Lo irrita la "moltiplicazione dei Sordi"

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1964 06 20 Tempo Alberto Sordi intro

Sono ormai numerosi gli attori, anche di fama, che copiano il personaggio del ragazzone rimano, meschino e un po’ vigliacco, portato al successo da Alberto Sordi. “Finiranno con lo stancare il pubblico”, protesta l’attore, che intanto pensa a nuovi personaggi

Roma, giugno

«Eh no, mo basta!... Eh che de’, la moltiplicazione dei Sordi?...». Sul placido volto romano di Alberto Sordi passa un’ombra un po’ scocciata, un po’ melanconica. Che anche il Latin lover Rossano Brazzi, dopo Gassman, Tognazzi, Manfredi, si metta ad imitare il personaggio del "pollastrone” romano, gretto, vigliacchetto e meschinello — un personaggio che Alberto sostiene di aver creato per primo — non gli va giù. «Ma nun sanno fa’ nient’altro?...». «Nun t’arrabbià, Albe», gli dice il segretario Bettanini nella loggia del teatro Sistina dove Sordi mi ha dato appuntamento, «uno ha successo, inventa quarcosa, ce lavora per perfezionalla, magari sputa l’anima pe ffa bbene e poi, eccoli lì, tutti a copiatte!...».

Di regola Sordi parla in un italiano condito di accento romanesco e i soggetti, i soggiuntivi e i condizionali si allineano nel rispetto della sintassi: ma quando si arrabbia toma in stretto contatto con il popolo. si fa inquieto, la fronte gli si imperla di sudore e con metodica regolarità l’asciuga col fazzoletto intriso di ottimo profumo. Quante debbono essere le donne che accudiscono la sua persona? Le tre sorelle, dicono, ma a vederlo sembrano di più. Lo denunziano la perfetta stiratura dei pantaloni, che sembrano eternamente usciti cinque minuti fa di sotto la pressa del ferro caldo, l’illibato candore della biancheria che s’indovina vigilata dallo sguardo e carezzata dalla mano delle sorelle, la cifratura delle camicie di cui solo la devozione sororale può aver suggerito il disegno, tutto il modo di indossare gli abiti che è il modo di colui che è contento, compiaciuto di se stesso, senza arroganza ma con una punta di iattanza. La rasatura della barba e la riga tracciata dal pettine tra i capelli — folti e scuri nonostante i quarantaquattro anni — sono nitide e senza sbavature; il fazzoletto sul taschino sboccia come un fiore primaverile. E' una composizione che irradia ottimismo, benessere, salute fisica da grosso vitello. Sembra una réclame, per via dell’ abbronzatura presa in Brasile, di una stazione balneare in Paradiso. Sordi appare come il tipo umano fisiologicamente più adatto ad essere padre. Ma se Alberto è Adamo cerchiamo l’Eva. Quante volte è stato scritto che era sul punto di compiere il grande passo? Gli sono state attribuite tante fidanzate da apparire come una sorta di lanzichenecco della guerra dei sessi.

Le ipotesi che spiegano questo suo testardo celibato sono molte. Quella secondo la quale Sordi teme di essere "incastrato" è la più ovvia. Si attribuisce ad Alberto il proposito di valutare preventivamente le donne che aspirano a sposarlo. Una buona moglie, nel concetto romano, deve essere soprattutto una brava donna di casa; accettare, in altri termini, la superiorità del maschio. Nell’altro sesso, Sordi non ha ancora trovato una donna disposta a tanto. Crede a volte di essersi incapricciato di qualche ragazza; ma questo accade raramente. Più spesso invece indulge a qualche flirt di sapore pubblicitario per togliere la polvere dall’altare della notorietà poiché anche quello dei "grandi" ogni tanto si appanna.

