Alberto Lattuada: «figlio mio, dimmi perchè»

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Francesco Lattuada, secondogenito del celebre regista, è finito in galera per un affare di droga. Cresciuto all’ombra della notorietà paterna, forse oppresso da quella stessa notorietà, Lattuada junior è precipitato nella spirale dei paradisi artificiali - Ora è stato accusato di spaccio di hascisc e per la seconda volta in due anni è finito in prigione - In casa, i suoi familiari vivono una tragedia purtroppo abbastanza comune

Roma, giugno

Adesso ì figli d'arte finiscono in disgrazia: questa sembra essere la nuova legge degli anni '80. Dopo le amare disavventure di Nicola Salerno, ecco Francesco Lattuada, vent’ anni, secondogenito del regista della Cicala e di Carla Del Poggio, che viene messo sotto accusa, con immaginabili conseguenze: l’ambiente cinematografico a soqquadro, nel timore che Lo scandalo possa coinvolgere presto altri figli della Roma-bene.

Perché ci si riduce così? Perché un ragazzo che apparentemente ha tutto e per il quale sua madre sogna un futuro da pianista finisce nel voluminoso dossier del nucleo antidroga e va in galera per due volte nel giro di due anni?

L'interrogativo-incubo trova risposte contraddittorie: c'è chi è disposto a comprendere e chi invece infierisce: molti prendono le distanze e insinuano: • E un figlio del permissivismo. Quel ragazzo è cresciuto solo e pieno di complessi»; oppure: «Per colpa del successo, in vent'anni di carriera suo padre non ha mai potuto dedicarsi completamente a lui...»

1980 07 02 Oggi Alberto Lattuada f1Roma. Alberto Lattuada con la sua ultima scoperta, la bellissima Clio Goldsmith, interprete della «Cicala». Lattuada è noto soprattutto per la sua produzione più recente, tutta intrisa di erotismo. A questo proposito è uscito ultimamente un suo libro, «Diario di un amatore» (lo vediamo nella foto piccola), che ha fatto molto discutere.

LA PRIMA DEBOLEZZA

Il fattaccio è accaduto sabato 31 maggio, ma per parecchi giorni si è riusciti a nascondere la notizia, a proteggere con una fitta omertà il grave episodio che ha gettato nella desolazione una famiglia celebre. «Mio figlio non è un drogato», aveva dichiarato nell’aprile del 1978 Carla Del Poggio, allorché il suo ragazzo «cadde» per la prima volta e finì in carcere per detenzione di sostanze stupefacenti. (L’avevano fermato a Civitavecchia - con tre amici, ed era rimasto circa due settimane in quel carcere. In seguito si era parlato di una debolezza irripetibile, una disgrazia che non avrebbe avuto seguito).

Purtroppo non è stato così e i carabinieri in borghese che da qualche giorno avevano preso a pedinare il giovane sospetto, quel sabato di fine maggio, verso le quattordici, l'hanno colto in flagrante a Roma, a piazza Imerio, mentre consegnava una piccola dose di hascisc ad un coetaneo, per alcuni fogli da diecimila.

Un’altra mazzata proprio all’inizio dell’estate, proprio quando, dopo il successo ottenuto con La cicala, suo padre Alberto Lattuada aveva programmato di approfittare di un periodo di riposo per vivere vicino come non mai a Francesco, bisognoso d’attenzioni, ma soprattutto impegnato negli esami di maturità al liceo artistico. Il ragazzo è invece finito a Regina Coeli per spaccio di droga, sollevando un ciclone di ipotesi che sballotta l'alta borghesia romana. A poco servono sociologi e psicologi, che provano a spiegare, dando la colpa al benessere, al consumismo, ai tempi disumar l'istituto della famiglia irrimediabilmente devastato.

NON SA DIFENDERSI

Ma è vero? E quale, tra tutte queste cause, ha finito per rendere debole e indifeso Francesco Lattuada, avvelenando i suoi giorni da hippie? Gli amici lo raccontano chiuso di carattere, facile ad abbattersi, incapace di reagire con grinta ai soprassalti della malinconia, alle delusioni. Non sa difendersi, non ci tiene a rendersi presentabile al meglio, subisce la personalità del padre, «si lascia andare», «si butta via». Cosa è stato fatto per aiutarlo? Cosa si fa per recuperarlo?

Dopo l’ultimo arresto a piazza Imerio, ha scontato quasi tre giorni di carcere e, lunedì sera 2 giugno, è tornato miracolosamente in libertà provvisoria, grazie all'intervento abile ma principalmente gonfio di toni umani del suo avvocato Michele Montesoro. La difesa si è battuta per mettere in evidenza le possibilità che ancora ci sono per strappare il ragazzo dall’ambiente dei drogati irrimediabilmente perduti, assicurando che può trovare ancora via di scampo.

