Celentano, come la mettiamo?

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Chi è l’uomo premiato a Sanremo. Perchè la sua canzone “Chi non lavora non fa l’amore” ha suscitato tante polemiche e accuse. La notte stessa della sua vittoria alcuni disoccupati gridavano

Sanremo, marzo

1970 03 14 Tempo Adriano Celentano f0L’ultima parola, com'era prevedibile, è toccata a Celentano. Tutto era a pezzi nel grande salone delle feste: i carnevaleschi striscioni dorati, i fiori funerariamente sparsi un po’ dappertutto, le poltrone risucchiate a grappoli da un montacarichi. Ma grazie a "lui” lo show durava ancora. dispensava le sue ultime stille pubblicitarie. «Certo che sono felice, ci mancherebbe altro: ”Chi non lavora” tirerà più di un milione di copie. Mia moglie? Sì, va bene, ma il padrone sono me. Abbasso il divorzio. Reazionario, io? Figurarsi, sono per il pugno forte. La realtà è che io capisco il pubblico, so dargli quello che vuole. Endrigo? Non rispondo alle sue accuse, non sarebbe corretto parlare di un assente». Adriano ammicca maliziosamente ai suoi fidi che gli fanno eterna corona, sfugge alle domande più insidiose, tesse la favola del suo personaggio con puntiglio e precisione. Ha deciso di vivere in un fumetto e si scrive le didascalie senza sbagliare una sola battuta. Ogni frase che pronuncia sembra racchiusa in una nuvola nata dalle sue labbra spesse e violacee, dal suo sorriso sfrontato di "idolo” per palati facili.

Un fumetto da "Cosa nostra”, con il duro che chiama la moglie «ehi. donna!», e quando è particolarmente tenero «ehi, bambola...». «Certo — dice Celentano con la solennità richiesta dalla circostanza. — Claudia fa tutto quello che io le dico, si lascia imporre tutto». Qualcuno, ingenuamente, gli chiede se per caso alla poveretta capiti mai di ribellarsi a tanta indiscussa autorità. «Ma via, sa benissimo che un uomo con la grinta è anche sexy».

E’ su questo repertorio di frusti luoghi comuni che cade definitivamente il sipario, che si conclude la balorda vicenda della canzonettistica italiana.

Il Festival è stato attaccato da tutti, ma faceva parte del gioco. Ve lo immaginate un Sanremo senza la giusta dose di critiche, di tirate d’orecchi, di "uffa”? Le équipes dei quotidiani di lusso erano formate da almeno tre specialisti: uno addetto alle canzoni, un altro ai pettegolezzi e un terzo — sorta di coscienza burlesca e un po’ snob della manifestazione — addetto alla "dissacrazione”. Insomma anche questo rientra nel rito: offrire al pubblico il suo ”bel giocattolo” ridotto a pezzi.

E’ accaduto così che il Festival ha celebrato il suo ventesimo anno di età («Dio, com’è cresciuto in fretta», sospirano i veterani) da perfetto mongoloide: divertendosi agli sberleffi e alle ingiurie di tutti, prendendosi clownescamente a schiaffi, mordendosi ripetutamente la coda. Un’idra che si nutre mangiando i suoi figli, un masochista che giubila a ogni staffilata, anzi che si denuda e offre la schiena gridando al "dissacratore”: «Colpisci, colpisci più forte che puoi, sono nato per farmi picchiare...».

La forza di Sanremo è qui, in questo suo saper trasformare tutto in show: le lacrime degli esordienti e le papere delle presentatrici, l’osé e il pacchiano, il cipiglio e la lotta intestina. Perfino la furbesca grandeur di Adriano Celentano, il suo bel mito di duro che fa propaganda alla sua fede in Dio e nei sacri valori della famiglia, che è tenero e spietato insieme, onesto, attaccato alle tradizioni, patriottico, ragionevole, prudente, ma che sa non farsi prendere per i fondelli da nessuno. «E adesso criticatemi pure — diceva il suo sorriso volutamente arrogante. — Fatemi a pezzi. Farete comunque il mio gioco».

