Breve ritratto artistico di Alberto Sordi

Alberto-Sordi

Avviare un sia pur breve discorso critico intorno ad un attore come Alberto Sordi non può più oggi, a mio avviso, apparire sproporzionato. Non fosse altro perché egli può praticamente essere considerato l'unico, tra gli attori comici italiani affermatisi negli ultimi anni, che abbia dato alla propria attività un’impronta tale da consentirci di valutarla, in qualche modo, dal punto di vista della cultura; per aver rifiutato la facile convenzione teatrale, rivistaiola nella quale restano viceversa impelagati i vari Totò, Rascel, Taranto ecc. I quali, a parte ogni possibile graduatoria di merito che possa loro essere riferita, hanno marcato nettamente il loro limite nell'incapacità di adeguarsi alla diversa dimensione cinematografica, e sopra tutto ad uscire dal loro «tipo» macchiettistico privo di riferimenti alla realtà, perennemente eguale a se stesso nel variare dei personaggi incarnali. Esempio tipico quello di Totò, nella sua caratteristica fondamentale, la costante riconduzione di ognuna delle situazioni via via affidate alla sua interpretazione ad una unica misura, esteriore e meccanica, nei suoi aspetti farseschi come in quelli bolsamente sentimentali.

Nessun progresso, nessun tentativo di scendere «all'interno» del personaggio, di stabilire, per suo tramite, qualche aggancio con la realtà e l’umanità circostanti. Da cui la perpetua prevedibilità delle sue interpretazioni, e l’esaurirsi di esse entro i confini che non vanno al di là di un divertimento senza seguito, e il più delle volte tutt'altro che elegante. Discorrere di una sua pretesa umanità, come da qualcuno è stato fatto, mi pare del tutto avventato e improbabile, non c'è umanità nella sua comicità epidermica, come non ce n’è nelle sue apparizioni del tipo «strappalacrime» o nei pochissimi film (non più di un paio) nei quali un polso registico più fermo del consueto ha tentato di frenare le naturali inclinazioni dell'attore: tutto quanto si riesce a scoprire è semplicemente effetto calcolato al millimetro, secondo moduli del tutto spettacolari. E il breve discorso su Totò. naturalmente, può «cum grano satis» estendersi agli altri attori.

Tutto ciò, senza dubbio, è anche dovuto alla esasperante superficialità con la quale è regolarmente impostata e risolta la nostra produzione nel genere comico, che in linea di massima pone alla base del proprio lavoro non più di uno stantìo repertorio di situazioni scontatissime e di annose lepidezze verbali, con l'indispensabile contorno di riferimenti erotici e semi-pornografici; ma l’incapacità, per certi attori, di nobilitare almeno nei limiti delle proprie prestazioni una materia tanto mediocre, o la mancanza del coraggio, quanto meno, di rifiutarla, son cose che han pure il loro significato.

1955 10 10 Cinema Alberto Sordi f1L'incontro con Fellini è stato il momento più felice della carriera di Sordi; quello di Alberto è senz'altro il personaggio più completo del attore romano.

Un esclusivo riferimento dell’attenzione al solo campo del genere comico — cosi come oggi è inteso da noi — resterebbe tuttavia insufficiente ad inquadrare l’attività di Sordi. Il motivo principale della considerazione che gli si può attribuire è infatti costituito proprio dalla propensione che egli ha dimostrato a superarne le remore, portando i suoi personaggi nell’atmosfera più respirabile della satira, e quindi, fino a un certo punto, del realismo (almeno come disposizione iniziale, dal momento che poi le sforzature e la retorica non mancano, assai spesso, nei risultati pratici). Oggi è facile portarlo ad esempio in questo senso, dopo alcuni incontri ed esiti particolarmente felici (Rossi, l’ultimo Zampa, e soprattutto Fellini); tuttavia quelle disposizioni, se hanno trovato soccorsi influenti nelle loro più riuscite traduzioni effettuali, esistevano anche in precedenza, costituendo nell'attore una specie di sottofondo, di «materia prima» allo stato grezzo, personale e meditata. I primi contatti di Sordi con il vasto pubblico, nella fortunata serie radiofonica dei «compagnucci della parrocchietta» ne davano già una misura. Da allora l’attore mostrava di rifiutare i comodi schemi di una comicità che si esaurisse in se stessa, per tentare una deformazione riferita ad un costume e a tipi umani particolari, e realmente esistenti.

