aldo Fabrizi come Ennio Flaiano, Ciarletta. Brancati, Mazzarella, la Valeri.

«Ponti interpellò un paio di registi, poi ci disse: Ma, scusate, perché il film non lo dirigete voi? E cosi finimmo dietro la macchina da presa. Era estate, naturalmente, perché allora si girava solo nei mesi estivi quando il bel tempo era sicuro. Non come oggi che, con le pellicole e i mezzi tecnici a disposizione, si può lavorare sempre e, anzi, la luce invernale, di taglio, è preferita. Le ragioni artistiche allora non potevamo neppure permettercele. Mentre oggi - ironia della storia! - film non se fanno quasi più. Arrivammo sul set col copione completo. Non si usava cambiare, avere ripensamenti. Non c'era il tempo per rifare una scena. Totò aveva approvato la sceneggiatura. Lui veramente non discuteva mai. Gli andava sempre bene tutto. Non contestava mai una situazione, una psicologia. All’inìzio aveva tentato di dare qualche suggerimento, per portare avanti una comicità più surreale, più lieve. Ma non fu capito. E la smise di insistere.

«Anch'io l'avevo contrastato. Avevo voluto, semmai, umanizzare il personaggio, portarlo fuori dal cliché della macchietta. Ho fatto un errore. E me ne dispiaccio, tanto più che, poi, mi ha sempre divertito molto rovesciare i ruoli, inventare attori. Sono stato io - in La ragazza con la pistola - a fare di Monica Vitti, l'interprete dell'incomunicabilità e dell'alienazione, un'attrice comica. E nei Soliti ignoti ho avuto l'idea di trasformare in attore comico Gassman, che fino ad allora il cinema aveva voluto nei ruoli del latin lover o del cattivo o dell'antipatico. Sempre in quel film feci saltare fuori Marcello Mastroianni comico, la Cardinale che era una ragazzetta appena venuta da Tunisi e che non sapeva neppure parlare l'Italiano. Tiberio Murgia che faceva Io sguattero in un ristorante... Stessa operazione, ma in senso inverso, nella Grande guerra, dove affidai a Sordi un ruolo drammatico...

«Già allora, nel '49, Totò era fragile, di salute delicata. Era un vero uomo di teatro, abituato a orari diversi, spazi ristretti. Si sentiva a disagio all'aperto dove si girava. Si stancava e infastidiva per le lunghe pause, sotto il sole o la pioggia, nelle attese che il cinema comporta. In realtà amava il teatro e riteneva che quello fosse il luogo in cui valeva la pena esprimersi. Del cinema non gliene importava molto. Era gentile, un signore. Lui era il cast, per questo gli si mettevano accanto anche attori non professionisti che facevano ripetere una scena magari tante volte: Totò non si spazientiva. Con le sue partner, le bellone del tempo, aveva un modo distaccato di comportarsi: era come su un palcoscenico d'avanspettacolo, quando le luci si spegnevano tutto finiva lì. Certo, era un divo. Ma, insieme con Aldo Fabrizi mi diede la prima grande lezione di uomo di spettacolo. Li volli per Guardie e ladri, nel '51. Erano due mostri sacri. Fabrizi aveva fatto il regista, aveva lavorato con la Magnani, era un uomo scontroso e irritabile. Sembrava un'impresa impossibile farli lavorare insieme. Tutti erano preoccupati. Invece mi rivelarono che - quando più divi lavorano insieme - ciascuno vuole mostrare quanto è disponibile: arriva in orario, non pretende il camerino migliore, non si presenta al trucco per ultimo per guadagnare mezzora di sonno. Andò tutto benissimo.

«In quell'estate del '49 due cose mi colpirono di Totò. Una sorta di sdoppiamento fra l'attore e il principe. Sul set recitava, era scurrile, farsesco, comico. Poi diventava il principe De Curtis e la sua fedeltà alla figura del blasonato era totale. Amava stare a casa. Aveva una saletta di proiezione dove si vedeva - anche do solo - i film. Ascoltava musica e ne componeva. Quando riceveva, la sera, ci faceva sentire le sue canzoni, raccontava aneddoti. Era un uomo molto simpatico, ma non faceva il comico, non si esibiva. Sapeva ascoltare. Si facevano le due, le tre...

«Le volte che andava a vedersi - e non lo faceva neanche sempre - assisteva al film come se quello sullo schermo fosse un altro: rideva di gusto oppure non si divertiva per niente, ma non entrava mai nel merito dicendo questo si poteva fare così questo è andato male perché... Era come se la cosa non lo riguardasse: un atteggiamento che non ho mai trovato in nessun altro attore. Era davvero così diviso? Era una corazza che si era costruito? Non l'ho mai capito. Ho capito poi, invece, quanto grande fosse il mito - mania, debolezza, fissazione? - per quel suo titolo nobiliare. Una volta, nel '51, mentre giravamo Guardie e ladri al Palatino, lui puntò il dito verso l'Arco di Costantino. ‘ Sai che quello è mio?", disse. Io non capii. “Certo, certo”, risposi con ironia. Lui, serissimo, insistè: "E' mio perché Costantino era un imperatore romano. Mentre io discendo direttamente da antenati greco-bizantini”.

