Anna è in collera con Dio

Anna-Magnani

1946 06 22 Tempo Anna Magnani intro

Hollywood ha scoperto Anna Magnani in « Città aperta » e l'ha invitata ad andarsene laggiù. Volete sapere che ne pensa Anna? Un giorno vi dirà: « Ma certo che ci vado, sono stufa di tutte queste bassezze, non vedo l’ora di andarmene via », ma l'indomani avrà cambiato parere e con voce in cui suona la fatalità vi dirà che non può andarsene, non può lasciare l'Italia, chi gliela fa fare questa sfacchinata oltreoceano.

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Sincera era ieri e sincera è oggi. Ma è estrosa, capricciosa, insofferente, stizzosa e pazza. Tutto ciò glielo si può però perdonare, perché è anche buona, affettuosa. amica, simpaticissima e piena di talento.

Anna è una grande artista perché è profondamente spontanea e non si è mai curata del prossimo e del suo giudizio. La sua personalità è fatta di talento e capricci, di dedizione e di indipendenza. Lei fa ciò che vuole, ma non impedisce agli altri di fare altrettanto.

Compra d’estate calze e golf di lana, ma non impedisce che la si giudichi strana, e non gliene importa niente. Fa dieci bagni al giorno, ma non impedisce, a chi vuole, di restare sporco e non lavarsi mai. Non cerca di giustificare l'acquisto estivo di oggetti di lana col dirvi che appuntò perché nessuno li compra costano meno in questo periodo; non cerca nemmeno di convincervi alla teoria dei dieci bagni quotidiani

Anna non è donna cresciuta senza urti e senza passioni, una di quelle che un bel giorno si trovano donne dopo essere state per un certo numero d’anni ragazzine. E’ una donna vera, passata attraverso i mari di tutti i guai. Ha conosciuto tutti i vizi, tutte le catene: se ne è liberata con semplicità, da un giorno all’altro, senza fare chiasso, solo perché le faceva comodo liberarsene.

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Non sono certo che Anna abbia "fiutato", o, comunque viaggiato nei paradisi artificiali. Ma, certo, se ha « fiutato », vi ha rinunziato da un giorno all'altro, cosi, alla buona, senza pubblicità. Del resto, il carattere di Anna lo si può conoscere, per quanto sia molto complesso, da questo fatterello vero.

Aveva avuto un grande dolore (passionale com'è, ingigantisce ed esaspera i propri dolori, quasi volutamente martoriandosi e umiliandosi in essi) e passava una nottata dopo l'altra al tavolo da poker. Perdeva, vinceva? Non conta per la nostra storia. Una notte decise di smettere di giocare; forse il farmaco aveva già sufficientemente agito, o forse una leggera nausea aveva preso Anna alla bocca dello stomaco, dopo tutte quelle nottate in un’atmosfera irrespirabile, fatta di fumo di sigarette e di aliti stanchi. Dall’indomani non giocò più.

Di tutti gli amori della vita, uno solo le è rimasto: quello per il suo bimbo. Gli è attaccata disperatamente, come una lupa al lupetto. Per difendere suo figlio, più che per sé stessa, Anna ha unghie che sono artigli.

Un magnifico bimbo, il suo, un bambino con capelli biondi di seta e con uno splendente sorriso fatto di denti piccini come chicchi di riso. Se si può dire di un bimbo che è un sogno, è proprio per quello di Anna che lo si deve dire.

In mezzo a fortune, invidie, trionfi, denaro e gelosie, Anna non ha mai saputo nascondere che tutto per lei era ormai il suo bambino.

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Oggi suo figlio è ospite di una clinica svizzera di Losanna dove ella spera possa avvenire il miracolo: il bimbo ha avuto una paralisi infantile. Lavora furiosamente Anna per lui. gli telefona tutti i giorni, spende per lui mensilmente una fortuna di lire italiane tradotte in pochi franchi svizzeri. Nessun sacrifizio le costa fatica, purché nulla manchi al bimbo, neppure una percentuale su mille di speranza.