L’altra ipotesi sul celibato di Sordi è che egli si rifiuterebbe al matrimonio perchè non vuole spartire con nessuno i suoi beni. Non vuole dividere la sua "roba" a mezzadria con una "estranea". Qualche lettore sorriderà a torto, perchè il culto della "roba" è tipicamente romano e dall'attaccamento ad essa nasce la definizione che i romani danno della moglie: "sangue appiccicato".

1964 06 20 Tempo Alberto Sordi f1Gli anni che passano e i troppi imitatori hanno indotto Alberto Sordi a modificare leggermente il suo personaggio: eccolo, non più ragazzone, ma nelle vesti di un uomo affermato e dall’eleganza un po’ pacchiana, come appare nell’episodio diretto Mauro Bolognini del film "La mia signora". Sordi ha 44 anni.

La moglie e la "roba"

Non si sa a quanto ammonti la "roba" di Sordi; se ne parla poco per timore delle rappresaglie del fisco. Quando appare la graduatoria dei contribuenti di Roma. Sordi spera sempre di trovarsi tra gli ultimi; in quella degli incassi dei film non c’è verso di fargli accettare il secondo posto. Col ricevitore in mano raccoglie dai vari centri dove si proiettano le pellicole da lui interpretate i bollettini quotidiani. Guadagnatosi la notorietà e la ricchezza soldino per soldino, sin dagli anni del doppiaggio di Oliver e Hardy e delle trasmissioni radiofoniche anteguerra, Sordi ha azzeccato qualche temo al lotto alla ruota del cinema, ma come Charlie Chaplin ha sempre l’affanno di tornare indigente. La gelosia dei suoi beni non è avarizia, è attaccamento alla "roba" tra cui fa spicco la bella casa sulla Passeggiata Archeologica, acquistata da un ex-gerarca e ricolma di tesori di antiquariato. In questa casa possono accedere solo gli "intimi" selezionati col bilancino quasi che tra gli ospiti possa annidarsi un esattore del fisco.

Che su questa "roba" possano cadere gli artigli di una moglie raggela talvolta in Sordi persino l’istinto del seduttore. Neppure il fascino delle brasiliane è riuscito a farlo capitolare. Stava per riuscirci la moglie di un torero messicano già disposta per amore a lasciare il marito solo con i tori, ma un aereo provvidenziale, ha messo una incolmabile distanza tra lei e Sordi. Questo scampato pericolo ha in parte riconciliato Alberto con l’aereo che per lui è tuttora un mezzo di trasporto in fase di studio e di sperimentazione. Per andare in Brasile dove ha girato alcune sequenze del famoso carnevale che innesterà nel Carnaval de Brasil il film che interpreterà laggiù in novembre, si è servito di un transatlantico.

Nella retina dei suoi occhi è rimasta impressa l’immagine straordinaria delle donne di laggiù. Ne parla con tale entusiasmo che, mentre lo si ascolta, si attende che da un momento all’altro emetta un ruggito. Nella loggia del Sistina prima di descrivermi, con dovizia, le anatomie delle brasiliane, sottolineate dallo scutrettolìo delle danze, si guarda intorno, poi accosta la bocca alle mie orecchie come un collegiale che non voglia farsi sorprendere dall’istitutore nell’ansia di esprimere l’ammirazione. Quando si risolleva, guardandosi intorno, scorge un drappello di donne elegantissime che entrano per lo spettacolo. «Ecco, per te quelle so' donne?», mi fa. «Embé va in Brasile e te sembreranno pezze da piedi!...».