«La sua notorietà era senza confronti. Con lui girai il primo film che firmavo da solo, nel '55, Totò e Carolina (film che mi diede un sacco di guai con la censura, perché Totò era un poliziotto diciamo umano, vessato dai suoi superiori, sostenuto da un groppo di persone che cantavano L'Internazionale e sventolavano la bandiera rossa: dovetti fare un sacco di tagli, l’identità di quelle persone fu cancellata e il film uscì con mesi di ritardo!).

«Le nostre strade si separarono per anni. L'ultima volta che lavorai con lui fu nel '60. in Risate di gioia, con Anna Magnani. La Magnani la conoscevo bene. Andavo spesso alle serate in casa sua, serate molto divertenti: lei recitava sketches, cantava, faceva terribili scherzi col telefono svegliando la gente, spacciandosi per altri... Per quel film ci scontrammo: lei non voleva Totò. Tira giù il tono del film! diceva. Io però mi impuntai o Totò fu nel cast. La macchina da presa - vidi - gli era diventata più familiare. Il pubblico cinematografico, per lui abituato al rapporto platea-palcoscenico, non era più qualcosa di astratto. Alla fine di ogni scena la troupe - 20-30 persone - si raccoglieva insieme e lo applaudiva. Questo lo riscaldava, gli piaceva. Un'idea geniale. Che però non avevo avuto io...»

Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992


La censura

Il film ebbe dei piccoli problemi con la censura cinematografica, in particolare per il linguaggio. All'epoca la commissione non era ancora ben organizzata. I produttori però, a insaputa dei registi, avevano cominciato a far leggere i copioni all'addetto alla censura: Scicluna-Sorge (con il quale Steno e Monicelli ebbero un bello scontro per "Guardie e ladri"), che dava consigli ai produttori sulle scene da girare e da non girare.


Censura

Viene espresso parere favorevole alla concessione del nulla osta, a condizione che la visione venga vietata ai minori di 16 anni e che sia soppressa la scena del nudo di donna in silhouette. Respinto anche un foglio della foto-busta, contenete 16 soggetti, relativo al materiale pubblicitario del film.

Toto cerca casa censuraDuplicato del verbale (datato 5 dicembre 1949) della Commissione Revisione Cinematografica datato 23 aprile 1955
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)

Toto cerca casa Fascicolo censuraFascicolo documenti censura del film Totò cerca casa, 1949 (cinecensura.com)
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)

Viene autorizzata la proiezione al pubblico ma con un ingombrante divieto ai minori di 16 anni imposto dalla censura, che ha già ottenuto di tagliare la silhouette di una donna nuda e ora non si capisce bene cosa voglia. Probabilmente a impensierire è l’argomento degli sfollati, troppo di sinistra per il governo democristiano; il divieto, dopo varie manovre e insistenze di Ponti col ministero, verrà tolto per Capodanno.

148. "Toto' cerca casa". 6889 del 05/12/1949 - Divieto ai minori di anni 16
Nell'appunto per il Sottosegretario, il Presidente della 1a Commissione (firma Scicluna) scrive: "(...) E' uno dei migliori film di Totò realizzato con intelligenza e con particolare cura. Qualche sequenza risulta lunga più del necessario (sequenza della nuova casa con la sonnambula - sequenza della scuola con Totò tra i piccoli allievi), ma per il resto il ritmo del film è perfettamente appropriato alla materia comica. La Commissione ha espresso parere favorevole alla proiezione in pubblico, suggerendo solo il taglio di una scena (la modella vista in silhouette) e il divieto ai minori degli anni sedici. (di seguito scritto a penna: la Ditta ha ricorso).". (07.12.1949)

Lettera della Società A.T.A., datata 07.12.1949, indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Direzione Generale dello Spettacolo: "La scrivente Società A.T.A. si onora di avanzare ricorso alla Commissione d'Appello per la revisione cinematografica avverso la decisione adottata nei confronti del film di sua produzione "Totò cerca casa", per il quale è stata vietata la visione ai minori degli anni sedici.".

Modifiche al visto corrente del 31/12/1949
Revocato il divieto ai minori di anni sedici.


Foto di scena, video e immagini dal set


I documenti

Baule 010
Sopra, conservata nel baule di scena, la camicia di Beniamino Lomacchio nel film "Totò cerca casa". Sotto, la giacca indossata da Totò nei film 'Totò le Mokò' e 'Totò cerca casa', anch'essa conservata nel suo baule di scena.
Baule 001

Steno ed io facevamo gli sceneggiatori, specialmente di film comici e umoristici: avevamo sceneggiato per Macario e Rascel insieme a Metz, Marchesi e altri. Avevamo conosciuto Totò perché avevamo sceneggiato anche per lui, lo incontravamo sui set dove qualche volta i registi ci chiamavano per modificare qualche cosa. Poi è capitata quest’occasione: Ponti aveva un contratto con Totò di sette settimane, mi pare, per fare come produttore esecutivo della Lux "L'imperatore di Capri", solo che spinse Comencini a fare il film in poco tempo. Gli rimanevano quindi tre settimane di Totò pagate. Allora fece un altro film, non con la Lux ma per conto suo; si rivolse a noi e ci disse: “Ho bisogno di un’idea per Totò, fatevi venire in mente qualche cosa, scrivetela alla svelta. Intanto io cerco un regista e vedo di mettere in piedi il film”.