E' ancora legata al figlio per il cordone ombelicale, la disgrazia del bambino la rende furiosa. Non può dimenticare il male che le viene fatto e chi le ha fatto il male: è uno dei lati del suo carattere, glielo si deve perdonare perché è donna impastata di passione. Oggi Anna è in collera con Dio.

Federico Patellani, «Tempo», n.22, 22 giugno 1946


Tempo
Federico Patellani, «Tempo», n.22, 22 giugno 1946

Anna Magnani è tornata alla rivista

Anna-Magnani

1953 12 20 Epoca Anna Magnani intro

La famosa attrice, che per alcuni anni si era dedicata soltanto al cinematografo, è tornata sulla scena per presentare un copione di Michele Galdieri.

Sanremo, dicembre

La sera di venerdì 18 dicembre davanti alla scalinata che porta al teatro del Casinò, si fermarono alcune automobili targate Modena, Reggio Emilia, Milano e perfino Roma. Ne scesero signori e signore già in abito da sera. Guardarono lo striscione tosso messo di traverso sulla «locandina» gialla; lessero che la i prima della rivista Chi è di scena era stata rimandata alla sera dopo per «ragioni tecniche» e cominciarono a protestare a voce alta. Avevano fatto chilometri e chilometri per godersi lo spettacolo e, una volta arrivati, proprio in tempo per non perdere nemmeno le prime battute, scoprivano che avevano corso inutilmente. Ci volle tutta l’abilità diplomatica del commendator Tagliabue, uno dei gestori del Casinò, perché la protesta i non diventasse troppo clamorosa. ! Finse di essere arrivato anche lui proprio in quel momento e di aver già reclamato; la sua sfuriata fu un I buon calmante: «Siamo tutti nelle stesse condizioni, purtroppo: siamo arrivati per la prima e la prima è stata rimandata. Non c’è nulla da fare. Non resta che andare a puntare qualche gettone sulla roulette, godersi il caldo e prepararsi a ridere di più domani sera».

Tagliabue aspettò poi che il gruppo dei delusi salisse lo scalone e sparisse nelle sale da gioco. Finse di entrare nel bar e si precipitò invece nel teatro. Proprio in quel momento Michele Galdieri aveva afferrato il soprabito e, dopo aver gridato con la poca voce rimastagli, «Qui mi si proibisce di fumare», abbandonava la sala. Erano le 22,17. Dietro Galdieri si lanciarono l'amministratore della Compagnia, l'impresario, la coreografa, il direttore d’orchestra. La defezione dell'autore e regista dello spettacolo significava altro ritardo, altre complicazioni. Galdieri rientrò in sala un minuto dopo, non ancora calmato. Quelli che gli erano vicino poterono sapere che il Maestro si teneva su soltanto con le sigarette e che da tre giorni non dormiva, non beveva, non mangiava.

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La Magnani in uno «sketch» della rivista interpreta il personaggio della figliastra di «Sei personaggi in cerca d'autore» parodiando Pirandello. A destra l'attore Cesare Danova che ha diviso con Anna la simpatia del pubblico femminile.

