Totò, Vittorio e la dottoressa

Ma vi pare giusto che uno alza la testa e dal cielo gli arriva uno sputnik nell'occhio?

Michele Spillone

Inizio riprese: novembre 1957 - Autorizzazione censura e distribuzione: 6 dicembre 1957 - Incasso lire 572.703.000 - Spettatori 3.760.362


Titolo originale Totò, Vittorio e la dottoressa
Paese Italia - Anno 1957 - Durata 98' - B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Camillo Mastrocinque - Soggetto Vittorio Metz, Marcello Marchesi - Sceneggiatura Vittorio Metz, Marcello Marchesi - Fotografia Gabor Pogany, Alvaro Mancori,Manuel Berenguer - Montaggio Roberto Cinquini, Juan Pison - Musiche Carlo Innocenzi - Scenografia Gianfranco Cuppini - Costumi Luciana Marinucci


Totò: Michele Spillone detto Mike - Vittorio De Sica: marchese Vittorio de Vitti - Abbe Lane: dottoressa Brigitte Baker - Tecla Scarano: Ada Barbalunga - Agostino Salvietti: Gennaro - Luigi Pavese: capo dell'agenzia investigativa - Titina De Filippo: madre del marchese de Vitti - Sandro Pistolini: Sandrino - Franco Coop: maitre del locale La Conchiglia - Arturo Bragaglia: signore al comizio - Amedeo Trilli: malato di mente della clinica Villa Valeria #1 - Giulio Calì: malato di mente di Villa Valeria #2 - Dante Maggio: cameriere del La Conchiglia - Teddy Reno: se stesso - Pierre Mondy: Romeo - Darry Cowl: Egisto - Amalia Pellegrini: Ida - Amilcare Pettinelli: - Fulvia Franco: Caterina - Antonio Acqua: Professore clinica - Nicola Maldacea Jr.: Marcello


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Michele e Gennaro lavorano come inservienti dell'agenzia investigativa "Nulla sfugge". Quando il loro capo è costretto ad assentarsi dall'ufficio per seguire un'indagine, i due decidono di prendere il suo posto e si fingono abili investigatori dinanzi a due vecchie sorelle, venute in agenzia per chiedere loro di indagare sulla moralità della moglie del loro unico nipote, una dottoressa americana di Boston.

La dottoressa è chiamata a sostituire il noto prof. Vagoni e a prendersi cura dei suoi pazienti, tra i quali figura anche il marchese De Vitti, un nobile "sciupafemmine" che in realtà è stato impallinato nel fondoschiena da un mezzadro di cui aveva cercato di sedurre la moglie. Il marchese De Vitti non vuole essere curato da una dottoressa donna, bensì da un dottore maschio ma è troppo pudico per dirlo. Ci si trova davanti così ad un intreccio comico in cui i due investigatori credono che il marchese sia l'amante della dottoressa e forniscono delle presunte prove che cercano di dimostrare alle due sorelle il tradimento della dottoressa.

Per provare le loro "deduzioni" Michele e Gennaro si fingono rispettivamente medico e paziente in attesa di essere operato di appendicite e si fanno ricoverare nella clinica "Villa Valeria" in cui lavora la dottoressa, nella quale, nel frattempo, si era fatto ricoverare anche il marchese De Vitti per risolvere il suo annoso problema. Finalmente, nella clinica, l'inettitudine di Michele e Gennaro viene smascherata e la storia si conclude a lieto fine.

Critica e curiosità

Dopo la breve parentesi teatrale di A prescindere ma soprattutto dopo la grave malattia agli occhi che lo fa rimanere in casa per sette lunghi mesi, a novembre, quando l’attore ricomincia gradatamente a vedere qualcosa dall’occhio destro e i medici gli permettono di riprendere il lavoro, Antonio de Curtis partecipa a Totò, Vittorio e la Dottoressa, una scombiccherata coproduzione italo-franco-spagnola organizzata da Dario Sabatello; il principe condivide il titolo con De Sica senza mai incrociarlo in una sola sequenza, mentre la dottoressa è Abbe Lane, “la bomba di Brooklyn”, che si mostra abbondantemente in sottoveste mentre il gelosissimo marito, Xavier Cugat, la sorveglia livido sul set.

