Le streghe

(Episodio: La terra vista dalla luna)

La colpa è dei funghi! Dammi retta, Crisantema, non ti far venire certe voglie, Crisantema, dai retta a questo stupido, Crisantema. Hai visto Crisantema, c'erano tanti bei broccoletti quella sera...

Ciancicato Miao

Inizio riprese: ottobre 1966 - Autorizzazione censura e distribuzione: 15 febbraio 1967 - Incasso lire 370.043.000 - Spettatori 1.207.988


Titolo originale Le streghe - ep. La terra vista dalla luna

Paese Italia, Francia - Anno 1967 - Durata 107 min - Colore - Regia: Pierpaolo Pasolini - Audio sonoro - Rapporto 1,66 : 1 - Genere commedia, drammatico - Produttore Dino De Laurentiis Cinematografica. Casa di coproduzione: Productions Artistes Associés, Paris (Francia) - Fotografia Giuseppe Rotunno - Montaggio Mario Serandrei, Nino Baragli - Musiche Ennio Morricone, Piero Piccioni - Scenografia Mario Garbuglia, Piero Poletto - Costumi Piero Tosi 


Silvana Mangano (Assurdina Caì) - Totò (Ciancicato Miao) - Ninetto Davoli (Baciu Miao, accreditato come Nenetto Davoli) - Laura Betti (una turista) - Luigi Leoni (un turista) - Mario Cipriani (prete, non accreditato)


Le_stregheSoggetto 

La strega bruciata viva

Regia di Luchino Visconti, con Annie Girardot. Una sera una famosa attrice arriva in una località invernale austriaca per trascorrere la serata insieme ad alcuni amici, che non si rivelano però tali: giungono ad approfittare di un malore di lei per toglierle il trucco ed osservare compiaciuti le piccole imperfezioni della diva. Dopo aver scoperto di essere incinta ed avere litigato per telefono col marito, la donna riparte il giorno successivo più turbata di prima, ma nascosta e splendida come una diva per i fotografi. 

Senso civico

Episodio molto breve ambientato nella Roma degli anni '60 ossessionata dal traffico, con Alberto Sordi per la regia di Mauro Bolognini. Sordi è un uomo ferito, e la Mangano lo aiuta ad andare al pronto soccorso, ma in realtà... Straordinario cameo di Sordi, con il quale Silvana Mangano tira fuori una vena comica inaspettata e sardonica. 

La Terra vista dalla Luna

Regia di Pier Paolo Pasolini, con Totò. In un cimitero di periferia Ciancicato Miao e suo figlio Baciù (entrambi dai capelli inverosimilmente color rame), che vivono in un imprecisato futuro, piangono la morte della moglie-madre Crisantema, morta per indigestione di funghi avvelenati. Appena terminata la lamentazione funebre i due, constatato che Ciancicato ha ancora "qualche cartuccia da sparare" decidono di intraprendere un viaggio alla ricerca della Donna, madre e moglie che diventi la nuova anima femminile della loro catapecchia, in un paesaggio da bidonville, in cui passano di tanto in tanto due turisti stranieri vestiti da safari. I due esaminano tutte le donne che incontrano, ma incappano prima in una vedova isterica che li caccia a ombrellate, poi una prostituta, un manichino (convinti che quella fosse la bellezza perfetta); i due sono disperati finché non si imbattono in una bellissima donna dai capelli verdi davanti all'altarino di un santo. La donna appare ai Miao come una dea, ma scoprono dopo vari tentativi di comunicarci, che è sordomuta, quindi si rivolgono alla donna (che si scopre chiamarsi Assurdina Caì) con gesti, chiedendola in matrimonio, che si celebra in tutta fretta in una chiesetta da un prete annoiato. Indi padre e figlio la conducono a casa loro, una baracca piena d'ogni cianfrusaglia, compreso un nano cinese che vende cravatte: ma Assurdina, con gesti accelerati come in un film muto, la trasforma in una bicocca graziosa e accogliente. Ma i due vogliono di più, una casa più grande. Quindi convincono Assurdina a simulare un tentativo di suicidio dal Colosseo, minacciando di buttarsi se la società non le darà una mano: sotto il monumento si raccoglie una folla (tra cui dei complici) che iniziano a raccogliere una colletta - incitati dai due Miao - e il trucco pare funzionare. Se non che la coppia di turisti abbarbicata sopra il Colosseo getta una buccia di banana su cui Assurdina scivola, cadendo nel vuoto. I Miao sono disperati e si sentono altresì in colpa. Ma quando stremati dal dolore tornano a casa, i due ritrovano Assurdina vestita da sposa, serenamente intenta ad attenderli. Ciancicato e Baciù fuggono terrorizzati, poi si fanno coraggio e prendono ad interrogare l'apparizione. Constatato che Assurdina, sebbene morta può comunque mangiare, bere, lavare i panni, fare i bisogni e andare a letto con Ciancicato, i due Miao gioiscono entusiasti. 

La siciliana

Regia di Franco Rossi. Pur essendo un frammento velocissimo come quello diretto da Bolognini, è tuttavia più riuscito di quest'ultimo. Gli stereotipi del sud tra tragedia ed onore vista con occhi ironici e quasi spietati. Un materiale drammatico e delicato, tra gelosie, tradimenti e vendette, trattato in modo leggero, quasi irrispettoso. E del tutto fulminante nella sua essenzialità. 

Una sera come le altre

Regia di Vittorio De Sica, con Clint Eastwood. De Sica propone una moglie stanca e annoiata e una crisi "normale" di un rapporto di coppia oramai sempre uguale a sè stesso. Interessante l'Eastwood pistolero senza molte cartucce da sparare, accanto a una moglie annoiata e stanca di lui. 

Critica e curiosità

Le streghe è un film collettivo del 1967 prodotto da Dino De Laurentiis diviso in cinque episodi, diretti da altrettanti registi, che vedono protagonista Silvana Mangano, presente in tutti e cinque i segmenti. Il film fu proiettato per la prima volta in pubblico il 22 febbraio 1967 (v.c. n. 48341 del 17-12-1966) ed è stato distribuito anche in Francia (con il titolo Les sorcières - 1968 - 105') e Germania Occidentale (Hexen von Heute - 1-9-1967 - 121'). Le riprese si svolgono nel novembre del 1966, con esterni a Roma, Ostia, Fiumicino; l'episodio ha la durata di 31 minuti.
Nell'episodio La Terra vista dalla LunaPasolini recupera un suo soggetto, Il buro e la bura, richiama la coppia Totò-Ninetto nel ruolo di padre e figlio e assegna alla Mangano quello della sposa che è morta ma è anche viva (o viceversa). Gli altri episodi sono affidati ai registi Luchino Visconti, Francesco Rosi, Vittorio De Sica e Mauro Bolognini.

Totò appare pallido e calvo, ai lati due cespuglietti di capelli rossi, truccato da figurina del “Corriere dei Piccoli"; tutto l’episodio ha d’altronde la grazia e la leggerezza di una favola infantile, con la Mangano sordomuta vestita come una bambola di pezza, che scivola su una buccia di banana e diventa un fantasma.