Raramente la rivista italiana ha avuto una preparazione così affrettata. Il debutto era stato fissato, sempre a Sanremo, il 5 dicembre e la direzione aveva stabilito che il teatro rimanesse a disposizione di Anna Magnani fin dal 25 novembre. Dieci giorni sarebbero stati sufficienti per montare le scene, provare le luci e abituare gli attori, che a Roma avevano sempre «studiato» in un salone, alle dimensioni del palcoscenico. Il 5 dicembre, però, invece della Magnani arrivò a Sanremo un telegramma che chiedeva di rimandare la prima rappresentazione al 17 dicembre. La direzione del Casinò aderì alla richiesta e, al posto di Chi è di scena, presentò al pubblico gli spettacoli di Vittorio Gassmann. La «troupe» della Magnani arrivò a Sanremo martedì 15 dicembre, si impossessò del teatro, chiese falegnami, elettricisti, orchestrali, sarte, macchinisti e cominciò le prove. Si scoprì subito che provare uno spettacolo in un salone e provarlo su di un palcoscenico era una cosa ben diversa. Non funzionava nulla. Le luci non erano mai quelle esatte, volute da Galdieri; le ballerine si trovavano per la prima volta a dover eseguire con le scene, i movimenti studiati senza scene; gli attori dovevano imparare da quale parte entrare in palcoscenico, da quale uscire e dove rimanere per recitare le loro battute. Disorientamento catastrofico. La «prima», già annunciata per venerdì sera, dovette essere rimandata dopo una riunione tempestosa fatta all’alba.

Fu proibito alla stampa e ai fotografi l’ingresso al teatro. L’amministratore della Compagnia sosteneva questa tesi: «Non vorrei che il nervosismo ci portasse parole grosse. In questo caso sarebbe spiacevole che qualcuno le udisse». Anna Magnani abbandonò un momento la sala per respingere l’assalto dei fotografi e poiché quelli sostenevano la loro necessità di lavorare in anticipo, sbottò: «Ma proprio sempre er comodo vostro, se deve fa’?». Ma si riprese subito e, con squisita gentilezza, aggiunse: «Siamo stanchi. Oggi una ballerina s’è messa piangere perché deve venire in scena troppo vestita. Un’altra ha avuto una crisi isterica perché il vestito non le faceva la vita abbastanza sottile. Che ce volete fa’? A me fa tanta tenerezza vedere che qualcuno si preoccupa per la vita stretta o larga; io me ne frego del vitino». Era una Magnani pallida, sfatta; pronta a rispondere a qualsiasi domanda ma risoluta nel vietare l’ingresso a chiunque. «Perché son tornata alla rivista? Per un capriccio, per una vecchia passione. Non mi presento al pubblico di persona da almeno dieci anni». E poiché qualcuno le ricorda che l’ultima sua rivista è stata Pio, pio, pio, nel 1947, scoppia in una risata: «Aò, ammazzalo che memoria bona. Ma fare la rivista» aggiunge subito «è ormai un’emozione troppo forte per me. Ce vo’ tanta fatica che, mamma mia, nun ce riproverò mai più. Ma sapete che quando la facevo prima di diventare famosa col cinema ero una bella incosciente? Non mi ricordavo che fosse così difficile; altro che fare un film!»

Se dopo la riunione tempestosa, fatta all’alba di venerdì, non si fosse deciso di rimandare di un giorno la «prima», il pubblico di Sanremo avrebbe visto uno strano spettacolo. A quel momento solo il primo tempo era stato provato tutto di seguito e non erano mancate le difficoltà. I costumi, per esempio: disegnati da Leonor Fini e visti sulla carta, apparivano splendidi; realizzati e indossati dalle ballerine perdevano qualsiasi suggestione. Furono convocate le sarte per aggiustare e rimediare alla meglio quelli meno riusciti. Il secondo tempo fu provato venerdì sera: attori, ballerine, tecnici, macchinisti, orchestrali entrarono in teatro alle 21. Fino a mezzanotte fu provato un balletto, quello del Marchese di Sade, con i ballerini che fustigano le ballerine e con queste che, presi gli staffili, si vendicano della crudeltà degli uomini. La giovane coreografa inglese June Graham, che può essere considerata una epigone di Dino Solari, interruppe ogni fallo a suon di fischietto: meglio di un arbitro. Da mezzanotte alle quattro fu la volta degli attori; fu il martirio di Luigi Cimara, invecchiato di dieci anni in una notte, senza più voce, distrutto. Dalle quattro a mezzogiorno fu riprovato tutto il secondo tempo.