Mario Monicelli


In quell'epoca c’era il problema degli alloggi, perché si era subito dopo la guerra, c’era un’Italia semidistrutta, non si trovava casa e compagnia bella. Ci venne in mente di inventare l’idea di una famigliola che cerca un riparo e tutte le vicende che le sarebbero capitate, e la scrivemmo rapidissimamente. Ponti intanto non trovò il regista. Non so perché, forse erano occupati o non volevano farlo perché allora girare con Totò o chi per lui era considerato un abbassarsi. E allora ci disse: “Ma sentite, l’avete scritto voi, perché non lo fate voi? Fatelo svelti, in quattro o cinque settimane...”. Eravamo un po’ titubanti, poi alla fine dicemmo “Vabbe’, facciamolo noi”, senza con questo voler fare chissà che, né voler iniziare una carriera di registi. Dato che dovevamo fare in fretta, prendemmo almeno un paio di idee da altre fonti. Per esempio la scena il cimitero era una farsa che il teatro napoletano comico faceva spesso... e la scena dell’appartamento affittato a tre faiceva parte anche quello della vecchia tradizione delle farse napoletane. La fretta ha avuto la sua parte, ma anche i suoi vantaggi.

Mario Monicelli


Ho lavorato un giorno solo ma lo ricordo perchè ho avuto il piacere di conoscere Totò. Ero stato chiamato per dire proprio due battutine, dovevo andare soltanto all'anagrafe e denunciare la nascita di mio figlio. Invece venne fuori una cosa molto carina sulla difficoltà di trovare il nome giusto perchè il personaggio di Totò bocciava ogni nome che proponevo. Capii che Totò andava cercando da me dei nomi che potessero dare dell'imbarazzo... Chiamandosi Palmiro, per esempio, poteva essere solo di sinistra per via di Togliatto, e roba del genere. Totò rispondeva "No, no, no, per carità..." e così andammo avanti un bel po'. Fu fatto tutto "a soggetto", non era scritto sulla sceneggiatura.

Giacomo Furia


Ci davano gli scarti degli altri film, pellicole attaccate con l’acetone. I film di Totò erano davvero molto poveri: allora bisognava accontentarsi di quello che ci dava la produzione e girare ogni film in ventotto giorni, facendo dalle trenta alle quaranta inquadrature al giorno. Lavoravamo dodici ore al giorno, senza i sindacati, e lui si portava appresso sempre gli stessi attori perché conoscevano i suoi lazzi, le sue battute, sapevano andargli appresso e non fermavano il film. In "Totò cerca casa", cinquant’anni fa, facevo la maestra, oggi dicono che ero bellissima. Totò non stuzzicava mai le attrici e aveva un gran cuore: ricordo che il primo giorno di riprese arrivava un gioielliere e lui comprava un braccialetto a tutti quanti. [...] Steno era l’unico regista che stimava e apprezzava Totò, il più intelligente, il più umano, il più arguto, quello che lo ha capito prima del grande Pasolini.

Marisa Merlini


Ho abbandonato la regia del film "Totò cerca casa" perché Totò dice: ‘La macchina qui, la macchina là’. Due registi per un film andranno bene, ma tre sono decisamente troppi!

Mario Monicelli


Cosa ne pensa il pubblico...