Il giorno dopo, per proseguire il colloquio, mi viene a prendere a un incrocio sull’Olimpica con l’auto che ha vinto al premio Salice per il migliore attor comico. La sua "composizione" è blu-grigio in armonia con il cielo di Roma, pallidamente cilestre. Le interviste concesse a bordo dell'automobile vanno interpretate, secondo alcuni, come una conferma della leggendaria avarizia di Sordi. In casa o in un bar egli si troverebbe preso al laccio del "posso offrirti qualcosa?". In questi incontri vaganti non consuma neppure benzina, perché Sordi vi raccoglie, come un autobus alle fermate, lungo i percorsi che deve compiere. Mi ha imbarcato sull’Olimpica perchè dalla Vasca Navale, dove sono i resti del piccolo stabilimento De Laurentiis, è diretto in via Teulada alla sede della Televisione. Vuol trattare per una trasmissione sul suo viaggio in Brasile dove ha girato molto materiale in sedici millimetri. «Me chiedono sempre de fa quarcosa in televisione... Mo je faccio vede’ sta roba... Ma se je piace m’hanno da dà un montatore... E cche io me debbo paga anche un montatore?». Il suo volto paffuto come quello di un putto del quattrocento è il volto abbronzato e fresco dell’uomo che ha ben dormito un sonno senza incrinature, soffuso da qualche sogno gradevole, quale può suggerire il ricordo delle belle brasiliane.

Il sogno di Caligola

Non la fatica, figuriamoci l’età, ma la coscienza dell’importante carico che portano, guida le gambe di Alberto per le rampe del palazzo della Televisione. Le impiegate, sul pianerottolo, si affacciano e subito nel corridoio è tutto un mormorio, sussurrìo, avvolto quasi in una nebbia di desideri: "Cè Sordi!... C’è Sordi!...". Alberto risponde con un "ciao care", e mostrando, col sorriso, la dentatura dallo smalto lucente. «Brave ragazze», dice sarcasticamente, «quanto hanno da lavora, poveracce?...».

Mentre mi riaccompagna all’Olimpica, per scalfire la sua "composizione", gli ripropongo l’argomento dei suoi "imitatori" che infilano film su film, come se fossero perline, con la "roba" sua, cioè sfruttando il suo repertorio. Sordi, non a torto, se ne amareggia. Cè bisogno de dillo che è roba mia?... Chi non lo sa?...». Ma subito mi spiega che si tratta di uno zelo comico di bassa lega che finirà per "schifare" il pubblico. Lui. Sordi, non pensa più ai "tipi", alle caratterizzazioni, ma al "personaggio". «E’ quello che ho fatto col Diavolo e che sto facendo nella Mia signora, insieme a Silvana Mangano».

Questo film segue l’orientamento più accentuato del cinema italiano d'oggi; è fatto a spicchi come le arance. In tre episodi racconta i rapporti di un uomo con tre diversi tipi di donna. «Nel primo», mi dice Sordi, «faccio l’uomo che finge di redimere una donna di facili costumi mentre invece punta a ottenere certi vantaggi da un potente personaggio; in un altro aspetto la caduta dell’aereo per liberarmi di una moglie brutta e avviare una relazione con una bella signora che si trova nelle mie condizioni; nel terzo sono il marito di una aristocratica che ho sposato per interesse».

1964 06 20 Tempo Alberto Sordi f2E' la terza volta, dopo "La grande guerra" e "Crimen", che Alberto Sordi e Silvana Mangano (qui in una scena della "Mia signora") appaino assieme in una pellicola. Oltre che da Bolognini, gli episodi del nuovo film sono diretti da Luigi Comencini e da Franco Rossi. Per il futuro il calendario di lavoro di Alberto Sordi è assai denso: ha in programma, per novembre, il "Carnaval de Brasil". Prima però girerà "I magnifici uomini nello loro macchine volanti" e, forse. "Il trombettiere del Texas". Gli piacerebbe inoltre essere Caligola in un film di Rossellini.

I registi dei tre episodi sono Comencini, Bolognini, Rossi Sordi ritiene che nei film da lui interpretati il regista non serve; non lo dice apertamente, ma lo fa intendere, «Un film con me», sembra dire, «tutti i babbei sono bravi a farlo». Vuole avere intorno registi docili, arrendevoli ai suoi desideri ed egli si considera il babbo di ogni suo film. Accostando la bocca alle mie orecchie benché nessuno possa ascoltarlo, mi fa: «Mi spieghi che ce sta a ffa il regista in certi film?... Ma chi lo vole?... Ce sarebbero tante cose da di’ su certi registi che montano in cattedra!...». E agitando la mano arcuata in un gesto abituale. aggiunge: «Nun famme di' gnente, mannaggia!...».

Tra i registi che stima c’è, naturalmente, Rossellini. «Ma che ffa!... Bisognerebbe scuoterlo... Se riesco a convincerlo vojo fa con lui Caligola...». Mai come in questo periodo c’è stato tanto interesse per questo imperatore romano, vissuto tra il 10 e il 41 dopo Cristo, che non appena salì al trono, da saggio e generoso che era, diventò schizofrenico, pretendendo che i senatori gli baciassero i piedi, duellassero nel Circo, eleggessero console il suo cavallo e che sposò le sue due sorelle. Sordi si vede nei panni di Caligola, ma in attesa che il progetto maturi dovrà vestire i panni di un pilota ardimentoso ai primi del secolo, nel film di Ken Annakin 7 magnifici uomini nelle loro macchine rotanti. Poi farà un film sui marziani e infine Il trombettiere del Texas. La vicenda di questo film l'ho sentita raccontare da Sordi a Buri Lancaster a Palermo, una sera in cui poco mancò che l’attore americano gli si scagliasse contro. Buri aveva bevuto ed era di umore litigioso. Vedendo Sordi sulla terrazza del grande albergo dove era alloggiato lo apostrofò con un brusco: «Lei chi è?». «Sono Sordi», rispose Alberto tendendogli la mano per presentarsi. «Di che si occupa?», replicò aspro l’altro. Disorientato dall’incalzante interrogatorio, Alberto spiegò, in un approssimativo inglese, di essere un attore popolare in Italia perchè rappresenta certi lati peculiari di un certo tipo italiano.

«Ma allora lei non è un attore», disse sarcastico Lancaster, «lei è un caratterista!». Asciugandosi il sudore, Sordi annaspava per fargli capire che non era un "caratterista", ma molto di più. i Ecco... vede... Lei si sbaglia... Io sono un personaggio...». Burt lo interruppe con tono arrogante: «Un attore deve saper interpretare molti personaggi». Al che Sordi che stava perdendo le staffe rispose: «E lei che fa?... Non è sempre lo stesso?...».

Vista la brutta piega che prendeva rincontro cominciò a raccontargli la trama del Trombettiere del Texas che interessava a Lancaster. Si tratta, in breve, di un italiano infingardo che capitato, non si sa come, nelle file del generale Custer durante la guerra di Secessione, partecipa a una furiosa battaglia contro gli indiani, ed è il solo a salvarsi perchè, si è appiattato sotto la tenda dei pennuti nemici. «Divertente, no?» domandò Lancaster alla fine del racconto e l'altro rispose con un moto di disprezzo.

«E poi?» chiese. «E poi», riprese Sordi un po’ confuso, «scampato alla strage l’italiano viene decorato al valore a Washington...». «Divertente, no?», aggiunse Guardandolo dalla testa ai piedi, con una espressione di fuoco, Burt Lancaster si levò dalla sedia e urlò: «E' disgustoso... La guerra di Secessione è stata una cosa seria... Siete padroni di deridere le vostre guerre... Ma lasciate in pace le nostre...». E se ne andò malcerto sulle gambe. Sebbene abbia fatto venire un attacco di bile a Lancaster, il film si farà; Sordi vorrebbe che lo dirigesse Ford. «Credi che accetterà?», gli domando. «A me basta che metta il nome sui titoli di testa... Poi chi lo fa lo fa... Ce penso io... E’ sempre roba mia...».

Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVI, n.25, 20 giugno 1964


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Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVI, n.25, 20 giugno 1964