Anna Magnani era seduta in una poltrona di prima fila, con le gambe allungate sulla passerella; indossava un cappotto di cammello e tentava di frenare la sua classica spettinatura con un fazzoletto di seta. Sulla poltrona di sinistra aveva buttato la pelliccia di visone; su quella di destra teneva una bottiglia di champagne come ricostituente. Una bacinella d’ottone piena d’acqua era colma di mozziconi spappolati. Quando salì in palcoscenico per modificare l’intonazione di una attrice, i fotografi tentarono di ritrarla. La «Signora» si rivoltò infuriata. Uno dei reporter disse, ma a bassa voce: «Fra dieci anni verrà a pregarci per avere una fotografia».

Mancava poco a mezzogiorno quando la coreografa chiese alle ballerine di provare ancora una volta una scena particolarmente difficile. Ballavano da quindici ore eppure, al primo accordo dell’orchestra, quelle ragazze si presentarono alla platea deserta, fresche e sorridenti. Galdieri non seppe resistere. Con le lacrime agli occhi si precipitò a baciare la mano a tutte le ballerine ringraziandole per averlo aiutato fino a quel punto. Mancavano nove ore all’apertura del sipario e, ai botteghini del teatro, si stavano vendendo le ultime poltrone. Quando Galdieri uscì sulla gradinata, accecato dal sole, con la barba lunga di due giorni, gli occhi pesti, il soprabito sulle spalle, un autista di piazza lo guardò per un momento e poi sussurrò a un collega: «Hai visto quello? Esce ora dal Casinò. Ha l’aria d’aver perduto anche la camicia».

La «camicia» di Michele Galdieri, invece, si è salvata. Sia pure con qualche sdrucitura e qualche macchia dovute, forse, alla frettolosa preparazione. Chi è di scena è una rivista ambiziosa; vuol essere intelligente, e non è un male; ma non ci riesce sempre, ed è un peccato. Galdieri, dal 1925 a oggi, ha scritto settanta copioni: e nessun autore riesce a creare settanta opere interessanti. Chi è di scena è uno spettacolo nato con l’intenzione di essere opera d’arte ma si è fermato a mezza strada. Innanzi tutto ha dato l’impressione, al pubblico che lo applaudiva educatamente, di voler mettere troppa carne ai fuoco. Galdieri ama la polemica e, con le sue riviste, vuol bollare certi aspetti del costume contemporaneo. L’unica grande rappresentazione - dice chiaramente l’autore all'inizio - è quella della vita; anche le maschere del teatro devono abbandonare la fissità distaccata dei copioni, scendere dal loro piedestallo di parole e affrontare la realtà. Così Brighella diventa un vago filo conduttore, il personaggio fisso che lega uno sketch ad un balletto; un monologo ad una canzone. Ma quali sono i temi scelti per sostenere che la «vita è una rappresentazione»? Sono: gli errori giudiziari, il cinema neorealista, le bravate manesche di Don Camillo, l’esibizionismo inopportuno del Marchese de Cuevas, la statua a Pinocchio (e non a D’Annunzio o a Marconi), le signorine perbene destinate allo zitellaggio e i «signorini» di buona famiglia ben disposti alla rapina, la «distensione» tra Oriente e Occidente. Sono argomenti delicati, seri. Ma non sono svolti né in chiave dichiaratamente rivistaiola «vecchia maniera» né sono affrontati con la spregiudicatezza ferocemente satirica del «Teatro dei Gobbi». Il pubblico assiste a uno spettacolo che non è né carne né pesce; a uno spettacolo che, diamo pure la colpa ai tagli della censura, non ha che rare occasioni di divertimento.

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Luigi Cimara, a sinistra, primo attore della compagnia. A destra Anna Magnani con la prima ballerina Floria Torrigiani.