logodavi

I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • ½Solitamente stimato (*** pure per Morandini), mi ha deluso. Pare più raffazzonato che datato. Certo è che Totò ha guizzi memorabili e che l'episodio cimiteriale ha qualche tocco notevole (c'è pure il grande Cesare Polacco), ma nella seconda parte il film si fa stucchevole con l'appartamento pluri-abitato e antiquatissimo con l'automobile impazzita del finale, interminabile alla ricerca del metraggio. Il personaggio di Folco Lulli può richiamare Re Faruq, ma si tratta solo di un caso, perché il film è antecedente al suo esilio romano. 
  • Codiretta da Steno e Monicelli, è decisamente una delle migliori pellicole intepretate da Totò. Il merito è della buona sceneggiatura e della capacità degli autori di scrivere un copione che da un lato riflette bene il clima difficile dell'Italia del dopoguerra ma è nello stesso tempo una raffinata parodia del cinema neorealista. Ovviamente l'intepretazione dell'attore napoletano è un grande valore aggiunto e funziona ancora di più in un valido contesto come questo.
  • Derivata dalla commedia teatrale Il Custode (Moscariello), la sceneggiatura si sviluppa compiutamente -facendo leva sul lato misero/comico- attorno alle disavventure d'un impiegato statale, scontato dell'abitazione in tempo di guerra. Beniamino Lomacchio (Totò) vagabondando da un'aula scolastica al cimitero (sequenza macabro/ironica indimenticabile) finirà per approdare al Colosseo. Gli ottimi dialoghi vengono -spesso- surclassati dalla capacità mimica e dal senso innato d'improvvisazione cui il grande attore fa ricorso in più contesti.
  • Certo minore e datato, e non il miglior Totò di Steno e Monicelli, ma comunque meritevole, con spunti felici (in particolare l'episodio cimiteriale con fantastico, ancorchè spartano, dècor e atmosfera pre-Addams, con tanto di gufo-cucù!), guizzi surreali (il cinese nel bagno, la scena dei timbri che spalanca un improvviso, folle squarcio chapliniano) e scarti (il dialogo sul pudore con la donna velata ma nuda). Ah, e una nemmeno tanto sottile vena anarchica, di cui fa le spese lo stronfiante sindaco.
  • Sfollati alla ricerca di una casa, dal cimitero all'attico di un pittore, dal Colosseo a un appartamento venduto da truffatori: umorismo leggero, con qualche idea gustosa (soprattutto negli incastri della sceneggiatura a episodi con personaggi ricorrenti), ondeggiante fra i classici sketch di varietà e l'altrettanto classica commedia degli equivoci. Film macedonia, insomma, in cui pure l'insieme del cast è ben assortito e di qualità, anche se la parte del leone la fa ovviamente un Totò in gran forma. Molto ingenuo, ma anche piacevole.
  • Da un tema su cui ci sarebbe ben poco da ridere - la perdita della propria abitazione dopo la fine della guerra -, Steno e Monicelli traggono una parodia del neorealismo dalla sceneggiatura discontinua, che tuttavia si compatta intorno alle strabilianti doti comiche di Totò. Ci sono episodi alquanto riusciti (il cimitero), altri che riparano nel paradosso (l'equivoco in classe), altri ancora soffocati da situazioni risapute (la truffa dell'appartamento).MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che timbra tutto come un forsennato; Le informazioni del vice custode (un grandissimo Cesare Polacco) a Totò.
  • Il Totò più macchiettistico del primo periodo impiegato in una divertente commedia che ironizza sulla penuria di alloggi nel dopoguerra. La girandola di equivoci che si crea in alcuni casi è davvero irresistibile, come nel caso dell'appartamento venduto a più inquilini con il nostro che si crede in preda ad allucinazioni. La verve del grande attore si palesa anche quando può improvvisare con la sua inconfondibile mimica, come nello sketch al cimitero. Notevole cast folto di caratteristi di spessore. Da vedere.
  • Un impareggiabile Totò regala mimiche e battute fulminanti in questa breve pellicola che vede una famiglia all'annosa ricerca di un alloggio dove poter vivere. Il ritmo è sempre elevato e tra le vicende cimiteriali e quelle relative all'abitazione occupata da più inquilini si sorride con piacere. Per essere un film dell'immediato dopoguerra appaiono abbastanza spinte alcune battute del principe della risata.
  • Vale per la verità più per il fatto di essere il primo Totò diretto da Steno/Monicelli e per inserirsi in un ottima annata (Totò Le mokò, Fifa e arena) che per la sostanza che gli vien invece solitamente attribuita. Caratteristico il suo procedere per scenette (diremmo quasi per "stripes") e la evidente spregiudicata volontà di omaggiare e canzonare il neorealismo. I due registi però (come gli sceneggiatori Age/Scarpelli) sembrano ancora dover studiare il Principe. Resta un film spedito e indispensabile. Memorabili i copricapo di Polacco, Lulli e Merlini.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò scolaretto alle prese con la "patronessa" Marisa; Il manicomio come "casa" sicura (idea ripresa in Totò Peppino e le fanatiche.
  • La crisi degli alloggi nel secondo dopoguerra italiano viene per un attimo stemperata dalla verve comica di Totò che impersona un povero disgraziato in cerca di sistemazione per sé e la sua famiglia. Nonostante siano passati diversi anni, resta piacevole e divertente, soprattutto nella prima parte. Gli equivoci su cui improvvisare non mancano e Totò non perde occasione di sfruttare la mimica e la dialettica che lo hanno reso famoso. Si tratta di situazioni in grado di far esprimere l’attore più che di un scritto vero e proprio.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Lei vuole sposare mia figlia? No, non se ne fa niente: a me i generi non interessano, a meno che non siano alimentari!".
  • Un Totò incontenibile e divertente è il protagonista di questa scatenata commedia diretta a quattro mani da Mario Monicelli e Steno. I vari sketch che si susseguono sono ricchi di verve e nonsense anche grazie alle improvvisazioni dello stesso Totò. A fare da cornice alla storia ci sono dei buoni caratteristi.
  • Film molto invecchiato e sopravvalutato. Fu, all'epoca, un grande successo commerciale per il produttore Ponti, ma dopo più di sessant'anni dà l'impressione di essere una farsa neorealistica mal riuscita, squilibrata e, addirittura, raffazzonata. L'intento meritevole di affrontare il problema della scarsità di alloggi viene continuamente contraddetto da un umorismo burattinesco e surreale da comica del cinema muto se non, persino, da cartone animato. Qualche gag da umorismo nero andata a segno non salva il film.MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena dei timbri, uno dei topoi più travolgenti e funambolici del repertorio teatrale e cinematografico di Totò.
  • Pellicola un po’ discontinua cui Totò dà una certa omogeneità e il cui motivo d’interesse è lo sguardo ironico sui problemi degli sfollati nel dopoguerra e sul malcostume, purtroppo sempre di moda, delle truffe ai danni dei bisognosi. Steno e Monicelli, come spesso accade, “stanno sul pezzo”. Pur in mancanza di battute e situazioni davvero memorabili, la prova di Totò è come sempre godibile e gli attori di contorno danno un buon apporto.

Le incongruenze

  1. Beniamino (Totò) appena alzato cerca la sua scarpa sinistra ed accusa suo figlio di avergliela rubata. Alla fine proprio il bambino aveva preso la calzatura, adattandola a mo' di barca a vela. In realtà quando si vede bene la scarpa si vede che è una destra e non sinistra, come prima aveva detto il padre.
  2. Checchino (Tieri), il fidanzato della figlia di Beniamino, si rivolge al futuro suocero dandogli del "tu". Il film è stato girato nel 1949 e tutta questa confidenza tra futuri genero e suocero non c'era, magari c'era - fuori dal film - tra gli attori Tieri e De Curtis, che non hanno cambiato il loro rapporto nel film, calandosi bene nella parte.
  3. Al cimitero Checchino inciampa all'improvviso nel filo della campanella. Essa dovrebbe far rumore solo per un attimo, invece continua a suonare per molti secondi, risultato non di un inciampo, ma di una vera e propria tirata continuata.
  4. Quando Beniamino va a portare le due candele al defunto, accende una candela per ben due volte in due sequenze distinte, che probabilmente è sempre la stessa ripetuta.
  5. Beniamino viene scambiato per un alunno dalle autorità della scuola e viene fatto andare alla lavagna per risolver un problema. Esso consiste in una moltiplicazione: 365 X 45,80. Dopo vari calcoli Beniamino scrive 745 e ¼. Tutti sono soddisfatti della giusta risoluzione del problema, peccato che il risultato dovrebbe essere 16717.
  6. Beniamino sta spolverando uno specchio nella casa del pittore e rimprovera i due fidanzati, che smettono subito di baciarsi, ma nella scena successiva nello specchio continua a vedersi il bacio tra i due, quando in realtà i due hanno smesso e non hanno neanche ricominciato.
  7. Beniamino vede "l'allucinazione" delle valigie, poi per opera del montaggio (fatto pessimamente) il discorso con la moglie inspiegabilmente va a finire su una questione di donne.
  8. Beniamino beve un drink che si era preparato l'ambasciatore. Questi quando si alza e si accorge che il bicchiere è vuoto ha le mani sulla bottiglia vuota, nell'inquadratura successiva le mani non impugnano più la bottiglia.
  9. Beniamino guida l'auto dell'ambasciatore ed arriva al Foro Italico, ma si vede lo scoppio dell'auto prima che questa sbatta sulla statua, appena inaugurata. E' poco probabile che abbia frenato, facendo scoppiare la bomba, visto che non aveva frenato mai durante la corsa, eppure nel frattempo aveva sfasciato di tutto: muri, bancarelle...
  10. Beniamino è nella stanza da letto, dove si trova la fidanzata dell'ambasciatore. Ha la camicia da notte, e non porta nessun cappello. Dopo che sono entrati l'ambasciatrore e la moglie, Beniamino fugge dalla finestra, ed ha in testa il cappello.
  11. Beniamino fugge con l'auto dell'ambasciatore, e non può frenare poichè, al pedale del freno, è collegata una bomba che era destinata proprio all'uomo politico. Sfonda il muro di una fabbrica di ceramiche e la macchina si riempie di vasi da notte ma, nella scena successiva, nell'auto non c'è più nemmeno un vaso...
  12. Il muro contro il quale si sta dirigendo Totò con l'auto nella fuga finale è simile ma diverso rispetto a quello che, pochi secondi dopo, l'auto sfonda infilandosi nel palazzo. Il primo è un muro reale, il secondo è finto ed stato ricostruito in studio quasi fedelmente all'originale, anche se qualche piccola differenza c'è (per esempio, il muro dello studio non reca i segni del tempo del muro reale, visibili sotto la finestra posta a sinistra del punto d'impatto)
  13. Quando Totò sta per sfondare il muro del palazzo e si copre la faccia per riparsarsi, a bordo dell'auto, alla destra di Totò, già si vedono dei pezzi di muro, nonostante questo non sia ancora stato sfondato.
  14. Il letto che viene trascinato dall'auto guidata da Totò, dopo che questa si è infilata in un appartamento sfondando il muro, era dotato di quattro rotelle che ne agevolassero il trascinamento e che si vedono benissimo quando il letto si ferma nel bel mezzo della strada e gli "inquilini" si svegliano.
  15. Verso la fine, quando Toto' aggancia il letto con l'auto-bomba e successivamente lo lascia andare, i due scendono dal letto con le scarpe.
  16. Quando Totò, esasperato dal ritmo frenetico degli impiegati comunali che timbrano carte, afferra dei timbri e "bolla" l'abito dell'ispettore scolastico, questi inveisce contro di lui con delle frasi sconnesse, ma la bocca è chiusa.

www.bloopers.it


logodavi
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
 1949-Toto cerca casa 01 1949-Toto cerca casa 02
  1949-Toto cerca casa 03

La quarta casa nella quale si trasferisce Beniamino Lomacchio (Totò) con la famiglia è il Colosseo a Roma. Grazie alle immagini aeree di Google Maps ed al servizio di Street View, che eccezionalmente si addentra nell'anfiteatro, siamo in grado di individuare la posizione esatta dell'appartamento.

L’appartamento ricavato da Beniamino si trova in corrispondenza della balconata segnalata con A, dalla quale la moglie Amalia (Mangini), esultando per la vincita di un milione di lire, rovescerà una secchiata d’acqua sulla testa d’una principessa in visita al monumento.

Cominciamo con l’individuare la visuale che si ha dalla balconata A che non è quella che si vede qui sopra poiché si trova ad un piano superiore del Colosseo.

 1949-Toto cerca casa 04 1949-Toto cerca casa 05
  1949-Toto cerca casa 06
  Questa è la terrazza sottostante (B), sulla quale staziona la principessa quando riceverà la secchiata d’acqua. Da notare che il cancelletto alle spalle del gruppo di comparse, nel secondo fotogramma, oggi è stato coronato da uno stipite che all’epoca si trovava altrove. Dall'alto una panoramica che ci mostra bene il punto esatto.
 1949-Toto cerca casa 07 1949-Toto cerca casa 08
  1949-Toto cerca casa 09
 Il manicomio dove Beniamino Lomacchio (Totò) e la moglie Amalia (Mangini) “trovano casa” alla fine del film, dopo l'incidente della statua, è in realtà Villa Sciarra, situata in Via Calandrelli 23 a Roma, che Bava utilizzerà in Sei donne per l'assassino. Dopo una ricerca sulle fontane di Roma, ho notato che l'unica che assomigliasse a quella visibile nei fotogrammi era proprio la Fontana delle Sfingi della villa.
  
 1949-Toto cerca casa 10 1949-Toto cerca casa 11
  LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – 1a parte 

Ricostruzione della fuga lungo le strade di Roma di Beniamino Lomacchio (Totò), che scappava dall’ambasciatore del Kubistan (Lulli), uno dei tre acquirenti ai quali era stato venduto l’ultimo appartamento, che credeva che Beniamino avesse una relazione con sua moglie (Rocca). L’auto sulla quale viaggiava alla fine esploderà perché un attentatore, che pure si trova a bordo della vettura, aveva collegato una bomba del freno con l’intenzione di uccidere l’ambasciatore, al quale era destinato l'automezzo. Le scene sono in tutto 23 (due dalla doppia natura).

1) Subito dopo aver lasciato il palazzo, si vede l’auto attraversare Piazza Gentile da Fabriano.

 1949-Toto cerca casa 12 1949-Toto cerca casa 13
2) Ritroviamo ora l’auto in Corso d’Italia (1° fotogramma), mentre procede in direzione di Piazza Fiume, dove, venuto a sapere della presenza della bomba sotto il freno, Beniamino si spaventa e perde il controllo dell’auto, che prende a piroettare vorticosamente nella piazza (2° fotogramma). Se rifacessero il film oggi negli stessi luoghi dove fu girato, vedremmo l'auto infilarsi nella Sottovia Ignazio Guidi
 1949-Toto cerca casa 14 1949-Toto cerca casa 15
  Mentre Piazza Fiume non sembra aver subito grandi stravolgimenti...
 1949-Toto cerca casa 16 1949-Toto cerca casa 17
  ...almeno sin quando non inquadrano il punto dove oggi c'è l'edificio della Rinascente.
 1949-Toto cerca casa 18 1949-Toto cerca casa 19
  Durante la piroetta dell'auto in Piazza Fiume vengono mostrati scorci non appartenenti a questa piazza: tra gli altri si riconosce Corso Pannonia
 1949-Toto cerca casa 20 1949-Toto cerca casa 21
  Nella medesima scena della piroetta compaiono Piazza Epiro
 1949-Toto cerca casa 22 1949-Toto cerca casa 23
  ...e poi Via Numidia
 1949-Toto cerca casa 24 1949-Toto cerca casa 25
 3) Ancora spaventato dalla notizia della bomba, Beniamino procede a zig-zag lungo Via Flaminia, dove lo vediamo transitare all’altezza dell’incrocio con Via Rabirio. Da notare che oggi le rotaie del tram seguono un percorso differente e che l’edificio posto all’estrema destra è stato prolungato verso Via Rabirio, che si è quindi ristretta.
 1949-Toto cerca casa 26 1949-Toto cerca casa 27
 4) Rischia quindi un frontale con un tram, che gli taglia la strada in Piazzale delle Belle Arti.
 1949-Toto cerca casa 28 1949-Toto cerca casa 29
1949-Toto cerca casa 30

LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 2 

5) Evitato il tram e imboccato il Lungotevere Flaminio (che inizia proprio dal Piazzale delle Belle Arti), Beniamino in questo punto rischia un secondo frontale dopo aver tolto le mani dal volante per minacciare uno schiaffone all’attentatore, che lo aveva offeso dandogli dello stupido. La visione ravvicinata dell’edificio sullo sfondo permette di riconoscere anche le finestre indicate con B

 1949-Toto cerca casa 31 1949-Toto cerca casa 32
6) Provenendo da Via Salaria, l'auto di Beniamino svolta a destra imboccando Via Po. Da notare che è rimasta l'edicola religiosa posta all'angolo sinistro dell'incrocio, mentre il giardino sulla sinistra è scomparso e oggi al suo posto c'è un negozio.
1949-Toto cerca casa 331949-Toto cerca casa 34
L’auto-bomba fa quindi ritorno in Piazza Gentile da Fabriano.
 1949-Toto cerca casa 35 1949-Toto cerca casa 36
  Altro zig-zag sul Lungotevere Flaminio, poco prima di giungere al bivio con Via Antonio Allegri da Correggio
 1949-Toto cerca casa 37 1949-Toto cerca casa 38
9) Lasciamo il quartiere Flaminio (per ritornavi subito dopo) e l’auto guidata da Totò fa la sua comparsa nel bel mezzo di Piazza di San Bernardo, la stessa dove sarà girata una delle più famose scene di Angeli e demoni.
 1949-Toto cerca casa 39 1949-Toto cerca casa 40

LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 3

10) La strada dove l’auto investe la bancarella di un venditore di pesci rossi, impatto dal quale Beniamino ne esce con un bel casco in testa (un boccione con tanto di pesciolini a nuoto) è Via Guido Reni, oggi riconoscibile un po' a fatica perchè gli edifici che si vedono a sinistra nel fotogramma sono stati demoliti e sostituiti da altri.

 1949-Toto cerca casa 41 1949-Toto cerca casa 42
Il controcampo della strada dove avviene l’investimento con il banchetto del venditore di pesci non appartiene a Via Guido Reni, come ci si attenderebbe, bensì a Via Pannonia, già utilizzata nel corso di questa fuga. Il panificio che si vede al centro dell’inquadratura non esiste più perché nel 1953, 4 anni dopo le riprese, è stato trasformato nella trattoria Romolo e Remo.
 1949-Toto cerca casa 43 1949-Toto cerca casa 44
11) Uscita dalla casa, trascinando con sé il letto sul quale dormono i proprietari), l’auto percorre Via Virginio Vespignani...
 1949-Toto cerca casa 45 1949-Toto cerca casa 46
  ...in direzione del Lungotevere Flaminio, imboccandolo svoltando a destra
 1949-Toto cerca casa 47 1949-Toto cerca casa 48
1949-Toto cerca casa 49
12) Percorrendo Viale Pinturicchio, come ha scoperto Roger, Beniamino approfitta della “decapottazione” dell’auto, provocata dall’impatto con il muro della casa, per alzarsi in piedi e sincerarsi dello stato dei “dormienti”. A 63 anni di distanza l'aspetto della strada è cambiato. In particolare, dietro l'edificio A ne è stato costruito uno che cela quello che, nel fotogramma, gli compariva alle spalle (tuttora esistenza ma invisibile dal luogo dove, nel 1949, furono effettuate le riprese). La prova definitiva ce la fornisce l'edificio che si vede dietro A nel terzo fotogramma e che oggi è nascosto alla vista da un edificio costruito dopo il 1949: situato all'altezza dell'intersezione con Via Ferdinando Fuga, se ne riconoscono la fila di finestrelle centrali tonde e quelle sul lato destro, leggermente arretrate.
 1949-Toto cerca casa 50 1949-Toto cerca casa 51

LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO – Parte 4

13) Siamo ancora sul Lungotevere Flaminio, praticamente di fronte alla casa di Pierina in Quella peste di Pierina, ma in un tratto che precede l’immissione di Via Virginio Vespignani (a rigor di logica l’auto avrebbe dovuto trovarsi oltre quel punto, non prima).

 1949-Toto cerca casa 52 1949-Toto cerca casa 53
1949-Toto cerca casa 54
14) Beniamino torna ad alzarsi per controllare i “dormienti”: siamo sul Ponte Duca d’Aosta, mentre sullo sfondo si riconosce la palazzata che si affaccia su Piazza Mancini. Nel terzo fotogramma la palazzata di Piazza Mancini vista da vicino
 1949-Toto cerca casa 55 1949-Toto cerca casa 56
15) Mentre i “dormienti” concludono il loro viaggio, Beniamino insegue un ciclista: siamo tornati in dietro, prima del ponte, perché quella che si vede sullo sfondo è ancora la palazzata di Piazza Mancini, del quale viene inquadrata in pieno sole la facciata aperta su Via Luigi Poletti (che è anche la strada dalla quale proveniva ora l’auto di Beniamino).
1949-Toto cerca casa 571949-Toto cerca casa 58
16) Avete avuto una sensazione di déjà vu? Esatto. Infatti, dopo l’inseguimento al ciclista di Piazza Mancini, ritroviamo Beniamino all’incrocio tra Via Flaminia e Via Rabirio dove in precedenza (scena 4) era andato dritto per la Flaminia mentre ora prende a destra (guardando) per Via Rabirio. Da questo fotogramma si intuisce ancora meglio come l’edificio B un tempo fosse più corto e, di conseguenza, come oggi Via Rabirio sia più stretta.
 1949-Toto cerca casa 59 1949-Toto cerca casa 60

LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO - Parte 5

17) L’auto-bomba arriva a tutta velocità dal Lungotevere Thaon di Revel...