Un Sinatra di tipo casareccio, un "mammasantissima” da palcoscenico che conosce prima di tutto l’arte di trasformare la prepotenza in simpatia. Perfino la Caselli, tra le quinte, tifava per lui: «E' un mattatore, un grosso, un personaggio del tutto ineguagliabile». Claudia, la moglie, faceva sforzi sovrumani per recitare la difficile parte dell’umile metà. «Saluto tutte le mamme e i bambini che sono accanto al televisore», ha gridato prima di attaccare una replica della canzone. La frase ha fatto colpo. E’ giunta dritta al cuore dei venti milioni di telespettatori trasformando l’immagine di questa soubrette in quella dell’ineffabile moglie, premurosa e quieta, di Adriano Cclen-tano: così maschio, così buono, così italiano! Ma dietro questa cartolina illustrata, secondo gli esperti si nasconde ben altro. Claudia, dolce e remissiva. sarebbe in realtà un personaggio di tutto rispetto. Ed è giusto: è un personaggio di tutto rispetto anche la madre di questo Tom Mix della musica leggera italiana, di questo giustiziere d’indiani che ci ammonisce in ogni canzone di fare i buoni, perfino a non scioperare se non vogliamo rinunciare alla nostra santa razione di sesso.

Naturalmente gli ultimi allori — quelli del dopofestival — l’imperatore Adriano è venuto a mieterseli da solo. «E Claudia?», gli si chiede. «E’ rimasta giù. Si è fatta vedere in giro fin troppo». Non andrà in tournée, non calcherà palcoscenici per ricantare "Chi non lavora”. Il suo l’ha fatto, adesso basta. Parteciperà solo — naturalmente a fianco di suo marito — a un film che lo stesso Celentano si ripromette di produrre («grazie a Dio di soldi ce n’ho a baluffi»), di interpretare, di dirigere e di musicare. Tanto per cambiare, il soggetto verterà sul loro grandissimo, indissolubile amore: insomma, si preannuncia come un nuovo, fervente sermone contro il divorzio.

1970 03 14 Tempo Adriano Celentano f1LE CONDIZIONI DEL CONQUISTATORE. I coniugi Celentano a passeggio dopo la conquista di Sanremo. Per intervenire al Festival, si dice che il ''molleggiato " - in veste di industriale discografico - abbia imposto agli organizzatori: la moglie come cantante, il complesso dei "Ragazzi della via Gluck", Pio, il giovane del "clan" (eliminato assieme a Rascel), e 3 canzoni del suo autore, Luciano Beretta.

Con il divorzio Celentano ce l’ha a morte. Cominciò a battere la grancassa nel 1968 con la canzone "La coppia più bella del mondo". Spiegò pacatamente all’onorevole Loris Fortuna che il Codice civile andava, sì. rivisto, ma nel senso che ai vedovi doveva essere interdetto il diritto di contrarre nuove nozze. Il male — secondo Celentano — comincia proprio lì, nel Codice, "così liberale” nei confronti delle esigenze erotico-sentimentali del mondo vedovile italiano. Qualcuno ha avanzato il sospetto che si tratti di un'idea fissa, una sorta di monomania dovuta a qualche suo "ancestrale” complesso d'inferiorità.

In un'altra canzone ("Storia d’amore”), il nostro racconta di un tizio che è innamorato di una donna sposata. Un bel giorno la ragazza gli si offre. Non l’avesse mai fatto! Si becca un solenne ceffone dall’irreprensibile galantuomo che dopo il ”bel gesto" si rifugia in un cantuccio a piangersi addosso.