Ma Totò è visibilmente stanco e malato, appare gonfio, appesantito, lo sguardo inespressivo, ma dopo quello che ha passato la sua performance è miracolosa; meno vitale appare al confronto Agostino Salvietti, il suo antico rivale al Nuovo di Napoli, che qui gli fa umilmente da partner al posto del previsto Peppino De Filippo. La critica fu impietosa. Il ruolo di Johnny fu preso dall'attore Agostino Salvietti anche se in realta' era stato pensato per Peppino De Filippo.

Il film, diretto da Mastrocinque col solito elegante cinismo, fa un bell’incasso ma è bruttarello e le recensioni non possono negarlo. Il doppiaggio del film si contraddistingue per una curiosa particolarità: il sempre riconoscibilissimo Gianfranco Bellini doppia non solo il "semi-protagonista" German Cobos nel ruolo di Otello, ma è anche il nervoso Darry Cowl nella parte del neo-papà di 5 gemelli Egisto! Per tale abile sdoppiamento e specialmente per tutta la matta agitazione che riesce a conferire al secondo personaggio, questo film segna forse una tra le migliori interpretazioni di Bellini. Parlando delle voci di questo film, è d'obbligo menzionare Lydia Simoneschi su Abbe Lane: la nota doppiatrice sfodera per l'occasione tutta la sua femminilità più che mai seducente e il simpatico accento vagamente americano che conferisce alla Lane rende la recitazione della Simoneschi in questo film particolarmente affascinante. Di fatto Totò e Vittorio De Sica si trovano insieme soltanto nel titolo in quanto non vi è alcuna scena in cui i due attori recitano insieme. Titina De Filippo interpreta la madre di Vittorio De Sica anche se in realtà tra di loro ci sono solo tre anni di differenza. Nel film compare anche Teddy Reno che canta "Questa piccolissima serenata". La vicenda dopo il matrimonio a Madrid si svolge a Napoli.

Due piccole "perle" nel film: la gag del tizio ripetutamente imbrattato al ristorante, riciclata da Fifa e arena, e lo sketch della clinica con Totò finto chirurgo, ritagliata dalla rivista Fra moglie e marito... la suocera e il dito.

Nell’incontro con gli stranieri, se, come generalmente avviene, ignora la lingua dell’interlocutore, Totò ne usa un’altra qualsiasi, o ne mescola molte. A soccorrerlo in queste situazioni c’è naturalmente la sua grande abilità nella comunicazione non verbale, a cui ha reso omaggio Pasolini facendogli interpretare in Uccellacci e uccellini la parte di un uomo che riesce a farsi capire persino da falchi e passeri. L’efficienza della comunicazione propriamente linguistica, invece, è per lo più soltanto immaginaria: i destinatari diretti capiscono di solito assai meno dello spettatore. Spesso l’assenza di significato è del tutto programmatica e scoperta. In questi casi Totò si limita a pronunciare parole, nomi propri o semplici sequenze di sillabe che evochino in maniera approssimativa la lingua del suo interlocutore. Si veda, nell'Imperatore di Capri (1950), il suo intervento nell’alterco fra due tedeschi con un «ein, zwei! Ribbentropp, Kesserling, Telefunken!»; oppure le battute che rivolge in Noi duri all’aiutante maghrebino Abdullah Miromar («Mir’o mar’ quant’è bello!»), ad esempio «Abdullah, abillì, abidùl, abdussèm! Alì, alé!» o ancora il tentativo dei due sedicenti detective di Totò, Vittorio e la dottoressa (1958), di farsi passare per americani:


[Totò (a Gennaro)] - Mister John!
[Gennaro] -Please...
[Ada] - Ma loro sono americani?
[Totò] - Oriundi! Lui è nato a Caserta, io a Secondigliano. Mister John...
[Gennaro] - Please?
[Totò] - You like, no smoking, bisiniss, Telefunken?
[Gennaro] - It’s all righi, o.k. !


Tentativo coronato dal successo, dato che le due anziane interlocutrici hanno a loro volta le idee molto confuse sulle lingue, la geografia e la storia: poco prima, infatti, incontrando per la prima volta la moglie del nipote e sentendola parlare in inglese, avevano chiesto:


[Ada (diffidente)] - Ma non è italiana?
[Nipote] - No, è di Boston!
[Ada (allarmata)] - Tedesca? Hideriana?