L'epigrafe del film porta la seguente scritta del regista: "Visto dalla luna, questo film che s'intitola appunto La Terra vista dalla Luna non è niente e non è stato fatto da nessuno... ma poiché siamo sulla Terra, sarà bene informare che si tratta di una fiaba scritta e diretta da un certo Pier Pasolo Pasolini".
Nel film sono narrate le avventure donchisciottesche di un padre e un figlio (Ciancicato Miao e Baciù) che, dopo aver pianto la morte della moglie-madre Crisantema, deceduta per avere ingerito funghi avvelenati, partono alla ricerca di una Donna ideale, che possa diventare l'anima femminile della loro baracca, sperduta in una radura piena di altre catapecchie.
I due incontrano dapprima una vedova isterica che li prende a ombrellate, poi una prostituta; a un certo punto pare che, infine, dopo tanto girovagare, abbiano trovato la donna perfetta, ma si accorgono che si tratta solo di un manichino. Disperati, padre e figlio continuano un viaggio senza più alcun senso, finché incontrano una donna bellissima (Assurdina Caì, nel film interpretata da Silvana Mangano) che appare ai due come una vera e propria dea. La donna non risponde ad alcuna domanda e Ciancicato pensa che sia sordomuta. Alla fine, Ciancicato le rivolge una richiesta di matrimonio alla quale Assuntina acconsente.
Tornati tutti nella baracca, in breve, grazie alle "virtù femminili" della donna, tutto si trasforma e in breve la baracca appare come una ordinata e graziosa casetta. Cedendo alla logica consumistica, però, Ciancicato e Baciù architettano un "lavoro" che consentirà loro di farsi una bella casa. Tale lavoro consisterà in questo: Assurdina, dall'alto del Colosseo, minaccerà di suicidarsi se non verrà aiutata a sopravvivere. Padre e figlio, intanto, raccoglieranno quattrini fra coloro che stanno assistendo alla scena. Tutto procederà in questo modo, fino a quando la donna, scivolando su una buccia di banana, precipiterà nel vuoto.
Ancora disperazione per Ciancicato e Baciù che, dopo aver sepolto la donna, tornano alla loro bicocca: in essa ritrovano Assuntina, muta e sorridente, che li aspetta. I due, felicissimi, constatano che Assurdina, anche da morta, può così continuare a svolgere tutte le funzioni che già assolveva, e gioiscono: "È la felicità, è la felicità!" Appare a quel punto la didascalia finale: "Essere morti o essere vivi è la stessa cosa"

Nel gennaio del 1967, scrivendo a Garzanti, in quel momento editore dei suoi libri, Pasolini gli annuncia: «Infine c'è il progetto di un libro molto strano. Si tratta di questo: ho in mente una dozzina di episodi comici, che vorrei girare ancora con Totò e Ninetto [i due interpreti di Uccellacci e uccellini], ma forse non potrò farlo per i troppi impegni. Ora, la sceneggiatura dell'ultimo episodio La terra vista dalla luna, l'ho stesa sotto forma di fumetto a colori (ripescando certe mie rozze qualità di pittore abbandonate). Stando così la cosa, mi piacerebbe, piano piano, di mettere insieme un grosso libro di fumetti ... molto colorati e espressionistici ... in cui raccogliere tutte queste storie che ho in mente, sia che le giri, sia che non le giri.» In effetti Pasolini non scrisse una vera e propria sceneggiatura dell'episodio La terra vista dalla luna: elaborò le scene del film, girato verso la fine del 1966, disegnandole in forma di fumetti.


Così la stampa dell'epoca


1966 02 09 Tempo Le Streghe intro

Tre dei maggiori e più popolari registi italiani, Luchino Visconti, Renato Castellani e Vittorio De Sica sono stati mobilitati da Dino de Laurentiis per il grande rilancio di Silvana Mangano. I tre episodi delle "Streghe” hanno l’obiettivo di portare l’attrice nel “grande giro” internazionale

Roma, gennaio

«Sofìa è un gigante con De Sica: senza di lui è un nano». Con questo ”slogan”, Joe Levine è venuto a Roma nel tentativo di creare una stimmung (equivalente italiano: "atmosfera") che facilitasse la riconciliazione tra il commendatore del cinema italiano e la diva, ricordando a questa che, dopo tutto, deve la sua fama e la sua ricchezza a film come La ciociara. Non si contano più le volte che abbiamo visto Sofia riemergere dal fondo, in cui sembrava definitivamente caduta interpretando film hollywoodiani senza la guida di De Sica. I giornali nuovaiorchesi sono in questi giorni pieni di necrologie della Loren come attrice. Gliene hanno dedicate per Judith, il terzo film dopo Operazione Crossbow e Lady L. che ella interpreta dopo Matrimonio all’italiana. Levine ha compreso il carattere provvisorio di queste cadute: per rimettere Sofia in arcione sul cavallo del successo, non c’è che la magica bacchetta di De Sica.

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De Sica ha una sua tecnica efficace e sobria per queste ponderate ricariche. Senonchè Sofia si sente mortificata di dovere tutto a De Sica e scalpita. La rovinosi-tà delle sue cadute hollywoodiane mette in serio allarme il povero Levine. Per lui film come Judith non sono semplici cadute, ma inabissamenti, precipizi, catastrofi. A cinquantaquattro anni. Levine è entrato nella leggenda. E c’è entrato proprio in virtù di Sofia e De Sica. Ad Hollywood non c’è ormai più nessuno che incarni così compiutamente il carattere del pioniere del cinema di un quarto di secolo fa. E' troppo schietto, diretto e massiccio per darsi delle arie. Il modo con cui è diventato produttore è uno sberleffo ai criteri organizzativi delle imprese hollywoodiane. A parlargli di "manager”, Levine crede che si alluda agli impresari dei pugili. E a chiedergli se ha un ufficio studi per ricerche di mercato risponde che con il "tris d’assi”, De Sica, Loren e Mastroianni, può installarlo anche in cucina, fra il frigorifero e il lavapiatti. Al solo parlargli dell’impossibilità di ricomporre questo perfetto trio la sua fronte s’increspa di rughe e si fa più temporalesca che mai. Con voce accorata e tremante Levine parla della Ciociara, di Ieri, oggi e domani e di Matrimonio all’italiana come un patito del cinema d’arte vi parlerebbe dell’Incrociatore Potiomkin di Eisenstein.

Neppure i più feroci spregiatori dei califfi di Hollywood saprebbero resistere con ciglio asciutto alle sue invocazioni: «Sofia torna con De Sica!», «De Sica, torna con Sofia!». E a sostegno di queste implorazioni rievoca le fortune meravigliose dei film diretti dal commendatore ed interpretati dall’ex-pizzaiola. Anche i più cinici avvertono quanto c’è di vero, di autentico, nella passione di questo ”self-made-man" che sventola gli incassi americani della Ciociara e di Matrimonio all’italiana come una laurea od un blasone. Nelle sue perorazioni romane passavano, come in uno schermo, il ricordo dei lontani modesti inizi, la dura lotta contro rivali agguerriti, i successi e le crisi, le ricorrenti minacce di fallimento e l’incontro con i film di De Sica interpretati dalla Loren.