Ma nelle vie dei Parioli, non più quartiere baluardo della nobile borghesia, dove la droga circola, parecchi sorridono e scuotono la testa, assicurando che le furbe parole dell'avvocato difficilmente troveranno riscontro nella realtà

«Ogni volta che si cade», si sostiene, «si va un metro più giù e ci si allontana, per chilometri e chilometri, dalle regole giuste o sbagliate di questa società e di questo mondo. Ogni volta salvarsi diventa sempre più arduo, se non impossibile. Francesco è uno dei tanti, per lui non si possono trovare delle scusanti solo perché si chiama Lattuada. Dopo l'episodio di Civitavecchia, anche l’anno scorso venne "pizzicato" con la roba e riuscì ad evitare il castigo. Ma questa volta come andrà a finire?».

Il dramma davvero non è finito. Francesco è tornato con i suoi capelli a spazzola, con i suoi jeans trasandati, agli impegni sani che s’era prefisso: la maturità artistica, gli studi di pianoforte, i dialoghi confidenziali con sua madre, l'unica donna che non gli incute timore e vergogna.

Bisogna stargli sempre vicino, bisogna fare il possibile. Carla Del Poggio lo sa bene e, con coraggio, vive, combatte l'infelicità che rischia di avvolgerla sempre di più.

1980 07 02 Oggi Alberto Lattuada f2Francesco, figlio ventenne del famoso regista Alberto Lattuada e di Carla Del Poggio. Il ragazzo, che sta preparandosi per l'esame di maturità artistica, è stato in questi giorni incarcerato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Già due anni fa aveva passato un paio di settimane in cella per lo stesso reato. Al momento è in libertà provvisoria.

SON SOLO RAGAZZATE...

Ma chi altri fa qualcosa per Francesco? Non suo fratello Alessandro, venti-quattro anni, giovane molto serio e incapace di perdonare simili sbandamenti; non gli amici, molti dei quali si sono allontanati dalla casa importante dei Lattuada proprio nel momento in cui avrebbero forse potuto essere utili. Poi c'è suo padre, che nel cinema ha lasciato il segno fin dai tempi del Cappotto di Rascel. È un regista che si è sempre piccato di scoprire talenti, che si è sempre circondato di giovani e affascinanti promesse, avviandole verso la celebrità. Artista che alterna slanci di entusiasmo a lunghi periodi di riflessione, uomo di private debolezze e pubbliche virtù, su cui è fiorita un'aneddotica che va dilatandosi di questi tempi dopo l’uscita del suo libro Diario di un amatore. E c’è da dire che Alberto Lattuada, dopo aver diretto decine di film, è ancora giustamente sulla cresta dell’onda, è ancora in grado di consigliare aspiranti attrici quasi bambine prese chissà dove, come nessun altro Pigmalione. Ma purtroppo, e molti gliene fanno una colpa, non gli è mai riuscito dì consigliare suo figlio, o perlomeno di farsi ascoltare nei rari dialoghi che hanno avuto.

E una storia amara, è una storia cominciata con i primi piccoli, atroci sospetti di una madre angosciata, e che ha avuto sviluppi clamorosi causa la notorietà riflessa che accompagna le azioni del giovane. E patetiche sembrano ormai le parole di quei pochi che vogliono crederlo completamente attratto dalla musica. «£ già un ottimo pianista», insistono. «Certe ragazzate non possono perderlo, vedrete si salverà...».

DUE SETTIMANE ATROCI

L'altra volta, per l'incidente di Civitavecchia, il procedimento penale ebbe come pubblico ministero il dottor Antonio Lojacono e in istruttoria, considerato il reato come articolo 72 della legge sulla droga (possesso di modica quantità per uso personale), non si dette luogo a procedere e venne derubricato. Ma dalla prigione di Civitavecchia Francesco Lattuada uscì ancora più debole e stordito di prima, e confessò d’aver passato "due settimane d’inferno, da non augurare neppure al peggior nemico".

Questa volta si è rinserrato nel suo mutismo, questa volta sa che rischia grosso e teme la condanna per spaccio di stupefacenti; poco importa che nell’occasione si trattasse di una modesta quantità di hascisc.

Lo cerchiamo ed evita di rispondere, non vuole assolutamente spiegare il perché dell’ultima disavventura. Conoscerlo davvero diventa difficile per chiunque, poiché i soli che lui sente davvero amici sono, probabilmente, la madre e l’avvocato di fiducia. Agli altri che sanno, ripete come a noi al telefono. «Non voglio parlare. Preferisco dimenticare in fretta, non mi interessa spiegare fatti miei privati».

UN «ANIMALE FERITO»

È spaventato, si sente come un animale ferito, raccontano che preferisca dormire di giorno e studiare di notte. In attesa di giudizio, in attesa che siano analizzate le sostanze che gli hanno sequestrato, si sente ancor più fuori degli schemi di questa società, che pur ha attribuito ai suoi genitori ricchezza e successo. Ma i figli ormai sono sempre più corpi separati dai padri. Lo dicevano gli amici di Nicola Salerno, colpito ancor più profondamente dallo stesso destino, e lo ripetono i conoscenti di Francesco Lattuada nel quartiere dì lusso dove è cresciuto senza ritrovarsi, senza essere felice.

Gianni Melli, «Oggi», anno XXXVI, n.27, 2 luglio 1980


Oggi
Gianni Melli, «Oggi», anno XXXVI, n.27, 2 luglio 1980