Ora che sto girando, vi assicuro che mi sento un altro [...]. Non sono guarito completamente, ma vado migliorando giorno per giorno, come è confermato dal fatto che i dottori mi hanno permesso di riprendere il lavoro purché lo faccia con moderazione e non mi esponga troppo alle luci dei riflettori [...]. Certe volte mi sembra di essere nato impastato di celluloide e di polvere di palcoscenico e mi dimentico facilmente del periodo della giovinezza in cui sognavo di diventare ufficiale di marina. E come se non fosse mai esistito un tempo in cui non facevo l’attore. Le mie vitamine sono gli applausi della platea, le mie iniezioni ricostituenti sono i riflettori, i ciak, i ‘si gira’, i copioni.

Totò, "Sessanta amici mi offrirono gli occhi", «Gente», n. 8, 19 novembre 1957


Così la stampa dell'epoca


1957 11 21 Tempo Toto Vittorio e la dottoressa intro

Tornato al lavoro dopo un lungo periodo di inattività al quale e stato costretto per sfuggire alla cecità, Totò racconta la sua esperienza

Roma, novembre 1957

Qualcuno mi ha invitato a scrivere o, per meglio dire, a dettare la storia della mia malattia. Quasi un memoriale sul guaio che mi è capitato e che ho dovuto sopportare al buio per lunghi sette mesi. Nell'invito era beninteso nascosta la speranza che io, raccontando, dicessi cose spiritose, quasi barzellette. Mi sia permessa, in primo luogo, una semplice chiarificazione intima. E, per una volta tanto, mi voglio prendere il gusto di parlare come un personaggio pirandelliano. Tra me e la mia maschera, cioè a dire Totò, esiste una parentela strettissima, una indissolubile alleanza che dura Dio solo sa da quanti anni.

Ci aiutiamo a vicenda, nel lavoro, ma appena calato il sipario o spente le luci dei riflettori nello studio cinematografico, Totò se ne va per i fatti suoi ed io per i miei. Anzi vi debbo confessare che Totò, come tutte le maschere che si rispettano, ha un cuore di cartone ed ha uno spirito cosi geloso da non regalarmi, quando siamo soli, nemmeno un istante di buonumore. Il discorsetto che sto facendo sembra difficile. Totò, appena ha esaurito il suo compito, mi pianta in asso e mi toma vicino soltanto al momento in cui proprio non può fare a meno di me.

Durante i sette mesi che sono stato al buio questo mio ingratissimo complice non è venuto mai a trovarmi. Nemmeno una telefonata. Mentre ricevevo migliaia e migliaia di lettere nelle quali tanta cara e brava gente mi offriva occhi e conforto, Totò taceva lontano e dimentico, in viaggio per i fatti suoi. Non appena ha saputo che, bene o male, con un occhio ancora ci vedevo e che avrei dovuto ricominciare a lavorare, me lo sono visto di nuovo vicino, armato di cinica distrazione, allegrissimo, sto per dire ringiovanito come se la mia malattia gli avesse addirittura fatto bene. E m’ha detto: «Caro principe, siamo uomini o caporali, e allora quando si ricomincia? Sette mesi di guai sono un lusso che non ci possiamo permettere, a questi lumi di luna. Le tasse chi le paga? E chi paga i dottori, le medicine consumate in questi sette mesi?».

Nemmeno una paroluccia di comprensione o di interesse sulle pene che avevo dovuto passare. Abbiamo quindi ripreso il filo della nostra amicizia, se amicizia può chiamarsi quella che Totò nutre per me, e insieme abbiamo ricominciato a lavorare. Ma non ho potuto far a meno di dirgli quanto segue: « Ma un pizzico della tua comicità me la potevi pur lasciare in un cassetto prima di squagliarti come un ladro. Lo sai tu, che per sette mesi sono stato uno degli uomini più infelici? Sempre al buio, con l’anima piena di pensieri neri' come ragni e bacarozzi. Un giorno che la malinconia mi era arrivata alla gola ho persino dovuto domandare il permesso al dottore di farmi un pianto, un piccolo pianto. E il dottore me lo ha proibito. Anzi, il dottore mi ha risposto: "Ma che le salta in testa, caro principe? Si faccia invece una bella risata! Chiami vicino al letto Totò! Provi a recitare una volta soltanto per se stesso". Così mi ha detto il dottore, sbagliando ricetta. E mi ha lasciato solo. Ed io allora ti ho chiamato; e tu non mi hai risposto. Nè, d’altra parte, potevo scriverti, perchè squagliandoti non mi avevi lasciato nemmeno l’indirizzo ».