Insomma una vera e propria tempra di moralista. Un’altra volta se la prese con i capelloni. Perchè proprio con i capelloni? Ma è semplice: alcuni borghesi ”al di sopra di ogni sospetto” avevano cominciato ad alzare la voce contro questo improvviso, "eversivo” mareggiare di riccioli, abbandonandosi in molti casi a vere e proprie manifestazioni di pesante intolleranza. Un’occasione d’oro per questa specie di novello "microfono di Dio”, che fi per fi compose una canzone. L’Italia capellona fu percorsa da un brivido: Celentano ha detto che ci dobbiamo tosare tutti, che dobbiamo lavarci perchè puzziamo e questo non sta bene. Una sorta di apologo sulla saponetta, eterno. viscido argomento di tutti i benpensanti contro i giovani capelluti e le loro proteste. A Sanremo, Celentano ha confermato ancora una volta di essere un coraggioso: si muoveva sul palcoscenico come nel bagno di casa sua, giocava con il microfono laddove altri lo sbatteva maldestramente per terra, fingeva di commettere papere laddove altri le commetteva sul serio. E’ vero: qualcuno potrebbe anche avanzare dei dubbi sulla reale consistenza di tanta spericolatezza, potrebbe ricordare che Celentano, per esempio, ha paura dell’aereo e che non volerebbe per tutto l’oro del mondo: ma è anche vero che i "duri" hanno debolezze di questo genere.

Celentano, si sa. è un cattolico dissidente (di destra, naturalmente). Vota liberale, divide la sua mattinata tra palestra e chiesa, dove si lascia fotografare («mio malgrado, però») mentre è in preda a uno dei suoi ben noti raptus mistici: insomma un vero e proprio cittadino d’ordine, un perfetto esemplare di quella "biologia del benpensantismo” cosi prospera anche nel nostro Paese. Per chi fosse curioso di ulteriori dati biografici segnaliamo un'altra canzone di Celentano, nella quale egli racconta della sua complessa infanzia: la madre che gl'insegna le buone maniere, a pregare e a essere rispettoso dei vecchi; il padre invece a menare le mani e farsi valere, se necessario, con la maniera forte.

Questo è l’uomo che è stato premiato a Sanremo: una manifestazione — nonostante tanto battage pubblicitario — presa molto sottogamba, senza tener conto che si tratta di un evento che non passa senza lasciare una solida traccia di sè nella coscienza di tutti. Una canzone — lo si voglia o no — non è un detersivo, anche se. giustamente, è considerata alla stregua di un qualsiasi bene di consumo. di un prodotto da supermarket. Lo ha sottolineato lo stesso Sergio Endrigo. l’autore de ”L'arca di Noè’’, che non ha fatto velo della sua indignazione per la vittoria di ”Chi non lavora non fa l’amore”. «Si tratta di una canzone velenosa, costruita a freddo per raccogliere facili consensi e nello stesso tempo seminare confusione in un Paese che invece, oggi più che mai. ha bisogno di chiarezza e di onestà».

Sono molti i nemici di Celentano («Molti nemici, molto onore», si diceva una volta) : fra questi c'è naturalmente Don Backy. «Ci vuole una buona dose di incoscienza — ha detto — per mettersi a cantare, con discutibili mossctte da rock, una simile canzone dopo un autunno caldo conclusosi in un clima di vera tragedia».

Non era mai successo, ma la verità è che questa volta la politica ha fatto capolino al Festival di Sanremo. Il critico del Corriere della Sera, Vincenzo Bonassisi, ha gridato a Endrigo. mentre costui abbandonava eccitatissimo il Casinò: «L’ho scritto, te lo assicuro che l'ho scritto, che quella là è una canzone reazionaria».

Un altro gli ha detto: «Lei in verità ha l’aria di chi non sa perdere sportivamente». Ma Endrigo lo ha duramente rintuzzato: «No, è lei che non ha capito un fico secco. Se avesse vinto Nicola Di Bari o la Vanoni, stia certo che non starei qui a mordermi le mani. Anzi: starci a brindare con loro». Innaffiate da abbondanti dosi di "vermentino” le discussioni sono durate tutta la notte: nei ristoranti, nei bar, nelle hall degli alberghi. Lungo la passeggiata Imperatrice alcuni giovanotti si sono messi a gridare: «Siamo disoccupati, Celentano. Come la mettiamo?». Era già nato il primo calembour.

Ermanno Rea, «Tempo», 14 marzo 1970


Tempo
Ermanno Rea, «Tempo», 14 marzo 1970