Eduardo De Filippo e Peppino De Filippo senza equivoci

Voci di scissione e verità teatrale

Eduardo e Peppino senza equivoci


Tra “si dice” e realtà: Eduardo e Peppino De Filippo nel 1941 - Nel febbraio 1941 la rivista «Il Dramma» smonta con ironia e precisione le chiacchiere di scissione, i presunti dissidi artistici e le dicerie catastrofiche sui fratelli Eduardo De Filippo e Peppino De Filippo, raccontando invece la loro inquietudine creativa, la scelta di rischiare sul repertorio teatrale e perfino le avventure nel cinema produttivo, in un ritratto vivo che valorizza la loro statura di autori e interpreti.


Ad ogni inizio di Anno teatrale, mentre circolano le più impensate notizie riguardo le formazioni delle Compagnie, più alte e più variopinte delle altre svolazzano le «voci» inforno ai fratelli De Filippo. Sono, in genere, i portavoce bene informati — i pissi pissi bao bao dell'ambiente teatrale — che le portano sulle loro grosse labbra fatte a imbuto, e le soffiano qua e là, con accorta distribuzione. Si comincia, generalmente, con una prima notizia sensazionale; quest’anno i De Filippo non «formano» : Edoardo e Peppino si sono divisi, addio ditta, addio Compagnia, addio fama dei due grandi attori partenopei. Poi seguono, in tono non meno veritiero, i particolari della scissione; Edoardo vuol essere capocomico assoluto, Peppino pure, di qui liti tremende, rottura artistica e familiare. Oppure: i due attori sono rovinati, non hanno più un soldo, hanno perduto tutto col cinema, non possono «riformare». E ancora : sono senza repertorio, non sanno nemmeno con quale commedia debuttare, il pubblico li ha abbandonati, i due astri sono tramontati. E su questa solfa, i bene informati continuano le loro necroforiche dicerie, stralunando gli occhi, mettendosi una mano mi petto frer garantire plasticamente la veridicità delle loro informazioni, compiendo gesti di commiserazione e di sconforto.

Mentre, si capisce, la verità è tutt'altra. La verità è che ogni anno i De Filippo — più fratelli che mai — tornano tranquillamente e fattivamente col loro lavoro, e presentano novità che infilano strabilianti serie di repliche, e che, senza voler far loro i conti in tasca, i quattrini vanno alle loro casse come le acque corrono al mare. Poi, accanto a questa, c’è un’altra verità che ci preme di mettere in rilievo. Questa. I fratelli De Filippo sono artisti autentici, e, come tali, sono mossi nelle loro azioni da quella sacrosanta e bellissima inquietudine che rende dura e tormentata esistenza dei veri artisti, dei comici di razza, degli attori della grande tradizione. Appartenendo a questa classe di eletti, i due fratelli non si sono adagiati, dopo i primi successi, sul comodo tettuccio rii piume delle posizioni conquistate, ma si sono invece inoltrati nel campo minato delle difficili esperienze, delle rinunzie alle facili vittorie, ilei sacrifici finanziarii. Una strada comoda, larga, facile già era sotto i lord passi. Bastava seguirla senza troppa fatica, per arrivare, tra i continui incitamenti del pubblico, alla ricchezza materiale e al benessere artistico. Bastava continuare il cammino iniziato, limitarsi alla produzione schiettamente dialettale, senza tentare voli, senza lasciarsi attrarre dal richiamo della grande Arte. E invece i De Filippo hanno scantonato.

Si sono buttati, loro già vittoriosi, alla conquista di nuove posizioni. Hanno interpretato L'abito nuovo, il difficilissimo «canovaccio» pirandelliano, hanno accolto nel loro repertorio lavori di autori battaglieri, sono arrivati fino alla commedia classica, si sono fatti istrumento di tentativi audaci e di prove pericolose. Ed anche nel campo del cinema, dopo aver «prodotto» per gli altri, cioè senza rischio, si sono fatti a loro volta produttori, per seguire una direttiva personale, per non assoggettarsi ai voleri degli altri. Col risultato, questa volta, di giocarsi in placida confidenza e la supina arrendevolezza di quel pubblico che non ama i sobbalzi, che considera le poltrone dei teatri alla stessa stregua dei semicupi sedativi, che nelle sale di pubblico spettacolo vuol compiere le serene e laboriose digestioni di Taddeo e Veneranda. E anche la cieca e affaristica fiducia degli industriali spettacolari, nei riguardi dei De Filippo, è stata scossa, specie in questi ultimi tempi, a causa della insofferenza artistica dei due fratelli, e più di una voce si è levata qua e là, facendosi interprete delle angoscie dei dirigenti e dei proprietari di quei locali fatti teatro — è la parola — delle audaci gesta defilippiane.