A queste mie parole, Totò ha allungato il collo e mi ha fatto un gesto con il braccio, alla napoletana, come per farmi capire che la sua comicità, il suo spirito, non si possono mai regalare ad una persona sola. E poi, ridendo, freddamente ha esclamato: « Se lo vuoi proprio sapere, anche io da solo non riesco mai a ridere. Durante questi sette mesi ho dormito dentro un baule, in letargo, e mi sono riposato perchè sapevo che da un momento all’altro tu avresti avuto di nuovo bisogno di me. Ora eccomi qui. E, per carità, non farmi discorsi difficili, discorsi simili a quelli che servono la comicità di quei comici così detti intellettuali che si credono bravi soltanto perchè raccontano bene le barzellette ». Se ripenso oggi alla mia malattia debbo per forza ritornare con la memoria al primo curioso avvenimento che segnò il principio del mio dramma. E non posso chiamarlo che dramma. Era la vigilia di Pasqua di quest’anno e mi trovavo con la Compagnia a San Remo. Una mattina decisi di recarmi in gita a Montecarlo. C’era il sole. Il mare pareva dipinto, tanto era liscio e fermo.

Mi pareva il mare di Napoli ch’io considero il più bel mare del mondo. Montecarlo ancora una volta mi apparve come uno scenario finto. Ad un certo momento vidi davanti a me come un improvviso cambiamento di scena. Sul paesaggio calò un velario di nebbia. Case capovolte, come un quadro futurista, e la gente che camminava sulle strade, senza testa. Quasi per vincere la paura che si impadroniva di me, dissi a me stesso una battuta che avrebbe potuto servire a Totò: « Mica sarà di moda, adesso, a Montecarlo, andare in giro senza testa ». Stavolta il sipario calava sulla mia vita e non sulla platea piena di spettatori. Mi sentivo smarrito. E confessai a Franca, che sedeva vicino a me nell’automobile, quello che mi succedeva. Il paesaggio si trasformava magicamente nel gioco assurdo di prospettive impazzite. Vidi ad un certo momento le automobili sui tetti delle ville, gli uomini in cima ai fanali, gli alberi che salivano in cielo come in volo. Rientrammo subito a San Remo. Durante il breve viaggio di ritorno la "sequenza", se si può dire, seguitò a passare davanti al mio sguardo oscurato in una collana di inquadrature surrealiste. Il sentimento della cecità somiglia tragicamente al sentimento della solitudine nel deserto. Anche le voci, i rumori, diventano ciechi quando non ci si vede più. Decisi tuttavia di nascondere agli altri, più che a me stesso, almeno per quei primi momenti, la realtà del mio stato. Sapevo che sessanta persone della Compagnia dipendevano dal mio lavoro. E decisi di affrontare la nuova situazione a dispetto del male che mi aveva colpito a tradimento. Lavorai lo stesso, lasciandomi portare per la mano dalla indiavolata volontà di Totò. Recitavo davanti ad una platea in ombra. Le luci della ribalta mi ferivano, come punture d’ago. E da quel giorno tutto mi apparve dietro un sipario nero. Viaggiando, di lì a qualche giorno, verso Firenze, la luce del sole mi bruciava le palpebre. Sentivo la luce, senza più distinguere il paesaggio. Purtroppo mi dovetti arrendere, mentre recitavo a Palermo. Ritornai nella mia casa di Roma con nel cuore il sentimento di una disperazione, mi sia concesso dirlo, cieca e fredda nello stesso tempo. Sul portone della mia casa sentii che Totò se ne era andato per i fatti suoi. Rimasi così solo con me stesso.