Un binomio sasso

Pochi giorni fa Levine prese la mano di Sofia — che lo fissava con uno sguardo privo di benevolenza — se la trascinò al cuore e con voce tremante le disse: «Sofia, dia retta a me, faccia un altro film con De Sica. Lei ha bisogno di De Sica». Sofia ritrasse bruscamente la mano e dalla porta filtrò nettamente una frase: «Io non ho bisogno di nessuno». Seguì un inviperito monologo di Sofia la cui voce saliva, saliva fino a toccare i toni del più stridulo falsetto, mentre taceva o per lo meno non si udiva, quella di Levine. Frasi come: «De Sica non mi interessa... Faccia i film con chi vuole... E’ ora di finirla... Esiste anche Chaplin!... », giungevano rottamente, ininterrottamenr te all’orecchio di chi ascoltava. Poi il tono è leggermente calato, le parole si sono perse in un mormorio sempre più rotto, sempre più rado. E alla fine silenzio. Che era successo? Il rifiuto deciso di Sofia aveva folgorato Levine? Oppure il ”self-ma-de-man” giaceva riverso piangendo?

C’è chi giura che Levine, senza i film di De Sica interpretati da Sofia, andrà presto a fondo e che tutte le sue speranze sono riposte sull'Oscar. Se Matrimonio all’italiana lo vincerà, Levine potrà indurre alla riconciliazione il regista e l’attrice. Potrà dimostrare ancora una volta che insieme formano una mercanzia ohe si vende bene. Negli sciropposi e casti clichés di Hollywood, Sofia non rende. Judith è la prova, per Levine, della sua consustanziale refrattarietà al cinema americano. Gran pedagogo, il pacioso produttore, ha perfettamente compreso che è brava anche se non è affidata alla regia di De Sica, ma che soltanto con De Sica raggiunge sensazionali risultati. « Sofia made in Italy è meglio di Sofia made in Hollywood ». è la sua massima. E i fatti gli danno ragione. La ciociara ricondusse al cinema, nel ’60, De Sica. Il tetto è del 1955; e una cinematografia che lascia inoperoso cinque anni un autore del calibro di De Sica è davvero sprecona. Sofia aveva collezionato sino a quel momento film in cui appariva brava, ma che non piacevano. La chiave, Orchidea nera, Desiderio sotto gli olmi erano brutti film, di una bruttezza senza dubbio dignitosa e inamidata, come quella di una vecchia signora vestita con ricercatezza, alla quale non manchino cosmetici e gioielli per coprire una patente bruttezza.

Nei panni della Ciociara, una contadina di gagliardi appetiti, con brame inappagate, Sofia dette la sua prima e più sofferta interpretazione. «Era guidata magistralmente da De Sica», grida Levine affabilmente grasso, con un’aria di bambinone malaccorto e quieto nonostante i suoi cinquantaquattro anni. Grazie alla Ciociara il produttore ha spalancato i suoi occhietti sulle meraviglie della ricchezza e del successo. E’ arrivato dove è arrivato comperando in Italia, per poche palanche, i film di De Sica e attaccando il mercato americano sbaragliando ogni avversario. Da quel momento ha cominciato a credere soltanto nel suo proverbiale fiuto che invece fa cilecca quando non dispone di un film di De Sica interpretato dalla Loren. «Che lotta metterli insieme!...», ripeteva a Roma dove è venuto in missione speciale per appianare i contrasti e riformare la celeberrima coppia. «Tutti vogliono che io faccia film con Sofia — dice De Sica. — E' una mania!... Ho stima della Loren, le voglio bene, ma non posso restringere il mio orizzonte alla sola Sofìa».

Levine non è sospetto di far letteratura quando attribuisce un cuore ai suoi film. Senonché De Sica ha messo a verbale uno sgarbo che gli avrebbe fatto Ponti. «Mi aveva promesso che dopo Matrimonio all’italiana, mi avrebbe finanziato Un monde nuovo». Ponti non ha mantenuto la promessa e De Sica è permaloso. Si è legato al dito questa specie di affronto rimanendo insensibile ai predicozzi di Levine il quale a Roma ha trovato una situazione alla Vietnam. E i segni della tensione gli sono rimasti sul volto grasso, contratto, soprattutto quando si è accorto che nell'irrigidi-mento di De Sica c’è lo zampino di De Laurentiis. In questo momento Dino tiene cattedra; ha soffiato Fellini a Rizzoli, ha ingaggiato Visconti e nel suo recinto vuol mettere un altro purosangue del cinema: De Sica.

Una carta decisiva

A Firenze lo chiamerebbero "il rieccolo”: Dino è riemerso dal fondo in cui molti credevano fosse ormai caduto. E in fase di ascesa, non ammette che la cordata di "quarto grado”. Riesce a fare mille cose, e a farle bene, grazie a una forza di lavoro che viene dall’intelletto e dalla disciplina, oltre che dalle viscere e dal sangue. Al contrario di Levine, tecnici ne ha molti, ben selezionati e li tiene in grande considerazione. Ma solo come esecutori. Il suo potere direzionale non lo divide con nessuno. I suoi studi stanno diventando la centrale di qualcosa di molto importante. Vi si sta preparando la sorpresa Mangano, un fatto che diffonde il panico nel clan di Levine. Senza Dino di mezzo, probabilmente Sofia e De Sica sarebbero già tornati insieme. Ma c’è di mezzo Dino, il quale ha stretto con De Sica un tacito patto per il rilancio della Mangano.

La signora Silvana gode ancora di un’alta quotazione cinematografica; con la guida di De Sica potrebbe esplodere fragorosamente come ai tempi di Riso amaro. E’ bella, intelligente e brava, e come Sofia non è renitente al successo. Dino ha l’incrollabile convinzione che solo De Sica può farne una grande del cinema mondiale. Già dalle Streghe, il film che Silvana sta interpretando per Visconti, De Sica e Castellani, si avrà il responso. Che sia positivo, Dino non ha dubbi. Con questo ci sembra di avere sufficientemente spiegato perchè la missione di Levine non è approdata a nessun risultato. L’ex-calzo-laio di Brooklyn è ripartito con il broncio da Roma. Gli resta solo una speranza: che Matrimonio all’italiana vinca l’Oscar.

Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVIII, n.6, 9 febbraio 1966


1966 03 12 Noi Donne Le streghe intro

L'importante è di non mettersi in testa di intervistarla. In caso contrario si dovrebbe cominciare la lunga trafila dei «vedremo», «è molto difficile», «provi a scrivere le domande su un foglio e noi cercheremo di sottoporgliele», con il rischio di arrivare alla fine a un nulla di fatto. Una volta, anni fa, le sottoposi, tramite l’ufficio stampa della De Laurentiis — l’unica casa di produzione per la quale lavora, quella, del marito — un elenco di domande. Dopo alcune settimane le risposte: poche, laconiche, telegrafiche, quasi im-pubblicabili. Trincerata dietro il suo riserbo, chiusa nella sua torre d’avorio, Silvana Mangano può sembrare superba, altezzosa e fa venire la voglia di dire che è antipatica. Ma è vero?