Noi diciamo: Bravissimi De Filippo! La vostra insofferenza, i tentativi, le ricerche, sono indici fermi e sicuri della vostra nobilissima statura artistica. E maggiormente siete ammirevoli, in quanto avete lasciato, per innalzarvi artisticamente, una comoda e facile vita di onori e di ricchezze grandi. Senza chiedervi nulla di più di quanto ci avete dato, noi siamo qui a battervi le mani, anche quando sbagliate, anche quando perdete la battaglia. E a questa benedetta ansia che vi anima e vi aizza, il vostro nome resta affidato; e sarà nome durevole. In quanto alle notizie catastrofiche, ai «si dice», ai pissi pissi bao bao lasciateli pure circolare liberamente: voi due, da buoni napoletani, non mancate certo di accreditati scongiuri e di blindati amuleti.

Peppino De Filippo ha scritto, come suo fratello Eduardo, numerose commedie in tre atti e in un atto. I successi di Eduardo e Peppino come autori sono pari all'eccezionalità degli interpreti, e alcuni atti unici sono veri gioielli.

Enrico Bassano, «Il Dramma», febbraio 1941


Testata della rivista «Il Dramma» (1941)
Enrico Bassano, «Il Dramma», febbraio 1941

La separazione artistica dei De Filippo raccontata da Peppino

Ci trovavamo a lavorare con la nostra Compagnia già da qualche settimana al Cinema-Teatro Diana sul Vomero, a Napoli, ed erano gli ultimi giorni del mese di novembre 1944. Gli attori erano tutti riuniti nella sala d’aspetto del teatro per le prove dello spettacolo da mettere in scena subito dopo quello in corso. Già qualche giorno prima i miei rapporti con Eduardo s’erano incrinati ancor più, allorquando, durante un ennesimo scontro di cui ora non rammento il motivo, cercando di mettere acqua sul fuoco pur di arrivare a un’intesa più tollerabile tra noi due, ma constatando l’irremovibilità di Eduardo e alludendo alle continue offese delle quali mi aveva fatto oggetto durante l’intero corso della discussione, gli domandai: «Ma dimmi, se io ti trattassi nel modo spregevole in cui tu mi tratti, cosa faresti?». Con tono chiaro e scandendo bene la frase rispose: «Me ne andrei !».

«Allora» risposi io, «me ne andrò!»

I nostri rapporti dunque, in attesa di svilupparsi in un modo o in un altro, erano rimasti a questo punto quando nella sala d’aspetto del Teatro Diana ci eravamo riuniti - come sopra ho fatto cenno - per le prove del nuovo spettacolo. Le prove, naturalmente, proseguivano pigramente e senza convinzione né da parte mia né da parte di mio fratello, preoccupato solo di mostrarmi tutta la sua più viva disistima e antipatia. A un certo momento, a un mio gesto di fastidio, la miccia si accese e la bomba scoppiò.

La collera di Eduardo, violenta e rabbiosa nei miei confronti, esplose in tutta la sua ampiezza, tanto che, a voce alta, presenti tutti gli attori della nostra Compagnia, cominciò a insultarmi con parolacce da trivio che qui, soprattutto per pudore, non riporto. Frenando i miei nervi non lo interruppi, unicamente perché mi pareva impossibile che un uomo della sua acuta intelligenza artistica e delle sue condizioni sociali potesse scendere a tale volgarità di espressioni nei riguardi di un suo congiunto, che tra l’altro non si era mai e poi mai permesso nei suoi confronti, in qualsiasi dannata occasione, di comportarsi a quel modo villano. Gli attori assistettero disorientati, non sapendo quale partito prendere; ma nel loro intimo, son sicuro, seppero ben giudicare.