Adesso posso dire con le parole di D’Annunzio: « E pur con l’uno, vedo ». Perchè con un solo occhio, sia pure a fatica, mi è possibile rivivere nella realtà. Domando scusa per le parole difficili, delle quali stavolta non posso proprio fare a meno. Dopo sette mesi di guai, pochi giorni fa, sono ritornato o per meglio dire siamo ritornati, Totò ed io, a lavorare assieme. Il film che sto interpretando con De Sica ed Abbe Lane, per la regia di Camillo Mastrocinque, si intitola "Mia moglie dottore". Vi debbo confessare che ho ritrovato Totò in piena formai Quello che non vedo io, vedé lui. Io credo che il film sarà molto divertente. Nelle mie avventure mi segue Salvietti, che è un comico di buona razza. Il titolo del film parla di una moglie dottore. Ma si tratta di una dottoressa, dalla quale, in veste di Totò, stavolta è proprio un piacere farsi curare.

A. d. C., «Tempo», 21 novembre 1957


Il ritorno di Totò

«Costretto all'inattività per molti mesi a causa di un'infermità agli occhi, Totò ritorna ora davanti alla macchina da presa per interpretare «Totò, Vittorio e la dottoressa squillo». Il titolo peregrino si spiega in parte con il fatto che a fianco del popolare comico comparirà Vittorio De Sica. Dirige Camillo Mastrocinque su sceneggiatura di Metz e Marchesi.»

«Stampa Sera», 5 novembre 1957


«Di Totò il pubblico conosce ormai tutto: sa a memoria il suo modo di muoversi, le sue furbesche risate, gli improvvisi stupori, il suo umorismo di gusto popolare e sa anche come andranno a finire le sue trovate. Perchè Totò possa sfruttare a nuovo le risorse di cui è ricco il suo temperamento d'attore comico occorre costruirgli i del personaggi, delle storie, delle situazioni, il che però accade molto raramente. Il film comico in Italia non gode molta stima e cosi siamo costretti continuamente a sorbirci filmetti fatti senza impegno, pieni di battute consunte e di situazioni scontate, di macchiette limitate e di intrecci macchinosi. [...] non basta davvero la presenza di De Sica a nobilitarlo, anzi è motivo di sorpresa e di dispiacere il vedere come uno dei nostri maggiori uomini del cinema, le cui doti di regista restano indiscusse, si lasci andare in spettacoli del genere.»

Vice, «Il Popolo», 24 dicembre 1957


«Più che di un film, data la estrema inconsistenza del soggetto e la pochadistica tensione del dialogo, si dorrebbe parlare di rivista, nella quale Totò sciorina i soliti e più che mai stanchi numeri del suo repertorio. De Sica appare malinconicamente sfocato e Abbe Lane trionfa nella pienezza delle sue doti muliebri e nella leggerezza delle sue vesti, dalle più intime alle più mondane.
La tenue vicenda sembra costruita, in verità, più per lei che per gli altri, ma è appena credibile come e quanto essa fatichi a tenersi verosimilmente in piedi fra i lazzi e i riboboli della farsa di Totò.»

«Il Messaggero», 24 dicembre 1957


«Di Totò il pubblico conosce ormai tutto: sa a memoria il suo modo di muoversi, le sue furbesche risate, gli improvvisi stupori, il suo umorismo di gusto popolare e sa anohe come andranno a finire le sue trovate. Perchè Totò possa sfruttare a nuovo le risorse di cui è ricco il suo temperamento d'attore comico occorre costruirgli dei personaggi, delle storie, delle situazioni, il che però accade molto raramente. Il film comico in Italia non gode molta stima e cosi siamo costretti continuamente a sorbirci filmetti fatti senza impegno, pieni di battute consunte e di situazioni scontate, di macchiette limitate e di intrecci macchinosi.

«Totò, Vittorio e la dottoressa», che narra le peripezie di una avvenente donna-medico, fatta oggetto di corteggiamento da parte di un arzillo marchese e di investigazione da parte di uno strampalato poliziotto dilettante, è appunto uno di questi filmetti e non basta davvero la presenza di De Sica a nobilitarlo, anzi è motivo di sorpresa e di dispiacere il vedere come uno dei nostri maggiori uomini del cinema, le cui doti di regista restano indiscusse, si lasci andare in spettacoli del genere.»