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Adesso che sta girando un film con Luchino Visconti — il primo della sua carriera con il famoso regista — i rotocalchi le dedicano copertine e lunghi servizi. Poi, quando il film. sarà terminato, invariabilmente su di lei calerà il silenzio: chiusa nella sua lussuosa villa sull’Appia Antica, con i suoi quattro figli (Veronica, Raffaella, Federico, Francesca, di sedici, quattordici, undici e cinque anni) eviterà i fotografi, non rilascerà dichiarazioni, non si farà vedere in pubblico se non per una serata teatrale di eccezione, come accadde per la «prima» romana del «Giardino dei ciliegi» in cui apparve avvolta in una nuvola di chiffon, rosa ciliegio appunto.

Quando esplose nel 1947 nel film di Giuseppe De Santis «Riso amaro», fu un successo che superò ogni più rosea previsione: le sue fotografie, a grandezza naturale, campeggiarono agli angoli delle strade di tutto il mondo; la mondina dalle bellissime gambe fu il più clamoroso simbolo del sesso di quegli anni. Era arrivata al cinema per caso. Il costumista americano che la scoprì, Annenky, scrisse su di lei questo ricordo curioso: «Una sera, uscendo dal ristorante, mi trovai faccia a faccia con una giovane passante dalla splendida capigliatura corvina e i cui lineamenti corrispondevano al tipo che cercavo per il film in lavorazione. Le chiesi se voleva fare la comparsa. Mi squadrò dall’alto al basso e mi rispose, con un sorriso un po' birichino. «Prima di tutto non mi piace essere fermata per la strada. E poi chi mi assicura che la proposta è seria?». Presentando le mie scuse, le consigliai di telefonarmi all'indomani agli studi della Scalerà. Ricevetti la sua telefonata e la ragazza venne agli «studi». Avevo parecchie centinaia di costumi da ideare e fu la mia assistente, la giovane costumista Madeleine Rabusson, che disegnò il primo abito cinematografico, elegante, ricchissimo, per questa nuova recluta della settima arte. Tutti , ammiravano la sua apparizione in teatro di posa: quella bellezza un poco selvaggia aveva fatto colpo. Era una creatura simpatica, timida e riservata; nelle ore di riposo leggeva tranquillamente romanzi di appendice. Divenimmo buoni amici, e te feci fare parecchie fotografie per il ,mio schedàrio. Quattro mesi dopa, tornato a Roma per un altro film, chiesi all’aiuto regista di convocare quella comparsa.

«Quella? Ammazzala, — egli rispose con il suo solito tono raffinato — un produttore l’ha pescata quando era comparsa, e adesso fa la diva». Il produttore era Dino De Laurentiis che, innamoratosi di lei, la lanciò in «Riso amaro» e la sposò nel giro di pochi mesi.

Ma Silvana Mangano è veramente una «diva»? Più che» una diva è stata certamente un simbolo, il simbolo del sesso, in quei suoi primi film «Mambo», «Anna», «Il lupo della Sila», girati dopo «Riso amaro» e in cui i registi preoccupati di ripetere l’exploit di De Santis cercavano soprattutto di mettere in risalto la sua bellezza prepotente. Ma lei che fu la star-pilota dei cinema delle maggiorate (Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida e Sofia Loren vennero dopo di lei) sembrò soprattutto preoccuparsi di rinnegare il suo aspetto di donna sexy, di far cancellare dal ricordo della gente l’immagine della mondina di «Riso amaro».

Si sottopose a drastiche cure dimagranti con l’intento di ridurre le curve che l’avevano resa famosa, cominciò a rifiutarsi di comparire in scena poco vestita, fu accusata di «autolesionismo», ma nel film «L'oro di Napoli», nell’episodio di Teresa la prostituta che accetta un patrimonio senza amore pur di rifarsi una vita, apparve dimagrita,
il volto tirato, involgarita dal trucco e per la prima volta pubblico e critica si accorsero che sapeva anche recitare.

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Da quello che fu il suo primo passo verso l’affermazione della sua vera personalità di attrice, sono passati molti anni; Silvana ha fatto altri film di impegno, come «La diga sul Pacifico», «La grande guerra», «Il processo di Verona»: non molti, certo, perchè lei lavora solo per il marito. Sovente i giornali hanno parlato di una sua decisione di abbandonare lo schermo, ma invariabilmente lei smentiva queste affermazioni tornando sul set ogni qualvolta il marito glielo chiedeva. «Se non avessi voglia di recitare, se non amassi il mio lavoro, avrei modo di smettere in qualsiasi momento. Nessuno potrebbe costringermi a fare quello che non mi piace», fu il suo unico commento a queste dichiarazioni. Certo si può dire di lei che non ha mai rincorso il cinema, ma è stato il cinema a rincorrere lei, non ha rinunciato ad avere una bella e numerosa famiglia per timore di perdere il suo posto di star o per paura di perdere la linea. Anche se qualcuno ha insinuato che

Il suo non è un matrimonio perfettamente felice, sembra che Silvana lavori solò per amore e per solidarietà verso la ditta De Laurentiis, pronta, pur di accondiscendere alla volontà dei marito, ad imbruttirsi, ad involgarirsi come nel personaggio della vivandiera della «Grande guerra» o in quello della prostituta de «La mia signora», o a prestarsi al gioco sottilmente cinico di distruzione del mito della diva nel film «Le streghe». Schiva di ogni mondanità, di ogni forma di pubblicità, diserta i festivals e ogni occasione di mettersi in mostra: due anni fa quando vinse il «Nastro d’argento» con «Il processo di Verona» gli organizzatori della manifestazione, per la consegna dei premi sperarono inutilmente fino all’ultimo di averla presente, ma lei non si piegò alle loro insistenze: «Grazie, grazie, scusatemi tanto» disse. Viceversa nel settembre del 1959 non esitò a presentarsi al Festival di Venezia rapata a zero perchè sulla rapatura di cinque note attrici, lei compresa, Dino De Laurentiis aveva imbastito la grande campagna pubblicitaria del film «Jovanka e le altre». Silvana passò fra due ali di gente curiosa — la solita che fa ressa al Lido all’ingresso del Palazzo dei cinema — con il suo capo superbo rasato come una palla di biliardo, senza tradire alcuna emozione. Eppure il parrucchiere che le aveva tagliato i capelli disse che Silvana guardandosi allo specchio dopo la rapatura non aveva saputo trattenere una lacrima. «Ora i miei . figli non mi riconosceranno» aveva detto piangendo.