Queste osservazioni, evidentemente, non devono far dmenticare che anche per lui i limiti esistono, numerosi e pesanti, in particolare, si può ben dire che anche Sordi non ha opposto eccessive resistenze alla tentazione di lasciarsi chiudere in una formula, dopo averla sufficientemente sperimentata: il meccanismo difesa contro di essa e contro i pericoli che comporta è comunque scattato in tempo e oltre tutto si trattava di una formula assai meno gratuita ed esteriore di quelle che han cristallizzato l'estro di altri attori; e che proprio per il fatto di essere tale consentivi assai più agevolmente le evasioni produttive.

La fortuna di Alberto Sordi non è stata di quelle improvvise, inaspettate (anche questo ha il suo peso). Incominciò come produttore di società di assicurazioni, in verità senza incontrare gran fortuna. Conclusione disastroso ebbe pure il suo primo ingaggio teatrale, in qualità di «fantasista comico» in una compagnia di balletti organizzata da alcuni grossi impresari milanesi. Egli frequentò poi l’accademia di arte drammatica, ma invece che nella compagnia Zacconi, nella quale stava per essere assunto, esordi con la Fougez sui palcoscenici di rivista. Iniziò da allora a sbizzarrirsi in quelle imitazioni che dovevano restare, per un certo tempo, il suo repertorio principale, e che lo accostarono come doppiatore al cinema, e ai microfoni della radio. Poi il successo delle sue macchiette, il cinema vero e proprio e fugaci apparizioni alla ribalta. Per quello che specificamente ci interessa, la prima consistente apparizione di Sordi sullo schermo avvenne nel ‘51, con un filmetto non disprezzabile diretto da Savarese, e prodotto e supervisionato da De Sica. Titolo: «Mamma mia, che impressione!». prapraticamente, la trasposizione cinematografica del personaggio del liliale «boy-scout» della rubrica radiofonica, operata tuttavia con un certo gusto; rappresentò una eccezione nel bailamme sempre identico dei film comici di quegli anni. Ciò perchè nel personaggio principale c'era qualcosa di più di una macchinetta da risate, e ci si richiamava, sebbene superficialmente e con una ingenuità infarcita di sospetto intellettualismo, ad una umanità individuata. Sordi si incamminava sulla via dell’osservazione diretta, lungo la quale avrebbe poi raccolto i suoi successi più importanti. Il suo tipo era però ancora tutto di testa, e in esso il richiamo alla realtà ancora di comodo, dedicato quasi esclusivamente alla ricerca di effetti di rilievo esteriore.

Su di un piano appena più approfondito l'attore è rimasto, in sostanza anche con le interpretazioni immediatamente successive, quelle che le decretarono il successo. Parlo, per l'appunto, del Sordi pericolosamente tentato dalla formula, anche se meno limitata delle solite: il «bullo» di «Un giorno in Pretura» e di «Un americano a Roma», il rappresentante di una umanità sprovveduta e superficiale, ignara e ansiosa di successo, credulona e difficile; modellata su ingenui esempi di derivazione americana — vita facile e quattrini a disposizione — e priva di eccessivi scrupoli nel perseguire i propri miti. Non che mancasse d'interesse, un personaggio come quello: i raccordi con la realtà esistevano, abbastanza chiari, la sua natura si era venuta specificando e arricchendo (dallo «Sceicco bianco» in poi: in fondo lo «sceicco» immerso nel mondo dei fumetti, nel quale anche lui cerca un'evasione alla mediocre realtà della propria esistenza quotidiana, differisce dal «vitellone» dei film successivi soprattutto perché i fumetti li «fa», invece di accontentarsi di leggerli e di commisurare le proprie aziotii ai loro insegnamenti )

1955 10 10 Cinema Alberto Sordi f2L'ultimo Zampa dell'«Arte di arrangiarsi », ho dato all'attore Sordi lo possibilità di una vera partecipazione al personaggio.

