Venti donne, ma il vero personaggio è uno solo

Franca-Valeri


1958 10 19 Europeo Franca Valeri Intro

Franca Valeri cominciò a recitare nei salotti, e a un certo punto sembrò addirittura che la sua recitazione dovesse non oltrepassare il cerchio di famiglia. Non si trattava affatto di una recitazione dilettantesca, ma quel che dicevano i suoi personaggi, o meglio quel che diceva la Valeri, era in massima parte allusivo, limitato a fatti e persone di quel cerchio relativamente stretto. Negli anni dell’ultimo dopoguerra la Valeri sembrava Insomma assumere la fisionomia di una «signorina di buona famiglia» la cui parentela con Beppe Novello non era affatto superficiale. Al più si poteva osservare che la matita di Novello, precedendo di circa un quarto di secolo la parola della Valeri, non ostante il tempo trascorso sembrava al suo confronto più crudele. Una crudeltà sottile, fatta in gran parte di timidezza e cortesia; laddove la Valeri, proprio perché la sua attività non era pubblica, rischiava d’esser giudicata insolente. E del resto, in quegli anni torbidi, l’insolenza era il male minore che potesse colpire una ragazza dell’alta borghesia: solide l’una e l’altra, ma non al punto di non accusare i troppi guai attraverso i quali erano passate entrambe.

Franca Valeri 1958 L

Poi nel piccolo teatro romano di via Vittoria si ebbe la prima stagione dei «Gobbi», sulla quale non ritorneremo ancora una volta. Ricordarla in questa sede significa sottolineare soprattutto due fatti. Da una parte la Valeri appariva in mezzo ad attori comici di formazione quasi identica: Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli. Dall'altra, a somiglianza di lei che portava alla ribalta personaggi tutti suoi, anche Bonucci e Caprioli già disponevano di un loro repertorio antologico, nemmeno interamente inedito. A scene e tipi di loro invenzione essi contrapponevano scorci e battute di qualità cronachistica, di cui oggi sarebbe inutile e infruttuoso ricercare l’origine e la paternità, ma la cui nascita era avvenuta quasi estemporaneamente nelle aule della scuola di recitazione, o in qualche locale notturno, o addirittura in piazza.

I primi Camets dei «Gobbi», anche quando a Bonucci succedette Luciano Salce, teatralmente significavano l’incontro di tre attori sul piano della cronaca, o come si disse poi «del costume»: definizione più ambiziosa, la quale, a interpreti il cui successo nasceva in notevole misura da certe loro libertà o svincolatezze, rischiò di imporre compiti troppo rigidi e impegnativi.

All'inizio, in realtà, i « Gobbi » non erano programmatici come talvolta sembrarono in seguito. La loro unione, fossero quattro, o tre, o due, per quanto fortunatissima, ben presto rivelò che eventi teatrali di quel genere (li battezzarono «riviste da camera» e la definizione era appropriata) dipendevano in massima parte dalla capacità di alimentarli. Per rinnovarli d'anno in anno sarebbero occorse una percezione estremamente rapida ed una immaginazione abbondante. Contemporaneamente veniva fatto di domandarsi fino a qual punto attori così intimamente legati agli spettacoli da essi creati avrebbero potuto, con uguale profitto, cimentarsi in testi altrui. La domanda, niente affatto assurda non ostante di taluni dei «Gobbi» si conoscano interpretazioni eccellenti che va no dal Tasso a Shakespeare a Carlo Gozzi, riguardava soprattutto la Valeri. E non era domanda oziosa, dalla maggiore o minore possibilità di calarsi in personaggi di diversa provenienza dipendendo appunto una maggiore o minore ampiezza del suo repertorio. Eventualità non trascurabile, dal momento che la accresciuta popolarità della Valeri e di Caprioli consigliava, anche per le riviste da camera, teatri di grande capienza.

L'arcisopolo e Lina e il cavaliere, spettacoli pregevoli e fortunati a proposito dei quali furono tuttavia affacciate, anche su que ste colonne, riserve non indifferenti. furono la risposta alle con siderazioni or ora accennate. Ma sulla unicità della Valeri, sulla singolarità che la distacca dai suoi stessi compagni e non le consente di avvicinarsi a personaggi d’altra provenienza fantastica, la ri sposta più chiara è stata data dal «recital» con il quale al teatro Valle, nei giorni scorsi, essa ha inaugurato la stagione d’autunno Poche volte si era visto il Valle gremito a tal punto (lo spettacolo è lo stesso che la scorsa prima vera apparve al Gerolamo di Mi lano) ; e un così evidente consenso, una così profonda adesione a un annunzio che sei o sette anni or sono avrebbe richiamato presumibilmente poche centinaia di spettatori, senza dubbio sono serviti a rinsaldare nella Valeri la sicurezza che le permette di reggere, senza aiuti o appigli di sorta (anche il suo abbigliamento è volutamente anonimo), sola con le sue «donne», due ore di recitazione ininterrotta.

E' tuttavia chiaro che la sicurezza della Valeri ha origini meno occasionali di queste. Più profonde e tenaci, esse si identifica no con una solitudine che alla maggior parte degli spettatori sembrerà forse paurosa, ma che in realtà corrisponde alla vera natura di questa creatrice-interprete. Quando si dice che non tutte le sue «donne», circa una ventina, attingono lo stesso livello (la Valeri convince soprattutto allorché penetra il personaggio, lo scava e lo riporta a galla; e ormai potrebbe rinunziare alle figurette e alle battute «spiritose»), indirettamente si riconferma la sua natura solitaria. Le facezie, i pochi tratti meramente esterni cui talvolta essa accede, l'aneddoto marginale, probabilmente sono altrettanti modi con i quali la Valeri si difende dalla solitudine che le è propria o ten ta di mascherarla.

E quanto più ciò risulta chiaro, tanto meno si riesce a pensare di quali altri personaggi non immaginati da lei o comunque non nati dalla sua consuetudine, Valeri potrebbe essere interprete Perché, tirate le somme, e questa non è l’ultima causa dell’enorme successo da lei oggi incontrato, il vero personaggio del «recital» (ripetiamo: il solo) è Franca Valeri: indispensabile alle diverse prospettive d’ogni sua singola donna, e non importa se ad animarle sia ora la creatrice, ora l’interprete. E, come non si riesce a immaginare la Valeri in personaggi estranei alla sua inventiva, sarebbe altrettanto ficile che i suoi personaggi acquistassero credibilità attraverso la interpretazione di altre attrici. Un caso teatrale non nuovo, tuttavia sorprendente.

Raul Radice, «L'Europeo», anno XIV, n.42, 19 ottobre 1958


Europeo
Raul Radice, «L'Europeo», anno XIV, n.42, 19 ottobre 1958