Strillava Eduardo, strillava e inveiva sempre più, rosso in viso. Lo lasciai sfogare, poi, calmo, battendo lievemente le mani palmo contro palmo, con tono che non eludeva la più chiara ironia, dissi: «Duce... Duce... Duce!». Questa frase lo imbestialì a tal punto che gli attori presenti dovettero intervenire per calmarlo e portarlo alla ragione. Fu un brutto, bruttissimo episodio, un fatto vergognoso che ancora mi ripugna nel ricordarlo. Le cose ebbero la conclusione che si può immaginare ! Il triste avvenimento in seguito fu allargato o rimpicciolito secondo la fantasia di ognuno che l’aveva seguito di persona. Ma il “fatto” si svolse precisamente come io l’ho descritto.

In seguito a quell’episodio, sperando di evitare il peggio, qualcuno si adoperò a calmare gli animi ma senza ottenere alcun risultato positivo. Eduardo volle rimanere sulle sue posizioni d’intransigenza e io accettai la soluzione. Titina volle adoperarsi abbastanza nel cercare di mettere pace, ma il suo fu solamente un intervento fiacco e timido, come quello di chi in cuor suo sente di non poter affrontare un’intricata questione nella quale riconosce che, all’origine, v’è anche la sua responsabilità. La matassa le si presentava piuttosto imbrogliata e trovarne il bandolo per dare a Cesare quel che era di Cesare... non era cosa facile per lei che in cuor suo sapeva bene quante volte io, venendo a discutere con mio fratello dei suoi problemi artistici e di famiglia, m’ero fatto malanimo, e solo perché le cose non peggiorassero, ne sopportavo in silenzio le conseguenze.

Titina, insomma, sapeva benissimo che le ragioni che avevano indotto me e mio fratello a separarci stavano più dalla mia parte, per cui a Cesare avrebbe dovuto dare molto; ma non sapendo decidere su quale delle due parti convergere preferì restarsene quasi neutrale in attesa degli eventi. Ebbe, in un momento in cui la coscienza le aveva parlato chiaro, uno slancio deciso e si offrì di lavorare con me e lasciare Eduardo; ma io rifiutai l’offerta. In cuor mio sentivo di non avere alcun interesse di isolare Eduardo privandolo della collaborazione di mia sorella. C’era il fatto, inoltre, che un’idea precisa su ciò che avrei potuto fare da solo non l’avevo e non mi parve giusto coinvolgere mia sorella e suo marito Pietro nella mia decisione. Sapevo solo che m’era caduta addosso una grande responsabilità che in qualche modo avrei dovuto risolvere e... senza indugio.

Più d’ogni cosa ne facevo una questione di orgoglio. Ero pienamente cosciente di dover dimostrare al mondo teatrale in genere che, sebbene solo con le mie forze, qualcosa di buono avrei saputo farlo. Qualche cosa, come e in che modo, davvero non lo sapevo. Passavo da un’idea all’altra, da un proponimento all’altro senza saper prendere una definitiva decisione. E le ore e le giornate cominciarono ad accavallarsi tra l’ansia di un incerto avvenire.

La data in cui si sarebbe avverata la drastica separazione era stata scelta in quella del 10 dicembre del 1944, giorno in cui cessava il nostro contratto con il Cinema-Teatro Diana sul Vomero. In un momento di sconforto volli scrivere a mio fratello alcune lettere, nelle quali lo esortavo a voler riflettere sulla nostra separazione onde cercare la possibilità di giungere tra noi a una definitiva riconciliazione, ma Eduardo non rispose. Il destino, ormai, aveva assegnato a ciascuno di noi due la via da percorrere, uno per un verso, uno per un altro. Arrivammo così con gli animi indispettiti al 10 di dicembre. Nel frattempo, s’era dato il caso di una buona offerta di lavoro al Teatro Verdi di Salerno e poi in altre città del napoletano, complessivamente ancora un paio di settimane da poter lavorare insieme. Feci sapere a Eduardo, tramite l’amministratore della Compagnia, perché lui non mi parlava né io parlavo a lui, che se lo avesse desiderato sarei rimasto ancora per tutta la durata di quel periodo; ma la risposta di mio fratello fu testualmente questa: “Mio unico desiderio è quello di porre subito fine alla nostra unione e di non parlarne più”. Ne rimasi profondamente intristito e in quattro e quattr’otto decisi di partire. [...]