«I miei figli»: era stato il suo primo pensiero. Ecco perchè Silvana Mangano è più attrice che diva, perchè, in definitiva, sì preoccupa della sua famiglia assai più che del successo. E il personaggio della «strega» del film che sta interpretando è quindi ben lontano dalla sua personalità. «lo penso che una grande diva, questo emblema erotico e questo simbolo di persuasione artificiale creato dal cinema, sia il vero fenomeno moderno di stregoneria. Come un tempo la strega, solo lei può ancora suggestionare la gente distribuendo sensazioni ed emozioni. Ma come le streghe d’una volta, anche lei deve, pagare caro il successo». Così ha detto Luchino Visconti parlando del film, ed ha aggiunto: «In una diva di cinema non c’è solo la formula di fabbricazione; il meccanismo è spietato: una brava e bella ragazza diventa un simbolo e non può smetterne i panni. E’ proprio condannata a esser bruciata viva dal successo». Questo è il personaggio che Luchino Visconti ha creato per Silvana Mangano: un personaggio amaro, incredibilmente vero.

Ma se Silvana Mangano può recitare con bravura la parte della grande diva (Luchino Visconti ha detto di lei: «E' una professionista seria, è un’attrice quasi tutta da scoprire: in Italia forse è la più bella, in maniera raffinata e un po’ misteriosa»), il personaggio della moderna strega bruciata dal successo non ha con lei grandi punti di contatto. Lei ha saputo sottrarsi a molte insidie della sua carriera costruendosi una vita privata che difende con ostinazione dalle indiscrezioni dei giornalisti e dagli. obiettivi dei fotografi. E a questo appunto servono il suo silenzio, la riservatezza, il suo cocciuto isolamento.

Maria Maffei, «Noi Donne», anno XI, n.21, 12 marzo 1966


1966 05 04 Tempo Le Streghe intro 

Fellini, Visconti, Blasetti, De Sica, Antonioni, Bolognini considerano la Mangano una delle interpreti più sensibili del cinema italiano; ma, finora, pochi hanno potuto averla nei loro film. Per l’attrice, giunta alla maturità, si apre ora una seconda carriera.

Roma, aprile

Tutti si chiedono: esploderà di nuovo? Farà di nuovo parlare di sè come ai tempi di Riso amaro, quando le sue gambe favolose campeggiavano sulle affiches di mezzo mondo? Terminato di girare il secondo episodio delle Streghe, Silvana Mangano è rientrata nella inviolabile intimità della sua casa. Località Poli, quaranta chilometri da Roma, un grande parco, molti animali in libertà, quattro figli aggrappati a lei, la signora che (salvo per pochi amici) è sempre uscita. Anzi, come dice la bene ammaestrata cameriera, « è appena uscita ». Tra la Mangano di quindici anni fa e quella di oggi c’è un abisso. « Oggi — dice qualcuno — c’è rimasto l’essenziale ». Ma la sua bellezza è ancora straordinaria.

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In alcune foto il suo viso ha la stessa levigata, tagliente serenità della mondina di De Santis. Il tempo ha talvolta di questi ritorni. E i suoi mezzi espressivi sono oggi molto più sottili, perfetti. Una "isolata” anche nella recitazione. Farebbe piacere incontrarla: ma ogni volta che devi scrivere su di lei, devi anche inghiottire il disappunto di non poterci parlare. Anziché diminuire, con gli anni la sua volontà di non parlare di sè è aumentata.

E’ curiosa: quando non "gira”, sembra sempre sul punto di spegnersi; non appena il regista dice: « Motore », si trasforma, diventa un’altra. Per i giornalisti è una croce, un’eterna disperazione.

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Nessuna concessione

Fino a due anni fa, si riusciva ancora ad incontrarla; ora non più. Oltre la sua timidezza-paura, tra la Mangano e la stampa ci sono oggi gli stabilimenti di Dino-città. Gli edifici di vetrocemento, gli "studi” più attrezzati del mondo, i cast-director, i press-agent, l’efficiente organizzazione, le guardie della vigilanza con le divise di panno blu: i metronotte delle celebrità. Se un utile ella ha ricavato dal matrimonio con un produttore, è solo questo. Il resto è meno attivo: qualche "complesso”, diversi film sbagliati, altri non fatti.

Quando arrivi alla De Lau-rentiis lo spettacolo è quasi buffo. Ti offrono tutto: caffè con panna, inviti a cena, ruote di scorta, purché tu non chieda loro l’impossibile, l’inosabile, l’inottenibi-le: parlare con la Mangano. Allora che fai? Ringrazi e intingi la penna nel veleno? Oppure ti decidi a riconoscere onestamente che la sua coerenza tende ormai all’assoluto? Silvana non è così da oggi, lo è da sempre. «La Mangano — dice Blasetti — è l’unica tra le nostre attrici che non abbia voluto concedere nulla al mondo del cinema; già all’epoca del suo secondo film ne aveva preso coscienza, e, da allora, non ha fatto altro che cercare di distruggere queirimmagine di sè che le dispiaceva ».

Allora telefoni ai suoi amici, parli con i registi con cui ha lavorato. Da tutte le parti, come al solito, è un coro di elogi. Sembra antipatica, scostante, ma è la facciata, dietro è la dolcezza, la simpatia in persona. Non è di quelle che ti buttano le braccia al collo e poi, dietro, c’è solo il vuoto: la sua amicizia è autentica, sincera. Nel lavoro è di una umiltà, una modestia assoluta. « L’estate scorsa — ricorda Blasetti — mentre lavorava con me, Silvana svenne a causa del caldo; ma noi dovemmo indagare per accorgerci del suo malessere, perchè lei non voleva assolutamente dar fastidio a nessuno».

Se zucchero e miele esce dalla bocca di Blasetti (« L’unica tra le nostre attrici che si avvicini alla Garbo... »), Visconti non è da meno:
«Un’attrice tutta ancora da scoprire; forse la più bella delle nostre, di una bellezza raffinata, un po’ misteriosa». E De Sica: « Può fare tutto, dal dramma alla farsa, come la Loren. Ma, diversamente da Sofìa e dalla Lollo, è una attrice introversa, e quindi su di loro ha un punto di vantaggio...». Senza dubbio, oggi c’è di nuovo aria d’attesa intorno a quest’attrice introversa e moderna, a questa ”Garbo italiana”, a questa umile-superba, mite-aggressiva, a questa ipercritica, perennemente scontenta e insoddisfatta di sè.

E’ stato il film di Blasetti, Io, io, io e gli altri, a ”dare il la”. Si è visto che, messa in un ruolo adatto, la Mangano lo ha reso con grazia folgorante. Dopo questo film, i critici hanno parlato di "reviviscenza”, di "resurrezione” della Mangano; e qualcuno ha pianto sulla "grande occasione mancata del cinema italiano”. Mancata, perchè? Non è detto che il cinema debba essere appannaggio delle sedicenni, e oggi il momento è favorevole a Silvana.