I Ferdinando Monconi li vediamo circolare un po’ dappertutto. in Italia — l’accento romanesco del bullo di Sordi non è un limite, è una specificazione — in provincia e nei quartieri popolari della città; giovanotti che tentano di evadere dalle costrizioni di un ambiente gramo e di una vita difficile, e lo fanno, ovviamente, partendo dall’unica forma di cultura che sia loro familiare, i fumetti e i film alla americana. Il limite di un siffatto personaggio, naturalmente, era nella mancanza di un approfondimento: non ci si chiedeva, cioè, quale fosse la ragione vera di simili atteggiamenti, si evitava di vedere se, alla base, la spinta non venisse da qualche più precisa ragione di insoddisfazione nei confronti degli altri, magari da un senso di rsentimento, malamente sfogato. nei riguardi di una società chiusa, rapidamente divisa. Ma, intanto, il meccanismo della comicità non scattava a vuoto, per scaricarsi cioè senza lasciare traccia alcuna: aveva un mordente preciso e diretto, incideva, in qualche modo, sul piano del nostro costume.

Lo schema, ad ogni modo, era chiaro, cosi come era imminente la probabilità di rinchiudervisi. Ad un certo punto la rimasticatura non poteva più essere evitata (lo abbiamo constatato), e tutto finiva per scadere, ancora una volta, in macchietta. Se a Sordi va riconosciuta una qualità; se, tutto sommato, possiamo ritenerlo uno dei rarissimi attori italiani su cui oggi sia possibile contare, lo si deve alla capacità che ha dimostrato di saper uscire da quei limiti, per sopportare non indegnamente il peso di personaggi più impegnativi e compiuti, film come «I vitelloni», «Il seduttore» e il recente «L’arte di arrangiarsi» hanno per l’appunto fornito la prova dell’impegno per uscire dallo scontato, per non cristallizzarsi in una serie di atteggiamenti predisposti; scoprendo in lui una notevole capacità di comprendere e ricreare. sullo schermo, alcuni tipici aspetti della vita e del costume italiani, e una costante insistenza nella ricerca, approfondita nel godibile ambito della satira. Il bersaglio di Sordi si allarga sempre di più. le difficoltà, nel seguire le intenzioni degli autori dei film in cui egli lavora, si fanno sempre maggiori, e parallelamente crescono i risultati che l’attore riesce a raggiungere. Anche se, indubbiamente, non sempre gli umori satirici di Sordi trovano modo di spiegarsi egualmente bene, non sempre la sua vena è egualmente felice; e i film che gli costruiscono attorno sono spesso di una mediocrità desolante, è comunque indiscutibile che la sua strada non si svolge attraverso la ripetizione di un cliché sperimentato, ma è contrassegnata da un alacre spirito di osservazione, e da una costante attenzione intellettuale (non intellettualistica: per il momento almeno). La prova di ciò, è nello stesso progressivo ampliarsi del personaggio; che non solo c’è, è vivo, e reale: ma si arricchisce continuamente.

L'impegno di Sordi, per il futuro, è tutto qui (ed è assai arduo), nello sforzo di arricchire ulteriormente, e tenere lontano dalle strettoie della formula, il suo simpatico personaggio, innamorato dei Western e dell'arte di arrangiarsi.

Giuseppe Sibilla, «Cinema», anno VIII, n.152, 10 ottobre 1955


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Giuseppe Sibilla, «Cinema», anno VIII, n.152, 10 ottobre 1955