Vice, «Il Popolo», 24 dicembre 1957


«Piacevole e briosa pellicoletta che segna il ritorno allo schermo dopo la nota infermità dei mesi scorsi, de! simpatico Totò, sempre in caccia di guai per sè e per gli altri. La sinuosa Abbe Lane, nelle vesti di una seducente dottoressa, ammalia il finto malato Vittorio De Sica, che completa degnamente la triade dei protagonisti, affiancati da una schiera di' efficaci caratteristi. Dialoghi vivaci e buone battute».

«Il Monferrato», 28 dicembre 1957


«Totò, Vittorio e la dottoressa (Lux). - Novità. E' il primo film che il popolare comico ha girato dopo il periodo di inattività dovuto alia nota infermità agli occhi. In questo suo ritorno, Totò ha al fianco Vittorio De Sica e l'affascinante moglie di Xavier Cugat, Abbe Lane. La regia è di Mastrocinque».

«La Stampa», 4 gennaio 1958


«Rieccoci al film comico con Totò. Benvenuto Totò, ci hai fatto ridere, ci hai divertito. Rivederti nei panni del poliziotto è stato un vero piacere. Ad majora, dunque. Ma il film, scusaci Totò, se usiamo una vecchia battuta di commento è "una vera schifezza*. Una di quelle schifezze che piacciono al pubblico e, modestia a parte, anche a noi [...] Il film, dunque, è quello che è, difettoso, svagato, comico, paradossale, senza capo né coda, ma, comunque divertente [...]»

Franco Maria Pranzo, «Corriere Lombardo», Milano, 3 febbraio 1958


«[...] Il nostro compito di recensori sarà assolto esimendoci da ogni più approfondito esame di carattere storico-estetico-sociologico. Questa farsetta è palesemente destinata anche al mercato spagnolo dove, come è noto, in fatto dì film stanno peggio di noi.»

Morando Morandini, «La Notte», Milano, 3 febbraio 1958


«Una farsa con Totò finto cameriere che butta le torte in faccia ai clienti e Totò finto chirurgo che opera con un coltellaccio. C’è anche De Sica nella parte di un marchese che è stato impallinato in una natica, ed in fine Abbe Lane sospettata di condurre una vita dissipata e invece si viene a scoprire che è ginecologa. C’è però un buon momento umoristico: quando Totò esorta un suo amico ad entrare in un certo luogo « di soppiatto », e l’amico subito corre in cucina per andarsi a mettere "sotto i piatti"».

«Corriere dell'Informazione», 4 febbraio 1958


Al Lux: Totò, Vittorio e la dottoressa, di C. Mastrocinque

«Per combattere la crisi del cinema italiano, molti dei nostri produttori caricano sul "cast": e dove una volta, bastava loro un attore di richiamo, ora no mettono almeno un paio. Fanno come certe mamme medichesse che raddoppiano il farmaco operandone doppio vantaggio. I risultati di questo empirismo si possono vedere in "Totò, Vittorio e la dottoressa", dove il concorso di Totò o di De Sica (per tacere di Abbe Lane, di Titina De Filippo o degli altri che non sono potuti entrare nel tltolo-cartellone), rimedia ben poco, anzi fa sentire meglio come la farsa, da un copione di Metz e Marchesi, sia tirata coi denti e freddamente appiccicata, spicchio per spicchlo. [...] Stendiamo un velo su questo film evidentemente rappezzato in tempi e luoghi diversi; o da Totò, tornato in forma dopo la lunga assenza dagli schermi, dal sempre divertente De Sica, dalla stessa Abbe Lane qui perennemente sull'orlo dello spogliarello, aspettiamo con fiducia qualcosa di meglio. Che non ci debba esser Befana per il cinema comico Italiano?»

Leo Pestelli, «La Stampa», 5 gennaio 1958


«Dicendo che Totò,Vittorio a la dottoressa è il solito film della serie Totò, commetteremmo un a grave inesattezza: infatti, è molto peggio dei precedenti [..]".E dal Giorno un articolo senza firma:"Nel filmetto che [..] è interpretato da Totò un pò stanco [..] si possono ascoltare tre o quattro battute di una rara grossolanità. Davvero allegra la nostra censura».