1949-Toto cerca casa 611949-Toto cerca casa 62
...e svolta a sinistra, imboccando il Ponte Duca d’Aosta e puntando dritta verso il Foro Italico, che all’epoca non era ancora dotato di uno stadio (i lavori di costruzione, interrotti dallo scoppio della guerra, ripresero nel 1950).
 1949-Toto cerca casa 63 1949-Toto cerca casa 64
  1949-Toto cerca casa 65

 18) La fuga di Bernardino Lomacchio ha termine nel Piazzale del Foro Italico dove l’auto, oramai fuori controllo, si schianta contro una statua, inaugurata proprio quel giorno, che crolla perché l’impatto causa l’azionamento del freno e della bomba ad esso collegata. La statua (ovviamente posticcia) appena inaugurata e demolita dopo neanche 5 minuti. Il pallino rosso segna il luogo dell’impatto.

 1949-Toto cerca casa 66 1949-Toto cerca casa 67

LA FUGA DI BENIAMINO LOMACCHIO - La deviazione dei dormienti

1) La strada nella quale il letto si sgancia dall’auto e prende a destra, mentre Beniamino continua diritto, è, come scoperto da Roger, Viale Bruno Buozzi. Il letto si infila in Via Gramsci mentre sullo sfondo si riconoscono gli edifici affacciati su Piazzale Don Giovanni Minzoni. Qui vediamo gli stessi edifici:

1949-Toto cerca casa 681949-Toto cerca casa 69
Qui invece vediamo dov'era la svolta. Ecco gli edifici affacciati su Piazzale Don Minzoni e la svolta visibile nel fotogramma
1949-Toto cerca casa 701949-Toto cerca casa 71
2) La strada dove il letto si ferma e ne scendono i due “inquilini”, che poi, un po’ frastornati, se ne vanno a braccetto è Piazza Epiro a Roma. Si noti la scuola, allora in fase di costruzione ma già riconoscibile.

Totò cerca casa (1949) - Biografie e articoli correlati

Biliotti Enzo

Biliotti Enzo Lorenzo Biliotti, (Livorno, 28 giugno 1887 – Bologna, 19 novembre…
Biliotti Enzo

De Vico Pietro

De Vico Pietro Quella piccola scenetta che ho fatto in Totò diabolicus, io…
De Vico Pietro

Gattari Mario

Gattari Mario Unico film nella sua brevissima carriera di attore, è nel film…
Gattari Mario

Holt Laura

Holt Laura Vero nome, Laura Saporetti (da verificare). Ballerina del "Trio…
Holt Laura

Lulli Folco

Lulli Folco (Firenze, 3 luglio 1912 – Roma, 23 maggio 1970) è stato un attore,…
Lulli Folco

Mangini Alda

Mangini Alda (Milano, 13 luglio 1914 – Roma, 19 luglio 1954) è stata un'attrice…
Mangini Alda

Metz Vittorio

Metz Vittorio (Roma, 18 luglio 1904 – Roma, 1º marzo 1984) è stato uno…
Metz Vittorio

Molfesi Mario

Molfesi Mario (Napoli, 25 Maggio 1907 – ...) è stato un attore italiano.…
Molfesi Mario

Pavese Luigi

Pavese Luigi (Asti, 25 ottobre 1897 – Roma, 13 dicembre 1969) è stato un attore…
Pavese Luigi

Polacco Cesare

Polacco Cesare (Venezia, 14 maggio 1900 – Roma, 2 marzo 1986) è stato un attore…
Polacco Cesare

Scarpelli Furio

Scarpelli Furio (Roma, 16 dicembre 1919 – Roma, 28 aprile 2010) è stato uno…
Scarpelli Furio

Scotti Gino

Scotti Gino (4 maggio 1914 – 6 agosto 2004) è stato un attore italiano.…
Scotti Gino

Tieri Aroldo

Tieri Aroldo L'incontro con Totò è avvenuto quando la mia posizione…
Tieri Aroldo

Torelli Attilio

Torelli Attilio (Roma, 8 giugno 1897 – Chiavari, 28 febbraio 1968) è stato un…
Torelli Attilio

Totò e... Age

Totò e... Age La parodia era la sua forza Breve biografia Nome d'arte di…
Totò e... Age

Totò e... Steno

Totò e... Steno Fatti su misura Quando con Monicelli abbiamo fatto Totò cerca…
Totò e... Steno


Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 (interviste e Marisa Merlini, Giacomo Furia, Mario Monicelli)
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • Documenti censura Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - www.cinecensura.com
  • Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992