Non esiste attualmente in Italia un’attrice che abbia i suoi mezzi, il suo stile. Il campo è sgombro, libero, vacante. Dopo il suo divorzio artistico dalla Loren, lo stesso De Sica è passato momentaneamente dalla parte di Silvana. Ora Sofia è tutta nelle mani di Chaplin, e molti le augurano che le vada bene; dopo il crollo dei suoi ultimi film americani, il suo retroterra è bruciato. La Lollo è da tempo in tono minore. La Cardinale, un altro tipo.

Gli affari di De Laurentiis prosperano: a Dinocittà si girano western, film su Shakespeare e film con principesse; sotto la Bibbia hanno già cominciato a insegare i parati: il varo è prossimo. Se De Laurentiis volesse, questo sarebbe il momento giusto per un lancio in grande stile di sua moglie. Alla lunga il suo personaggio un po’ enigmatico sta uscendo fuori, si rivela per uno dei più autentici, s’impone all’attenzione del pubblico, ispira commediografi e registi.

Per il primo episodio delle Streghe, Giuseppe Patroni Griffi ha scritto una breve novella, ironico-amara, che finalmente appare studiata per lei e su di lei; idem Zavattini per il secondo. Questo racconta la storia di una moglie borghese che di notte sfoga nei sogni la sua carica di fantasia e di affettività repressa. Ora ella s’immagina come una donna dei fumetti, ora come una vamp inseguita da uomini anelanti. All’ultimo, interviene un pistolero, col volto del marito, e mette in fuga tutti. Pretesti per splendidi costumi e per una comicità di stile, in cui Silvana eccelle.

Più sul drammatico invece, e ancora più aderente ai-carattere di lei, l’episodio Patroni Griffi-Visconti. La diva nella trappola del successo; l’angoscia della celebrità che non riesce più a strap-
parsi la maschera e ad essere donna: questo il motivo. Tutto ciò di cui la Mangano ha orrore, e che ha allontanato da sè con un taglio netto a rischio della completa impopolarità, condensato in un nome: Gloria, nel quale si legge il nome di tante. Nella storia le allusioni si fanno più trasparenti. Durante una breve fuga al Kitzbuhel, Gloria ha la rivelazione della sua prima maternità; ma neppure ciò le consente di sfuggire alla macchina degli impegni.

Due episodi già girati, il terzo in gestazione. Per la Mangano, Le streghe potreb-b’essere il seguito della sua sancita resurrezione; ma un film ad episodi non basta. « Nella sua carriera — dice De Sica — Silvana, salvo poche eccezioni, è stata impiegata male: film sbagliati o personaggi non giusti; ora bisognerebbe fare un film interamente studiato su di lei... ».

La cosa strana è che, da molti anni, tutti i nostri migliori registi non aspirano ad altro. Fellini la insegue dai tempi della Dolce vita, e anche per Otto e mezzo è tornato alla carica: i ruoli di Anouk Aimée erano destinati a lei, ma i dissidi, oggi superati con De Laurentiis, resero impossibile la cosa. Quanto a Blasetti: « E’ dal ’55 — dice — che desideravo lavorare con lei; mi scritturai con suo marito apposta ma, — per motivi che voglio ritenere puramente accidentali, tutto riuscii a fare eccettuato un film con la Mangano ». Idem Bolognini, Antonioni. Ha chiuso la serie De Sica, che di recente ha proposto a Dino, per Silvana, una storia di Zavattini. Il diario di una donna, ma ne ha ottenuto un rifiuto.

Un'accusa ingiusta

Per molto tempo si è detto che era lei a tirarsi indietro; ormai tutti sanno che non è vero. Per esclusione, l’accusa si ritorce dunque contro il marito. Sarebbe Dino l’ostacolo alla carriera di Silvana? L’accusa è parzialmente ingiusta. De Laurentiis ha una concezione molto virile della vita. Così degli affari, della donna, del ruolo della moglie in seno alla famiglia. Siccome le idee di Silvana sono molto femminili, in questo coincidono. Per entrambi la famiglia è una cosa molto importante. D’altronde, De Laurentiis non è il tipo (ciò torna a suo merito) capace di fare il produttore in funzione di una attrice.

Ciò premesso, è possibile che il giro dei suoi affari, Un tocco di gelosia e la sua predilezione per il kolossal abbiano potuto interferire sulla carriera di Silvana. Soprattutto la sua predilezione per il kolossal. Ma se ieri il dilemma poteva essere la Bibbia o Silvana, oggi la situazione è diversa, e l’alternativa di Dino può diventare (è giusto che lo diventi) un binomio: la Bibbia n. 2 e la nuova Mangano.

Stelio Martini, «Tempo», anno XXVIII, n.18, 4 maggio 1966


Les film de Pierpaolo Pasolini mini
2002 - Les film de Pierpaolo Pasolini - La terre vue de la lune

La Mangano «strega» con regia di Pasolini - Suo « partner » sarà Totò.

«L 'ultimo episodio del film «Le streghe», interpretato da Silvana Mangano, sarà diretto da Pier Paolo Pasolini. Il regista, tornato in questi giorni dall'America, comincerà i girare il 10 ottobre appena Silvana Mangano rientrerà la Nuova York dove si è recata con le figlie e il marito per l’anteprima mondiale del film «La Bibbia». Partner della strega pasoliniana sarà Totò. I due primi episodi del film sono stati diretti da Luchino Visconti e Vittorio De Sica»

«Corriere della Sera», 28 settembre 1966


«La morale del film che l'autore ci dice essere tratta dalla filosofia indiana, non è, come parte delle critica militante fu portata a scrivere, 'rinunciataria o nichilistica', poiché non c'è nessun accenno di pessimistico consenso con quella affermazione: semmai, con fin troppa ironia, vi si ritrova un malcelato invito a non accettare la logica imperante, ad essere lunari quel tanto che basta per prendere le distanze dai tentacoli mostruosi del nonsenso sociale e dei suoi schematismi da marionette. La forma fiabesca stigmatizza dunque la falsità della vita, una vita perduta, sepolta in un mare di grotteschi comportamenti e necessità secondarie [...]»

da S. Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro-l'Unità 1995 


«"Le streghe" sono cinque perchè cinque sono gli episodi, ma la protagonista è sempre Silvana Mangano, di volta in volta esplorata da registi di cartello: Visconti, Bolognini, Pasolini Rossi, De Sica. Complessa e varia la tastiera, che dà modo alla protagonista di apparire annoiata, elegante e sofisticata, esaltata, egoista e cinica, tenera, ribelle e rassegnata. [...] Pasolini si esercita in una «fiaba moderna», con iterazioni pagliaccesche e con l'efficace intervento di Totò, per dimostrare che « vivere o morire è lo stesso », non senza sarcastica e lugubre ironia, ma con esiti alquanto sconcertanti. [...]»

V. «Corriere della Sera», 23 febbraio 1967


«Una grana per "Le streghe". Visconti chiede il sequestro del suo episodio

Grana giudiziaria in vista per il film « Le streghe ». Esattamente per l’episodio diretto da Visconti « Una strega bruciata viva ». Nella realizzazione di Visconti, l’episodio che nel film occupa il primo posto, aveva la durata di 42 minuti. Per accordi intervenuti fra il produttore ed il regista su richiesta del primo, esso venne ridotto a trenta minuti, e così rimase stabilito.[...]»

«Il Messaggero», 24 febbraio 1967


«[...] Pasolini improvvisa un teatrino da paese dei balocchi , con Totò che somiglia a Pampurio e la Mangano ala fatina dai capelli turchini [..] Bello , forse geniale . L'invenzione poetica è costante , il gusto è squisito . La Mangano e Totò deliziosi nel lungo balletto burlesco [...]»

Onorato Orsini, 1966


«[...] Ma non si può forse chiedere troppo alla rapidità charlottiana [...] di questa cosetta, ma però bellina, rallegrata da un grande Totò pienamente uomo proprio quando è più liberamente maschera come nei suoi giorni migliori [...]»

Goffredo Fofi


I documenti

Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Imbarazzante monumento di De Laurentiis alla moglie, con inutile scialo di bei nomi del cinema, fra stereotipi, apologhi squinternati e manierismi. Al segmento di De Sica riesce di suscitare un minimo d'interesse in più, elegantissimo ma noioso Visconti, curioso tuttavia per l'accostamento fra il suo cinema passato (Girotti e la Calamai) e futuro (Helmut Berger giovanissimo e accreditato col vero cognome). Contro ogni previsione, non trascendentale.

  • Cinque episodi imperniati su una virtuosistica Silvana Mangano nei panni di donne fascinose in storie-limite: una diva tra essere fragile nel privato e apparire divina in pubblico (Visconti; sottile); una signora raccoglie un ferito per portarlo all'ospedale (Bolognini; barzelletta); una muta in una baraccopoli fumettistica (Pasolini; grottesco, poetico, meraviglioso); una siciliana dà l'avvio a una faida in un tripudio parodistico di stereotipi (Rossi; buffo); una moglie sfinita da un marito insipido e noioso (De Sica; spiritoso ma noioso).

  • Un'occasione per mettere a confronto alcuni dei registi più rappresentativi del nostro cinema. Il segmento più bello ed originale è quello diretto da Pasolini: un vero e proprio fumetto surreale e coloratissimo, con le inimitabili smorfie di Totò e del marionettistico N.Davoli. Gli altri sono altalenanti: raffinato ma manieristico Visconti; fulmineo e mordace Bolognini; stereotipato e inutile Rossi. L'episodio di De Sica è felliniano, ma un po' troppo dilatato e tedioso. Ottima la Mangano.

  • Voluto dal produttore De Laurentis come omaggio alla moglie Mangano, non le rende certo un buon servizio: se l'episodio di Pasolini con Totò e Davoli alla ricerca di una nuova moglie/madre è una fiaba nel segno dell'assurdo che risulta incongrua col resto del film e quello di Bolognini con Sordi potrebbe appartenere alla galleria dei "nuovi mostri", il segmento iniziale diretto da Visconti si segnala per il gran spreco di talento attoriale e quello conclusivo di De Sica risulta addirittura imbarazzante. Nel mezzo, un penoso concentrato di stereotipi sulla sicilianità firmato da Franco Rossi.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Nell'episodio "La terra vista dalla Luna", i monumenti funebri al cimitero.

  • Davvero non male. Ottimi registi, ottimi attori e attrici da urlo. Non mancano buoni caratteristi e Eastwood. Da ricordare l'episodio con Sordi "vittima". Un film da riscoprire, a mio avviso. Da citare la bellezza di Silvana Mangano e la bravura di Alberto Sordi.

  • Episodico variegato ma senza picchi. Si parte male con un Visconti di massimo sfarzo borghese e massimo tedio (*!), si migliora con la simpatica barzelletta sulla scia dei Mostri messa in scena da Bolognini (** e qualcosa), si svolta verso il grottesco pueril-psicotronico con un Pasolini (**!) che trova nel bizzarro la sua ragion d'essere, si scivola in un'altra barzelletta, convulsa e scontata, di Rossi (*!) e si chiude con le piacevoli scene da un matrimonio di De Sica (**!). Pasolini e De Sica i vincitori, anche nel valorizzare la Mangano.

  • Film ad episodi, tutti con la Mangano protagonista, ognuno diretto da un grande regista del cinema italiano: eppure la maggior parte degli episodi è debole. Il primo è francamente noioso, quello con Totò visionario ugualmente noioso e riscattato solo dalla bravura del protagonista, quello con Eastwood inutile; unico episodio a salvarsi è quello con Alberto Sordi, molto breve ma divertente e interpretato alla grande.

  • Tralasciando l'inguardabile episodio diretto da Pasolini e interpretato da Totò, si può visionare tranquillamente. L'episodio migliore quanto a inventiva e realizzazione risulta quello diretto da Visconti, mentre gli episodi diretti da De Sica e Rossi risultano abbastanza banali, almeno per quel che riguarda la sceneggiatura (anche se la verve di una magnifica attrice quale è la Mangano riesce in parte a nobilitarli). Avrebbero dovuto venderli saparatamente, ma non si può chiedere la luna.

  • Dopo La mia signora, secondo tributo di Dino De Laurentiis alla moglie, diva schiva e attrice nervosa quanto straniata. Appunto questa contraddittoria personalità viene centrata in La strega bruciata viva, da un Visconti che la abbraccia con complessi movimenti di macchina. Tralasciando gli sketch di Bolognini (vai Albertone) e Rossi, più un appesantito De Sica (con Clint), ecco invece ancora Silvana al suo meglio nell'episodio pasoliniano: paradossale estremo ancoraggio terreno del lunare duo Totò-Ninetto, figura di donna che serve da viva come da morta.

  • Tipica sequela di episodi come andavano di moda negli anni sessanta. A dire il vero l’unica cosa che li accomuna è la noia incontenibile, capace di raggiungere livelli ragguardevoli. Questo accade perché nessuno di loro ha qualcosa di importante da dire e per quanto le firme siano tra le più autorevoli del periodo la situazione non cambia. L’episodio di Pasolini almeno ha il pregio di essere qualcosa di diverso, una puerile fiaba che scivola nel surreale, per quanto appaia come un divertissement. Utilizzare Clint Eastwood in quel modo, poi...

  • Naturalmente il valore di un film a episodi non è mai la media matematica dei suoi segmenti. Stavolta però ci si trova di fronte a una disuguaglianza abissale da tutti i punti di vista: qualità, registro, durata, genere, argomento, senza nemmeno l'ombra di un pretestuoso filo conduttore. Nebuloso e decadente Visconti (***), due meri sketch per Bolognini (**) e Rossi (*1/2), fiabesco ma di umorismo feroce Pasolini (***1/2), onirico ma inconcludente De Sica (**1/2). Da vedere, anche se il senso globale dell'operazione resta improbabile.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò e Ninetto coi capelli color rame sulla tomba della moglie/madre.

  • Di solito un marito regala alla moglie un anello; De Laurentis le regala un film. Silvana Mangano è la magnifica protagonista di tutti gli episodi; Visconti ci insegna con fine eleganza come da piccolo evento in apparenza secondario si possano ottenere risonanze universali; Sordi nel suo breve episodio riesce a disegnare un camionista a tutto tondo; Rossi è sintetico ma convenzionale; De Sica è graffiante ma monotono. Pasolini, in versione pop, appone una postilla inutile al suo Accattone e veste Totò, Davoli e la Mangano come tre cretini. Così così.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: A Sordi basta indossare una maglietta con il ritratto della "Mucca Carolina" per trasformarsi in un camionista autentico...
    I gusti di Graf (Commedia - Poliziesco - Thriller)

  • Monumento al fascino e al talento di Silvana Mangano, filo conduttore di cinque episodi piuttosto diseguali: amaro e freddo, con ottimi dialoghi Visconti, caustico Bolognini, buffonesco e poetico Pasolini, inutile e stereotipato Rossi, bizzarro ma prolisso De Sica. La Mangano ammalia in tutti i ruoli e in alcuni episodi può contare su ottimi partner (Sordi ha verve anche quando fa il moribondo, Totò è commovente e Eastwood sorprende per l’autoironia). Belle le musiche di Piccioni e Morricone.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli di testa di Pino Zac; La Mini rossa; La mimica di Totò e l’eloquente intensità degli sguardi della Mangano nel terzo episodio.

  • Immagino chi ai tempi entrava in sala attirato da cotanto cast: la Mangano, Sordi, Totò, addirittura Clint Eastwood... La delusione è dietro l'angolo, a meno che non si voglia godere nel vedere assembrati così tanti registi in odor di barzelletta e sperimentazione. L'unico episodio degno di nota, può sembrare banale dirlo, è quello di Pasolini, vuoi per la coppia Totò-Davoli, scappati da un circo psichedelico di periferia, vuoi per la morale finale, davvero geniale. Il resto così, così... ma l'episodio Eastwood-Mangano è invecchiato e basta.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Sordi, nella parte della vittima, è uno spasso per chi ricorda l'episodio First Aid de I nuovi mostri.

La censura

Censura

La Commissione concede il nulla osta con limitazione ai 18 anni; in appello, dopo i tagli ai dialoghi apportati dal produttore ed il taglio visivo suggerito dalla Commissione, a maggioranza, il film ottiene la riduzione del divieto ai minori di anni 14.

Le Streghe Censura 1
Documenti censura del film Le Streghe, 1966 - Fascicolo. Domanda di revisione - Direzione Generale Cinema
Le Streghe Censura 2
Documenti censura del film Le Streghe, 1966 - Avanpresentazione. Domanda di revisione - Direzione Generale Cinema
Le Streghe Censura 3
Documenti censura del film Le Streghe, 1966 - Presentazione. Domanda di revisione - Direzione Generale Cinema 

Foto di scena, video e immagini dal set



Le incongruenze

  1. 39'21'' circa. Roma,una strada. La Mini Clubman della Mangano passa rapidamente davanti all'obbiettivo (da sinistra verso destra per lo spettatore,quindi esce di campo) con a bordo Alberto Sordi,da ospedalizzare in quanto ferito in un incidente stradale. Pertanto la macchina non procede lentamente: inoltre,una volta passata,si vede che nelle sue immediate vicinanze non c'è nessun altro veicolo (39'22''circa). Nuovo ciak a 39'22'' circa,primo piano d'un ragazzino dai capelli rossi che parte in bicicletta nella stessa direzione della Mini,uscendo anche lui di campo sulla destra dello schermo. Dopo 2 shots ininfluenti: inquadratura dell'abitacolo in senso antero-posteriore e primissimo piano di Sordi,dietro al quale,visibile attraverso il lunotto ,spunta (39'30'' circa) la testa del bambino che pedala vicino alla macchina; come confermato a 39'34'' circa,quando il piccolo ciclista compare a sinistra dello schermo,quasi attaccato alla Mini. Merckx non avrebbe saputo far di meglio
  2. 28'59'' Silvana Mangano (sdraiata a letto,ripresa in secondo piano a figura intera) giace svenuta con la testa poggiata tra due cuscini,dei quali quello sulla destra dello schermo è parzialmente sovrapposto all'altro. La camera muove su altri soggetti,quindi a 29'07'' torna in campo l'attrice (ripresa ravvicinata,mezza figura) sempre "svenuta",con la testa al centro del cuscino superiore.

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo.
 1967 Le streghe 01 1967 Le streghe 01

Episodio "Senso civico"
Lo slargo dove avviene l'incidente in apertura e dove Silvana Mangano, bloccata nel traffico, per arrivare prima a un appuntamento carica il malconcio camionista (Alberto Sordi) ferito è in via Val di Sangro a Roma. Grazie a Fedemelis per il fotogramma.  

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 Episodo "Senso civico"

Il punto in cui la corsa in macchina della Mangano, con Sordi a bordo sanguinante per cercare un ospedale, si conclude (perché lì lei ha un appuntamento, non perché lì ci sia un ospedale) è in viale dell'Oceano Pacifico angolo viale della Tecnica (Roma). Nel film, come nella realtà, lì di ospedali non v'è naturalmente alcuna traccia... Grazie a Fedemelis per il fotogramma.

 1967 Le streghe 01 1967 Le streghe 01

  Episodio "La Terra vista dalla Luna" 

L'altarino di un santo davanti al quale Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Ninetto Davoli) incontrano Assurdina Caì (Silvana Mangano) è in Via Passo della Sentinella, località Isola Sacra, a Ostia (RM)

 1967 Le streghe 01 

Qui la casa (A) e quel che resta della statua (B) si vedono meglio.

Quest'ultima, distrutta durante una mareggiata, fu fatta dall'artista Assen Peikov a Sophia Loren. L'autore è lo stesso della statua di Leonardo Da Vinci davanti all'omonimo Aeroporto di Roma. Per l'informazione si ringrazia l'autore del libro Ostia Set Naturale.

In Questo link possiamo vedere una foto della Loren mettersi in posa per gli ultimi dettagli davanti allo scultore.

 1967 Le streghe 08 1967 Le streghe 09
Episodio "La Terra vista dalla Luna"
La strada dove Ciancicato Miao (Totò) e suo figlio Baciù (Ninetto Davoli) scambiano un manichino per una vera donna (possibile loro futura moglie/madre) è lungo il nuovo Cavalcaferrovia Settimia Spizzichino svincolo della Via Ostiense a Roma. Il palazzo che vediamo nel fotogramma sono i vecchi mercati generali attualmente in fase di riqualificazione da parte del comune. L'immagine di SW si riferisce alle prime fasi dei lavori ripresi dalla Via Ostiense  
 1967 Le streghe 10 1967 Le streghe 11
 Qui vediamo il manichino portato via da due operai 

Le streghe (1967) - Biografie e articoli correlati

Adriani Giorgio

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • www.cinecensura.com
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Foto: Alamy Photo Stock
  • Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVIII, n.6, 9 febbraio 1966
  • Maria Maffei, «Noi Donne», anno XI, n.21, 12 marzo 1966