Vice, l'Unità, 1958


«A rendere ancora più triste il ritorno di Totò al cinema è la concomitante crisi del cinema italiano. I produttori, afflitti dalla concorrenza americana, cercano la salvezza nelle coproduzioni con partner francesi e spagnoli. Le pellicole che nascono da questa situazione sono di solito scipite, ibridi costruiti intorno a un cast eterogeneo, compromessi fra le differenti esigenze delle platee francesi, spagnole e italiane. Tra il '57 e il '59 Totò si ritrova fianco a fianco con Fernandel, Pablito Calvo, Abbe Lane e Louis de Funès, ma difficilmente esce arricchito dal confronto, perché spesso i registi e gli sceneggiatori scelgono di puntare i riflettori sui suoi partner; la recitazione di Totò, già appannata a causa della malattia, viene poi azzerata dall'approssimazione con cui vengono tratteggiati i suoi personaggi. [...]»

Alberto Anile


«E abbiamo il film di Camillo Mastrocinque Mia moglie dottore, con De Sica, Totó, Abbe Lane, Titina De Filippo. Narra di un avvocato napoletano che sposa una dottoressa americana ma nasconde la professione della moglie a due zie dalle quali dovrebbe ereditare. [...]»

Giuseppe Marotta, 1958



I documenti

Certificazione medica 1957 09 25 L
 
 Certificazione medica 1957 09 25 L
 
Certificazione medica 1957 09 25 L
 
Certificazione medica 1957 09 25 L
 
Certificazione medica 1957 09 25 L

Questa certificazione medica a firma del Dottor Tullio De Michele di Roma, veniva presentata alla produzione durante le riprese del primo film dopo la malattia "Totò, Vittorio e la dottoressa". In pratica veniva deciso, sotto stretto controllo medico, quando iniziare e interrompere la lavorazione in base alle condizioni del paziente. Maggiori dettagli nell'articolo "La malattia agli occhi"


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Scombinato filmetto (*½) che non riesce né ad essere un film di Totò, né uno di De Sica. Ci sono pure alcuni riempitivi per arrivare ad un metraggio decente (due brani cantati da Teddy Reno e la bruttisima fase del parto plurigemellare). Restano alcuni momenti piacevoli, come i dialoghi fra il personaggio di De Sica e la madre (Titina De Filippo) e gli equivoci nei quali cadono le zie dell'avvvocato. Qua e là la noia la fa da padrona. Evitabile.

  • Un Totò probabilmente già provato dalla malattia tenta di rianimare questa commedia che parte da una evidente mancanza di idee che partorisce una trama assai banale e scontata. Nemmeno il grande comico riesce a rendere godibile questo film le cui gag e situazioni comiche sono logore.

  • Due detective privati scoprono i tradimenti di una moglie, ma costei è in realtà una dottoressa che fa visite a domicilio. La storia è l'esile e sfilacciata trama che raccoglie scenette, gag e battute abbastanza scontate e pretestuose, con mattatori Totò e De Sica, insieme a una splendida Abbe Lane. Il film si vede e a tratti si gode pure, ma nel complesso si tratta di un lavoro banalotto.

  • Una farsa simpatica, molto movimentata, ma che ha il difetto di sembrare divisa in due parti: Totò e De Sica infatti non si incontrano mai, dando vita a siparietti tutti loro. Comunque si ride, tra Totò investigatore (ben spalleggiato da Salvietti) e un De Sica impenitente donnaiolo seppur sofferente per un incidente. Oltre a loro ci sono la splendida Abbe Lane e un paio di spassosi interventi di Titina. Non un capolavoro, ma sicuramente piacevole.

  • Commedia che sfrutta furbescamente i nomi di Totò e De Sica, benché questi non siano i protagonisti veri e propri della storia. Ovviamente il divario con gli altri è abissale e tutto si regge sulle loro spalle. L’atmosfera è allegra e spensierata e vige il totale disimpegno; anche la confezione è buona poiché Mastrocinque garantisce uno sviluppo adeguato della sceneggiatura, quantunque sia piuttosto risibile. La ricetta è simile a Totò, Peppino e la malafemmina, ma questa volta qualcosa non funziona e resta un episodio per gli appassionati.