Titina mi scriveva da Napoli calde lettere di affetto e di nostalgia ma tutto, ormai, era in ritardo. Quell’affetto, che voleva essere una leale espressione di bene fraterno, e quella nostalgia che voleva significare l’amore per il nostro teatro, erano sentimenti che secondo me avrebbe potuto esprimere prima. Si sarebbero evitati tanti risentimenti, tanti pettegolezzi e tante malignità che in gran parte cadevano solo sulle mie spalle. Soffrivo molto nel leggere le sue lettere. Quelle parole ferivano profondamente il mio cuore, più che se fosse stato trafitto da una tagliente lama di acciaio. Essa non immaginava neanche quanto avesse contribuito al nostro distacco dopo tanti anni di lavoro in comune. Essa non immaginava neanche quanto avevo cercato di fare per non essere costretto a lasciarli: quanta umiliazione avevo imposto al mio orgoglio di uomo e di attore. Essa non immaginava che il mio amore per Lidia, benché forte e risoluto, non era sufficiente ad annullare la nostalgia che mi premeva in cuore per il mio teatro abbandonato. E neanche immaginava quanto, in certi momenti di ripensamenti, fossi pentito di tutto: della mia condotta verso Adele mia moglie, del mio carattere sempre indeciso e del mio amore verso Lidia, che costringevo a vivere con me una vita di incertezze.

Titina non immaginava neanche quanto grande fosse il mio dolore per tutta l’incomprensione che mio fratello aveva sempre dimostrato di sentire per me, in tanti anni di comuni fatiche; e stuzzicava, invece, non saprei dire se coscientemente o no, il mio amor proprio e la mia coscienza con parole che volevano apparire come frutto di nostalgico affetto fraterno, mentre in realtà mi sembrava che volessero essere solo dolci rimproveri atti a ferire profondamente solo il mio cuore. Essa non immaginava neanche quanto io vedessi difficili i miei giorni e mi tormentava con i ricordi perché credeva che finalmente fossi pago di trovarmi a Roma a godermi la “voluttà” dei miei peccati. Non immaginava, invece, che i miei pensieri erano rivolti a un unico ricordo: la nostra unione artistica che ormai consideravo distrutta per sempre: svanita nell’aria come una grossa boccata di fumo. Il conforto dell’amore puro e leale, fatto di affettuosa abnegazione, non bastava a lenire le mie angosce di uomo semplice, di attore serio e coscienzioso, di marito e padre, amante, comunque, della casa e della famiglia, nato più per seguire gli ideali del suo onesto lavoro che per battere, come si voleva credere o far credere, le vie del peccato. Ma poi? Quale peccato? Quello di amare sinceramente una donna come Lidia, deliziosa nei suoi sentimenti e squisita nel suo carattere? Io non nutrivo per mia moglie Adele lo stesso amore che sentivo in petto per Lidia! E per quanto si possa amare la famiglia, io dico, se in essa non v’è un amore che a essa ti lega fortemente, quella famiglia non ha senso! E l’amore, quando è veramente tale, ti può indurre a incertezze e ripensamenti su ciò che vorresti fosse tuo o vorresti lasciare, ma alla fine uno finisce per prendere ciò che voleva e lasciare ciò che aveva compreso di non potere o non sapere amare. [...]

Per me il punto di rottura era ben altro e qui, in altre argomentazioni, in gran parte l’ho spiegato. Per i miei fratelli, invece, Lidia fu una comoda pedina di lancio onde poter giustificare non poche puerili illazioni che, per scopi diversi, deducevano nei miei confronti prima come attore, poi come fratello, poi come padre e marito.

«Una famiglia difficile», Peppino De Filippo, Marotta Editori, Napoli 1977-2025


Autore delle fotografie: non identificato
Fonte originale: Enrico Bassano, «Il Dramma», febbraio 1941
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
Diritti: © rispettivi aventi diritto – immagini riprodotte per finalità storiche e documentarie.

🎭 Conclusioni

Questo pezzo di Enrico Bassano su «Il Dramma» (febbraio 1941) è una piccola lezione di “antibufala” prima ancora che esistesse la parola: le voci sulla presunta rottura tra Eduardo De Filippo e Peppino De Filippo vengono ribaltate mostrando la loro vera forza, cioè l’inquietudine artistica, il coraggio di cambiare repertorio, l’ambizione di misurarsi con testi difficili e persino il rischio produttivo nel cinema. Tradotto: non è crisi, è ricerca; non è declino, è lavoro. E a distanza di decenni, questa lettura resta utilissima per capire come nasce la grandezza, spesso proprio quando l’ambiente “chiacchiera” e gli artisti… fanno.