Il pubblico, insomma, non ride. Ascolta, considera, riflette ma non ride. Ha riso soltanto quando, mentre i ritardatari cercavano il loro posto, una attrice travestita da spettatrice, ha gridato che le avevano rubato la collana. I valletti in giacca rossa e «polpe» bianche, ignari del trucco, si son precipitati verso il palcoscenico con la speranza di acciuffare il ladro. Ma non ride ai monologhi di Luigi Cimara. attore raffinato che pare abbia accettato la rivista con la rassegnazione del Calvero di Chaplin; non ride alle grasse battute della Magnani ( la quale ha sublimato il pernacchio ponendolo come gemma nel castone di uno sketch). Semmai il divertimento, quel poco che c’è, nasce dagli abbandoni alla fantasia; dal balletto degli Arlecchini, dalla rievocazione del «Moulin Rouge», dal ricordo del «Sogno di una notte di mezza estate», dagli stupendi costumi di «Alice nel paese delle meraviglie». Ma per pochi, squisiti costumi, quanti decisamente brutti. L’abito indossato dalla Magnani al finale, ha raccolto le più sincere risate. Il pubblico raccolto nel piccolo teatro di Sanremo era elegantissimo.

L’impresario di Chi è di scena sostiene che sono stati spesi 50 milioni per l’allestimento. Eppure la scenografia è quasi sempre risolta con fondali neutri e i costumi sono tra i più modesti della stagione teatrale. Molti hanno tentato di conoscere la paga quotidiana di Anna Magnani. «La Signora non figura sul foglio paga», ha dichiarato l’amministratore «percepisce solo una percentuale sugli incassi lordi». E alla domanda se questa percentuale poteva calcolarsi sul 10 per cento, ha risposto : «Più o meno; 200 mila lire il giorno non sarebbero poi troppe per una attrice così grande». Per Luigi Cimara la risposta è stata più evasiva : «È contento di quello che prende». Per gli altri: «Nessuno si lamenta». L’impresario, meno prudente, ha invece affermato che quella di Anna Magnani è la più costosa compagnia che lavori oggi in Italia; per vivere ha bisogno di incassare ogni giorno oltre 2 milioni di lire.

Il pubblico di San Remo ha applaudito molto e. alla fine del primo tempo, ha voluto che l'autore si presentasse alla ribalta. Erano applausi rivolti anche alla volontà e alla fatica sopportata dagli attori per andare in scena puntuali. Al finalissimo il pubblico si è addirittura ammassato intorno alla passerella. Si era accorto che alcuni operatori stavano riprendendo scene da inserire nelle attualità cinematografiche.

Alfredo Panicucci, «Epoca», anno IV, n.169, 27 dicembre 1953


Epoca
Alfredo Panicucci, «Epoca», anno IV, n.169, 27 dicembre 1953

Anna Magnani canterà la tarantella dei maccheroni

Anna-Magnani

1952 12 06 Epoca Anna Magnani intro

L’attrice è andata a Parigi per doppiare in francese il film “La carrozza d'oro” che Jean Renoir ha diretto in Italia traendolo da una novella di Merimée.

Roma, novembre

Anna Magnani è partita per Parigi per terminare la sincronizzazione della versione francese del film in technicolor «La carrozza d’oro», diretto da Jean Renoir, il quale, dopo diciotto mesi di permanenza in Italia, si è recato allo stesso scopo nella capitale francese. Qualche giorno prima essa aveva veduto la versione italiana finalmente finita ed era tutta eccitata. «Non mi ero mai vista a colori», ci ha detto. «Mi ha fatto una certa impressione. È una gran cosa il colore! Ma, secondo me, va bene per i film sui. tempi passati, specialmente scherzosi e patetici come “La carrozza d’oro". IL colore dà sempre un'impressione d’irrealtà. I film d’ambiente moderno acquistano maggior forza e verità dal bianco e nero.»

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Anna Magnani, nel ruolo di Camilla-Colombina, protagonista del film «La carrozza d’oro», canterà «La tarantella del maccheroni» composta appositamente dal Maestro Gino Marinuzzi jr. Anna ha una gradevole voce di contralto.

«La carrozza d’oro», per il cui soggetto Renoir si è ispirato a «La Perichole» di Merimée, narra la storia di un’attrice della Commedia dell’Arte, Camilla nella vita e Colombina sulla scena, e dei suoi tre amori (Felipe, il toreador Ramon, il Viceré) ai quali rinuncia per l’incapacità di appartenere a uno soltanto. Ha precisato Renoir: «In Merimée, la Perichole è un’attrice: nel mio film Camilla è l’attrice, o piuttosto la commediante. C’è una grande differenza fra un’attrice e una commediante. Il cane lupo Rintintin è un attore; Chaplin è un commediante. I commedianti, gli artisti, i giullari, gli acrobati, i cantanti, i mimi - coloro che senza distruggere e senza uccidere continuano a morire e a rinascere, a soffrire e ad amare ogni sera - sono più veri dei veri uomini».

Poco prima che il treno si mettesse in moto, abbiamo ricordato alla Magnani questa opinione del suo regista. Si è fatta pensierosa. «È vero», ci ha detto infine con una certa tristezza. «La vita di un’attrice o, come preferisce Renoir, di una commediante, è simile a quella di Camilla: distrugge involontariamente, come un animale, tutto ciò che ha intorno. Essa riesce a essere donna solo nei limiti che le sono consentiti dall’arte. Anch’io sono cosi. Anch’io sono come Camilla. Non so se Renoir l'abbia capito...»

Alle parti finora da lei preferite - che erano quelle di «Roma città aperta», «L’onorevole Angelina» e «Bellissima», il film che le ha procurato in questi giorni il premio per la migliore attrice italiana della stagione 1951-’52 - la Magnani ora aggiunge senz'altro la sua umana Camilla de «La carrozza d’oro», che ella ha interpretato con autobiografica passione in tutte e tre le versioni: italiana, francese e inglese.

La lavorazione de «La carrozza d’oro», nonostante i complessi problemi creati dal colore e dalle tre versioni, è durata solo tre mesi, da marzo a maggio. Ben quattro mesi è durato il lavoro per la sonorizzazione, e l’incisione delle musiche. Le musiche, infatti, hanno nel film una grande importala. Vi si è dedicato, fin dal tempo della preparazione, il Maestro Gino Marinuzzi jr.

I problemi musicali de «La carrozza d’oro» erano due. Renoir voleva per la sua opera uno sfondo melodico insolito, adatto all'epoca e allo stile, e inoltre, per la Commedia dell'Arte, voleva musiche particolari, che si possono chiamare reali, com’è reale, poniamo, una canzone napoletana in un film che abbia un commento di tutt'altro carattere e genere,

Il primo problema fu risolto con Vivaldi, il cosiddetto «prete rosso». Vivaldi è uno dei più grandi compositori del XVIII secolo, epoca in cui si immagina l'azione del film. La sua produzione fu estrema-mente ricca e variata, usciva dalle forme tradizionali e quindi era quella che meglio poteva adattarsi a situazioni extra musicali. Di Vivaldi, Marinuzzi lesse circa 300 concerti e ne scelse 150 che, al pianoforte, fece sentire a Renoir. La scelta definitiva comprende brani dell'«Inverno» e della «Primavera» (dalla serie di concerti «Le quattro stagioni»), l'intero Concerto all’«antica» e brani della Sinfonia in si minore «Al Santo Sepolcro» e del concerto in re minore «Madrigalesco».

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In alto: due antichi strumenti esumati per il film: viola d'amore e chitarrone. Sotto: Il regista Jean Renoir e il Maestro Marinuzzi esaminano la partitura che sfrutterà Vivaldi e vecchie arie di scena.
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Il secondo problema fu più difficile da risolvere. Sulla Commedia dell'Arte sono stati scritti molti libri ma in essi la parte musicale è completamente trascurata. Tutto ciò che, dalle ricerche e dalle letture, il Maestro Marinuzzi riusciva a sapere era che nella Commedia dell’Arte la musica «aveva molta importanza». Dopo due mesi stava per abbandonare ogni tentativo quando, frugando con Vito Pandolfi in un archivio, pescò dei libriccini dov’erano pubblicati numerosi «canovacci» di commedie. In fondo a quei libriccini erano riportati i motivi (solo la melodia) relativi ai «canovacci». Era una scoperta. La maggior parte dei motivi avevano carattere di danza: era musica di straordinaria freschezza, popolare e dotta insieme: popolare in quanto facilmente assimilabile, dotta per quell'eleganza d’espressione e d'ispirazione che è particolare dell'epoca: e forse di provenienza più francese che italiana. «Sono convinto» afferma il Maestro Marinuzzi «che si tratta di musiche composte appositamente per quelle commedie da autori noti, ma è impossibile attribuirle con certezza.»

Musicista e regista si complimentarono a vicenda. Renoir complimentò Marinuzzi di aver trovato le musiche, Marinuzzi ringraziò Renoir per averlo sollecitato a cercarle. Cosi, nel film, la Commedia dell’Arte apparirà autentica nei «canovacci» e nelle musiche. Per l’occasione sono stati ricostruiti alcuni curiosi strumenti dell’epoca, caduti poi in disuso, quali il «serpentone» e il «chitarrone».

Ma il Maestro Marinuzzi ha dovuto fare anche fatica di compositore. Sua è la «Tarantella dei maccheroni». composta nello stile dell’epoca. È cantata da Colombina, cioè dalla Magnani che ha voce di contralto e l’ha imparata a orecchio. «Non sarò la Besanzoni» dice scherzosamente l’attrice «ma me la cavo...»

Come mai ne «La carrozza d'oro» si è data tanta importanza alla musica e si è messa tanta cura nello sceglierla e nel registrarla? Quando qualcuno si è stupito del fatto piuttosto insolito, Renoir ha precisato che il suo film è un’allegoria e che, per crearne l’atmosfera, la musica ha la stessa funzione del colore.

«Epoca», anno III, n.113, 6 dicembre 1952


Epoca
«Epoca», anno III, n.113, 6 dicembre 1952

Anna Magnani mette gli occhi su Ippolito

Anna-Magnani

1949 11 20 L Europeo Anna Magnaniintro

Roma, novembre

Si parla in questi giorni di una compagnia di prosa con a capo Anna Magnani che il teatro sottrarrebbe al cinema fino alla prossima primavera. E’ un progetto del quale si era cominciato a discorrere già da due mesi e che adesso sembra avviato a conclusione sicura. La compagnia che praticamene sarà affidata ad Orazio Costa e di cui farebbe parte anche Vittorio Gassmann, sorge con uno scopo preciso: una lunga «tournée» in Francia e in Inghilterra, e al ritorno una serie di recite a Roma e a Milano. Anna Magnani, in Francia, oggi è forse l’attrice più conosciuta. I film del dopoguerra le hanno dato una popolarità superiore a quella di molte attrici francesi; e i giudizi di Cocteau, di Gide, e d’altri scrittori , che si interessano al cinema l’hanno collocata tra le interpreti di rinomanza mondiale. Poche. Tutte insieme, secondo tali giudizi, non arriverebbero a cinque.

La scelta del momento per un giro artistico in Francia, dove la Magnani è attesissima (discorso analogo si potrebbe fare per l’Inghilterra), sembra dunque opportuna. E si capisce che la definizione del repertorio, il quale sarà limitato a due o tre drammi, sia stata causa di perplessità, dubbi e discussioni che, pur essendosi già risolti in accordi di massima, potrebbero tuttavia ancora influire sulla elaborazione del programma finale.

In un primo tempo si era pensato di scegliere tre drammi, uno italiano, uno francese ed uno inglese: con ciò la Magnani avrebbe riaffermata la origine e reso omaggio ai paesi che la ospiteranno. Forse accadrà così. Ma la formazione di un repertorio per una attrice che è già essa stessa personaggio, e questo è appunto il caso della Magnani, oggi presenta difficoltà notevoli. La Magnani nel teatro e nel cinema attuali è una figura isolata, una eccezione. La sua personalità dominante, la sua forza e il suo furore di interprete la avvicinano piuttosto ai grandi attori dell’Ottocento che spesso conferirono al lorò repertorio accenti e caratteri personalissimi, e nella scelta di drammi o commedie ebbero di mira non tanto la qualità quanto gli effetti e il senso che avrebbero saputo trarne. Il pubblico, più che sull'autore, si orientava di

Preferenza sull' interprete; e interprete, in autori grandi o mediocri, cercava un tipo sul quale investire il proprio personaggio. Ciò fu sufficiente a mantener vivo per anni l'interesse al teatro, nonostante la disparità dei valori letterari ed estetici. E a guerra finita tale inclinazione consentì alla Magnani di interpretare con uguale impegno Gantillon, O’Neill e Niccodemi. O incontrava un personaggio suo, o cercava una conchiglia in cui entrare e sentirsi a suo agio.

L'indole dell'attrice, e d’altra parte il desiderio di mettere insieme un repertorio anche letterariamente considerevole, giustificano le incertezze e le esitazioni riguardo alla scelta. Nessun dubbio, pare, è esistito circa il lavoro italiano. Da tempo la Magnani desiderava interpretare il personaggio di Mila e sulla Figlia di Iorio tutti si trovarono subito d'accordo. Ma la scelta di un lavoro francese creò i primi imbarazzi e le discussioni non sono ancora finite. Se sulla Medea di Anouilh, da qualche anno già inserita nelle Pièces Noires, non esistesse una ipoteca sentimentale la decisione sarebbe già presa : questo episodio di amore barbarico attrae la Magnani al punto di non escludere che la preferenza cada addirittura sulla Medea di Euripide. Anouilh, consentendo la rappresentazione in Inghilterra, ha tuttavia negato il permesso per la Francia, dove la sua Medea, nonostante le molte richieste, non è ancora arrivata alla ribalta. Anouilh promise la « prima » di questo suo atto unico alla moglie, che è attrice da molti anni malata, perciò lontana dal palcoscenico; e non intende venir meno alla promessa.

Messo da parte Anouilh, si pensa alla Fedra di Racine, della quale Ungaretti ha condotto a termine la traduzione. Ma con maggiore probabilità, e seguendo tutt'altri concetti, la Magnani farà una diversione verso il Dumas della Signora dalle camelie. Se così accadrà assisteremo, non a una rivoluzione del testo (che non ha uno specifico valore d'arte, nè pregi di stile), ma a una interpretazione dell'avventura amorosa indipendente dalla ricostruzione storica del personaggio. E' presumibile che la Margherita della Magnani, più che a Dumas, possa in certo senso accostarsi a Balzac e a Baudelaire.

In quanto al lavoro inglese, escluso il Macbeth di Shakespeare di cui si era parlato ma sul quale nessuno si soffermò veramente, la propensione è per il Pigmalione di Shaw. L'inclusione di quest'ultimo lavoro dipenderà tuttavia dall'assestamento della compagnia.

Al momento essa non è ancora formata. Costa sarà il regista della «tournée» e Gassmann assumerà le parti di primo attore, questo è certo. Gli altri verranno interpellati in conseguenza del programma definitivo. Ogni lavoro sarà preparato, studiato e allestito in Italia. E per le prove generali, prima della partenza, si pensa a rappresentazioni vere davanti a un pubblico normale, probabilmente in un teatro di provincia.

Poi la compagnia inizierà il viaggio, e prima che la Magnani ritorni davanti a una macchina da presa saranno passati intanto quattro mesi.

Raoul Radice, «L'Europeo», anno V, n.47, 20 novembre 1949


Europeo
Raoul Radice, «L'Europeo», anno V, n.47, 20 novembre 1949