  • Totò e Agostino Salvetti investigatori squattrinati. Il secondo, per quanto simpatico, non riesce però a sostituire degnamente altre "spalle" storiche del Principe (Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Macario) e pertanto il film gira un po' a vuoto, finendo per pesare tutto sulle spalle dell'esausto Totò, sul panoramico fondoschiena di Abbe Lane e sulla consueta gigioneria di Vittorio De Sica. Anche Titina è sottotono e sembra domandarsi che diavolo ci sta a fare in una simile boiata...

  • Passato alla storia come il film della "rinascita" di Totò dopo il dramma della cecità, quest'opera è, in realtà, piuttosto scadente e, in alcuni punti, francamente sciatta. Però si lascia vedere con simpatia. Totò, benché sottotono, è la marionetta anarchica di sempre, il suo scriteriato sodale è il 76enne Agostino Salvietti, vecchia volpe del teatro comico napoletano, De Sica è il solito gigione impunito, sua madre è la simpaticissima bisbetica Tina Pica, mentre Abbe Lane è un’improbabile dottoressa dalla luminosa presenza scenica. Regia non pervenuta.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I dialoghi tra De Sica figlio e Tina Pica madre sono spassosi: la cosa migliore del film.

La censura

Toto-Vittorio-Dottoressa-censura

Duplicato del verbale originale (8 dicembre 1957) della Commissione Revisione Cinematografica in data 3 febbraio 1958
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


Foto di scena, video e immagini dal set

1957 Toto Vittorio e la dottoressa RAI Play


Le incongruenze

  1. Dopo esser stata dal marchese, la dottoressa torna allo studio e si sfoga col dottore, lamentandosi che gli italiani, "anche in punto di morte, pensano ad una cosa sola". Il dottore la rassicura, poi si ferma per un piccolo malore. Tira fuori un fazzoletto per detergersi il sudore: in un inquadratura il fazzoletto è quasi appallottolato, in quella immediatamente successiva è più aperto e spiegato.
  2. Nella scena in cui Toto' si traveste da cameriere, per ben tre volte rovescia un vassoio con del montblanc sul vestito di un malcapitato cliente intento a specchiarsi e costretto al cambio d'abito altrettante volte. Le prime due volte il trucco per simulare la casualita' dell' incidente e' evidente, ma la terza volta Toto' esce dalla cucina gia' con il vassoio semirovesciato, quindi come se gia' fosse stato in grado di sapere che si sarebbe ritrovato davanti la stessa persona, alla quale versare la panna sull'abito, stavolta intenzionalmente.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo ndirizzo
 1957-Toto Vittorio 01  
  La clinica (Villa Valeria) dove lavora la dottoressa (Abbe Lane) è appunto Villa Valeria in Piazza Carnaro a Roma.
   
  La piazza dove De Sica litiga con i comizianti è Piazza delle Cinque Scole, a Roma.
   
  Un'inquadratura in piazza anche con De Sica
   
  L'ingresso della casa dove abita De Sica è oggi l'ingresso della LUISS Guido Carli a Roma in Viale Pola. L'Università ancora non c'era all'epoca del film e, aggiungo un po' di storia, la palazzina che è all'interno negli anni 30 fu la residenza di Galeazzo Ciano e Edda Mussolini.
   
  Lo studio della dottoressa (Abbe Lane), dove De Sica si reca per farsi visitare è in via Brenta 2 a Roma. E' lo stesso portone in cui entra Gassman per seminare il milanese in Audace colpo dei soliti ignoti.
   
  La casa della dottoressa (Abbe Lane) è in Via Antonio Bosio, angolo Via De Rossi, a Roma. Demolizioni plurime, incredibile! la villa di allora oggi non c'è più...
  Si noti come il muretto in travertino è stato sostituito da un molto più anonimo muretto in cemento. Distrutte le case sulla destra. Resiste solo la villetta all'estrema destra del fotogramma. Completamente abbattuta la villa della dottoressa (oggi c'è un palazzone moderno).

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò, un napoletano europeo" (Valentina Ruffin), Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996
  • A. d. C., «Tempo», 21 novembre 1958
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema